Antonio De Lisa- Diana e le Streghe. I demoni di Benevento e il culto notturno femminile nell’Italia meridionale

Streghe nell'Aria (1797 - 1798) di Francisco de Goya
Streghe nell’Aria (1797 – 1798) di Francisco de Goya

Anch ‘s’ m’ string ‘pi capidd’, io m’ n’ sfil’ com’  n ‘angidd”

(Anche se mi tieni per i capelli, io me ne sfilo come un’anguilla)

Formula di una masciara di Albano di Lucania

Roghi

Il primo rogo per stregoneria risale al 1340 e le due bolle papali che sono considerate l’avvio della caccia alle streghe sono del 1326 e del 1484, mentre è dal XIII secolo che la Chiesa, parlando di streghe e di raduni diabolici, li considera eventi reali. Precedentemente essa riteneva la stregoneria un’illusione e una superstizione, come ci conferma il Canon Episcopi, affermando che “certe donne depravate, le quali si sono volte a Satana e si sono lasciate sviare da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano di cavalcare la notte certune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani (o di Erodiade), e di una innumerevole moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi di terre grazie al silenzio della notte profonda e di ubbidire ai suoi ordini come a loro signora e di essere chiamate certe notti al suo servizio“.

Altra fonte della stregoneria del tempo ci viene da Ugo da San Vittore, abate italiano del XII secolo, che parla di donne che credono di uscire di notte, cavalcando animali, con Erodiade, che assimila a Minerva.

Uno dei processi più famosi in cui è riportata la presenza di Divinità femminili nella stregoneria italiana è sicuramente quello di Milano nel 1390 contro Sibilla e Pierina, che affermarono di aver partecipato al “Gioco di Erodiade”. Secondo Ginzburg, storico e saggista italiano, “Erodiade” sarebbe la cristianizzazione di “Herodiana”, a sua volta proveniente dalle due dee “Hera” e “Diana”.

Grazie soprattutto al Malleus Maleficarum le figure prevalenti della stregoneria italiana ed europea divennero il diavolo e i suoi demoni, finché nella fine del XIX secolo, l’antropologo Charles Leland, facendo ricerche nel territorio tra la Toscana e la Romagna, pubblicò Sopravvivenze etrusco-romane nelle tradizioni popolari e Aradia, o il Vangelo delle Streghe, un testo magico-religioso in cui si tornava a parlare dopo secoli della correlazione tra il culto di Diana e di Erodiade (nel testo denominata Aradia) e la stregoneria. Il testo di Leland fu d’ispirazione alla nascita della Wicca, che a sua volta risvegliò l’interesse nella Stregoneria Italiana e nel suo ricostruzionismo.

Frontespizio di Aradia, or the Gospel of the Witches.
Frontespizio di Aradia, or the Gospel of the Witches.

