L’Assemblea delle Nazioni Unite approva risoluzione contro le mutilazioni genitali femminili

Un abuso irreparabile e irreversibile

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato oggi  20 dicembre 2012 una risoluzione che invita gli stati a proibire le mutilazioni genitali femminili, definendole “un abuso irreparabile e irreversibile” che minaccia tre milioni di ragazze ogni anno.

La risoluzione, che non è legalmente vincolante, chiede ai 193 membri dell’Onu di “prendere tutte le misure necessarie, anche legislative, per proibire le mutilazioni genitali femminili e proteggere le donne e le ragazze da questa forma di violenza”.

L’Organizzazione mondiale della salute stima che circa 140 milioni di ragazze e donne siano state sottoposte a questo genere di mutilazioni.

Le mutilazioni genitali femminili nel mondo

Le mutilazioni genitali femminili (MGF), sono pratiche tradizionali che vengono eseguite principalmente in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, per motivi non terapeutici. Tali pratiche ledono fortemente la salute psichica e fisica di bambine e donne che ne sono sottoposte.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che siano già state sottoposte alla pratica 130 milioni di donne nel mondo, e che 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno. Il 6 febbraio si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale contro l’infibulazione e le mutilazioni genitali femminili.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha classificato le mutilazioni in 4 tipi differenti, a seconda della gravità degli effetti:

Circoncisione o infibulazione

Circoncisione (o infibulazione al-sunna): è l’asportazione della punta della clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche;

Escissione

Escissione al-wasat: asportazione della clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra;

Infibulazione o circoncisione faraonica (o sudanese)

Infibulazione (o circoncisione faraonica o sudanese): asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale;

Interventi di varia natura

Il quarto gruppo comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.

Queste pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione: per esempio nel sud della Nigeria si praticano sulle neonate, in Somalia sulle bambine, in Uganda sulle adolescenti.

Tutte queste mutilazioni ledono gravemente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è a tutela di queste ultime che si adoperano i movimenti per l’emancipazione femminile, soprattutto in Africa.

Le mutilazioni genitali femminili hanno gravissime conseguenze sul piano psico-fisico, sia immediate (con il rischio di emorragie a volte mortali, infezioni, shock), sia a lungo termine (cisti, difficoltà nei rapporti sessuali, rischio di morte nel parto sia per la madre sia per il nascituro).

Una campagna per l’abbandono delle mutilazioni genitali femminili è stata lanciata negli anni novanta dalla leader politica Emma Bonino[2], che, a fianco dell’organizzazione Non C’è Pace Senza Giustizia, ha organizzato eventi, iniziative e conferenze sull’argomento con politici europei e africani.

In Italia nel 2008 un’altra campagna per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle mutilazioni genitali femminili è stata creata da Mara Carfagna tramite il suo Ministero per le Pari Opportunità.

Nel settembre 2009 anche Amnesty International ha dato vita a una campagna europea contro le fgm denominata End Fgm

Nel 2010 è stata rilanciata da Emma Bonino, Radicali Italiani e Non c’è pace senza giustizia, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili. In tutto il mondo, grazie alla loro iniziativa, sono state raccolte firme per un appello di messa al bando di questa pratica da presentare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite o almeno per una moratoria.

La legislazione italiana al riguardo

Già il R.D. del 16 marzo del 1942, n° 62, art. 5 recitava: ”Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume”.

Fece seguito l’Art. 32 della Costituzione  della Repubblica Italiana (G.U. dicembre 1947) che recitava: ”Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun modo violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

La legge 9 gennaio 2006 n° 7 (G.U. n°14 del 18 gennaio 2006) sulle Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile all’Art 1 sulle Finalità recita: ”In attuazione degli art. 2,3,32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottato a Pechino il 15 settembre 1995 nella Quarta Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, la presente legge detta le misure necessarie per prevenire, contrastare,  e reprimere le pratiche di mutilazione genitale femminile quali violazioni dei diritti fondamentali all’integrità della persona e alla salute delle donne e delle bambine”. Seguono altri 8 articoli della legge. All’Art. 6 è prevista la pena da 4 a 8 anni di reclusione e l’interdizione all’esercizio della professione medica dai 3 ai 10 anni ai medici che praticassero la MGF.



Categorie:A14- Diritti umani, C05- ONU e Organismi legali internazionali, V03- Violenza sulle donne

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