Antonio De Lisa- Finisterre. Viaggio in Patagonia

Antonio De Lisa- Finisterre. Viaggio in Patagonia

Cueva de las Manos sito di Santa Cruz, Argentina.

Le province dell’Argentina

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La provincia del Chubut

Delle cinque province patagoniche quella in cui mi imbatto per primo è la provincia del Chubut (gallese: Talaith Chubut). Il nome deriva dalla parola degli indios Tehuelche: chupat, che significa “trasparente”; così i Tehuelche vedevano il fiume Chubut, che dà ail nome all’intera provincia.

La maggiore città, con 180.000 abitanti, è Comodoro Rivadavia nel sud della provincia. Il capoluogo amministrativo è Rawson (40.000 abitanti). Altre città importanti sono Puerto Madryn, Trelew, Esquel e Sarmiento. Gaiman è un centro culturale e demografico della regione nota come “Y Wladfa” in cui sono concentrati i gallesi-argentini. Le 25.000 persone di lingua gallese nella regione del Chubut sono concentrate negli insediamenti originari gallesi di Trelew e Trevelin.

Trelew e Gaiman

Trelew significa, nella lingua degli indios Tehuelche: punta di pietra.

Il museo paleontologico Egidio Ferruglio di Trelew

Per vedere le ossa dei più grandi dinosauri che calpestarono la terra bisogna fermarsi a Villa El Chocon, nella provincia di Neuquén, oppure andare al museo paleontologio “Egidio Ferruglio” di Trelew, nella provincia del Chubut. Nelle distese desertiche di queste due provincie, così come nelle distese di Santa Cruz, più a sud, ogni giorno vengono alla luce esemplari di questi rettili, che dominarono il pianeta fino a 65 milioni di anni fa. Poi scomparvero lasciando libero il terreno per l’evoluzione dei mammiferi. Il museo di La Plata, fondato da Francisco Perito Moreno, fu costituito grazie alle ricerche di Florentino Ameghino, il padre della paleontologia argentina e fornisce precise ricostruzioni dell’evolversi delle ere geologiche, oltre a riproporci le impressionanti dimensioni dei megateri che scorazzarono su queste piane secche fino all’ultima epoca glaciale. Tigri dai denti a sciabola, gliptodonti, milodonti, machrauchenie, oltre a una specie di cavallo, un cane e altri animali estinti.
La pelle coperta di pelo rossiccio del milodonte che Chatwin baldanzosamente dice di aver trovato nella grotta vicino a Puerto Natales, e che a suo dire lo aveva mosso, insieme ad altre nebulose motivazioni geopolitiche, al viaggio in Patagonia, è visibile nei musei di La Plata,  Punta Arenas, e Rio Gallego.

Gaiman, un pezzo di Galles in Patagonia

Gaiman è il capoluogo del dipartimento omonimo nella provincia del Chubut, si trova nella Valle Inferior del fiume Chubut. Dista da Buenos Aires 1.450 km lungo la Ruta Nacional 3.

Il Té Galés è una tradizione di famiglia gallese. È parte della cultura di Gaiman ed i turisti possono assaporare, nelle diverse Casas de Té, il tè con la tradizionale torta nera gallese, la torta di crema, la torta di noci, la torta di mele, la torta al cioccolato con panna e le torte con frutta, oltre ai vari dolci regionali con burro e pane fatto in casa.

Puerto Madryn

Puerto Madryn (gallese: Porth Madryn) è una della città della provincia del Provincia di Chubut, nella Patagonia argentina. È il capoluogo del dipartimento di Biedma, ed ha una popolazione di circa 58.000 abitanti.

Puerto Madryn è protetta dal Golfo Nuevo, formato dalla penisola di Valdés e da Punta Ninfas. La città è il punto di partenza ideale per visitare le attrazioni naturali offerte dalla costa e dalla penisola di Valdés.

Puerto Madryn è protetta dal Golfo Nuevo, formato dalla penisola di Valdés e da Punta Ninfas. La città è il punto di partenza ideale per visitare le attrazioni naturali offerte dalla costa e dalla penisola di Valdés.

I Pinguini di Magellano nella riserva di Punta Tombo

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Circa un milione di pinguini vivono sulla costa della Patagonia, nella riserva di Punta Tombo, a 180 chilometri da Puerto Madryn. Creata nel 1979 dal governo del Chubut (una delle Province dell’Argentina), la riserva permette di vedere nel loro habitat naturale migliaia di questi uccelli marini.

Ogni famiglia vive in grotte di un metro di profondità, costruite dai pinguini maschi per attrarre le femmine, che arrivano alla costa un mese più tardi rispetto ai loro pari maschi. I pinguini sono nuotatori esperti. In acqua raggiungono una velocità di 24 km/h e possono sprofondare fino a 80 m sotto il livello del mare.

A seconda del periodo dell’anno in cui si visita la riserva, è possibile partecipare a vari eventi: l’arrivo delle femmine e il ciclo riproduttivo nel mese di settembre, la nascita dei cuccioli a novembre, e un mese dopo, le prime incursioni in mare dei piccini.

Inoltre, Punta Tombo è un paradiso per altri uccelli marini che hanno scelto questo luogo per nidificare: gabbiani grigi o australi, stercorari, due specie di cormorani, il reale e il collo nero, piccioni antartici, e diverse specie di sterne e procellarie giganti.

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Penisola di Valdés

Peninsula Valdés, foto scattata durante la missione Shuttle mission STS-68

Peninsula Valdés, foto scattata durante la missione Shuttle mission STS-68

La Penisola di Valdés (in spagnolo Península Valdés) è una penisola situata lungo la costa atlantica nella Provincia di Chubut. Ha un’estensione di circa 3.625 km². L’unico nucleo abitato è il villaggio di Puerto Pirámides, mentre la città più vicina è Puerto Madryn, distante circa 50 km.

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Buona parte della penisola è costituita da terreno arido con qualche lago salato. Il più grande di questi laghi si trova ad un’altitudine stimata di 40 metri sotto il livello del mare, ed era fino a poco tempo fa considerato il punto più basso dell’Argentina e dell’intero Sudamerica.

È un’importante riserva naturale, designata Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1999. La costa è abitata da mammiferi marini, come il leone marino sudamericano, l’elefante marino e la foca sudamericana. La balena franca può essere inoltre avvistata nel Golfo Nuevo e nel Golfo San José, specchi d’acqua protetti, situati fra la penisola e la terraferma della Patagonia. Queste balene migrano in queste acque fra maggio e dicembre, per l’accoppiamento e il parto, poiché le acque nel golfo sono più calme e più calde che in mare aperto. Anche l’orca è visibile lungo la costa, nel mare aperto oltre la penisola.

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L’interno della penisola è abitato da nandù, guanachi e maras. Nell’isola è presente anche una grande varietà di uccelli: almeno 181 specie, 66 delle quali migratorie, vivono nella regione, incluso il piccione Antartico.

La cucina della Patagonia

Prima di proseguire per la Terra del fuoco dobbiamo parlare della cucina patagonica. Per chi conosce quella di Buenos Aires non ci sono grandi novità: carni e pasta cotte – con vasto uso degli ingredienti locali e minore uso di quei prodotti che devono essere importati nella regione. L’agnello è considerato la carne Patagonica tradizionale, cotta per parecchie ore sopra un fuoco all’aperto. Alcune guide turistiche hanno segnalato erroneamente che il guanaco ed i cervi, sono utilizzati nelle cucine dei ristoranti. Tuttavia, poiché il guanaco è un animale protetto sia nel Cile che in Argentina, è improbabile che compaia nei menù. La trota ed il granchio reale sono utilizzati nella preparazione di piatti tipici, benché l’esaurimento delle risorse ittiche del granchio reale (Glyptolithodes cristatipes) lo abbia reso sempre più limitato. Nella zona intorno a Bariloche, è presente la tipica tradizione alpina di cucina, con le barre di cioccolato e perfino la fonduta. I ristoranti e le stanze del tè la sono una caratteristica delle comunità di lingua gallese di Gaiman, Chubut e Trevelin così come nelle montagne.

Terra del fuoco

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Ushuaia, capoluogo della provincia Argentina della Terra del Fuoco, è la città più australe del mondo.

Ushuaia si trova sulla costa meridionale dell’Isola Grande della Terra del Fuoco, in un paesaggio circondato da montagne che domina il Canale di Beagle. La città ha circa 65.000 abitanti.

In passato Puerto Williams in Cile era considerata la città più australe; in effetti essa si trova più a sud di Ushuaia, ma non è sufficientemente popolosa per poter essere considerata una città. Anche la più popolata Punta Arenas è considerata a volte la città più a sud.

L’insediamento costantemente abitato è Puerto Toro sull’Isola Navarino, ma ha meno di 100 residenti ed è più propriamente chiamato villaggio.

La città fu originariamente chiamata così dai primi coloni inglesi, dopo il nome nativo Yàmana attribuito dagli indigeni. Per gran parte della prima metà del XX secolo, la città fu centro di una prigione per criminali pericolosi. Il governo argentino allestì la prigione seguendo l’esempio degli inglesi in Australia: essendo un’isola remota, scappare da una prigione nella Terra del Fuoco sarebbe stato impossibile. I prigionieri divennero così forzati coloni e trascorrevano molto del loro tempo a tagliare legna nell’isola intorno alla prigione e a costruire la città.