Il vangelo delle streghe

“Sebbene nella Stregoneria vi sia riconosciuta eresia,
il massimo delle eresie è non credere all’esistenza della Stregoneria”. …Heinrich Kramer (Insitoris) – Inquisitore.La Stregheria, o Vecchia Religione delle streghe italiane, è una tradizione occulta che ha visto la sua massima luce nel XIV secolo attraverso gli insegnamenti di Aradia, la Santa Strega. Essa è però basata su un sistema spirituale molto più antico, derivante dal culto delle streghe italiane pre-etrusche, da due movimenti pagani millenari: “Ad cursum Dianæ” (il Corteo di Diana) e “Dominæ Ludum” (la Signora del Gioco).
È una religione lunare la Stregheria, è la “fonte di tutte le cose”, ed è la personificazione della Dea Diana e del Dio Splendor.
La strega italiana utilizza la natura in tutto e per tutto tramite i suoi relativi insegnamenti, infatti è da lei considerata “la grande maestra”.
La famiglia (la congrega) e la Tradizione sono di massima importanza tra le streghe italiane e questa convinzione dona a questa tradizione magica millenaria la propria resistenza e continuità attraverso i secoli.Nel 1890, l’occultista inglese Charles Godfrey Leland pubblica un libro dal titolo: “Aradia, il Vangelo delle streghe italiane”. Anche se in esso emerge in molti punti l’immagine cristiana distorta della stregoneria rurale di quel periodo, troviamo parecchi argomenti degni di interesse. Nel libro del Leland, le streghe italiane adorano la Dea Diana e il Dio Lucifero (o Splendor) e vengono a contatto tra di loro in consessi notturni chiamati “tregende” o “sabba” per i rituali di Luna piena e celebrano i loro Dei con il canto, la danza e l’accoppiamento.Le loro celebrazioni inoltre includono un’eucarestia per la comunione con le divinità mediante banchetti sabbatici a base di torte dolci e buon vino, particolare già messo in evidenza da Francesco Guazzo nel suo “Compendium Maleficarum.Dal 1886 Charles Leland fu per lungo tempo a contatto con una donna italiana chiamata Maddalena, una presunta strega, che gli fornì la giusta interpretazione del Vangelo delle streghe.
Durante questo periodo Leland fu coinvolto pesantemente nello studio del folclore stregonesco italiano e da questo lavoro emergono alcuni elementi validi della stregoneria nostrana con marcati parallelismi alle pratiche pagane del culto magico pre-cristiano ed un nuovo punto di vista molto interessante di stregoneria pre-gardneriana.
Infatti molti credono che queste ricerche siano da attribuire a Gerard Gardner, ma si consideri che questi scritti sono datati intorno al 1890, più di mezzo secolo prima dei suoi primi libri.
Molti sostengono inoltre che tali celebrazioni sono tipiche della tradizione gardneriana e sostengono quindi che la Stregheria sia basata sui temi moderni della Wicca americana. Tuttavia è una valutazione temporale decisamente errata, poichè il movimento di Gardner ha cominciato ad evolversi nella Wicca moderna dagli anni 50 in poi e soprattutto dalla scissione dell’ultima congrega capitanata da Gardner stesso e da alcune sue sacerdotesse.È importante notare che Leland non è l’unica fonte delle informazioni concernenti una stregoneria attiva nell’Italia dell’800.
L’autore, J.b. Andrews, riporta: “Il napoletano ha una religione e un governo occulto nella Stregheria e nella Camorra. Molte persone si dedicano ad una o all’altra. Come accade occasionalmente in casi simili, la Camorra teme e rende omaggio alle streghe, il potere temporale si inchina allo spirituale”.
Andrews sottolinea che le streghe di Napoli sono divise in due reparti speciali dell’Appartenenza. Distingue l’Arte del mare da quella della terra. Successivamente nell’articolo sovviene una terza categoria di streghe la cui specialità sembra relativa alle stelle.
Andrews inoltre asserisce che le streghe napoletane effettuino la magia del nodo (o legamento), creino pozioni di erbe medicinali, costruiscano amuleti protettivi. Egli dichiara inoltre che la loro conoscenza era interamente verbale ed è tramandata “dalla madre alla figlia” e che la “conoscenza” sia scambiata tramite la vena di un braccio ed al nuovo membro è dato un contrassegno stregonesco sotto la coscia sinistra. Le streghe segnalano a Andrews che tali cerimonie sono effettuate alla mezzanotte.
Il poeta romano Orazio ci offre forse uno dei resoconti più remoti delle streghe italiane e del loro collegamento al culto lunare pagano pre-cristiano. Egli, attorno al 30 a.C., racconta di una strega italiana chiamata Canidia.
Orazio dice che Proserpina e Diana assicurano mantenimento alle streghe che le adorano e che le streghe stesse si incontrano in segreto per celebrare i misteri connessi con il loro culto.
Parla di un libro di incanti delle streghe (Libros Carminum) in cui la Luna può “essere portata giù” dal cielo.Sappiamo dalle scritture dei periodi romani che Proserpina e Diana sono state adorate di notte in cerimonie segrete. Diana era la Dea romana della Luna, conosciuta in Grecia come Artemide; sorella gemella del Dio Apollo del sole.In suo libro, “il mondo delle streghe”, l’antropologo Julio Baroja rivela la prova di un culto fiorente nell’Europa del sud che vedeva Diana adorata come dea.
Nelle sue note l’autore aggiunge inoltre una deità maschile denominata Dianum.Il culto di Diana

