Appunti per l’esame di Archeologia e Storia dell’arte del Vicino Oriente antico

Geografia della penisola araba

Più della metà della superficie della penisola araba è costituita dal deserto, del quale una delle aree più vaste è rappresentata dal Rub al-Khali, che si estende per 650.000 km2 in gran parte della regione sudorientale. A nord si incontra una propaggine del deserto siriaco, mentre a nord-est si trova la regione desertica del Nafud (che copre un’area di circa 56.980 km2); a sud del Nafud si estende una regione di altipiani solcati da numerosi uadi, letti di fiumi generalmente asciutti, a eccezione della stagione delle piogge.

A ovest gli altipiani si innalzano in una catena montuosa che si estende da nord a sud, attraversando le regioni dell’Higiaz e dell’Asir, e la cui massima elevazione è lo Jabal Sawda (3133 m). A est, lungo le rive del golfo Persico, si trova la depressione di Al Hasa, dove sono situati i principali giacimenti di petrolio del paese.


La formazione della penisola araba

Lo Yemen deve l’andamento dei suoi paesaggi, le forme principali del suo rilievo e persino le tempeste con cui il monsone si abbatte sulle sue cime, alla grande frattura che interessò, 30 milioni di anni fa, tutta l’Africa orientale, cui all’epoca, ben prima della comparsa dell’uomo sulla terra, l’Arabia era ancora unita. Ci sarebbero voluti diversi milioni di anni perché le fratture indotte dal movimento verso nord e verso est della placca arabica, separata dal resto del continente africano, creassero quel braccio d’oceano che è il Mar Rosso, e una serie di altre fratture sul fondo dell’Oceano Indiano, a sud di Aden, separassero la costa meridionale dell’Arabia dal Corno d’Africa.


La scoperta dell’Arabia antica

Mappa di Gastaldi del 1548 dell’Arabia felix

Lodovico de Varthema, 1503

Johann Wild di Norimberga

Joseph Pitts

Spedizione finanziata dal re Federivo V di Danimarca

Le prime spedizioni scientifiche:

Alois Musil, 1905, Harry St J.B. Philby, 1924


Preistoria

La preistoria viene convenzionalmente suddivisa, in prima approssimazione, in tre periodi rientranti in due diverse fasi:

  1. Fase preistorica, dominio delle tecniche litiche
    • Età della pietra: prodotti litici, in legno, osso, pelle.
      • paleolitico, un lunghissimo periodo, paragonato alle altre periodizzazioni, di oltre 2 milioni di anni; inizio ed evoluzione della modificazione degli strumenti in pietra
        • paleolitico inferiore 2 500 000 – 120 000 a.C.
        • paleolitico medio 120 000 – 36 000 a.C.
        • paleolitico superiore, fino a 10 000 a.C.
      • mesolitico, un più breve periodo, uso di tecniche microlitiche e inizio della domesticazione animale. 10 000 – 8 000 a.C.
      • neolitico, levigatura dei manufatti, uso di ceramiche, progressivo abbandono del nomadismo, diffuse pratiche agricole. 8 000 a.C. – 3 000 a.C.
    • Età del rame o cuprolitico, che si sovrappone alle ultime fasi del neolitico, coesistendo l’uso del metallo con l’industria litica 5 000 a.C. – 3 000 a.C.
  2. Fase protostorica, sovente esclusa dalla preistoria in senso stretto.
    • Età del bronzo 3 000 a.C. – 1 000 a.C.
    • Età del ferro, che si accavalla abbondantemente alla storia in senso stretto, e rientra in ogni ambito nella protostoria. Intorno al 1 200 a.C.

Preistoria araba

Nello Yemen meridionale (Hadramaut) sono stati scoperti numerosi insediamenti preistorici dal tardo Paleolitico al Neolitico, attardatosi fino al 2° millennio a.C., epoca in cui compaiono strutture circolari o lineari e dolmen. Industrie litiche a bifacciali del 4°-3° millennio a.C. provengono dal deserto di ar-Rub al-Khali e dalla regione di Sadah, dove sono anche presenti testimonianze di arte rupestre, datate a circa 6250 anni fa. Vari insediamenti e arte rupestre sono attestati nel Neolitico e nell’età del Bronzo (regione di Khawlān). L’inizio della civiltà sudarabica può essere fissato intorno al 1000 a.C.


Culture epipaleolitiche del Levante

La fase intermedia rispetto allo sviluppo di un’agricoltura irrigua rientra nella definizione di Epipaleolitico, un momento di transizione fra il Paleolitico superiore, dove ancora domina la caccia agli animali di grossa taglia, e l’avvento del Neolitico; si data tra i 24.000 e i 12.000 anni fa, all’alba dell’Olocene, obvvero alla fine dell’ultima glaciazione.


Definizione di Olocene e della cronologia della preistoria dal Neolitico all’Età del Bronzo

L’Olocene è l’epoca geologica più recente, quella in cui ci troviamo e che ha avuto il suo inizio convenzionalmente circa 11 700 anni fa.

Il limite con l’epoca inferiore (il Pleistocene) è definito sulla base del decadimento del 14C (un isotopo radioattivo del carbonio) e coincide approssimativamente con il termine dell’ultima fase glaciale che ha interessato l’emisfero settentrionale.

L’Olocene è la seconda epoca del periodo Quaternario. Il suo nome deriva dal greco ὅλος (holos, del tutto, assolutamente) e καινός (kainos, recente). Esso è stato identificato con il MIS 1 e può essere considerato un periodo interglaciale compreso nell’attuale era glaciale.


Culture Neolitiche tra il Levante e l’Arabia

La rivoluzione neolitica o rivoluzione del neolitico, detta anche transizione demografica del neoliticorivoluzione agricola o prima rivoluzione agricola, fu la transizione su larga scala di molte delle culture umane durante il periodo neolitico da uno stile di vita di caccia e raccolta ad uno di agricoltura e sedentarietà, favorendo un incremento della popolazione umana. Fu in queste prime comunità sedentarie che divenne possibile fare osservazioni ed esperimenti con le piante e su come nascessero e crescessero. Questo nuovo tipo di conoscenza portò alla coltivazione delle piante.


