Il reato di associazione mafiosa: art. 416 bis del Codice penale

Art. 416 bis Codice Penale. Associazioni di tipo mafioso anche straniere

Il testo

416-bis. Associazioni di tipo mafioso anche straniere. (1)

Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da sette a dodici anni (2).

Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da nove a quattordici anni (3).

L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali (4).

Se l’associazione è armata si applica la pena della reclusione da nove a quindici anni nei casi previsti dal primo comma e da dodici a ventiquattro anni nei casi previsti dal secondo comma (5).

L’associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento della finalità dell’associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito (6).

Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà.

Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego. [Decadono inoltre di diritto le licenze di polizia, di commercio, di commissionario astatore presso i mercati annonari all’ingrosso, le concessioni di acque pubbliche e i diritti ad esse inerenti nonché le iscrizioni agli albi di appaltatori di opere o di forniture pubbliche di cui il condannato fosse titolare] (7).

Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso (8) (9).

Note

(1) Rubrica così sostituita dal numero 5) della lettera b-bis) del comma 1 dell’art. 1, D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito in legge, con modificazioni, con L. 24 luglio 2008, n. 125. Le pene stabilite per i delitti previsti in questo articolo sono aumentate da un terzo alla metà se il fatto è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad una misura di prevenzione durante il periodo previsto di applicazione e sino a tre anni dal momento in cui ne è cessata l’esecuzione (art. 7, L. 31 maggio 1965, n. 575, recante disposizioni contro la mafia, come modificato dall’art. 7, L. 11 agosto 2003, n. 228). L’art. 7, primo comma, D.L. 13 maggio 1991, n. 152, convertito con modificazioni in L. 12 luglio 1991, n. 203, in tema di lotta alla criminalità organizzata, così dispone: «1. Per i delitti punibili con la pena diversa dall’ergastolo commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, la pena è aumentata da un terzo alla metà». Vedi, anche, l’art. 39, L. 3 agosto 2007, n. 124, sulla disciplina del segreto di Stato.

(2) Comma così modificato dall’art. 1, L. 5 dicembre 2005, n. 251 e poi dal numero 1) della lettera b-bis) del comma 1 dell’art. 1, D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito in legge, con modificazioni, con L. 24 luglio 2008, n. 125.

(3) Comma così modificato prima dall’art. 1, L. 5 dicembre 2005, n. 251 e poi dal numero 2) della lettera b-bis) del comma 1 dell’art. 1, D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito in legge, con modificazioni, con L. 24 luglio 2008, n. 125.

(4) Comma così modificato dall’art. 11-bis, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni in L. 7 agosto 1992, n. 356, recante provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa.

(5) Comma così modificato prima dall’art. 1, L. 5 dicembre 2005, n. 251 e poi dal numero 3) della lettera b-bis) del comma 1 dell’art. 1, D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito in legge, con modificazioni, con L. 24 luglio 2008, n. 125.

(6) I condannati per delitto previsto in questo articolo sono esclusi dal beneficio della liberazione condizionale (art. 2, D.L. 13 maggio 1991, n. 152, convertito, in L. 12 luglio 1991, n. 203, in tema di lotta alla criminalità organizzata). Vedi, anche, l’art. 4-bis, L. 26 luglio 1975, n. 354, sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure limitative della libertà.

(7) Parte soppressa dall’art. 36, comma 2, L. 19 marzo 1990, n. 55, per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di pericolosità sociale, che ha inoltre disposto che «restano tuttavia ferme le decadenze di diritto ivi previste conseguenti a sentenze divenute irrevocabili anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge».

(8) Comma così modificato dal numero 4) della lettera b-bis) del comma 1 dell’art. 1, D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito in legge, con modificazioni, con L. 24 luglio 2008, n. 125.