Diana, la dea della luna della classicità, il cui culto risale probabilmente all’età della pietra, diviene, nel testo del Leland, la Regina delle Streghe e, con il suo doppio solare da lei stessa emanato (Lucifero) e con l’unione dei due opposti nasce Aradia, la cui missione divina è quella di scendere sulla Terra per insegnare al genere umano l’arte della stregoneria onde permettere agli uomini oppressi di liberarsi dai dogmi delle fedi organizzate e dalla schiavitù delle classi dominanti. Secondo questa concezione la stregoneria era, all’origine, una vera e propria religione della natura, benefica e totalizzante ma priva di dogmi.

È ovviamente impossibile stabilire in questa sede se queste asserzioni siano giustificate, di fatto è curioso notare come molti rituali e invocazioni di Aradia siano passati pressoché integralmente nella moderna wicca o neo-stregoneria che dir si voglia, così come l’espressione “Vecchia Religione” utilizzata per prima dal Leland stesso (e sempre in italiano nel testo originale) per indicare la stregoneria-religione delle origini ha avuto una certa fortuna tanto che è usata abitualmente ancora ai giorni nostri — e, del resto, alcune invocazioni contenute in Aradia sono state riprese dal grande stregone G.B. Gardner (1884-1964) e dalla sua discepola Doreen Valiente —. Ed ecco ciò che Aradia dice alle sue discepole:

“Quando io avrò lasciato questo mondo, di qualsiasi cosa abbisognate, Una volta al mese, quando la Luna è piena, venite in luogo deserto, Nella selva, tutte insieme, e adorate lo spirito possente

Di mia madre Diana; e colei che voglia apprendere la stregoneria E ancor non abbia penetrato d’essa i più profondi segreti,
Mia madre gliel’insegnerà; i segreti di tutte le cose sconosciute. E cosi, dalla schiavitù sarete liberi: liberi in ogni cosa voi sarete! E in segno di tale libertà nudi vi mostrerete, uomini e donne. E questo fino a quando l’ultimo degli oppressori non sia morto”. Certamente il culto di Diana, personificazione degli aspetti positivi delle fasi lunari — così come Ecate lo è degli elementi negativi — è sopravvissuto a lungo e ben oltre l’imporsi del Cristianesimo. Il culto più antico e famoso reso alla dea si svolgeva a Nemi, vicino ad Ariccia, dove vi è ancora un laghetto di origine vulcanica chiamato “lo specchio di Diana”. In un boschetto sacro, nemus, su una riva sorgeva il Tempio di Diana (500 a.C. ca) — per inciso si tratta dello stesso lago dove ai nostri giorni ama riunirsi la congrega della sin troppo nota “strega” Maddalena Stradonna che, dopo la menopausa, diviene sterile, fredda e arida. In occasione della festa della dea, che ricorreva il giorno di ferragosto — e che poi il Cristianesimo dedicherà all’Assunta — gli schiavi godevano di un giorno di libertà e per questo motivo la dea era considerata anche la protettrice dei ladri e dei fuorilegge.

La dea Diana, identificata nella sua manifestazione lunare, è stata oggetto di culto nella stregheria della tradizione italiana. Come riporta Charles Leland nel Vangelo delle streghe Diana è adorata come dea dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati dalla Chiesa cattolica. Per far sì che il culto della stregoneria andasse avanti mandò sua figlia Aradia per liberare dagli oppressori gli schiavi e per divulgare il culto della dea.