L’età del bronzo nella Penisola arabica e principali culture di III e II millennio nel VOA

La periodizzazione per l’età del bronzo nel Vicino Oriente antico è la seguente:

Età del bronzo
(3300–1200 a.C.)
Antica età del bronzo
(3300–2000 a.C.)
Antica età del bronzo I3300–3000 a.C.
Antica età del bronzo II3000–2700 a.C.
Antica età del bronzo III2700–2200 a.C.
Antica età del bronzo IV2200–2000 a.C.
Media età del bronzo
(2000–1550 a.C.)
Media età del bronzo I2000–1750 a.C.
Media età del bronzo II1750–1650 a.C.
Media età del bronzo III1650–1550 a.C.
Tarda età del bronzo
(1550–1200 a.C.)
Tarda età del bronzo I1550–1400 a.C.
Tarda età del bronzo II A1400–1300 a.C.
Tarda età del bronzo II B1300–1200 a.C.

In Mesopotamia l’età del bronzo inizia intorno al 2900 a.C., nel tardo periodo di Uruk, abbracciando l’antico periodo dinastico di Sumer, l’Impero accadico, i periodi antico babilonese e antico assiro e il periodo dell’egemonia cassita.


Protostoia e storia dell’Arabia antica

Storia dell'Arabia pre-islamica | Storia Romana e Bizantina

Protostoria

Definizione delle culture di epoca storica nella Penisola arabica

Tre grandi fasi nei diciotto secoli di Arabia antica

Prima fase, degli antichi regni: secoli IX-VI a.C.

Seconda fase, dei regni medi, secoli V a.C.-I d.C.

Terza fase, regni tardi, secoli II e VII d.C.


Linguistica ed epigrafia dell’Arabia antica

Le lingue del nord-arabico antico

Alle numerose scritture che si sono sviluppate in Arabia del nord, attestate in migliaia di graffiti ed iscrizioni datati all’incirca tra la metà del I millennio a. C. e il III s. d. C., corrispondono altrettante lingue diverse: taymanitico, dadanitico, tamudico, ḥismaico e safaitico.

In passato, si riteneva che le lingue espresse dagli alfabeti nordarabici rappresentassero lo stadio più arcaico dell’arabo (Knauf 2010 con la bibliografia precedente). Quest’opinione è stata però messa in discussione da molti studiosi, che hanno invece suggerito che esse rappresentino una famiglia indipendente, chiamata “nordarabico antico” (Beeston 1981; Müller 1982; Macdonald 2000, 2004; Hayajneh 2011). Questa idea si basa soprattutto sulla forma dell’articolo determinativo: h- in nordarabico antico e ʾl in arabo (Macdonald 2000). Entrambe queste posizioni sono state di recente messe in discussione da Al-Jallad (2015, in stampa), secondo il quale le scritture ANA rappresentano un gruppo linguistico eterogeneo e non un sottogruppo coerente. Egli suggerisce che l’hismaico e il safaitico dovrebbero essere considerati due tipi di arabo antico, mentre il dadanitico rappresenta una categoria separata. Koostra (2016) ha inoltre dimostrato che il taymanitico non ha nessun legame particolare con le altre lingue espresse dalle scritture nordarabiche, e che invece esibisce isoglosse che lo collegano piuttosto al semitico di nord-ovest.

Scritture del nord-arabico antico

Il nordarabico antico è un’etichetta convenzionale che raggruppa una serie scritture alfabetiche consonantiche, appartenenti alla tradizione del semitico meridionale e attestate in un’ampia area che va dalla Siria meridionale allo Yemen settentrionale, includendo la Giordania e l’Arabia saudita. Documenti in nordarabico antico sono stati trovati anche in Israele/Palestina, Egitto e Iraq. Si ritiene che queste scritture si siano formate parallelamente al sudarabico antico, di cui probabilmente condividono un antenato comune. La durata cronologica dei singoli alfabeti non è ancora stabilita, ma i più antichi documenti risalgono almeno alla prima metà del I millennio a. C. Non si sa quando queste scritture si siano estinte; la più tarda iscrizione datata risale al III s. d. C. Si distinguono in quattro sicure categorie:

Dadanitico

Taymanitico

Safaitico

Hismaico

oltre ad una categoria chiamata tamudico, di cui si riconoscono diverse varietà (B, C, D e del sud).

L’antico sudarabico

Come scrive Anne Multhoff nel volume collettaneo “The Semitic Languages”: “L’antico sud-arabico è un gruppo di lingue epigraficamente attestate nell’angolo sud-occidedntale della penisola araba, approssimativamente coincidente con l’odierno Yemen. E’ documentato in iscrizioni che coprono un arco temporale dal primo millennio a.C. fino al VI secolo d.C. Sebbene spesso trattato come una lingua comune (“Antico sud-arabico”), lo si può dividere in quattro differenti lingue: •

Sabeo
Qatabanico
Mineo
Hadramawtico

Le lingue sud-arabiche

Il Sudarabico antico è un’etichetta, di tipo puramente geografico, che designa un gruppo di quattro lingue semitiche, attestate dalla fine del II – inizio I millennio a. C. fino all’avvento dell’Islam nell’attuale Yemen, nella parte meridionale della penisola araba. Le lingue sudarabiche: sabeo, qatabanico, mineo e hadramawtico, prendono il nome dai quattro regni sudarabici (Sabaʼ, Qatabān, Ma‘in e Ḥaḍramawt), stati tribali i cui nomi furono tramandati anche nelle fonti greco-romane.
Nella terminologia inglese, oltre a Ancient South Arabian, si usa talvolta Old South Arabian e Epigraphic South Arabian. Lo studioso A. F. L. Beeston preferì coniare il termine di Ṣayhadic, derivante dal deserto di Ṣayhad, lungo i cui bordi si svilupparono i più antichi regni sudarabici.