Ushuaia in considerazione della sua posizione geografica nell’emisfero sud ha un clima particolare, inverni non eccessivamente rigidi (temperature medie attorno ad 1 °C) ed estati decisamente fresche (medie di circa 10 °C), precipitazioni leggermente più abbondanti nei mesi autunnali.

Ushuaia è la città più meridionale del mondo, a 3000 km da Buenos Aires. Situata ai bordi del canale Beagle e circondata dai monti Martial, offre un paesaggio unico in Argentina: la combinazione di montagne, mare, ghiacciai e boschi. È consigliabile visitare il Museo della Fine del Mondo, una costruzione del 1902, che conserva le interessanti opere d’artigianato degli indiani Onas, i resti di naufragi, documenti e foto riguardanti la storia della regione e, ad ovest della città, il Parco Nazionale Lapataia una riserva vergine dove si può passeggiare nella foresta di lengas e coihues e dov’è sorprendente il numero dei castori che arrivano a formare delle dighe con i tronchi degli alberi. È da segnalare la visita al Museo Marittimo installato nell’antico carcere (una delle prigioni più famose della storia argentina) e l’escursione con il Tren del Fin del Mundo che percorre uno dei sentieri utilizzati dai carcerati decine di anni fa per rifornirsi di legna attraversando i boschi centenari.

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Di interesse è anche il Parco Nazionale della Terra del Fuoco da cui è possibile arrivare a Capo Horn noleggiando una barca. Altri luoghi turistici sono le isole nel Canale di Beagle, dove vivono uccelli, pinguini e orche.

Famoso anche il Faro di San Juan de Salvamento, reso famoso da Jules Verne nel Il faro in capo al mondo.

È anche un punto chiave d’accesso alle regioni meridionali; riceve regolari voli da Buenos Aires (all’Aeroporto Internazionale di Ushuaia) e navi crociere che visitano le Isole Falkland (Islas Malvinas) e l’Antartide. Nei pressi ci sono anche delle stazioni sciistiche.

La città si trova vicina al 55º parallelo, il che implica che nelle notti dei giorni vicini al solstizio d’inverno, il Sole non scenda mai di più di 12 gradi al di sotto dell’orizzonte, permettendo di intravedere uno scorcio di luce anche nella totalità delle ore notturne ed in particolare a mezzanotte.

Una panoramica sulla Patagonia

Ora che abbiamo compiuto il viaggio di andata possiamo delineare una panoramica sulla Patagonia.

La Patagonia Argentina è generalmente una regione di ampie pianure steppiche, alle quali si susseguono altopiani che raggiungono circa i 100 metri di quota e caratterizzati da un’enorme distesa ciottolosa priva di vegetazione. Nelle depressioni delle pianure si formano gli stagni o i laghi d’acqua dolce e salmastra. Verso le Ande il paesaggio ciottoloso cede il posto a formazioni rocciose caratterizzate da porfido, granito e lave basaltiche, la vita animale diventa più abbondante e la vegetazione più lussureggiante, acquistando le caratteristiche della flora della costa occidentale e consistendo principalmente di essenze quali il faggio del sud e le conifere.

L’alta piovosità delle Ande occidentali (le Ande bagnate) e le temperature più basse delle acque superficiali del mare generano masse d’aria fredda e umida, che contribuiscono al mantenimento dei campi glaciali e dei ghiacciai, che sono i più grandi nell’emisfero sud fuori dell’Antartide[2]. Tra le depressioni di cui il plateau è intersecato trasversalmente, la principale è il Gualichu, a sud del Río Negro, seguita dal Maquinchao e Valcheta (attraverso le quali passano le acque del lago Nahuel Huapi, che alimentano il fiume Limay).

Oltre a queste depressioni trasversali (alcune delle quali segnano le linee di contatto interoceaniche antiche), altre sono state occupate da laghi da più o meno vasti, quali il Lago Yagagtoo, il Lago Musters, il Lago Colhué Huapi ed altri si sono formati a sud di Puerto Deseado, nel centro della regione. Le eruzioni vulcaniche nella regione centrale hanno contribuito alla formazione del plateau a partire dal terziario, con lave di tipo basaltico. I depositi glaciali occidentali più recenti si sono formati sopra quelle lave. L’erosione, causata principalmente dalla fusione e dalla ritirata improvvisa del ghiaccio, aiutata dai cambiamenti tettonici, ha scavato una depressione longitudinale profonda, che separa il plateau dalle prime colline alte, le creste generalmente denominate la pre-Cordigliera, mentre ad ovest di queste si trova una depressione longitudinale simile che percorre le pendici della Cordigliera delle Ande. In questa depressione posteriore si trovano le terre più ricche e più fertili della Patagonia.

Il massiccio del Fitz Roy (destra) con il Cerro Torre al centro.

Parco nazionale Los Glaciares

I bacini lacustri lungo la Cordigliera sono stati scavati dai flussi del ghiaccio, compreso il Lago Argentino ed il Lago Fagnano, così come le baie litoranee quale Bahía Inútil. In particolare, il Lago Argentino ed il Lago Viedma sono originati dallo scioglimento dei grandi ghiacciai che hanno origine dal Campo de Hielo Sur. Si trova nelle Ande meridionali, sulla linea di confine tra Cile ed Argentina. È la terza calotta glaciale continentale al mondo, dopo quelle dell’Antartide e della Groenlandia. I numerosi ghiacciai del Parco nazionale Torres del Paine sono una delle principali attrazioni turistiche Cilene, perché spettacolari e facilmente raggiungibili in barca. Dalla parte argentina tutta l’area fa parte del Parque Nacional Los Glaciares.

Il ghiacciaio Upsala è il più grande del Sudamerica, con una superficie totale di circa 900 km quadrati e termina nel Lago Argentino con un fronte largo oltre 10 km ed alto fino a 80 metri. Dato che la profondità del Lago Argentino in quel punto è poco inferiore ai 1000 metri, nella sua parte terminale il ghiacciaio galleggia nel lago e ciò favorisce il distacco di enormi iceberg che poi vanno alla deriva nel lago stesso. A circa 80 km dalla città di El Calafate si trova il ghiacciaio Perito Moreno che si estende per circa 300 km quadrati ed è il ghiacciaio più accessibile e visitato giacché è uno dei pochi al quale si può arrivare per via autostradale; inoltre è forse l’unico ghiacciaio al mondo in condizioni di equilibrio (non si scioglie).

Il tratto andino che la costeggia è detto Cordigliera Patagonica, con le cime San Valentín (4058 m), cima massima della Patagonia, San Lorenzo (3700 m), Cerro Tronador (3554 m), Fitz Roy (3405 m). Questo tratto ha grandi campi glaciali e zone boscose subantartiche. Il clima è freddo e molto umido.

La Patagonia occidentale

La Patagonia occidentale è il versante che si affaccia sull’Oceano Pacifico, caratterizzato da fiordi e da stretti con zone boscose. Il clima, generalmente, è molto umido.

Il clima è meno rigido di quanto sia stato supposto dai primi viaggiatori. Il versante orientale è più caldo dell’occidentale, particolarmente in estate, mentre davanti alla costa ovest scorre una corrente marina fredda. La temperatura media annuale è di 11 °C e i valori estremi sono 25,5 °C la massima e −1,5 °C la minima, mentre a Bahía Blanca, vicino al litorale atlantico ed appena fuori dei confini settentrionali della Patagonia, la temperatura annuale media è di 15 °C e la variazione è molto maggiore. A Punta Arenas, nel sud estremo, la temperatura media è 6 °C e i valori estremi sono 24,5 °C la massima e −2 °C la minima. I venti dominanti sono occidentali ed il versante rivolto a ovest subisce una quantità di precipitazioni maggiori rispetto al versante orientale, determinando l’ombra pluviometrica[2]; le isole occidentali vicino a Torres del Paine ricevono una precipitazione annuale di 4000-7000 millimetri di pioggia, mentre le colline orientali ricevono meno di 800 millimetri di pioggia e nelle pianure si possono raggiungere i 200 millimetri di precipitazioni annuali.

La diminuzione dello strato di ozono sopra polo Sud è stata indicata come causa di cecità e di cancro della pelle delle pecore della Tierra del Fuego, e questo fenomeno desta preoccupazioni per la salute e l’integrità degli ecosistemi.

Lungo tutta la dorsale andina si trovano numerosi vulcani. Questo fenomeno e dovuto alla tettonica a zolle in particolare alla Placca di Nazca in subduzione sotto la Placca sudamericana

Alcuni vulcani argentini sono il Lanín (frontiera tra Argentina e Cile), il Tronador, il Cerro Bayo, il Domuyo. Alcuni vulcani cileni: Chaitén, Hudson.

La Patagonia è suddivisa politicamente fra cinque province appartenenti all’Argentina e due regioni e una provincia appartenenti al Cile.

Nel Cile meridionale è famoso il Parco naturale di Torres del Paine che dà rifugio alla maggiore colonia di condor del Sudamerica. Il parco si estende dal livello del mare fino a circa 3000 m di altitudine offrendo paesaggi di montagna con laghi ricoperti da banchise ed iceberg.