Un’altra tradizione vuole che il termine janara voglia dire “seguace di Diana” poiché la dea Diana, venerata dai Romani, corrispondeva alla Artemide dei Greci, identificata con Ecate. Ecate era rappresentata con tre teste e tre corpi (corrispondenti ad Artemide, Persefone e Demetra – o Selene). Persefone (la romana Proserpina) è la dea del mondo sotterraneo e proprio in virtù di tale identificazione, Ecate regnava anche sui demoni malvagi e sulle tenebre e vagava nottetempo spaventando gli uomini.

Le streghe di Benevento

« Unguento unguento
portami al noce di Benevento
sopra l’acqua e sopra il vento
e sopra ogni altro maltempo. »
(Formula magica che molte donne accusate di stregoneria riferirono durante i processi.)

La leggenda delle streghe di Benevento, diffusasi in Europa a partire dal XIII secolo, è una delle ragioni principali della fama della città sannita. La credenza popolare secondo cui Benevento sarebbe il luogo di raduno delle streghe italiane è piuttosto ricca di risvolti, e ne rimane vago il confine tra realtà e immaginazione. Svariati sono gli scrittori, musicisti, artisti, che ne hanno tratto ispirazione o vi hanno fatto riferimento.

Le ipotesi sulla genesi della leggenda delle streghe sono molte, e probabilmente è stata la combinazione di più elementi a dare a Benevento la duratura fama di “città delle streghe”.

Il culto di Iside

In epoca romana si era diffuso per un breve periodo a Benevento il culto di Iside, dea egizia della luna; l’imperatore Domiziano aveva anche fatto erigere un tempio in suo onore.

All’interno di questo culto Iside faceva parte di una sorta di Trimurti: veniva identificata con Ecate, dea degli inferi, e Diana, dea della caccia. Inoltre queste divinità avevano rapporti con la magia.

Il culto di Iside sta probabilmente alla base di elementi di paganesimo che perdurarono nei secoli successivi: le caratteristiche di alcune streghe sono ricollegabili a quelle di Ecate, ed inoltre lo stesso nome con cui viene indicata la strega a Benevento, janara, sembra possa derivare da quello di Diana.

I rituali longobardi

Il protomedico beneventano Pietro Piperno nel suo saggio Della superstitiosa noce di Benevento (1639, traduzione dall’originale in latino De Nuce Maga Beneventana) fa risalire le radici della leggenda delle streghe al VII secolo. All’epoca Benevento era capitale di un ducato longobardo e gli invasori, pur formalmente convertitisi al cattolicesimo, non rinunciarono alla loro religione tradizionale pagana. Sotto il duca Romualdo essi adoravano una vipera d’oro (forse alata, o con due teste), che probabilmente ha qualche relazione con il culto di Iside di cui sopra, dato che la dea era capace di dominare i serpenti. Cominciarono a svolgere un rito singolare nei pressi del fiume Sabato che i Longobardi erano soliti celebrare in onore di Wotan, padre degli dèi: veniva appesa, ad un albero sacro, la pelle di un caprone. I guerrieri si guadagnavano il favore del dio correndo freneticamente a cavallo attorno all’albero colpendo la pelle con le lance, con l’intento di strapparne brandelli che poi mangiavano. In questo rituale si può riconoscere la pratica del diasparagmos, il dio sacrificato e fatto a pezzi, che diviene pasto rituale dei fedeli.

I beneventani cristiani avrebbero collegato questi riti esagitati alle già esistenti credenze riguardanti le streghe: le donne e i guerrieri erano ai loro occhi le lamie, il caprone l’incarnazione del diavolo, le urla riti orgiastici.

Un sacerdote di nome Barbato accusò esplicitamente i dominatori longobardi di idolatria. Secondo la leggenda, nel 663 il duca Romualdo, essendo Benevento assediata dalle truppe dell’imperatore bizantino Costante II, promise a Barbato di rinunciare al paganesimo se la città – e il ducato – fossero stati risparmiati. Costante si ritirò (secondo la leggenda, per grazia divina) e Romualdo fece Barbato vescovo di Benevento.