Il Sudarabico antico, tradizionalmente inserito dai semitisti nel semitico meridionale, da meno di trent’anni è classificato invece nel semitico centrale, insieme al nordarabico (nordarabico antico e arabo) e al semitico del nord-ovest (Cananaico, Aramaico, Ugaritico).


Il Sudarabico antico forma una famiglia linguistica le cui lingue (in precedenza chiamate per lo più dialetti) condividono una serie di caratteristiche comuni: oltre alla scrittura, esiste infatti un numero di isoglosse fonetiche (tre sibilanti sorde non enfatiche), morfologiche (articolo suffisso -n), sintattiche e lessicali.


Tuttavia, queste lingue presentano anche tratti distinti, che accomunano solo alcune lingue tra di loro o sono del tutto specifiche.

Dal punto di vista morfologico, l’opposizione più evidente è quella tra le forme in s1 (nei pronomi e nel causativo verbale) proprie del qatabanico, mineo e hadramawtico, e le forme in h proprie del sabeo. Ma differenze più o meno marcate sono evidenti anche nell’uso delle matres lectionis, nei paradigmi verbali e pronominali oltre che nel lessico tecnico.


L’organizzazione tribale

Mappa delle principali tribù arabe nell’Arabia pre-maomettiana.

Le oasi del nord

Le prime oasi di tipo propriamente urbano: Qurayyah e Taymā’ attive alla fine del II millennio a.C.

Tayma

Taymāʾ è una vasta oasi che vanta una lunga storia insediativa, sita nell’attuale Arabia Saudita nord-occidentale, nel punto di confluenza delle strade mercantile che univano Yathrib (oggi Medina) e Duma col deserto del Nefud. Tayma è collocata 264 km a SE di Tabuk e a circa 400 km a nord di Medina.

La più antica menzione della città-oasi è nelle iscrizioni assire (VIII secolo a.C., dove essa viene citata come “Tiamat”. L’oasi s’era già sviluppata come centro prospero di commerci, ricca di pozzi d’acqua e di edifici ben costruiti. Tiglath-Pileser III riceveva tributi da Tayma e Sennacherib parla di una delle porte di Ninive definendola “Porta del deserto”, ricordando che “i doni dei Sumu’aniti e dei Taymiti passavano attraverso essa”.

Iscrizione aramaica proveniente da Tayma (VI secolo)

Nel VII secolo a.C. era ricca e orgogliosa abbastanza da meritarsi una profezia minacciosa di Geremia (25:23).

Fu governata da una dinastia araba locale. Sono ricordati a tal proposito i nomi di due regine dell’VIII secolo a.C.: Shamsi e Zabibe, cosa che ha fatto a lungo discutere di una non del tutto impossibile fase matriarcale araba antica.

Nel 539 a.C., Nabonedo si ritirò a Tayma per motivi non del tutto chiariti al di là d’ogni possibile dubbio (forse legati a questioni religiose), affidando il regno di Babilonia a suo figlio. Questo fatto rese assai celebre Tayma, rendendola per un certo periodo una città di notevole rilevanza spirituale e politica.

Iscrizioni cuneiformi, forse datate al VI secolo a.C. sono state scoperte a Tayma. La città è più volte ricordata nell’Antico Testamento. L’eponimo biblico è Tema, uno dei figli di Ismaele. Indagini archeologiche del sito, sotto gli auspici del Deutsches Archäologisches Institut, sono attualmente operanti.Stele con iscrizione dedicatoria in aramaico del dio Salm. Arenaria, V secolo a.C. Rintracciata a Tayma da Charles Huber nel 1883. Ora al Louvre.

La stele di Tayma scoperta da Charles Hubert nel 1883, ora al Louvre, fornisce l’elenco delle divinità di Tayma nel VI secolo a.C.: Ṣalm di Maḥram, Shingala e Ashira. Questa Ashira potrebbe probabilmente essere Athirat/Asherah

Nabonedo a Tayma

Nabonedo, salito al trono a seguito di un colpo di mano, fu fortemente condizionato dalle sue origini non babilonesi; privo dell’appoggio del clero di Marduk, Nabonedo cercò di allargare seppur riconoscendo il ruolo centrale di Marduk nell’assegnazione della regalità babilonese, responsabilità e competenze a nuove divinità tradizionalmente legate alle città di Larsa, Sippar, Ur, Kharran, Uruk e Akkad. Accanto alle iscrizioni che ricordano interventi di costruzione e restauro presso i santuari di Marduk, Nabû e Nergal, dèi tutelari rispettivamente di Babilonia, Borsippa e Kutha, il sovrano di Babilonia esalterà anche le divinità di Shamash, Sin e Ishtar.

Lo spostamento della residenza del sovrano da Babilonia a Tayma fu anch’esso un nuovo e decisivo episodio che contribuì ad esasperare i rapporti tra Nabonedo e il clero di Marduk; a seguito dei problemi interni al regno di Babilonia, Ciro approfittò della situazione per entrare in Babilonia e “liberare” la città dalla cattiva sovranità del re babilonese,

L’attività edilizia di Nabonedo, anche definito “re-archeologo”, fu intensa: intraprese numerosi scavi alla ricerca delle strutture architettoniche antiche sulle quali avrebbe dovuto compiere interventi di restauro o addirittura di ricostruzione; si vanterà anche di avere trovato nell’antichissima Akkad il testo di fondazione di Naram-Sin presso l’Eulmash di Ishtar.


Dedān e Dūmat al-Jandal/Adummatu, pienamente attive nella prima metà del I millennio a.C.

