Archeologia della Magna Grecia

Anno Accademico: 2021/2022 Docente: D’Acunto Matteo Discipline: Archeologia della Magna Grecia Settore Disciplinare: L-ANT/07 – Archeologia classica Programma: DOCENTE: Prof. Matteo D’ACUNTOINSEGNAMENTO: Archeologia della Magna Grecia – TriennioSETTORE SCIENTIFICO-DISCIPLINARE: L-Ant/07 CFU: 6 CORSO DI STUDIO: AO PARTIZIONAMENTO: nessun partizionamento TEACHING:… Read More ›

Home – Nuova Storia visuale / New Visual History

Antonio De Lisa- Verso una Storia visuale

La storia visuale si basa su documenti visivi, come disegni, grafici, mappe, fotografie. La domanda a cui risponde è: “E’ possibile documentare un avvenimento o un periodo storico in mancanza di documenti scritti, facendo uso solo di tracce visive?” Forse per rispondere a questa domanda ci sarà bisogno di un periodo di rodaggio. Per il momento ci accontentiamo di integrare la documentazione scritta con una serie mirata e commentata di immagini relative alla questione trattata.

La storia visuale si situa naturalmente nell’ambito della storia culturale. Nel corso del 2004 due importanti volumi, provenienti l’uno dal mondo accademico anglosassone, l’altro da quello francese (Peter Burke, What is Cultural History?, Cambridge, Polity; Philippe Poirrier, Les enjeux de l’histoire culturelle, Paris, Seuil), hanno, ciascuno a suo modo, fatto il punto sullo statuto disciplinare della storia culturale, disegnandone un profilo storico e discutendone le tendenze attuali. Piuttosto che chiudere il discorso, le due pubblicazioni, con la documentazione che mettono a disposizione del lettore, hanno aperto in termini nuovi la possibilità di rivedere natura e caratteristiche della (sotto-)disciplina.

LES ENJEUX DE L'HISTOIRE CULTURELLE  POIRRIER PHILIPPE SEUIL 2004 POINTS

Lo stesso Peter Burke ha avuto modo di allargare il discorso in direzione della storia visuale. Lo storico inglese ritiene che le immagini potrebbero essere assunte dallo storico come “prove” (storiche), allo stesso modo di quelle tradizionali provenienti da archivi di «documenti scritti o dattiloscritti»? Su questo tema bisogna fare riferimento al suo saggio Eyewitnessing. The Use of Images as Historical Evidence.

Burke si impegna a considerare le immagini come “prove storiche” nonostante lo scetticismo degli storici tradizionalisti, che nutrono ancora riserve verso questo tipo di “documentazione”, riservando alle immagini un ruolo “sussidiario” ai metodi tradizionali di ricerca storica. Ad avviso di Burke infatti, «gli storici non prendono ancora abbastanza sul serio il valore documentario delle immagini, al punto che in una recente discussione si è giunti a parlare dell’”invisibilità del visivo“. Citando uno storico dell’arte: “gli storici […] preferiscono avere a che fare con testi e con fatti politici o economici, e non con i livelli più profondi dell’esperienza che le immagini sondano” mentre un altro parla della “condiscendenza verso le immagini” che questo implica”.

Molti storici- secondo Burke- usano le immagini o come semplici illustrazioni in un libro lasciandole senza nessuna didascalia, o se ne parlano del testo, come illustrazioni per conclusioni cui sono giunti già con altri metodi, ma mai riservando all’immagine un ruolo principe per «fornire nuove risposte o per porsi nuovi interrogativi» [Testimoni oculari – Il significato storico delle immagini, di Peter Burke, pag. 12, Carocci Editore, Roma 2013].

La storia culturale ha fatto molti progressi sulla strada della valorizzazione delle immagini, ma non bisogna però dimenticare i grandi precursori di questa disciplina, primo fra tutti Johan Huizinga, con il suo libro “Le immagini della storia”. Avremo modo di parlarne nei vari settori del sito. Lo si cita qui per fermare alcuni capisaldi imprescindibili.