(9) Articolo aggiunto dall’art. 1, L. 13 settembre 1982, n. 646, in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale. La condanna per il delitto previsto in questo articolo, se commesso in danno o a vantaggio di una attività imprenditoriale, o comunque in relazione ad essa, importa l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione (art. 32-quater c.p.). Il delitto previsto in questo articolo, consumato o tentato, è attribuito al tribunale in composizione collegiale, ai sensi dell’art. 33-bis del codice di procedura penale, a decorrere dalla sua entrata in vigore. Vedi, anche, l’art. 12-sexies, D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito in legge, con modificazioni, con L. 7 agosto 1992, n. 356. Vedi, inoltre, l’art. 10, L. 16 marzo 2006, n. 146 e l’art. 24-ter, D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, aggiunto dal comma 29 dell’art. 2, L. 15 luglio 2009, n. 94. L’indulto concesso con L. 31 luglio 2006, n. 241 non si applica per i delitti previsti dal presente comma, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1 della stessa legge.

Commento
Come ha scritto Filippo Lombardi nel blog “Il diritto penale” di Giulio Forleo
il reato di associazione mafiosa (art. 416 bis del codice penale) è, innanzitutto, un delitto contro l’ordine pubblico, al pari del delitto di associazione per delinquere “semplice”, disciplinato dall’articolo precedente. Ciò vuol dire che il Legislatore ha scelto di realizzare una tutela anticipata dei beni giuridici afferenti ai singoli, utilizzando un bene giuridico strumentale. Tali beni giuridici servono, infatti, al fine di punire attività criminose dotate di un alto grado di lesività, come nel caso del delitto ad oggetto della trattazione. E’ poi un c.d. reato plurisoggettivo, cioè un reato a concorso di persone necessario. Presenta la caratteristica della “reciprocità”, che lo qualifica in maniera più approfondita. I reati plurisoggettivi, infatti, possono essere: unilaterali, bilaterali e reciproci. Quelliunilaterali vedono coinvolti più soggetti i quali, pur agendo per un proposito comune, mantengono le loro caratteristiche di indipendenza, come se i più soggetti utilizzassero per fini personali la moltitudine di persone e l’agire in concorso con altri. Nei reati plurisoggettivi bilaterali, invece, i soggetti agiscono gli uni contro gli altri per raggiungere fini contrastanti (come nel caso del delitto di Rissa). I reati plurisoggettivi reciproci, infine, riprendono le sfumature insite in quelli unilaterali, ma approfondiscono il legame e la collaborazione tra i soggetti coinvolti, per raggiungere il fine comune. Il reato plurisoggettivo reciproco trova quindi la sua espressione massima nel reato associativo.
Volendo quindi chiarire in sintesi le varie tipologie di reato che implicano la cooperazione di più soggetti, possiamo esemplificare come segue: concorso eventuale di persone nel reato; concorso necessario di persone nel reato (c.d. reato plurisoggettivo, di cui una particolare tipologia è il reato associativo); concorso esterno nel reato plurisoggettivo (la figura più problematica è proprio quella del concorso esterno in associazione mafiosa).
Di conseguenza sarà utile, ai fini del nostro discorso, capire cosa distingue il concorso eventuale di persone nel reato dal concorso necessario di persone nel reato. E, altresì, la differenza che intercorre tra concorso interno e concorso esterno in associazione mafiosa.
CONCORSO DI PERSONE NEL REATO – EVENTUALE E NECESSARIO.
Sulla prima questione, può dirsi che la giurisprudenza di legittimità ha definito costantemente gli elementi che devono sussistere nel reato associativo, e che lo distinguono dal concorso eventuale di persone nel reato.