Dedān ( Al-‘Ula )

Al-‘Ula era la capitale degli antichi Lihyaniti (Dedaniti). Il governatorato contiene il primo sito del patrimonio mondiale dell’UNESCO nel regno saudita, chiamato Hegra (noto anche come Al-Hijr, o Mada’in Saleh/Mada’in Salih), 22 km (14 mi) nord della città. Hegra (Mada’in Salih) è stata costruita più di 2.000 anni fa dai Nabatei. Al-‘Ula, l’antica città murata, è piena di case in mattoni di fango e pietra.

La città fortificata di Al-‘Ula è stata fondata nel VI secolo a.C., un’oasi nella valle desertica, con terreno fertile e acqua in abbondanza. Si trovava lungo la “Strada dell’Incenso”, la rete di rotte che facilitava il commercio di spezie, seta e altri articoli di lusso attraverso l’Arabia, l’Egitto e l’India. Al-‘Ula sorge sul sito della città biblica di Dedan, ma fu fondata con l’antico regno nordarabico di Lihyan, che governò dal V al II secolo a.C. La storia più antica dell’oasi è stata suddivisa in più fasi. Il regno dedanita abbraccia il VII e il VI secolo a.C. . Dedan è menzionato nelle “Iscrizioni di Harran”. In questi si racconta come Nabonedo il re di Babilonia fece una campagna militare nell’Arabia settentrionale attorno al 552 aC, conquistando Tayma Dedan e Yathrib (Medina). Si pensa che intorno alla fine del V secolo a.C. il regno divenne ereditario.Una delle tombe nabatee della necropoli di Madain Saleh

I successivi quattrocento anni, fino al 100 a.C. circa, furono il tempo del Regno di Lihyan. I nabatei furono i signori della regione almeno fino al 106 d.C. quando i romani conquistarono la loro capitale Petra . I Nabatei fecero di Hegra, la moderna Mada’in Salih, la loro seconda capitale. Il centro di potere della regione si spostò così a Hegra circa 22 km (14 mi) a nord di Al-‘Ula.

Madāʾin Ṣāliḥ (Hegra), a 22 km da Al-‘Ula

Madāʾin Ṣāliḥ chiamata anche al-Ḥijr (“luogo roccioso”), è un’antica città situata nell’Hijaz settentrionale (nell’attuale Arabia Saudita), a circa 22 km dalla città di al-ʿUlā.

In tempi antichi la città era abitata da Thamudeni e Nabatei, ed era conosciuta con il nome di Hegra. Fu occupata da legionari romani durante l’espansione di Traiano nel Vicino Oriente, nel secondo secolo d.C. Alcune delle iscrizioni rinvenute in questo luogo sono state datate al I millennio a.C. Tutti gli altri elementi architetturali risalgono invece al periodo dei Thamudeni e dei Nabatei, tra il II secolo a.C. ed i II secolo d.C.

Recentemente sono state scoperte evidenze dell’occupazione romana ai tempi di Traiano e forse di Adriano: l’area montuosa di Hijaz nell’Arabia nordoccidentale probabilmente era parzialmente fertile e fece parte della provincia romana dell’Arabia Petrea con capitale Petra

Nel 2008, l’UNESCO ha iscritto Madāʾin Ṣāliḥ tra i patrimoni dell’umanità, rendendolo il primo patrimonio riconosciuto dell’Arabia Saudita.

Location of Dedan

Dūmat al-Jandal/Adummatu

Il castello

Dūmat al-Jandal, oggi al-Jawf, è un’antica città, di cui oggi rimangono solo rovine, sita a nord-ovest dell’Arabia Saudita, nella provincia di al-Jawf. Il nome Dūmat al-Jandal significa letteralmente “Dūma di Pietra”, dal momento che il suo territorio era quello occupato dal biblico Dumah, uno dei dodici figli di Ismaele, figlio di Abramo. Il nome accadico dell’antica città era Adummatu. La storia della cittadina risale al X secolo a.C. ed è ricordato nelle iscrizioni accadiche dell’Impero assiro (che risalgono all’845 a.C.), in cui si parlava di Adummatu, descritta come la capitale di un regno arabo, talvolta ricordato col nome di Qedar (Qidri). Sono parimenti noti i nomi di cinque potenti regine arabe che governarono la città: ZabibeSamsiTábua e Te’elhunu. L’ultima è indicata anche come “grande sacerdotessa” di ʿAthtar al-samim, ossia “Athtar dei Cieli”, nome arabo di Inanna-Ishtar, divinità della fertilità, dell’amore e della guerra. Dūmat al-Jandal, in effetti, era il sito in cui sorgeva un importante santuario dedicato alla dea. Scavi archeologici realizzati da Khalil Ibrahim al-Mu’aykel nel 1986 hanno portato a nuove conoscenze rispetto alle prime osservazioni fatte dieci anni prima e hanno rivelato la presenza di uno strato di ceramiche romano-nabatee, indizio di una fruttuosa attività economica e mercantile durante l’età nabatea, del cui regno la cittadina assai probabilmente faceva parte. Nel 106, Dūmat fu annessa all’Impero romano, allorché l’Imperatore Traiano sconfisse i Nabatei. Nel 269 il sito è menzionato da Zenobia, regina di Palmira, come città con un’insuperabile fortezza. Dopo che le sue forze furono costretta a sgomberare la città, la fortezza di Marid resistette in effetti all’attacco portato contro Zenobia dai Romani. Più tardi, nel V secolo, Dūmat al-Janad divenne la capitale del regno dei Kinda. Nel 633, all’epoca del califfo Abū Bakr, Khālid b. al-Walīd conquistò Dūmat al-Jandal, che entrò a far parte del neo-costituito Califfato arabo-islamico. Secondo gli Arabi il toponimo Dūmat al-Jandal significava “Dūma della roccia” (jandal), perché essa in effetti insisteva su un ampio basamento roccioso.