Per via dell’elevata variabilità nella temperatura, nelle precipitazioni e nell’altezza, ci sono vari modelli della vegetazione. La brughiera con le paludi e gli arbusti nani, chiamata brughiera di Magellano, predomina lungo il litorale occidentale del sud in cui soffiano venti forti e le precipitazioni sono abbondanti. Intorno ai campi glaciali, l’alta piovosità nelle zone riparate permette l’esistenza della foresta pluviale temperata (foreste subpolari di Magellano), con formazioni di faggio del sud (Nothofagus betuloides). Il bosco misto (foreste pluviali temperate di Valdivian) si può ritrovare nelle zone con intensità di precipitazione più bassa, e comprende essenze come Nothofagus pumilio, Berberis buxifolia e Gunnera magellanica.

Dal lato orientale delle montagne, ci sono inoltre zone di foreste pluviali e di paludi in cui l’intensità delle precipitazioni è elevata. Oltre queste zone si estendono la steppa ed il pascolo con gli arbusti bassi, dominati da Festuca ed erbe resistenti alle basse intensità di precipitazione ed ai venti forti. In primavera ed estate, ii pascolo è dominato da piante basse ricoperte di piccoli fiori.

Il calafate (Berberis buxifolia) è considerato il simbolo della Patagonia. È un arbusto sempreverde, le cui bacche sono commestibili ed utilizzate per produrre una marmellata. Una leggenda dice che mangiare le bacche di questo arbusto rende la gente sicura di ritornare in Patagonia. Un grande e meraviglioso esemplare di Fitzroya cupressoides, considerato un monumento naturale, si trova nel parco nazionale di Los Alerces.

Il guanaco, il puma, lo zorro o volpe brasiliana (Canis azarae), lo zorrino o Mephitis patagonica (un genere di moffetta) ed il tuco-tuco o Ctenomys magellanicus (un roditore sotterraneo) sono i mammiferi più caratteristici delle pianure della Patagonia.

Il guanaco vaga in greggi nella regione e rappresentava, insieme al Rhea americana, e più raramente al Rhea darwinii, il principale mezzo di sostentamento per le popolazioni native, che li cacciavano a cavallo e con i cani, utilizzando le bolas. Il Vizcacha (Lagidum spec.) ed il Mara (Dolichotis) sono inoltre animali caratteristici della steppa e della Pampa al Nord.

Avifauna

L’avifauna è spesso meravigliosamente abbondante. Il Caracara del sud o carancho (Caracara plancus) è uno dei rappresentanti più caratteristici del paesaggio della Patagonia; il colibrì può essere visto in volo in mezzo alla neve appena caduta.

Tra i molti generi di uccelli acquatici basti accennare al fenicottero, all’oca della regione montagnosa (Chloephaga picta) e, nello stretto, alla notevole oca di Magellano (Tachyeres pteneres). La fauna marina comprende la balena australe, il pinguino di Magellano, l’orca e l’elefante marino.

La Penisola di Valdés è stata dichiarata dell’Unesco patrimonio dell’umanità per la grande importanza che ricopre come riserva naturale.

Elenco delle specie

  • Guanaco
  • Volpe della Patagonia
  • Conuro della Patagonia
  • Pinguino di Magellano
  • Condor delle Ande

Le attività economiche principali sono caratterizzate dall’industria estrattiva, la caccia alla balena, l’allevamento del bestiame (principalmente della pecora), la produzione della frutta e del frumento (vicino alle Ande verso il Nord) e l’estrazione del petrolio, dopo la scoperta di giacimenti vicino a Comodoro Rivadavia nel 1907. La produzione di energia è inoltre un settore cruciale dell’economia locale. Le ferrovie sono state progettate per collegare la Patagonia continentale dell’Argentina ed utilizzate per il trasporto del petrolio e dei prodotti derivati dall’estrazione mineraria, l’agricoltura e l’industria energetica. Una linea è stata sviluppata per il collegamento di San Carlos de Bariloche con Buenos Aires. Altre linee sono state costruite al sud, ma le uniche linee ancora in uso sono La Trochita ad Esquel ed il Treno per la fine del mondo ad Ushuaia, entrambe linee storiche, ed un Tren Histórico da San Carlos de Bariloche al Perito Moreno.

L’allevamento delle pecore fu introdotto alla fine del XIX secolo ed è stato l’attività economica principale. Dopo il raggiungimento di elevate quote di mercato durante la prima guerra mondiale, il declino della richiesta di lana nel mondo ha portato ed un forte ridimensionamento dell’allevamento delle pecore in Argentina. Al giorno d’oggi circa la metà dei 15 milioni di pecore dell’Argentina sono allevate in Patagonia, una percentuale che sta aumentando mentre l’allevamento delle pecore diminuisce nella pampa (al Nord). Chubut (principalmente merino) è al primo posto nella produzione di lana, mentre Santa Cruz (Corriedale ed in misura minore merino) è al secondo posto. L’allevamento delle pecore ha avuto un nuovo sviluppo nel 2002 con la svalutazione del peso e l’aumento costante della domanda globale delle lane (da parte della Cina e dell’Unione Europea). Gli investimenti nei nuovi mattatoi sono ancora modesti (principalmente a Comodoro Rivadavia, Trelew e Rio Gallegos) e spesso ci sono limitazioni di carattere fitosanitario all’esportazione della carne di pecora. Le vaste valli nei dintorni della Cordigliera andina hanno fornito le terre di pascolo sufficienti. L’umidità bassa ed il clima della regione meridionale favoriscono l’aumento degli allevamenti di varietà merino e Corriedale. L’allevamento comprende, anche se in minore quantità, bovini, maiali e cavalli. L’allevamento delle pecore garantisce piccole ma importanti opportunità di lavoro nelle zone rurali dove vi è poco altro.

Nella seconda metà del XX secolo, il turismo ha rappresentato la parte più importante dell’economia dell Patagonia. Originale e remota destinazione, la regione ha attratto crescenti schiere di viaggiatori e croceristi provenienti da destinazioni quali Capo Horn o da visite in Antartide, nonché numerosi viaggiatori alla ricerca dell’avventura. Le attrazioni turistiche principali includono il Perito Moreno, la penisola di Valdés, il Parco nazionale Torres del Paine, il distretto del Lago Argentino, Ushuaia e la Tierra del Fuego. Il turismo ha generato nuove attività economiche locali legate ai mestieri tradizionali quali l’artigianato dei Mapuche, il tessile con la lana del guanaco, la confetteria e le conserve. Con l’appoggio del governo cileno, l’azienda spagnola Endesa ha in progetto la costruzione di un certo numero di grandi dighe idroelettriche nella Patagonia cilena. Ciò ha suscitato inquietudini da parte di tante organizzazioni ambientaliste locali ed internazionali. Le prime dighe proposte sarebbero costruite sui fiumi di Pascua e Backer, ma la costruzione di dighe è inoltre stata proposta su altri fiumi, compreso il Futalefu, in Cile e sul fiume Santa Cruz in Argentina. La costruzione delle dighe avrà effetti di carattere ecologico e minacceranno la pesca, il turismo e gli interessi agricoli lungo il fiume. L’elettricità sarebbe trasportata da linee ad alta tensione (che saranno costruite da un’azienda canadese) per una lunghezza di circa 2000 km verso nord, in direzione delle zone di estrazione mineraria e delle industrie intorno a Santiago. Le linee attraverserebbero un certo numero di parchi nazionali, finora incontaminati, e di zone protette. Il governo cileno considera essenziale per sviluppo economico la disponibilità di fonti energetiche, mentre i contrari al progetto obiettano che questo distruggerà la crescente industria turistica della Patagonia. Nessuna prova è stata prodotta dall’esperienza di altre nazioni che la presenza di linee elettriche abbia interessato significativamente il turismo. Infatti, i contrari al programma hanno utilizzato i tabelloni per le affissioni pubblicitarie nel Cile affiggendo manifesti nei quali si sovrappongono le immagini delle linee elettriche sopra i paesaggi del parco nazionale del Torres del Paine, nel quale nessuna proposta per la costruzione di tali linee è stata presentata. Un altro effetto del turismo è stato l’aumento degli acquisti di appezzamenti di terra enormi da parte di stranieri, spesso più come un acquisto di prestigio piuttosto che per l’agricoltura. Tra i compratori figurano Sylvester Stallone, Ted Turner e Christopher Lambert e specialmente Luciano Benetton, il più grande proprietario terriero della Patagonia. La sua Compañia de Tierras Sud ha portato le nuove tecnologie all’industria, patrocinato musei e favorito le comunità locali, ma è stato un intervento discutibile specialmente per quanto riguarda il trattamento delle comunità locali di Mapuche.

Provincia di Santa Cruz

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El Calafate

Veduta della città di El Calafate e del Lago Argentino, nella provincia di Santa Cruz.
Veduta della città di El Calafate e del Lago Argentino, nella provincia di Santa Cruz.

Risalendo il cono australe ci fermiamo a El Calafate, situata sulla riva meridionale del Lago Argentino, nella parte sud-occidentale della provincia di Santa Cruz, circa 320 km a nord-ovest di Río Gallegos, il capoluogo. Ha una popolazione di 6.143 abitanti. Il suo nome deriva da un piccolo arbusto dai fiori gialli molto comune in Patagonia, con bacche di colore blu scuro: il calafate (Berberis buxifolia); è un termine mutuato dalla lingua tehuelche.