Barbato stesso abbatté l’albero sacro e ne strappò le radici, facendo costruire nel posto una chiesa, chiamata Santa Maria in Voto. Romualdo continuò ad adorare in privato la vipera d’oro, finché la moglie Teodorada la consegnò a Barbato che la fuse ottenendo un calice per l’eucaristia.

Tale leggenda è incompatibile con i dati storici: nel 663 era duca di Benevento Grimoaldo, mentre Romualdo I sarebbe subentrato al predecessore, divenuto nel frattempo re dei Longobardi, soltanto nel 671;[1] inoltre, la moglie di Romualdo I si chiamava Teuderada (Theuderada)[2] e non Teodorada, che era invece la moglie di Ansprando e madre di Liutprando[3]. In ogni caso, Paolo Diacono non fa alcun cenno alla leggenda, né a una presunta fede pagana di Romualdo, molto più probabilmente di credo ariano come il padre Grimoaldo.

Le riunioni sotto il noce, uno dei tratti salienti della leggenda delle streghe, provengono quindi molto probabilmente da queste usanze longobarde; tuttavia si ritrovano anche nelle pratiche di culto di Artemide (la dea greca in parte assimilabile ad Iside) svolte nella città di Caria.

Il cristianesimo

I primi secoli di diffusione del Cristianesimo furono caratterizzati da un’aspra battaglia contro i culti pagani, contadineschi e tradizionali. Il principio di base è che qualsiasi culto non rivolto all’unico Dio buono è, per esclusione, un asservimento al diavolo. Così si spiega la demonizzazione di rituali come quelli delle donne longobarde a Benevento, le quali divennero “streghe” in un senso anche più ampio rispetto a come erano intese dalla cultura popolare. Originariamente, infatti, la potenziale malvagità di queste donne non veniva inquadrata in senso religioso; fu il cristianesimo a dipingerle come donne che hanno fatto un patto col demonio, e come una sorta di opposto della Madonna, dedite ai riti orgiastici e portatrici di infertilità.

La leggenda

Nei secoli successivi la leggenda delle streghe prese corpo. A partire dal 1273 tornarono a circolare testimonianze di riunioni stregonesche a Benevento. In base alle dichiarazioni di tale Matteuccia da Todi, processata per stregoneria nel 1428, esse si svolgevano sotto un albero di noce, e si credette che fosse l’albero che doveva essere stato abbattuto da san Barbato, forse risorto per opera del demonio. Più tardi, nel XVI secolo, sotto un albero furono rinvenute ossa spolpate di fresco: andava creandosi un’aura di mistero attorno alla faccenda, che diveniva gradualmente più complessa.

Il noce

Secondo le testimonianze delle presunte streghe, il noce doveva essere un albero alto, sempreverde e dalle qualità nocive. Sono svariate le ipotesi sull’ubicazione della Ripa delle Janare, il luogo sulla riva del Sabato dove si sarebbe trovato il noce. La leggenda non esclude che potessero essere più di uno. Pietro Piperno, pur proponendosi di smentire la diceria, inserì nel suo saggio una piantina che indicava una possibile collocazione del rinato noce di san Barbato, nonché della vipera d’oro longobarda, nelle terre del nobile Francesco di Gennaro, dove era stata apposta un’iscrizione per ricordare l’opera del santo. Altre versioni vogliono il noce posto in una gola detta Stretto di Barba, sulla strada per Avellino, dove si trova un boschetto fiancheggiato da una chiesa abbandonata, o in un’altra località di nome Piano delle Cappelle. Ancora, si parla della scomparsa Torre Pagana, sulla quale fu costruita una cappella a San Nicola dove il santo avrebbe fatto numerosi miracoli.