Regno nabateo

Nabatean Kingdom map.jpg

Il regno nabateo controllava molte delle rotte commerciali della regione, accumulando una grande ricchezza e attirando l’invidia dei suoi vicini. Si estendeva a sud lungo la costa del Mar Rosso nel deserto dell’Hejaz, fino a nord fino a Damasco, che ha controllato per un breve periodo (85-71) a.C.

Il regno nabateo rimase indipendente dal IV secolo a.C. fino a quando fu annesso dall’Impero Romano nel 106 d.C., dove fu rinominato in Arabia Petraea.

I Nabatei erano una delle numerose tribù nomadi dei beduini che vagavano per il deserto arabo e si trasferivano con le loro mandrie ovunque potessero trovare pascoli e acqua. Divennero familiari con la loro area man mano che passavano le stagioni e lottavano per sopravvivere durante i brutti anni in cui le precipitazioni stagionali diminuivano. Sebbene i Nabatei fossero inizialmente radicati nella cultura aramaica, le teorie su di loro che hanno radici arameiche sono respinte dagli studiosi moderni. Invece, prove archeologiche, religiose e linguistiche confermano che sono una tribù dell’Arabia del Nord.

L’origine precisa della tribù specifica dei nomadi arabi rimane incerta. Un’ipotesi individua la loro patria originaria nell’odierno Yemen, nel sud-ovest della penisola arabica, ma le loro divinità, lingua e scrittura non condividono nulla con quelle dell’Arabia meridionale. Un’altra ipotesi sostiene che provenissero dalla costa orientale della penisola.

Il suggerimento che provenissero dall’area di Hegiaz è considerato il più convincente, poiché condividono molte divinità con gli antichi popoli; nbtw, la consonante di radice del nome della tribù, si trova nelle prime lingue semitiche di Hegiaz.

Le somiglianze tra il tardo dialetto arabo nabateo e quelle trovate in Mesopotamia durante il periodo neo-assiro, così come un gruppo con il nome di “Nabatu” elencato dagli Assiri come una delle numerose tribù arabe ribelli nella regione, suggerisce una connessione tra i due.

I Nabatei potrebbero essersi originati da lì e migrati ad ovest tra il VI e il IV secolo a.C. nell’Arabia nordoccidentale e gran parte dell’attuale Giordania. I Nabatei sono stati falsamente associati ad altri gruppi di persone. Un popolo chiamato “Nabaiti”, che fu sconfitto dal re assiro Assurbanipal, fu associato da alcuni con i Nabatei a causa della tentazione di collegare i loro nomi simili. Un altro equivoco è la loro identificazione con il Nebaioth della Bibbia ebraica, i discendenti di Ismaele, figlio di Abramo.

A differenza del resto delle tribù arabe, i Nabatei emersero successivamente come attori fondamentali nella regione durante i loro periodi di prosperità. Tuttavia, la loro influenza svanì e i Nabatei furono dimenticati.


Le oasi dell’Arabia orientale

Il paese di Magan


Le città carovaniere dell’Arabia meridionale

Tra il IX secolo a.C. e il VI secolo, nello Yemen si svilupparono diversi regni: 

SabaMa’ĪnHadramawtQatabānAwsānHimyar


Saba

Il tempio più antico della penisola arabica, detto palazzo della Regina di Saba, si trova in Ma’rib, nel sud dell’attuale Yemen. Questa città si ritiene fosse la capitale del regno, situata in una posizione strategica per il commercio, tanto in Asia come in Africa, compreso il caffè della regione etiope di Kefa o l’incenso che proviene esclusivamente dal corno d’Africa. Il primo regno dello Yemen sarebbe stato il regno sabeo, con capitale Ma’rib, a partire dal 1500 a.C.

L’episodio biblico della visita della regina di Saba a Gerusalemme per vedere il re Salomone sarebbe avvenuto verso il 1000 a.C. e suggerirebbe la potenza di tale regno a tale data, nonché la presenza in Saba di una società matriarcale, in cui il potere politico era passato ai discendenti monarchici per via femminile. Probabilmente, la popolazione di Saba fu una mescolanza di popoli africani, come gli Etiopi, e arabi, come gli Yemeniti, anche perché in Africa orientale è attualmente possibile incontrare molti gruppi etnici con tradizione matriarcale, cosa che è invece poco diffusa tra le popolazioni arabiche. Anche nella Bibbia il nome Saba è associato all’Etiopia, come anche i prodotti da essa commerciati appaiono di provenienza africana, pertanto è possibile che a quell’epoca regnasse a Ma’rib una dinastia etiope. Secondo il testo sacro medievale della tradizione etiope, il Kebra Nagast, il libro della ‘Gloria dei Re’, dall’incontro tra Salomone e la regina di Saba nacque Menelik, il primo degli imperatori etiopici. Diventato adulto, Menelik avrebbe reso visita a suo padre ed avrebbe portato in Etiopia l’Arca dell’Alleanza con il favore di Dio (salmo 68: “l’Etiopia tenderà le mani a Dio”).

La prima attestazione storica di un regno yemenita sabeo risale tuttavia solo all’VIII secolo a.C., cioè tre secoli dopo l’episodio biblico avvenuto al tempo di re Salomone. La prima menzione di un regno sabeo in Arabia meridionale è infatti in un’iscrizione assira del 716 a.C., quando il mukarrib Yathiamar è assoggettato a un tributo dal re di Assiria Sargon II. Questa iscrizione, mentre mostra l’esistenza di un’entità statuale nella regione, indica tuttavia che a quel tempo essa fosse governata da una dinastia patrilineare di principi-sacerdoti, che assunsero il titolo di re. In età greco-romana è invece attestato in Yemen il governo di regine.