El Calafate è un’importante meta turistica, essendo punto di partenza per la visita di diversi punti d’interesse del Parco Nazionale Los Glaciares, fra i quali il ghiacciaio Perito Moreno (uno dei più visitati al mondo), il Cerro Chaltén e il Cerro Torre.

Ghiacciaio Perito Moreno

Il Ghiacciaio Perito Moreno  è una formazione di ghiaccio, che si estende per 250 km² e per 30 chilometri in lunghezza, è uno dei 48 ghiacciai alimentati dal Campo de Hielo Sur, facente parte del sistema andino, condiviso con il Cile. Questo ghiacciaio continentale è la terza riserva al mondo d’acqua dolce.

Il ghiacciaio, situato a 78 km dalla località turistica El Calafate, prende il proprio nome dall’esploratore Francisco Moreno, un pioniere che studiò la regione nel XIX secolo e giocò un ruolo di primo piano nella difesa del territorio argentino nel conflitto sorto intorno alla disputa sul confine internazionale con il Cile.

La particolarità del Perito Moreno è che è un ghiacciaio in movimento. Il fronte del Perito Moreno è formato da una lingua anteriore lunga circa 5 km che si staglia per oltre 60 m sul lago Argentino. Il movimento è dovuto all’esistenza alla base del ghiacciaio di una sorta di cuscino d’acqua che lo tiene staccato dalla roccia. A causa di tale movimento si registra un avanzamento del ghiaccio di circa 2 metri al giorno. Quando poi il fronte del Ghiacciaio raggiunge l’altra sponda del lago Argentino, dove si trova una piccola penisola chiamata “Penisola de Magallanes”, forma una diga naturale che separa le due metà del lago e il fronte glaciale si trova pressoché equamente diviso a 2,5 km per lato. A causa di questo sbarramento il livello d’acqua della parte del lago chiamata Brazo Rico può risalire di oltre 30 metri rispetto al livello consueto. Un’enorme pressione prodotta da questa massa d’acqua finisce per fare pressione ed erodere il fronte del ghiacciaio: il muro di ghiaccio si scioglie nei suoi frammenti più deboli attraverso i quali filtra l’acqua, fino a far crollare enormi guglie e blocchi o più raramente a collassare con esplosioni verso l’esterno di enormi quantità di ghiaccio.

Appendice

Storia dell’insediamento umano in Patagonia

Patagonia precolombiana (10.000 a.C. – 1520 d.C.)

Alcune ricerche archeologiche hanno datato la presenza dell’uomo nella regione ad almeno 13.000 anni fa, anche se la data più certa sembra essere intorno ai 10.000 anni fa. Vi è la prova della presenza umana a Monte Verde nella Provincia di Llanquihue, in Cile, datata intorno ai 12.500 anni fa. La presenza di ghiacciai nella regione ed i grandi flussi dell’acqua di fusione del ghiaccio avrebbero reso particolarmente difficile l’insediamento umano in quei tempi. La regione sembra essere abitata stabilmente da 10.000 anni, da varie culture che si sono susseguite nel tempo e la cui storia non è stata ancora studiata a fondo. Sono state condotte molte campagne di scavo, tra le quali quelle nella Cueva del Milodón, nella Provincia di Última Esperanza, nel sud della Patagonia e quelle presso Tres Arroyos, nella Tierra del Fuego, i cui ritrovamenti sostengono queste date. Focolari, pietre lavorate e resti animali, ritrovati ad est delle Ande, sono stati datati 9.400-9.200 anni fa.

La Cueva de la Manos

La Cueva de las Manos è un luogo famoso nella provincia di Santa Cruz, Argentina. Si tratta di una caverna alla base di una parete di roccia, nella quale sono state ritrovate pitture a parete, specialmente immagini negative di centinaia di mani, datate intorno agli 8.000 anni fa.

La caccia del guanaco era l’attività più importante, seguita da quella al rhea (ñandu). Non è chiaro se la megafauna della Patagonia, compreso il bradipo terrestre ed il cavallo, si fossero estinti nella zona prima dell’arrivo degli esseri umani, anche se questa, ora, è la teoria più ampiamente accettata. Non è inoltre chiaro se i cani domestici fecero parte dell’attività umana fin dall’inizio. Le bolas, ritrovate spesso, sono state utilizzate per la caccia al guanaco ed al rhea. Una cultura marittima è comparsa fra il Yámana al sud del Beagle Channel (Canale di Beagle).

Gli indios prima del genocidio

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Tehuelche

I Tehuelche sono i giganti che incontrò Magellano sulla spiaggia di San Julian nel 1520. Circa 10.000 anni fa gli uomini arrivarono in America del Sud e si diffusero in tutto il continente, differenziandosi in svariati popoli: tra questi i Tehuelche. Non si conosce con precisione l’epoca in cui si stanziarono nei territori dell’attuale Argentina. Avevano molti scambi commerciali con altre tribù. Quando un secolo più tardi si erano impadroniti dei cavalli sfuggiti agli spagnoli, venivano già ammirati per la loro abilità di cavalieri. Si spostavano dallo stretto di Magellano fino a Carmen de Patagones, dove venivano a scambiare penne di struzzo e pelli contro alcol in forti quantità. Vivevano in capanne fatte di rami e fango (chozas) e avevano come capo tribù un cacique. Quando, nel XVII secolo, gli spagnoli iniziarono a colonizzare il sud argentino  scoprirono i Tehuelche, con i quali i rapporti si deteriorarono rapidamente e divennero presto caratterizzati da guerre e razzie reciproche e tentativi reiterati di invasione spagnola. Con le poche armi che avevano i Tehuelche non poterono difendersi e quindi soccombettero. Dopo questo devastante genocidio i Tehuelche si ripresero rapidamente, si crearono una forma di governo e adottarono una propria bandiera. Furono annientati dal Generale Roca durante l’operazone tristemente nota come la Conquista del deserto. Oggi si contano 4.300 Tehuelche nelle riserve e 1.637 fuori dalle riserve.

I Tehuelche comprendevano:

-i Gununa’kena al nord

– i Mecharnuekenk nella Patagonia centrale del sud

– gli Aonikenk o Tehuelche del sud nell’estremo sud, a nord dello stretto di Magellano.

I Tehuelche parlavano il Chon come molte altre tribù presenti in Patagonia e in Sud America. I Tehuelche possedevano una ricca mitologia. Lo sciamano era visto come una figura centrale nella religione tehuelche. Egli aveva capacità curative che praticava attraverso gli spiriti. I Tehuelche credevano inoltre in un essere superiore di nome K’aux o Kènos. Questo era stato l’origine di tutto ed aveva creato l’universo.

Rodolfo Casamiqueta, un antropologo argentino, nel 1965 fece questa suddivisione:

  • Tehuelche insulari: I Selknam e i Manekenk.
  • Tehuelche continentali
    • Tehuelche meridionali
      • Tehuelche meridionali boreali: dal fiume Santa Cruz al fiume Chubut
      • Tehuelche meridionali australi: dallo Stretto di Magellano al fiume Santa Cruz
    • Tehuelche settentrionali
      • Tehuelche settentrionali boreali
      • Tehuelche settentrionali australi

       

Mitologia Tehuelche

Un animale leggendario: lo Iemisch o tigre d’acqua

Lo Iemisch o tigre d’acqua è un animale leggendario che, secondo alcuni, si aggirerebbe nelle acque dei fiumi e dei laghi della Patagonia.

Descritto da molti come un grande animale scuro, dal corpo lungo e basso e dai denti da cane, si è ipotizzato che lo Iemisch possa essere una specie ancora ignota di bradipo o di lontra gigante. Si dice che lo Iemisch sia lungo anche più di tre metri e sia capace di afferrare e trascinare sott’acqua anche un cavallo robusto.

Gli indigeni Tehuelche avrebbero avuto diversi incontri con questo animale, il più spiacevole dei quali sarebbe avvenuto sul finire del XIX secolo: una notte un grande animale (un Iemisch, allora ancora sconosciuto ai Tehuelche), piombò in un villaggio nei pressi di un fiume, distruggendo alcune abitazioni e creando lo scompiglio. Gli indigeni, terrorizzati, abbandonarono la zona, a cui diedero il nome di Iemisch Aiken (ovvero “scalo dello Iemisch”).

Nel 1895, in una caverna presso la baia di Última Esperanza, in Cile, fu trovato un grosso pezzo di pelle con pelo e frammenti ossei. Il naturalista Florentino Ameghino lo attribuì ad una sorta di grosso bradipo simile all’estinto Mylodon e coniò il nome Neomylodon listai (listai si riferisce a un uomo di nome Ramon Lista che aveva detto di aver visto un enorme pangolino: per Ameghino si trattava dell’animale di cui sosteneva l’esistenza). A suo parere, l’animale cui apparteneva la pelle era quello che nel folclore locale era detto “iemisch”.

La Cueva del Milodón, dove furono trovati i resti che Florentino Ameghino attribuì allo iemisch

La Cueva del Milodón, dove furono trovati i resti che Florentino Ameghino attribuì allo iemisch

Rodolfo Hauthal, in base al ritrovamento di resti attribuiti a questo animale in una grotta con tracce di attività umana, ipotizzò pure che la bestia era stata addomesticata e la chiamò Grypotherium domesticum (in seguito fu proposto il nome Iemisch listai).