Il reato associativo deve avere alcuni connotati imprescindibili: un vincolo stabile e tendenzialmente permanente, un piano criminoso indeterminato, un’organizzazione di mezzi e uomini astrattamente idonea al raggiungimento degli obiettivi, la consapevolezza di ciascuno di contribuire con la propria condotta alla sussistenza dell’associazione (innanzitutto) e (inoltre) al raggiungimento dei suoi obiettivi tramite i reati-scopo che costituiscono la linfa del piano criminoso di cui si accennava. Questa consapevolezza deve essere completata anche dalla coscienza che il proprio contributo sia un tassello dell’associazione, cioè è destinato a combinarsi in maniera conforme con i contributi apportati dagli altri associati (c.d. affectio societatis). In più, a fortificare l’idea dell’esistenza di un’associazione a tutti gli effetti, possono sussistere anche elementi di “contorno”, come ad esempio la presenza di un fondo comune per far fronte alle esigenze economiche derivanti dal mantenimento dell’associazione o la strutturazione dell’associazione col ricorso a gerarchie para-militari. Questi elementi elencati non si riscontrano, invece, nel concorso eventuale di persone nel reato, poiché questo poggia le sue basi sulla occasionalità del vincolo, sul piano criminoso ben determinato (cioè i soggetti creano un vincolo temporaneo al fine di commettere uno o più specifici reati e poi sciolgono il pactum) e sulla inesistenza di un’organizzazione definita e capillare.