In seguito il regno di Saba subì spinte disgregatrici, come si evince dalle campagne militari condotte verso il 700 a.C. dal re Karib’il Watar, figlio di Dhamar’alî, contro la città ribelle di Nashan per opporsi ai suoi tentativi di indipendenza, chiedendo anche l’aiuto dei governanti delle città di Haram e Dekaminahû. Questo sovrano, negli anni dal 689 al 681 a.C., dopo aver distrutto il regno rivale di Awsân, fondò l’impero sabeo con capitale Ma’rib, primo Stato yemenita unito storicamente attestato. Il regno di Saba subì quindi un attacco da parte del regno di Hadramaut, che stabilì una breve dominazione nel mezzo del VI secolo a.C. con due re stranieri sul trono di Ma’rib, che in seguito dovettero far fronte alla penetrazione di una nuova tribù, quella del regno mercantile di Ma’în, che riconobbe invece la sovranità del regno di Saba e ne divenne vassallo.

A seguito di una guerra nel VI secolo, il regno di Qataban, rivale di Saba, divenne egemone nella regione, eclissando Saba dal 500 al 110 a.C. Nel corso di questa dominazione, Saba sottomise una nuova tribù araba migrante, quela di Amir, verso il 200 a.C., quindi con il declino progressivo di Qataban riprese la sua influenza nella regione e gradualmente impose di nuovo il suo potere. Con la fine del regno di Ma’in nel 120 a.C., la regione di Jawf passò nuovamente sotto il controllo di Saba, e l’aristocrazia sabea si appropriò delle regioni di Nashan, Nashq e Manhiyat, mentre il resto era abbandonato alle tribù nomadi.

Ma la caduta di Qataban causò una lotta feroce tra Saba e Hadramaut, che all’inizio del primo secolo d.C. avviò una politica egemonica nella regione, sconfiggendo infine Saba, che fu costretta a riconoscere la sua dominazione. Verso il 100 d.C. il regno di Saba conobbe un’ultima rinascita, che non resisté tuttavia a una nuova potenza, l’Himyar, che stabilì a sua volta il suo impero dal 230 al 532 d.C., durante il quale Saba gradualmente declinò.

Notizie sull’esistenza del regno di Saba, con capitale Mā′rib e centri urbani a Ṣirwāḥel-Mesagid e el-Huqqa, si hanno da iscrizioni assire (8° sec. a.C.); esso raggiunse il suo apogeo nel 5°-4° sec. a.C. Contemporaneamente si svilupparono nello Y. anche altre entità statuali.

I centri urbani, in cui sono presenti resti di edifici monumentali, di templi e opere di irrigazione e da cui provengono numerose sculture e materiali epigrafici, sorgono in relazione a vie commerciali, al cui controllo sembra legata l’espansione sabea in Eritrea e nel Tigré tra il 5° e il 3° sec. a.C.

Verso il 115 a.C. la capitale venne trasferita da Mā′rib a Ẓafār, presso l’attuale Yarim, mentre nel regno acquistò peso preponderante la tribù degli Ḥimyariti; vennero poi assorbiti gli altri regni sudarabici di Ma‛īnQatabān e Hadramaut (2° sec. d.C.) dopo la sconfitta di Elio Gallo nel 25-24 a.C.

Lo Stato yemenita così unificato venne assalito e temporaneamente occupato nel 4° sec. dal regno di Aksum, che nel 525 soggiogò definitivamente il regno himyarita.

Mā′rib, capitale del regno sabeo– Fondata sicuramente prima dell’VIII secolo a.C. (epoca di costruzione della diga), Ma’rib era la capitale del regno sabeo e il centro del commercio dell’incenso che le carovane portavano in tutto il mondo.

Qui sorge l’enigmatico Tempio di Bilqis, o Tempio della Luna, probabilmente fondato nel II millennio a.C., di cui restano in piedi cinque pilastri (e parte del sesto), innalzati su un basamento a gradini, che fronteggia al pozzo sacro.


Il regno neo-sabeo di Himyar

Kingdom of Aksum.png

Himyar è il nome che gli Arabi musulmani dettero al regno neo-sabeo sud-yemenita attivo tra il 110 a.C. e il 520), prima della sua conquista e della conversione dei suoi abitanti a seguito della disfatta subita dalla “profetessa” Sajāḥ.

È probabile che il nome sia quello di una confederazione tribale – con capitale Zafār – formatasi alla fine del II secolo a.C., con la quale gli Arabi peninsulari erano entrati in proficuo contatto economico-commerciale e culturale fin dall’età preislamica.

Il potere himyarita spostò a Ṣanʿāʾ la sua capitale quando la popolazione conobbe un notevole incremento nel V secolo d.C.. Il potere passò ai sovrani provenienti dalla tribù di dhū Raydān e per questo motivo il loro regno fu chiamato Raydān, come figura anche nella loro monetazione e nelle loro iscrizioni.

Città vecchia di Ṣanʿāʾ

Il regno conquistò poi per la prima volta la vicina Saba’ verso il 25 a.C., Qataban intorno al 200 d.C. e Haḍramawt nel 300 d.C. circa.

Nel IV secolo si assistette a un parziale processo di ebraizzazione e al relativo abbandono della cultura pagana, per volontà della dinastia di tubbaʿ regnante, fenomeno che – unitamente alla cospicua presenza cristiana nella grande oasi di Najrān – è stato visto come anticipatore del lento affermarsi delle concezioni monoteistiche della Penisola dapprima e del Ḥijāz successivamente, senza dimenticare comunque l’influenza scaturita dall’occupazione del paese da parte dei persiani sasanidi nel 570 d.C. circa.

Secondo tradizioni e documenti arabi, siriaci e abissini, il re Dhū Nuwās si convertì al giudaismo, mettendo in atto nel 523 una violenta persecuzione contro i cristiani. Le fonti cristiane insistono sull’episodio dell’assedio alla città di Najrān, il cui assedio non sortì effetti, inducendo il re a promettere che, se i cristiani gli avessero aperto le porte pacificamente, non avrebbe perpetrato alcuna violenza. Non fu così. Quando la città gli aprì le porte, Dhū Nuwās ordinò il massacro di quanti non avessero abbandonato la fede cristiana e, come monito, disseppellì il corpo del vescovo Paolo e lo arse.