Una datazione più accurata rivelò però che la pelle non era recente, ma risaliva al Pleistocene ed era appartenuta a un Mylodon.

Secondo il paleontologo J. B. Hatcher lo iemisch era solo un animale leggenda forse ispirato dall’unione di caratteristiche della lontra e del giaguaro.

Nei grandi fiumi del Brasile esiste una lontra lunga anche due metri, il cosiddetto Saro o Arirai (Pteronura brasiliensis), la quale fu causa di leggende fino alla sua scoperta e non è improbabile che una forma più grande possa esistere (o possa essere esistita) in acque meno esplorate come quelle patagoniche.

Mapuche

I Mapuche sono i discendenti degli araucani e provenivano dal Cile. Si stanziarono sul territorio argentino del Chubut, dove vivono tuttora preservando costumi e tradizioni di un tempo, come il camaruco.

Intorno ai 1.000 anni fa agricoltori Mapuche hanno oltrepassato le Ande occidentali e attraverso le pianure orientali sono arrivati all’estremo sud. Le loro abilità tecnologiche li hanno portati a dominare le altre popolazioni della regione in un breve periodo di tempo e sono oggi la comunità indigena principale.

Mapuche (dalla fusione di due termini Mapudungun: Che, “Popolo” e Mapu, “della Terra”) sono gli abitanti Amerindi originari del Cile Centrale e Meridionale e del Sud della Argentina (Regno di Araucanía e Patagonia). In Spagnolo sono anche indicati come araucanos (Araucani). Quanto all’origine di quest’ultima denominazione, due sono le scuole di pensiero: c’è chi sostiene che nasca dalla parola Quechua awqa (che significa ribelle), e chi invece giudica più attendibile la sua derivazione dal nome geografico Mapuche Ragko, che vuol dire “acqua argillosa”.

I Mapuche hanno una economia basata sulla agricoltura; la loro organizzazione sociale è sviluppata in famiglie estese, sotto la direzione di un “lonko” o capo, sebbene in tempi di guerra si possano unire in gruppi più larghi ed eleggere un “toqui” (‘portatore d’ascia’) per guidarli.

I Mapuche sono una etnia variegata composta da numerosi gruppi che condividono tra loro una stessa struttura sociale, religiosa ed economica, così come una eredità linguistica comune. La loro influenza si estende tra il fiume Aconcagua e la pampa Argentina.

Mapuche si dividevano in differenti gruppi a seconda del territorio che occupavano. Si suppone che in principio fossero popoli differenti ma uniti da un idioma comune:

  • Pichunche (gente del nord). Ubicati tra i fiumi Choapa e Itata. La maggioranza era integrata all’Impero Inca.
  • Mapuches o araucanos propriamente tali, secondo le cronache dei realisti, protagonisti della Guerra di Arauco. Altre fonti li indicano con il nome di moluche o ngoluche (gente del ovest).
  • Huilliche (gente del sud). Ubicati tra il fiume Toltén ed il canale di Chacao.
  • Cuncos. Nord e est dell’isola di Chiloé, e molto somiglianti agli huilliche.

Durante i secoli XVII e XVIII iniziò un processo di espansione che causò il mescolarsi con popolazioni vicine ubicate ad est delle Ande (vale a dire territori corrispondenti all’attuale Argentina)

  • Poya (Inclusi i buriloche).
  • Pehuenche (In Mapundungún: “Gente del pehuén”). Vengono considerati un sottogruppo degli huarpe che viveva di caccia e raccolta di semi della pianta di pehuén (il cui nome scientifico è Araucaria araucana).

Tra la fine del secolo XVIII e l’anno 1875, ci fu una ulteriore processo di espansione Mapuche nei territori corrispondenti all’attuale Argentina:

  • Puelche (In Mapundugún: “Gente dell’est”, nome che i Mapuche davano agli het e ai tsonek settentrionali (detti patagoni dagli Spagnoli), e che chiamavano sé stessi con il nome di genanken o gununakena.
  • Ranquel (in Mapundungún Rankul-che: gente dei canneti), di origine mista, e che furono i protagonisti, tra il 1580 ed il 1880, in quello che ai giorni nostri è territorio Argentino, delle cosiddette “Guerre contro l’huinca”.

Attualmente, la suddivisione è leggeramente differente, e questo perché hanno assunto prevalenza i nomi in uso presso i Mapuche della IX Regione del Cile, ed è la seguente:

  • Pehuenche nell’Alto Biobío.
  • Lafkenches (gente del mare/gente dell’ovest) sulla costa delle province di Cautín e Valdivia.
  • Huilliches nelle province di Osorno e Chiloé. Tuttavia, va detto che gli huilliche di Chiloé preferiscono essere chiamati “veliches”.
  • Nelle province di Malleco e Cautín si usano i nomi “nagche'” (gente di giù) per chi abita nella cosiddetta Depresión Intermedia e “wenteche” (gente di su) per quelli della Precordigliera andina, anche se va aggiunto che si tratta di denominazioni più con valenza territoriale che culturale.

Mapuche resistettero con successo a molti tentativi dell’Impero Inca tesi ad assoggettarli, e questo sebbene mancassero di una organizzazione propriamente statale.

I Mapuche combatterono contro i conquistadores e, usando il fiume Bío-Bío come frontiera naturale, riuscirono a resistere ai tentativi per colonizzarli dal 1500 al 1800. Questo conflitto è conosciuto come la Guerra di Arauco, guerra che è stata immortalata nei poemi epici di Alonso de Ercilla dal titolo La Araucana. Allorquando il Cile si mosse per separarsi dalla corona di Spagna, alcuni capi Mapuche appoggiarono i coloni. Una volta che il Cile riuscì effettivamente a raggiungere l’independenza dalla Spagna, i Mapuches – sebbene non fossero infrequenti degli scontri – tentarono una coesistenza pacifica ed una mescolanza con i nuovi vicini, che però decisero di rimanere uniti a nord del fiume Bío-Bío.

Infine, un discendente di filibustieri Francesi, di nome Orelie-Antoine de Tounens si autoproclamò Re di Araucania, si alleò con alcuni capi Mapuche, e attraverso combattimenti in cui usò il da poco nato e persuasivo fucile a ripetizione, spinse l’Esercito del Cile, nel decennio 1860, a porre termine alla Guerra di Arauco.

Il 17 novembre del 1860 venne così proclamato il Regno di Araucanía e Patagonia ed i capi Mapuche all’epoca in carica riconobbero Tounens loro re, con il nome di Orélie Antoine I.

Nei giorni seguenti, Tounens promulgò la costituzione del Regno e, il 20 novembre, dichiarò l’annessione della Patagonia, stabilendo come confini il fiume Bìo-bío a nord, l’Oceano Pacifico a ovest, l’Oceano Atlantico a est ed il Rio Negro a sud, fino allo stretto di Magellano. Orélie-Antoine nominò quindi un governo, creò una bandiera nazionale e coniò una nuova moneta per la nazione, il peso.

Tounens si recò nella città di Valparaíso per rendere nota la formazione del nuovo Stato al governo del Cile, che allora aveva Manuel Montt alla presidenza, e che però si dimostrò per nulla disposto a riconoscere la nuova situazione. Il governo cileno ordinò infatti l’arresto di Tounens per turbamento dell’ordine pubblico: il francese, trasportato in una località sulle sponde del fiume Malleco, nel gennaio 1862, venne portato prima a Nacimiento e poi, sempre in Cile, a Los Ángeles dove fu condannato alla reclusione in manicomio. Il console francese riuscì a intervenire, facendolo portare in Europa.

Tolta di mezzo la per loro scomoda figura di Tounens – tre ulteriori tentativi del Francese, nel 1869, nel 1874, e nel 1876, vennero questa volta stroncati sul nascere – usando un misto di forza, diplomazia e inganno, il governo del Cile riuscì a far firmare ad alcuni capi Mapuche un trattato che incorporava nello Stato cileno i territori Araucani. Di fatto, questo comportò una situazione di dominio da parte del Cile sui Mapuche che avrebbe finito con il provocare la loro decimazione, tanto che, da mezzo milione che erano inizialmente, i Mapuche vennero ridotti ad appena 25.000 nell’arco di appena una generazione.[1]
I discendenti Mapuche vivono attualmente lungo i territori meridionali di Cile e Argentina; alcuni mantengono le proprie tradizioni e continuano a sostenersi attraverso l’agricoltura, ma una crescente maggioranza si è trasferita nelle città in cerca di migliori opportunità economiche. In anni recenti, tornata la democrazia, se da un lato c’è stato un tentativo da parte del governo del Cile per stemperare alcune delle inequità del passato – attraverso, per esempio, il riconoscimento dell’insegnamento del Mapudungun, il linguaggio dei Mapuche, nella zona di Temuco, ed interventi a favore della tutela della loro cultura – dall’altro è la maggioranza dei Mapuche a dichiararsi non solo insoddisfatta, ma addirittura ancora vittima di cocenti discriminazioni, incluso il ricorso ad arresti arbitrari. Per questo motivo, rappresentanti delle organizzazioni Mapuche si sono unite alla Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli non rappresentati (UNPO) in cerca di riconoscimento e protezione per la loro cultura ed i loro diritti territoriali.