Naturali compagni di strada della Storia visuale sono la Geografia visuale, la Sociologia visuale e l’Antropologia visuale. Queste discipline hanno raggiunto un buon livello di scientificità nei loro settori. Osiamo sperare che simili risultati possano essere raggiunti anche dalla Storia visuale.

Facciamo qualche esempio di ricerca. Nella seconda metà del XX secolo per merito di alcuni studiosi si sono approfonditi temi relativi a quelle che loro stessi hanno definito “Religioni politiche”, in riferimento a regimi dispotici come il fascismo e il nazismo, che cercavano il consenso con un uso spregiudicato delle immagini e della propaganda. Discorso simile è stato fatto per il comunismo sovietico, in particolare dello stalinismo, sia pure evidenziandone differenze ed elementi originali ed è possibile fare ancora oggi per il comunismo cinese. In questi casi ci si trova a dover analizzare le stesse immagini prodotte dalla propaganda di regime. Un discorso diverso andrebbe fatto per le democrazie occidentali, la cui sfera di persuasione non è interna all’apparato di potere, ma esterna: si pensi ai valori veicolati (per immagini) dal cinema di Hollywood.

Non si dovrebbe pensare che la Storia visuale riguardi solo la modernità. Essa è applicabile a diversi periodi storici. L’accortezza in questi casi è cercare di coniugare nuovi spunti di ricerca con vecchi specialismi, almeno nel caso in cui questo sia possibile.

Quando si fa storia bisogna sempre partire dalle fonti. Le prime a dovere essere usate cono quelle primarie come Documenti e materiali di cui si serve lo storico per strutturare la sua ricerca. Sono tracce dirette e contemporanee di una presenza o di una attività umana legate all’argomento della ricerca (documenti scritti, testimonianze orali, oggetti d’uso, giornali e riviste ecc.).

Sono invece fonti secondarie quelle costituite da opere storiografiche a loro volta frutto di un lavoro condotto su fonti. In particolare, grazie al contributo della Scuola delle Annales ( Bloch, Marc; Febvre, Lucien), nel XX secolo il significato di questa espressione si è molto esteso, cosicché dal monopolio quasi assoluto dei documenti scritti si è passati a riconoscere come fonti anche monumenti, fotografie, immagini, prodotti culturali o legati alla «cultura materiale» di un dato contesto.

Il problema è come integrare le varie fonti, specie ora che si pone all’attenzione degli esperti la valutazione delle fonti nate dal web 2.0. Con questi ultimi strumenti di lavoro bisognerà fare i conti in maniera seria, rilevandone le potenzialità ma anche i rischi. In questi casi sarà fondamentale il metodo di ricerca e le sue cautele disciplinari, sottoponendo i materiali a severa verifica. Può essere utile in questa prospettiva fare riferimento agli studi di Visual Culture, considerando della genesi, dello sviluppo e dell’articolazione attuale degli studi sulla cultura visuale, prendendo in considerazione i testi e le idee di una serie di autori attivi negli anni ’20 e ‘30 (Béla Balázs, Walter Benjamin, Siegfried Kracauer, László Moholy-Nagy, Dziga Vertov), e di una serie di autori contemporanei che hanno contributo all’affermazione di campi di ricerca come i visual culture studies, la Bildwissenschaft e la Medienwissenschaft e la théorie de l’image (Alpers, Baxandall, Belting, Bredekamp, Didi-Huberman, Freedberg, Kittler, Siegert, Sturken/Cartwright). In questo ambito si sono registrati significative acquisizioni nel senso di “critica delle fonti visive”, attivando strumenti ermeneutici che possono essere utili agli storici.

Visual culture studies. Rivista semestrale di cultura visuale (2020). Vol. 1: Atmosfere mediali. - copertina

In conclusione possiamo dire che questo nuovo terreno di ricerca pone delle sfide interessanti a menti aperte e a spiriti liberi.

Antonio De Lisa

[Docente di Storia nei licei, curatore di Siti storici: Nuova Storia Culturale, Orientalia, Tiamat- Arte Archeologia Antropologia]

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