Gli Acta di Areta di Najrān ricordano il martirio di Areta, uno dei notabili della città, il quale fu ucciso con 340 compagni il 24 ottobre del 523. I documenti agiografici leggono ovviamente l’episodio dell’assedio in chiave esclusivamente religiosa, mentre ignorano il cospicuo debito contratto dal re nei confronti dei mercanti cristiani dell’oasi e la sua difficoltà (e flebile intenzione) di rifonderlo.


Ma’Īn

Il regno mineo era uno dei principali reami dello Yemen antico e dell’Arabia del sud-ovest.

La capitale era Qarnāwu/Qarnāw, che si trovava lungo il deserto chiamato Sayhad dai geografi arabi del Medioevo europeo e ora chiamato invece Ramlat al-Sabʿatayn, nel quale è stata attiva a lungo una missione archeologica italiana guidata dal prof. Alessandro de Maigret, dell’Università di Napoli “L’Orientale”.

Costituivano uno dei popoli antichi che vivevano in Yemen. Altri erano i Sabei, gli Hadramiti, i Qatabanici e gli Awsaniti.
Quando tali popoli avevano organizzato loro reami regionali, i Minei vantavano una posizione dominante fra il 1200 a.C. e il 650 a.C.

Il regno mineo, come gli altri regni d’Arabia e dello Yemen, fu fortemente coinvolto nei traffici mercantili transarabici, in particolare nel commercio delle spezie, dell’incenso e della mirra.

Un loro emporio, che fungeva da raccordo con la tratta settentrionale arabica delle carovaniere, faceva centro nella città di Mada’in Salih, chiamata anche al-‘Ula e, nella Bibbia, Dedan.


Qataban

Tamna, capitale del Qataban– Il Qataban fu uno degli antichi regni sud-arabici che prosperarono nella vallata del wadi Bayhan. Come molti altri regni yemeniti, si arricchì grazie al traffico del franchincenso e della mirra, che si usava bruciare in diversi culti religiosi.

La capitale era Tamna, collocata lungo la rotta mercantile che passava attraverso i regni del Hadramawt, di Sheba e di Ma’in. La principale divinità era ʿAmm, o “Zio”, e i qatabanici usavano chiamare se stessi “figli di ʿAmm”.

Fu il più importante regno yemenita nella seconda metà del I millennio a.C., quando i suoi sovrani assunsero il titolo di “federatori”, MKRB (normalmente vocalizzato Mukarrib), un tempo visti come re-sacerdoti.


Hadramawt

Shabwa, capitale dell’Hadramawt– Alla stessa epoca risale la fondazione di Shabwa, l’antica capitale del regno di Hadramawt, oggi una città-fantasma in gran parte ricoperta dalla sabbia, raggiungibile da Ma’rib con un percorso di alcune ore su piste invisibili tra le sabbie del deserto, che solo le guide beduine sono capaci di distinguere e seguire senza esitazioni nell’immenso nulla del Ramlat as-Sab’atayn.

Nell’epoca del suo massimo splendore, le carovane che giungevano a Shabwa dovevano versare al sommo sacerdote del luogo un tributo pari a un decimo del valore del loro carico, e questo fece della città (la mitica Sabota citata da Plinio) un centro ricchissimo, con oltre sessanta templi. Nel silenzio che l’avvolge, immersa nella luce lattiginosa del deserto dove la sabbia sollevata dal vento rende evanescenti i contorni delle cose, Shabwa conserva ormai solo esigue tracce del suo splendido, lontano passato.


Himyar

Città vecchia di Ṣanʿāʾ

Himyar è il nome che gli Arabi musulmani dettero al regno neo-sabeo sud-yemenita attivo tra il 110 a.C. e il 520), prima della sua conquista e della conversione dei suoi abitanti a seguito della disfatta subita dalla “profetessa” Sajāḥ.

È probabile che il nome sia quello di una confederazione tribale – con capitale Zafār – formatasi alla fine del II secolo a.C., con la quale gli Arabi peninsulari erano entrati in proficuo contatto economico-commerciale e culturale fin dall’età preislamica.

Il potere himyarita spostò a Ṣanʿāʾ la sua capitale quando la popolazione conobbe un notevole incremento nel V secolo d.C.. Il potere passò ai sovrani provenienti dalla tribù di dhū Raydān e per questo motivo il loro regno fu chiamato Raydān, come figura anche nella loro monetazione e nelle loro iscrizioni.

Il regno conquistò poi per la prima volta la vicina Saba’ verso il 25 a.C., Qataban intorno al 200 d.C. e Haḍramawt nel 300 d.C. circa.

Nel IV secolo si assistette a un parziale processo di ebraizzazione e al relativo abbandono della cultura pagana, per volontà della dinastia di tubbaʿ regnante, fenomeno che – unitamente alla cospicua presenza cristiana nella grande oasi di Najrān – è stato visto come anticipatore del lento affermarsi delle concezioni monoteistiche della Penisola dapprima e del Ḥijāz successivamente, senza dimenticare comunque l’influenza scaturita dall’occupazione del paese da parte dei persiani sasanidi nel 570 d.C. circa.

Secondo tradizioni e documenti arabi, siriaci e abissini, il re Dhū Nuwās si convertì al giudaismo, mettendo in atto nel 523 una violenta persecuzione contro i cristiani. Le fonti cristiane insistono sull’episodio dell’assedio alla città di Najrān, il cui assedio non sortì effetti, inducendo il re a promettere che, se i cristiani gli avessero aperto le porte pacificamente, non avrebbe perpetrato alcuna violenza. Non fu così. Quando la città gli aprì le porte, Dhū Nuwās ordinò il massacro di quanti non avessero abbandonato la fede cristiana e, come monito, disseppellì il corpo del vescovo Paolo e lo arse.