Secondo i dati del censimento del 2002 sarebbero solo 604.349, vale a dire appena il 4% della popolazione Cilena, mentre circa 300.000 vivono sull’altro versante delle Ande, in Argentina. Inoltre, come già detto nella sezione storica, a causa della perdita delle proprie terre, molti Mapuche ora vivono in condizioni miserevoli in grandi città come Santiago. Ad ogni modo, la resistenza di questo popolo in difesa delle proprie radici continua, soprattutto contro le multinazionali (tra cui la Benetton) che operano su territori legati alla tradizione spirituale Mapuche, e contro il paradosso di leggi anti-terrorismo nate durante l’epoca della dittatura di Pinochet e che invece vengono ancora usate, di frequente, contro i capi della comunità Mapuche.

L’organizzazione sociale dei Mapuche è basata principalmente sulle relazioni tra famiglie, laddove per famiglia si deve intendere il padre, le sue donne ed i figli. Quelle famiglie che avevano un antenato comune chiamavano il loro tipo di relazione “lof“, che però è stato erroneamente deformato dagli storici – quasi sempre – in lov. Le famiglie che formavano un lof vivevano in abitazioni vicine, denominate rucas, e si aiutavano tra loro; ognuno aveva come capo un lonco (“testa” in mapudungun),

In caso di guerra, si univano in gruppi più ampi, denominati rehues, formati da vari lof, che formavano un gruppo paragonabile a quello di una tribù. Presso ogni rehue esisteva un comandante militare chiamato toqui.

Di fronte a grandi calamità come saccheggi, epidemie, invasioni o ad altri gravi problemi che coinvolgessero grandi estensioni di territorio, vari rehues si riunivano a loro volta, e generavano i cosiddetti aillarehues, a capo dei quali c’era il Mapu-toqui (capo militare di una comarca in stato di guerra). Gli aillarehues acquisirono grande importanza durante le lotte contro gli Spagnoli, lotte che produssero una figura prima inesistente, denominata Butalmapus, ovverosia l’unione di vari aillarehues. I capi dei Butalmapus erano eletti dai toquis: sono quelli che nelle cronache scritte dagli Spagnoli vengono detti Gran toqui. Sono esistiti tre Butalmapus chaimati Lafquen-mapu (nella regione della costa), Lelfun-mapu (nella regione degli altopiani) e Inapire-mapu (nella regione a ridosso della cordigliera).

Già all’arrivo dei conquistadores, i Mapuche erano estremamente abili nell’usare strumenti di pietra, cosa che li ha resi capaci di creare forti e complesse strutture di difesa. Con rapidità, seppero però anche mutuare dagli Europei l’uso del cavallo e di manufatti metallici, con il risultato di rendere più efficace la loro resistenza agli invasori. Dagli Europei seppero altresì mutuare l’uso del grano e l’allevamento delle pecore. Altamente apprezzate sono poi le lavorazioni Mapuche in argento ed i loro prodotti tessili.

L’idioma Mapuche è parlato in Cile ed in piccole porzioni dell’Argentina. Due sono i suoi rami: l’Huilliche ed il Mapudungun. Sebbene non collegati al Quechua, è possibile riconoscere un qualche influsso lessicale. Le stime ci dicono che appena 200.000 sono però, in Cile, quanti riescono a parlarli fluentemente, anche perché il sostegno all’insegnamento, seppure presente, è effettivamente scarso.

La religione Mapuche si basa principalmente sul culto degli spiriti e degli antenati, chiamati genericamente pillán. A parte questi, si rende omaggio alle forze della natura, chiamati genericamente Ngen. Inoltre, i Mapuche credono nell’esistenza di un essere superiore che li governa, chiamato Ngenechén, formato principalmente da quattro aspetti principali, o persone, ma che prima della influenza cristiana su questa cultura erano in realtà spiriti distinti. Ad ogni modo, mai nacque nella loro cultura qualcosa apparentabile al pantheon di greci o germani.

La figura delle “Machi”, ovverosia sciamane, un ruolo usualmente affidato alle donne più anziane, è una parte estremamente importante della cultura Mapuche, ancora oggi e a fianco del Cristianesimo. Le machi svolgono ceremonie per scacciare il male, per la pioggia, per la cura delle malattie, e posseggono una conoscenza estremamente vasta delle erbe medicinali Cilene, guadagnata attraverso un duro apprendistato. Cileni d’ogni origine e classe fanno uso delle principali erbe della tradizione Mapuche.

Nella mitologia mapuche un posto notevole occupa la leggenda della creazione della geografia del Cile, denominata “Storia di Cai Cai e Ten Ten”: dice questa leggenda Mapuche che in origine esistevano due vipere, una chiamata Cai Cai, che era quella che dominava le acque, e l’altra chiamata Ten Ten, che dominava il fuoco. Un giorno Cai Cai si arrabbiò e con la propria coda (che era simile a quella di un pesce) iniziò a colpire le acque, le quali inondarono tutta la regione. Persone ed animali erano nella disperazione totale, dato che ormai quasi non restava terra senz’acqua e le acque non smettevano di crescere. Invocarono allora l’aiuto di Ten Ten, che prese tutti – animali e persone – sul proprio dorso, salvandoli dalla morte. Ma un giorno fu Ten Ten a incollerirsi, con conseguente eruzione di tutti i vulcani assieme, e che in Cile sono effettivamente numerosissimi, sicché la gente fu costretta a scappare verso luoghi più sicuri.

La musica mapuche è principalmente religiosa, anche se esistono composizioni di genere amoroso e dedicate alla terra natale. Impiega strumenti percussivi come il cultrún, d’uso esclusivamente rituale, e le cascahuilla (in Spagnolo, cascabeles). Due strumenti tipici sono la trutruca, una canna cava con un corno al suo estremo, ed il trompe, che usa la gola come cassa di risonanza.

Gli indios della Terra del fuoco: Tehuelche insulari: I Selknam e i Manekenk.

Sull’Isola Grande della Terra del Fuoco vivevano i Selknam (Ona), nel nord e gli Haush (Mannekenk) a sud-est.

Negli arcipelaghi al sud della Tierra del Fuego vivevano gli Yamana, con i Kaweshkar (Alakaluf) nelle zone costiere e nelle isole della Tierra del Fuego occidentale e a sud-ovest del continente. Questi gruppi sono stati incontrati dagli europei nei loro primi viaggi esplorativi e ne descrissero i differenti stili di vita, le decorazioni del corpo e la lingua.

I Selk’nam (Ona) sono gli indios che abitano l’isola grande della Terra del Fuoco. Etimologimente parenti dei Tehuelche si diffenziano da loro per il modo di portare la pelle di guanaco (pelo all’interno per i Tehuelche; pelo all’esterno per i Selk’nam) e per il fatto di non far uso del cavallo. Il cavallo, infatti, non arrivò mai in Terra del Fuoco.

Gli Yamanas sono gli indios delle canoe che abitavano le isole a sud dello stretto di Beagle, al di là di Ushuaia. Vivevano in canoe fatte di corteccia d’albero dentro le quali mantenevano sempre vivo un fuoco su un mucchio  di sabbia. Per Darwin erano degli esseri tanto miserabili da far dubitare che fossero della nostra specie.

Gli alakalufes sono parenti prossimi degli yamanas. Abitavano le isole dei fiordi cileni a nord ovest del territorio degli Yamanas.

La scoperta di un nuovo mondo

Le prime esplorazioni europee ed il tentativo di conquista spagnola (1520-1584)

Copia della Nao Victoria, Prima nave a esplorare le coste della Patagonia nel 1520.

La Patagonia deve essere stata vista per la prima volta dagli europei nel 1520, con la spedizione di Ferdinando Magellano, che nel suo passaggio lungo il litorale ha dato il nome a molte delle zone più caratteristiche; Golfo San Matias, Capo delle undicimila Vergini (ora semplicemente capo Virgenes) ed altri. Tuttavia, è inoltre possibile che i navigatori precedenti come Amerigo Vespucci abbiano raggiunto la zona (nel suo viaggio del 1502 probabilmente raggiunse quelle latitudini), comunque la sua omissione nel descrivere esattamente le caratteristiche geografiche principali della regione, come il Río de la Plata, fa sorgere un dubbio sul fatto che sia realmente arrivato in quelle zone.

Rodrigo de Isla, partito da San Matias nel 1535 verso l’interno della regione, fu inviato da Simón de Alcazaba y Sotomayor (governatore della Patagonia occidentale nominato dal re Carlo V di Spagna), si presume sia stato il primo europeo ad aver attraversato la grande pianura della Patagonia. Se gli uomini al suo seguito non avessero ammutinato, avrebbe potuto attraversare le Ande per raggiungere il lato cileno.