IL DELITTO DI ASSOCIAZIONE MAFIOSA – ART. 416 BIS COD. PEN.
Per comprendere al meglio la differenza tra il concorso interno in associazione mafiosa e il parallelo concorso esterno, bisogna approfondire la trattazione circa la natura del reato associativo di stampo mafioso. La definizione di associazione di tipo mafiosoci è data direttamente dall’articolo 416 bis co. III. Esso dispone che si tratterà di tale tipo di associazione quando “coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti” e, in via generale, per assumere il controllo di attività economicamente rilevanti, appalti e servizi, o ostacolare il libero esercizio del diritto di voto. La differenza rispetto all’articolo 416 è netta, in quanto l’associazione mafiosa rappresenta uno step ulteriore e più pericoloso della mera associazione a delinquere, poiché mira ad inserirsi con metodi illeciti in attività di per sé lecite, per ottenere un vero e proprio controllo sul territorio.
I caratteri fondanti l’associazione sono: l’intimidazione, l’assoggettamento e l’omertà. La prima è definibile come attività di coercizione psichica finalizzata a creare una percezione interiore della propria inferiorità in capo al destinatario, a sottomettere (e qui si nota il contenuto dell’assoggettamento) quest’ultimo alla volontà di chi intimidisce, generando il fondato timore per la propria incolumità e per quella della propria cerchia affettiva qualora il soggetto intimidito non sottostia ai dettami dell’agente o qualora agisca in maniera incompatibile con la sua volontà. L’omertà è invece inquadrabile come atteggiamento tenuto dal soggetto intimidito, in conseguenza dell’assoggettamento, e cioè il rifiuto di collaborare con l’Autorità, sia nella repressione delle attività illecite dell’associazione mafiosa, sia nel rintracciarne i membri. Il sodalizio mafioso ha come carattere oramai imprescindibile e provato il sistema gerarchico. Quando si parla di Mafia, la si identifica non a caso come Anti-Stato. A prescindere dalle critiche che a questo concetto possono essere mosse, si può notare come questo Anti-Stato si sia sempre fondato sulla presenza diforti gerarchie, di ruoli ben diversificati tra esecutori (c.d. soldati) e capi, e di logge di potere (si pensi alla c.d. “Cupola” o alla Commissione Regionale nell’ambito della mafia siciliana) che si occupavano (attualmente si sta fortificando la tesi per cui le gerarchie verticali sono state sensibilmente ridotte, e sussistono invece regolarmente controlli autonomi delle variecosche sui territori di loro pertinenza) dell’emanazione non tanto di mere direttive quanto di vere e proprie leggi (un vero e proprio sistema para-legislativo). L’esistenza della gerarchia aveva portato vari Autori a ritenere che il criterio dell’assoggettamento avesse sia un risvolto esterno, cioè nei confronti dei non associati, sia un risvolto interno, cioè nei confronti degli associati, assoggettati al rispetto dei vertici. La tesi è stata smentita proprio sulla base dell’affectio societatis, cioè la volontà di appartenere all’associazione e contribuire alla sua sussistenza e al suo progresso, la quale farebbe in modo di mantenere la parità sostanziale tra tutti gli associati e di poter considerare la gerarchizzazione successiva all’affiliazione semplicemente con organizzazione utile per i fini dell’associazione.
Altro spunto interessante riguarda il carattere dell’intimidazione. Non c’è bisogno della sua estrinsecazione materiale, cioè della sua “traduzione” in atti naturalistici e pratici. E’ sufficiente che l’intimidazione sia svolta attraverso la “fama criminale”. Ciò comporta anche un risvolto problematico in merito alle associazioni a cui fa riferimento l’ultimo comma dell’articolo 416-bis. Questo comma ci dice che la disciplina fornita ai commi precedenti si applica anche a tutte le associazioni atipiche (cioè diverse da: Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra) che ne condividano gli elementi strutturali. Si fatica, però, a pensare che la norma possa applicarsi alle associazioni atipiche “in via di costituzione”, perché non vi saranno mai l’assoggettamento e l’omertà derivanti da un’associazione che non ha ancora assunto la predetta “fama criminale”. Si dovrà perciò parlare, durante la fase costitutiva, di un’associazione a delinquere (ex art. 416 cod. pen.) che commette singoli atti di intimidazione, la quale intimidazione potrà assurgere a elemento costitutivo di reati-scopo dell’associazione (ad es., estorsione).
PROFILI PROBLEMATICI.
Vi sono alcuni profili problematici di risvolto pratico che possono reputarsi degni di nota, e cioè: la responsabilità dei capi, l’applicazione dell’art. 7 della L. 203/91 (aggravante del metodo o della modalità mafioso/a), e la continuazione tra reato-base (art. 416-bis) e reati-scopo.
Sul primo problema deve registrarsi una disputa tra giurisprudenza di merito e giurisprudenza di legittimità. La giurisprudenza di merito è orientata a riconoscere, sulla base di una responsabilità oggettiva, la punibilità dei capi per qualsiasi reato scopo, in quanto essa ritiene che i capi forniscano il proprio contributo ad ogni reato scopo attraverso le direttive programmatiche inerenti al sodalizio e alla sua azione. La giurisprudenza di legittimitàè, invece, contraria all’applicazione della responsabilità oggettiva, e ritiene utile diversificare le attività dell’associazione tra atti di essenza e reati-scopo. Gli atti di essenza sono inerenti al mantenimento in vita dell’associazione, e si ritiene che ogni atto di questo tipo sia riportabile sotto l’alveo delle direttive programmatiche dei capi, e perciò imputabili anche ad essi. Per quanto concerne i reati-scopo, invece, bisognerà valutare in concreto il contributo causale dei capi (ad esempio, l’istigazione a compiere un omicidio) e questo contributo potrà essere presunto solo nel caso in cui si rilevi che le direttive programmatiche contenevano in nuce dei riferimenti apparentemente generali ma che in realtà non avrebbero potuto che essere concretizzati attraverso modalità specifiche cristallizzatesi nei reati-scopo.
Il problema della continuazione si atteggia in modi diversi a seconda dei reati che consideriamo di volta in volta implicati in essa. Nulla quaestio sulla configurabilità della continuazione tra reato di associazione mafiosa e reati-scopo. Essa sarà possibile, e chi scrive ritiene inapplicabile al reato di associazione mafiosa la circostanza aggravante di cui all’art. 61 n.2 c.p. (connessione teleologica, l’aver commesso il reato al fine di eseguirne o occultarne un altro) in quanto si violerebbe il principio del ne bis in idem sostanziale, poiché la caratteristica della “finalità di commettere delitti” è già insita nel comma III dell’art. 416-bis. Problema interpretativo sorge, invece, per quanto concerne la continuazione tra più episodi di associazione mafiosa (cioè tra più reati base). Il problema si origina dal fatto che l’associazione mafiosa è punita come reato permanente, e di conseguenza alla consumazione del reato non segue immediatamente (come succede nei reati istantanei) il venir meno dello stato di antigiuridicità, il quale, anzi, prosegue fino allo scioglimento concreto del sodalizio. A ben vedere, però, la continuazione potrà aversi in due casi. Il primo caso riguarda il soggetto che commetta il delitto di associazione mafiosa, venga condannato alla reclusione e, durante la reclusione o dopo di essa, torni ad essere associato. Il secondo caso si potrebbe avere, secondo chi scrive, quando l’associato tiene un comportamento evidente e certo che testimonia il suo distacco dall’associazione (il soggetto cioè prende le distanze dal sodalizio e priva quest’ultimo del suo ordinario apporto), per poi reinserirvisi successivamente. Questa seconda ipotesi è certamente quella meno probabile, in quanto l’associazione mafiosa si caratterizza proprio per un principio chiave: l’eliminazione del dissidente, e quindi risulta fantasioso che l’allontanamento dal sodalizio si verifichi in maniera diversa rispetto ad una situazione di detenzione in carcere.
Riguardo all’aggravante di cui all’art. 7 della legge 203 del 1991, essa risulta applicabile quando un delitto punito con una pena diversa dall’ergastolo sia compiuto avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis o al fine di agevolare l’associazione di cui allo stesso articolo, e causa un aumento della pena prevista per quel delitto, da un terzo alla metà. Si discute se questa aggravante sia applicabile, oltre che ai soggetti esterni all’associazione, anche agli associati. Opinione maggioritaria consente l’applicazione dell’aggravante, non solo ai soggetti esterni che attuano il concorso esterno in associazione mafiosa, ma anche agli associati, ove non si tratti di delitti-scopo bensì di delitti che l’associato compie per fini personali avvalendosi del suo particolare status. Particolare ipotesi di possibile contestazione dell’aggravante è quella relativa al“finto” affiliatocioè a chi, senza essere effettivamente inserito nell’associazione, spenda il nome del (presunto) clan di appartenenza per intimidire, ad esempio, durante un tentativo di estorsione. E’ bene ricordare che l’aggravante predetta rappresenta, insieme a quella della “finalità di terrorismo”, una circostanza che squalifica ogni attenuante esistente. Vale a dire che le eventuali attenuanti in concreto presenti, saranno svalutate durante l’opera di bilanciamento nel concorso eterogeneo di circostanze, e saranno disapplicate, in favore dell’applicazione delle sole aggravanti.
CONCORSO “INTERNO” E CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA.
Ultima valutazione va fatta per quanto concerne la differenza tra concorso “interno” e concorso esterno in associazione mafiosa.