Gli Acta di Areta di Najrān ricordano il martirio di Areta, uno dei notabili della città, il quale fu ucciso con 340 compagni il 24 ottobre del 523. I documenti agiografici leggono ovviamente l’episodio dell’assedio in chiave esclusivamente religiosa, mentre ignorano il cospicuo debito contratto dal re nei confronti dei mercanti cristiani dell’oasi e la sua difficoltà (e flebile intenzione) di rifonderlo.

Kingdom of Aksum.png

Le vie carovaniere e il Vicino Oriente antico. Dinamiche economiche e sociali

Le rotte commerciali dell’antico Medio Oriente, quando Petra era l’ultima fermata per le carovane che trasportavano spezie prima di essere spedite nei mercati europei attraverso il porto di Gaza.

La Via dell’ Incenso

Nell’antichità vi fu un enorme consumo di essenze aromatiche per usi rituali e cosmetici, soprattutto di incenso, prodotto esclusivamente nell’ Arabia meridionale tra lo Yemen e il Dhofar in Oman, che i romani chiamarono poi Arabia Felix. Si creò
un’importantissima rotta carovaniera attraverso le oasi del deserto Rub’ al Khali per i centri di Petra, Palmyra e successivamente la Jerash romana, dove le merci venivano smistate per il Mediterraneo e l’ Egitto.

Altre vie attraversavano l’Oman per la Costa dei Pirati e il Golfo Persico, dove i carichi di incenso procedevano per i mercati persiani e mesopotamici, altre ancora attraversavano il Mar Rosso per raggiungere l’Alta Nubia e le civiltà sviluppate in Sudan ed Etiopia.

Assieme all’ incenso le carovane trasportavano altri prodotti, tecniche, modelli artistici e culturali che permisero importanti trasformazioni ed integrazioni tra le civiltà. Il lavoro ripercorre la Via dell’Incenso con un’ampia documentazione sui siti archeologici, gli ambienti e le popolazioni di una vasta area che comprende l’Arabia, il Mediterraneo orientale, la Valle del Nilo e l’ Etiopia.

Gli scavi italiani de L’Orientale nella Penisola arabica, lo Yemen, l’Arabia Saudita e l’Oman

Il dimorfismo culturale dell’Arabia antica: le oasi urbane carovaniere e le evidenze archeologiche delle genti nomadiche

Sul concetto di città nel Vicino Oriente antico, il caso della Penisola arabica

Introduzione alla storia dell’arte sudarabica, specificità regionali e imprestiti esterni

Nonostante alcune campagne di scavo in siti storici, effettuate specialmente tra la fine degli anni 1970 e l’inizio degli anni 1990 nella parte settentrionale dello Y. (zona di Mā′rib, Sawdā’, Yalā, Barāqish), la grande maggioranza delle opere d’arte sudarabiche proviene da scavi clandestini ed è pertanto di datazione incerta, anche a causa dei problemi che suscita la cronologia del periodo più antico della storia sudarabica. In tale situazione non è possibile delineare un quadro dell’evoluzione cronologica e stilistica dell’arte dell’antico Y., peraltro assai originale. Notevole è l’architettura templare della fase più antica (a partire presumibilmente dal 6° sec. a.C.), caratterizzata da grandi pilastri monolitici portanti, talvolta finemente decorati. Si conservano resti della famosa diga di Mā′rib e di diverse cinte murarie di blocchi regolari. Di natura funeraria è gran parte della scultura: statuette, teste, stele, rilievi; in questi ultimi è dominante, in età antica, la figura, variamente stilizzata, dello stambecco. Precoce (4° sec. a.C.) è l’influenza dell’arte greca, favorita dalla presenza di maestranze forse greco-orientali (siriache). In età romana e bizantina la produzione artistica dello Y. può considerarsi come una manifestazione locale dell’Oriente ellenizzato. Peculiare, in ogni epoca, l’eleganza della scrittura monumentale sudarabica usata non di rado in funzione ornamentale.


BIBLIOGRAFIA

Bibliografia Sud-arabico antico

Avanzini, A.,  (2004) Corpus of South Arabian Inscriptions I-III. Qatabanic, Marginal Qatabanic, Awsanite Inscriptions. (Arabia Antica, 2). Pisa: Edizioni Plus-Università di Pisa. (Ing)

Avanzini, A., (2016), By land and by sea. A history of South Arabia before Islam recounted from inscriptions (Arabia Antica, 10), Roma.

de Maigret, A.,  (1996), Arabia Felix. Un viaggio nell’archeologia dello Yemen, Milano.

Loreto, R., (2017), Alle origini degli arabi. Un viaggio nell’archeologia dell’Arabia Saudita, Milano.

Multhoff, A., (2019), Ancient South Arabian, in  Huehnergard John, Pat-El, Na’ama (edited by), The Semitic Languages (Second Edition), Routledge Language Family Series, Lond & New York.


Robin, C., (1996), “Sheba. II. Dans les inscriptions de l’Arabie du sud”, in Supplément au Dictionnaire de la Bible, Fasc. 70, Paris, 1047-1254.

Robin, C. J. (1991-1993) Les écritures de l’Arabie avant l’Islam. in Christian J. Robin (ed.). L’Arabie antique de Karibʾîl à MahometNouvelles données sur l’histoire des Arabes grâces aux inscriptions. (Revue du Monde Musulman et de la Mediterranée, 61). Aix-en-Provence: Édisud: pp. 127-137 (Fra)


Stein, P., (2011),  Ancient South Arabian, in S. Weninger et al. (a c.), Semitic languages: an international handbook (HSK 36), Berlin – New York 2011, 1042-1073.

Id., Lehrbuch der sabäischen Sprache, 2. Teil: Chrestomathie (SILO 4,2), Wiesbaden 2012.

Id., Lehrbuch der sabäischen Sprache, 1. Teil: Grammatik (SILO 4,1), Wiesbaden 2013.



Categorie:Y03.01.01- Appunti per gli esami del I Anno

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