Pedro de Mendoza, nominato governatore della regione, visse a Buenos Aires, ma non estese le sue esplorazioni al sud. Alonzo de Camargo (1539), Juan Ladrilleros (1557) e Hurtado de Mendoza (1558) hanno contribuito all’esplorazione delle coste occidentali. Sir Francis Drake compì un viaggio nel 1577 lungo il litorale orientale, attraversando lo stretto di Magellano e dirigendosi verso il nord del Cile ed il Perù. Ma la geografia della Patagonia deve più a Pedro Sarmiento de Gamboa (1579-1580), che, dedicandosi particolarmente alla regione di sud-ovest, ha effettuato indagini attente ed esatte. Gli insediamenti da lui fondati, Nombre de Dios e San Felipe, furono trascurati dal governo spagnolo. Il secondo insediamento, che fu abbandonato prima, venne denominato da Thomas Cavendish che lo visitò nel 1587, Puerto Hambre per via dello stato di desolazione in cui si trovava. Il distretto in prossimità di Puerto Deseado, esplorato da John Davis, è stato preso in possesso da Sir John Narborough in nome del re Carlo II d’Inghilterra nel 1669.

I giganti della Patagonia: la prima percezione degli europei

Illustrazione del 1840 degli indigeni della Patagonia nei pressi dello Stretto di Magellano; da “Voyage au pole sud et dans l’Oceanie …..” dell’esploratore francese Jules Dumont d’Urville.

Secondo Antonio Pigafetta, uno dei pochi superstiti della spedizione di Ferdinando Magellano, Magellano diede il nome Patagão (o Patagoni) agli abitanti che incontrarono in quella regione, la Patagonia. Anche se Pigafetta non descrive come si arrivò a questo nome, le interpretazioni popolari seguenti hanno dato credito al significato terra di giganti. Tuttavia, questa etimologia è discutibile. Il termine molto probabilmente è derivato da un nome, Patagón, una creatura selvaggia descritta da Primaleón di Grecia, l’eroe del romanzo spagnolo nel Racconto di cavaliere errante, di Francisco Vázquez. Questo libro, pubblicato nel 1512, era il seguito del romanzo Palmerín de Oliva, molto conosciuto allora e lettura preferita di Magellano. Magellano percepì i nativi, vestiti di pelli e cibantisi di carne cruda, come il Patagón incivile citato nel libro di Vázquez.

L’interesse per quella regione fu alimentato dai racconti di Pigafetta, nei quali si descriveva l’incontro con gli abitanti locali, che sosteneva misurassero circa 9-12 piedi di altezza –…così alto che abbiamo raggiunto soltanto la sua cintola-; da cui l’idea successiva che il termine Patagonia significasse terra dei giganti. Questa presunta esistenza dei giganti Patagoniani o di Patagoni si è infiltrata nella percezione europea comune di questa regione poco nota e distante, che fu alimentata ulteriormente dai rapporti successivi di altri esploratori e viaggiatori famosi come sir Francis Drake, che sembrò confermare queste voci. Le mappe del nuovo mondo a volte hanno riportato in legenda il termine regio gigantum (regione dei giganti), riferita alla Patagonia. Il concetto e la credenza popolare hanno persistito per i 250 anni successivi e furono rinvigoriti nel 1767, dopo una pubblicazione da parte di un ufficiale anonimo del commodoro John Byron dal titolo Viaggio recente di circumnavigazione globale dell’HMS Dolphin. Byron ed il suo equipaggio navigarono per un certo tempo lungo le coste della Patagonia e la pubblicazione sembra dare prova dell’esistenza di questi giganti; la pubblicazione si è trasformata in un best-seller e migliaia di copie furono vendute ad un pubblico disposto all’acquisto. Anche altre pubblicazioni precedenti sulla regione furono ristampate frettolosamente (persino quelle in cui non si accennava affatto all’esistenza dei giganti).

Tuttavia, la mania del gigante patagoniano finì alcuni anni dopo, quando furono redatte alcune pubblicazioni più serie. John Hawkesworth, nel 1773, pubblicò per conto del Ministero della marina un compendio sui possedimenti inglesi nel sud, nel quale erano raccolte pubblicazioni, comprese quelle di James Cook e di John Byron. Da questa pubblicazione, ricavata dai loro diari ufficiali, fu evidenziato che l’equipaggio di Byron incontrò persone non più alte di due metri; alti forse ma non giganti. L’interesse presto si abbassò, anche se la consapevolezza e la credenza nel mito hanno persistito persino nel ventesimo secolo[9].

Le esplorazioni scientifiche (1764-1842)

Nella seconda metà del XVIII secolo, la conoscenza europea della Patagonia fu ulteriormente accresciuta grazie ai viaggi di John Byron (1764-1765), Samuel Wallis (1766, a bordo dell’HMS Dolphin, sul quale Byron aveva navigato) e Louis Antoine de Bougainville (1766). Thomas Falkner, un gesuita che visse circa quaranta anni in quelle regioni, pubblicava il suo Descrizione della Patagonia (Hereford, 1774); Francisco Viedma fondò Carmen de Patagones ed Antonio percorse la regione interna fino alle Ande (1782); Basilio Villarino esplorò il Rio Negro (1782).

Due indagini idrografiche lungo le coste furono di importanza fondamentale: la prima spedizione (1826-1830) fu compiuta con l’HMS Adventure e con l’HMS Beagle sotto il comando dell’ammiraglio Phillip Parker King. La seconda spedizione (1832-1836) fu compiuta con l’HMS Beagle sotto il comando di Robert FitzRoy. Alla seconda spedizione prese parte Charles Darwin che passò molto tempo nello studio delle zone interne della Patagonia, accompagnandosi nelle sue spedizioni ai gauchos del Río Negro e unendosi a FitzRoy in una spedizione di 320 chilometri lungo il corso del fiume Santa Cruz.

Espansione cilena ed argentina (1843-1902)

Seguendo le istruzioni di Bernardo O’Higgins, il presidente cileno Manuel Bulnes inviò una spedizione nello stretto di Magellano che fondò Fuerte Bulnes in 1843. Cinque anni più tardi, il governo cileno spostò l’insediamento principale verso la posizione attuale di Punta Arenas, diventando il più vecchio insediamento permanente nella Patagonia del sud. La creazione di Punta Arenas era strategica per la dominazione del Cile sullo stretto di Magellano.

Nella metà del XIX secolo le nuove nazioni indipendenti dell’Argentina e del Cile hanno iniziato una fase aggressiva di espansione verso il sud, anche nei confronti delle popolazioni indigene. Nel 1860, un avventuriero francese Orelie-Antoine de Tounens si autoproclamò re del Regno di Araucania e Patagonia e del popolo Mapuche. Il capitano George Chaworth Musters, nel 1869 viaggiò nella regione con un gruppo di Tehuelche, dallo stretto di Magellano al Manzaneros nel nord-ovest, raccogliendo moltissime informazioni sulla gente e sul il loro modo di vivere. Nel 1870 la Conquista del Deserto fu una campagna discutibile condotta dal governo dell’Argentina, eseguita principalmente dal Generale Julio Argentino Roca, per sottomettere o per sterminare le popolazioni autoctone del sud. Dalla metà del 1880 gli obiettivi della campagna erano stati, in gran parte, realizzati.

Nel 1885 partì una spedizione volta all’estrazione mineraria condotta dall’avventuriero rumeno Julius Popper che, arrivato nella Patagonia del sud alla ricerca dell’oro, lo trovò nelle regioni della Tierra del Fuego. I missionari ed i coloni europei arrivarono nel XIX e nel XX secolo, insieme ad una comunità di lingua gallese che si insediò della valle di Chubut. Durante i primi anni del XX secolo, il confine fra le due nazioni, Argentina e Cile, nella Patagonia è stato stabilito tramite la mediazione britannica. Ma ha subito, da allora, molte modifiche e vi è ancora una linea (di 50 chilometri) dove il confine non è stato stabilito (Hielos Continentales).

Fino al 1902, la maggior parte di Patagonia è stata abitata da Chilotes che lavoravano nell’allevamento del bestiame. Prima e dopo il 1902, quando i confini sono stati stabiliti, molti Chilotes sono stati espulsi dal territorio dell’Argentina. Questi operai hanno fondato il primo insediamento cileno in quella che è ora la Regione di Aysén; Balmaceda. Mancando di buoni pascoli dal lato cileno, coperto dalla foresta, gli immigrati diedero fuoco alle foreste con incendi che durarono più di due anni.

La “conquista del deserto”

Fino agli ultimi decenni del secolo XIX gli indios della Patagonia e della Terra del Fuoco scorazzavano liberi dentro ai loro territori seguendo le tracce del guanaco che forniva la base della loro alimentazione, implementata poi con la raccolta di conchiglie di mare, frutti selvatici, uova di uccelli. I primi bianchi arrivarono in Terra del Fuoco al seguito di una spedizione militare comandata da Ramon Lista. Con la spedizione c’erano alcuni missionari salesiani. In breve, portarono le pecore dalle isole Faulkland e il governo argentino distribuì le terre. Arrivarono pure i cercatori d’oro e in particolare un ingegnere rumeno: Julius Popper. Ma l’oro in breve tempo esaurì e i cercatori d’oro, venuti perlopiù dall’isola di Brac’ in Croazia, si rigenerarono come cacciatori di indios. I proprietari terrieri, estancieros in prevalenza inglesi, pagavano una lira sterlina per ogni coppia di orecchie di indios consegnate dal cacciatore. Arrivarono i missionari che fondarono la prima missione a Rio Grande. Volevano difendere gli indios per evangelizzarli ma gli indios contraevano malattie contro le quali non avevano difese immunitarie. Mentre gli indios della Terra del Fuoco perivano come mosche, in Patagonia il governo faceva piazza pulita delle tribù di tehuelche e mapuche che “infestavano” gli insediamenti dei coloni attaccandoli con i loro malones. La conquista del deserto durò il giro di un anno.