I sabba e i malefìci

La leggenda vuole che le streghe, indistinguibili dalle altre donne di giorno, di notte si ungessero le ascelle (o il petto) con un unguento e spiccassero il volo pronunciando una frase magica (riportata all’inizio della pagina), a cavallo di una scopa di saggina o, secondo altre versioni, in groppa ad un «castrato negro» voltandogli le spalle. Contemporaneamente le streghe diventavano incorporee, spiriti simili al vento: infatti le notti preferite per il volo erano quelle di tempesta. Si credeva inoltre che ci fosse un ponte in particolare dal quale le streghe beneventane erano solite lanciarsi in volo, il quale perciò prese il nome di ponte delle janare, distrutto durante la seconda guerra mondiale.

Ai sabba sotto il noce prendevano però parte streghe di varia provenienza. Questi consistevano di banchetti, danze, orge con spiriti e demoni in forma di gatti o caproni, e venivano anche detti giochi di Diana.

Dopo le riunioni, le streghe seminavano l’orrore. Si credeva che fossero capaci di causare aborti, di generare deformità nei neonati facendo loro patire atroci sofferenze, che sfiorassero come una folata di vento i dormienti, e fossero la causa del senso di oppressione sul petto che a volte si avverte stando sdraiati. Si temevano anche alcuni dispetti più “innocenti”, per esempio che facessero ritrovare di mattina i cavalli nelle stalle con la criniera intrecciata, o sudati per essere stati cavalcati tutta la notte. In alcuni piccoli paesini campani, tra gli anziani circolano ancora voci secondo cui le streghe di Benevento, di notte, rapiscano i neonati dalle culle per passarseli tra loro, gettandoli sul fuoco, e terminato il gioco li riportino lì dove li avevano presi.

Le janare, grazie alla loro consistenza incorporea, entravano in casa passando sotto la porta (in corrispondenza con un’altra possibile etimologia del termine da ianua, porta). Per questo si era soliti lasciare una scopa o del sale sull’uscio: la strega avrebbe dovuto contare tutti i fili della scopa o i grani di sale prima di entrare, ma nel frattempo sarebbe giunto il giorno e sarebbe stata costretta ad andarsene. I due oggetti hanno un valore simbolico: la scopa è un simbolo fallico contrapposto alla sterilità portata dalla strega, il sale si riconnette con una falsa etimologia alla Salus.

Se si era perseguitati da una janara, ci si liberava di essa urlandole dietro «Vieni domani a prendere il sale!»; se si nominavano le janare in un discorso, si scongiurava il malaugurio con la frase «Oggi è sabato».

Le altre streghe di Benevento

Oltre alle janare vi sono altri tipi di streghe nell’immaginario popolare di Benevento. La Zucculara, zoppa, infestava il Triggio, la zona del teatro romano, ed era così chiamata per i suoi zoccoli rumorosi. La figura probabilmente deriva da Ecate, che indossava un solo sandalo ed era venerata nei trivii (“Triggio” deriva proprio da trivium).

Vi è poi la Manalonga (=dal braccio lungo), che vive nei pozzi, e tira giù chi passa nelle vicinanze. La paura dei fossi, immaginati come varchi verso gli inferi, è un elemento ricorrente: nel precipizio sotto il ponte delle janare vi è un laghetto in cui si creano improvvisamente gorghi, che viene chiamato il gorgo dell’inferno. Infine vi sono le Urie, spiriti domestici che ricordano i Lari e i Penati della romanità.

Nelle credenze popolari la leggenda delle streghe sopravvive in parte ancora oggi, arricchendosi di aneddoti e manifestandosi in atteggiamenti superstiziosi e paure di eventi soprannaturali.

La persecuzione

Le persecuzioni delle streghe possono considerarsi iniziate con le prediche di San Bernardino da Siena, che nel XV secolo predicò aspramente contro di loro, con particolare riferimento a quelle di Benevento. Spesso egli le additava al popolo come responsabili delle sciagure, e senza mezzi termini affermava che dovevano essere sterminate.