Il concorso interno vede il soggetto ben inserito nei ranghi dell’associazione. Ciò significa che egli opera nell’interesse del gruppo, o meglio, fa proprio il fine che contraddistingue l’associazione. Si riconosce come membro, ed è riconosciuto come tale dall’intero sodalizio criminale. E abbina a queste caratteristiche un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, idoneo al mantenimento in vita dell’associazione e al suo sviluppo tramite i delitti-scopo. Come rispetto ad ogni reato associativo, anche rispetto al delitto di associazione di stampo mafioso può aversi un concorso esterno. Il soggetto (concorrente esterno) deve apportare un contributo dotato delle stesse caratteristiche poc’anzi evidenziate, ma deve rimanere al di fuori dell’associazione. Questo avviene, in generale, quando ricorrono alcuni presupposti, quali: il mancato riconoscimento come membro del sodalizio da parte degli altri membri, il contributo occasionale e non costante, il do ut des, ovvero un momento di collaborazione tra il soggetto e l’associazione, laddove si possa facilmente intuire che il fine principale sia lo scambio di favori, cioè l’incontro e l’intersecazione estemporanea dei fini di due soggetti che rimangono distinti (il concorrente esterno e l’associazione come ente unitario).



Categorie:A07- Diritto penale e Procedura penale

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