La Conquista del deserto (in spagnolo: Conquista del desierto) fu una campagna militare portata avanti dal governo argentino, e guidata principalmente dal generale Julio Argentino Roca negli anni 1870, per strappare la Patagonia al controllo delle popolazioni indigene.

Recenti studi ritraggono la campagna come un vero e proprio genocidio perpetrato dall’Argentina contro le popolazioni indigene, mentre altre fonti vedono nella campagna la volontà di soggiogare quei gruppi che si rifiutavano di sottomettersi alla dominazione dei bianchi[2].

La questione, solitamente riassunta nella frase “Civilizzazione o genocidio?” è ancora oggi oggetto di dibattito.

All’alba del nuovo secolo gli indios della Patagonia e della Terra del Fuoco erano stati quasi completamente annientati.

L’arrivo dei colonizzatori spagnoli sulle rive del Río de la Plata e la fondazione della città di Buenos Aires, durante il XVI secolo, portarono direttamente ai primi confronti tra gli spagnoli e le locali tribù, principalmente i Pampas.

I dintorni di Buenos Aires vennero presi agli indigeni per essere utilizzati nell’allevamento del bestiame, il che provocò anche lo spostamento di molti degli animali cacciati dagli indigeni. Questi risposero liberando mucche e cavalli dalle fattorie e per rappresaglia i coloni europei costruirono fortezze e difesero le loro proprietà dagli attacchi degli indigeni.

La linea che divideva le fattorie coloniali e i territori liberi si spostò sempre più lontano da Buenos Aires; alla fine del XVIII secolo il fiume Salado divenne il confine tra le due civiltà. Molti indigeni vennero costretti ad abbandonare le proprie tribù per lavorare nelle fattorie e si mischiarono alla popolazione bianca; in questo modo nacquero i gauchos.

Dopo l’indipendenza dell’Argentina nel 1816 si ebbero molti conflitti politici interni tra le varie province, ma una volta appianati ci fu sicuramente una certa urgenza nell’occupare effettivamente i territori rivendicati dalla giovane repubblica, così come nell’incrementare la produzione nazionale e nell’incentivare l’immigrazione offrendo nuove terre.

Nel 1833, offensive coordinate di Juan Manuel de Rosas nella provincia di Buenos Aires e di altri capi militari nella regione del Cuyo, tentarono di sterminare le tribù resistenti, ma solo Rosas ottenne qualche successo.

La decisione di progettare ed eseguire la “conquista del deserto” venne probabilmente innescata nel 1872 dall’attacco di Cufulcurá e dei suoi 6.000 seguaci, alle città di General Alvear, Veinticinco de Mayo e Nueve de Julio, dove 300 criollos vennero uccisi e 200.000 capi di bestiame liberati.

La campagna di Adolfo Alsina

Nel 1875, Adolfo Alsina, ministro della guerra del presidente Nicolás Avellaneda, presentò al governo un piano che in seguito descrisse come avente l’obiettivo di popolare il deserto, e non di distruggere gli indiani.

Il primo passo fu quello di collegare Buenos Aires e i fortini (Fortines) con linee del telegrafo. Venne quindi firmato un trattato di pace con il cacique Juan José Catriel, che venne però rotto poco dopo, quando egli attaccò, assieme al cacique Namuncurá, le città di Tres Arroyos, Tandil, Azul, e altri villaggi e fattorie, in un attacco ancor più sanguinoso di quello del 1872.

Alsina rispose attaccando gli indigeni, costringendoli ad arretrare, e lasciando dei fortini sulla sua via verso sud per proteggere i territori conquistati. Fece costruire anche la trincea lunga 374 km chiamata Zanja de Alsina (“Trincea di Alsina”), che in teoria avrebbe dovuto servire come confine con i territori non conquistati. Con i suoi tre metri di larghezza e due di profondità, servì da ostacolo per il trasporto del bestiame rubato.

Gli indigeni continuarono la loro resistenza liberando il bestiame nella provincia di Buenos Aires e nel sud della provincia di Mendoza, ma trovarono difficile la fuga essendo rallentati nella marcia dagli animali, e dovendo affrontare le unità di pattuglia che li seguivano. Molti indigeni, che soffrirono non solo per la fame, ma anche per le rappresaglie dei bianchi, furono costretti ad unirsi alle fattorie per lavorare in cambio di cibo e riparo, ma altri resistettero. Dopo la morte di Alsina nel 1877, Julio Argentino Roca venne nominato nuovo ministro della guerra, e proseguì l’opera cominciata da Alsina.

La campagna di Julio Argentino Roca

Julio Argentino Roca, contrariamente ad Alsina, riteneva che l’unica soluzione contro la minaccia indigena fosse di “estinguerli, sottometterli o espellerli.

Territorio dell’Argentina prima della presidenza di Julio Argentino Roca

Alla fine del 1878 diede inizio alla prima ondata per ripulire l’area tra la trincea di Alsina e il Río Negro, con continui e sistematici attacchi agli insediamenti indigeni.

Nel 1879, con 6.000 uomini armati con i nuovi fucili Remington a retrocarica, forniti dagli USA, Roca iniziò la seconda ondata che raggiunse in due mesi Choele Choel, dove gli indigeni locali si arresero senza dare battaglia. Da altri punti, compagnie dirette verso sud si aprirono la strada verso il Rio Negro e il Neuquén, un emissario settentrionale del Rio Negro. Assieme, i due fiumi segnavano il confine naturale dalle Ande all’Oceano Atlantico.

Nel bacino di questi due fiumi vennero costruiti molti insediamenti, oltre a numerosi altri sul Colorado. Via mare vennero eretti alcuni insediamenti nel bacino meridionale del fiume Santa Cruz, principalmente da parte di coloni gallesi.

La campagna finale

Roca prese il posto di Nicolás Avellaneda come presidente. Egli riteneva imperativo conquistare al più presto i territori a sud del Río Negro, e ordinò la campagna del 1881 sotto il comando del colonnello Conrado Villegas.

Nel giro di un anno Villegas conquistò la provincia di Neuquén (arrivò fino al fiume Limay). La campagna continuò a spingere la resistenza indigena sempre più a sud, fino a combattere l’ultima battaglia il 18 ottobre 1884. L’ultimo gruppo ribelle di circa 3.000 uomini al comando dei caciques Inacayal e Foyel, si arrese due mesi dopo nell’odierna provincia di Chubut.

Letteratura

  • Di questi luoghi ha parlato Bruce Chatwin nel suo romanzo In Patagonia, punto di riferimento letterario per molti viaggiatori e turisti.
  • Anche Luis Sepúlveda ha scritto della Patagonia nel suo Patagonia express. Appunti dal sud del mondo.
  • Importante il contributo di E. Lucas Bridges, figlio di due tra primi coloni inglesi trasferitisi nella Terra del Fuoco che col suo ‘Ultimo confine del mondo’ ci lascia una testimoniaza storica unica e preziosa.

Bibliografia specifica

Popolo Mapuche

  • Aldunate, Carlos. 1997. Mapuche: gente de la tierra en Culturas de Chile. Santiago del Cile, Andrés Bello.
  • Bengoa, José. 1999. Historia del pueblo mapuche: siglo XIX y XX. Santiago del Cile, LOM.
  • Bengoa, José. 1999. Historia de un conflicto: los mapuches y el Estado en el siglo XX. Santiago del Cile, Planeta
  • Correa, Martín y otros. 2005. La Reforma agraria y las tierras mapuches. Chile 1962-1975. Santiago del Cile, LOM.
  • Federación Interancional de Derechos Humanos, Chile. La otra transición chilena, derechos del pueblos mapuche, política penaly protesta social en un estado democrático.
  • Hérnandez, Isabel. 2003. Autonomía o ciudadanía incompleta. El pueblo mapuche en Chile y Argentina. Santiago del Cile, Pehuén.
  • Human Rights Watch, Indebido Proceso: los juicios antiterroristas, los tribunales militares y los mapuche en el sur del Cile.
  • Ibarra, Mario. 2003. Algunas reflexiones y notas a propósito de algunos tratados, en éste momento, no reconocidos, firmados entre potencias coloniales o Estados actuales y pueblos indígenas. en Seminario de expertos sobre tratados, convenios y otros acuerdos constructivos entre los estados y los pueblos indígenas. Ginevra, Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
  • Pinto, Jorge. 2001. De la inclusión a la exlusion: la formación del estado, la nación y el Pueblo Mapuche. Santiago del Cile, Instituto de Estudios Avanzados.
  • Saavedra Peléz, Alejandro. 2002. Los mapuche en la sociedad chilena actual. Santiago del Cile, LOM.
  • Verta, Ricardo, José Aywin, Andrea Coñuecar y Elicurá Chihauilaf. 2004. El despertar del pueblo mapuche. Nuevos conflictos, viejas demandas. Santiago del Cile. LOM.

Antonio De Lisa

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