Un’ulteriore spinta alla caccia alle streghe venne data dalla pubblicazione, nel 1486, del Malleus Maleficarum, che spiegava come riconoscere le streghe, processarle ed interrogarle efficacemente tramite le più crudeli torture. In questo modo, tra il XV e il XVII secolo furono estorte numerose confessioni di supposte streghe, le quali più volte parlano di sabba a Benevento. Si ritrovano elementi comuni come il volo, pratiche come quella di succhiare il sangue dei bambini, tuttavia si trovano discrepanze circa, per esempio, la frequenza delle riunioni. Nella massima parte dei casi le “streghe” erano bruciate, mandate al patibolo o comunque punite con la morte con metodi più o meno atroci.

Solo nel XVII secolo ci si rese conto che non potevano essere veritiere confessioni fatte sotto tortura. In epoca illuministica si fece strada un’interpretazione razionale della leggenda, con Girolamo Tartarotti che nel 1749 spiegò il volo delle streghe come un’allucinazione provocata dal demonio, o Ludovico Antonio Muratori che nel 1745 affermò che le streghe sono solo donne malate psichicamente. Ipotesi successive vorrebbero che l’unguento di cui le streghe si cospargevano fosse una sostanza allucinogena.

Uno storico locale, Abele De Blasio, riferì che nell’archivio arcivescovile di Benevento erano conservati circa 200 verbali di processi per stregoneria, in buona parte distrutti nel 1860 per evitare di conservare documenti che potessero infiammare ulteriormente le tendenze anticlericali che accompagnarono l’epoca dell’unificazione italiana. Un’altra parte è andata persa a causa dei bombardamenti nella seconda guerra mondiale.

Racconti

Come tutte le credenze popolari, la leggenda delle streghe è corredata da un grande numero di racconti di diffusione popolare.

  • Un uomo, vedendo la moglie cospargersi di un unguento e lanciarsi in volo dalla finestra, capì che era una janara e sostituì l’unguento con un’altra sostanza, cosicché la notte dopo la moglie morì schiantandosi al suolo.
  • San Bernardino da Siena nelle sue prediche racconta di un famiglio di un cardinale che giunto a Benevento si unì ad un banchetto notturno, e portò con sé una ragazza lì conosciuta, la quale non parlò per tre anni; si scoprì poi che era una janara.
  • Un racconto forse derivante da un poemetto napoletano del XIX secolo intitolato Storia della famosa noce di Benevento parla di un uomo che si fa condurre al sabba dalla moglie, una janara. Chiede del sale perché il cibo è insipido, ma appena lo condisce il sabba scompare.

Anche poeti e scrittori nonché musicisti italiani e stranieri parlano e raccontano di streghe, ispirandosi alla leggenda beneventana.

  • Lo scienziato e scrittore Francesco Redi scrisse un racconto, intitolato Il gobbo di Peretola, in cui narra la storia di un gobbo di questa località che, invidioso della buona sorte toccata ad un altro gobbo guarito dalle streghe di Benevento della sua malformazione, s’era recato senza indugio laggiù, ma, avendo trattato male le streghe, era stato punito con l’aggiunta d’una seconda gobba.
  • Nel libro Il Malmantile di Lorenzo Lippi, nel 30° canto si parla di streghe.
  • Nella tragedia Macbeth di Shakespeare, il primo atto della tragedia inizia con il parlare delle streghe (Norne).
  • Nel balletto di Lussamagen, intitolato Il noce di Benevento, si parla dell’evento.
  • Nicolò Paganini musicò Le streghe.
  • Laurence Sterne nel romanzo Vita e opinioni di Tristram Shandy menziona ripetutamente i «demoni di Benevento».

Streghe di Basilicata

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1 reply

  1. Grazie! Sono sempre molto interessanti le sue ricerche.
    Non basta mai rileggere la storia e le infinite realtà che riguardano gli esseri umani, in modo particolare le donne.

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