La civiltà micenea

Le tombe a fossa dei Circoli A e B di Micene sono un ritrovamento eccezionale per la ricchezza dei corredi, ancora perfettamente conservati all’epoca del rinvenimento. Tuttavia in questa fase diverse sono le attestazioni della nuova prosperità caratterizzata da un generale aumento dell’uso di beni di lusso non solo in Argolide, ma anche in Messenia, dove il materiale riesumato dalle antiche tombe a tholos attesta una crescita della ricchezza e, probabilmente, l’inizio di una società più gerarchizzata.

Il periodo, contemporaneo all’apogeo dei Secondi Palazzi cretesi e immediatamente precedente alla nascita della cultura protomicenea dell’Elladico Tardo (ET) IIA, si caratterizza quindi per la crescita di una classe dominante che trova la sua ricchezza nei commerci e nella guerra. Una delle tholoi più antiche della Messenia, quella di Osmanaga, presenta già un corredo con vasellame di argento, oltre a pissidi di marmo, ceramica e una brocca importata risalente al Minoico Tardo IA. In Messenia sono state rinvenute in tutto una decina di tholoi. I corredi, spesso saccheggiati, richiamano nella composizione quelli delle tombe di Micene. Nel Circolo di Pilo, che forse sosteneva una tholos e che ha restituito i corredi più integri, sono stati trovati diademi d’oro, frammenti di gioielli d’oro e di vasi d’argento, oltre a vasi e utensili di bronzo, armi, oggetti di avorio, perle in pasta di vetro, ametista, ambra e numerosi vasi di ceramica.

Più interessanti risultano i rinvenimenti in Argolide. Il Circolo B di Micene, il più antico (1650-1550 a.C.; secondo altre cronologie 1600-1520 a.C.), scoperto negli anni Cinquanta dell’Ottocento, si trova immediatamente fuori la Cittadella; i corredi delle tombe a fossa contenevano armi di bronzo e di ossidiana, vasellame di pietra, metallo e faïence, ornamenti d’oro, spilloni di bronzo con testa di cristallo e soprattutto una maschera d’oro e di elettro, un sigillo di ametista decorato da una testa di uomo barbuto, un vaso di cristallo di rocca con ansa figurata a forma di uccello. Il Circolo A (1600-1500 a.C. o 1550-1500 a.C.), scavato all’interno delle mura da H. Schliemann a partire dal 1876, presenta nelle sue tombe più recenti (III-IV e V) corredi decisamente più ricchi. Il vasellame d’oro, argento, faïence, alabastro, ceramica, i rhytá d’oro e d’argento e le molte armi, ricche per materiale e decorazione, costituiscono, assieme alle scene di battaglia rappresentate sul vasellame, come l’assedio di una città che compare su un rhytón, o ai numerosi denti di cinghiale che dovevano far parte di elmi di tipo miceneo, una testimonianza dello status sociale degli inumati di queste tombe, probabilmente membri della oligarchia guerriera di Micene. Tra gli oggetti preziosi figurano anche gioielli e decorazioni di vesti d’oro, numerose perle d’ambra, corone, diademi e cinque maschere d’oro; accanto ai corredi, l’interesse di queste tombe proviene dalle stele di pietra scolpita che segnavano le fosse, decorate con scene di guerra, di caccia o di combattimento tra animali e con elementi spiraliformi.

L’origine della ricchezza di queste tombe ha posto comunque molti interrogativi e deve essere probabilmente messa in relazione con varie cause, come la crescita della pirateria, l’intensificazione dei commerci con Creta, le Cicladi e l’Anatolia, una maggiore circolazione di doni. L’influenza cretese è particolarmente evidente nel vasellame in pietra e in faïence, nell’importazione di alcuni tipi di spade e probabilmente anche nell’invio di architetti in Grecia per la costruzione di tholoi, come potrebbe indicare l’iscrizione in lineare A trovata su una delle più grandi tholoi di Peristeria dell’ET II A.

Soprattutto Micene dovette essere favorita per la sua posizione in grado di controllare le vie dall’Istmo e dalla piana di Argo, ma probabilmente una delle fonti di ricchezza della Grecia continentale dovevano essere le miniere di argento, piombo e rame del Laurion in Attica, che sembrano essere state sfruttate a partire da questo periodo. D’altra parte la presenza di spade micenee in Romania e il gran numero di rinvenimenti di ambra in Grecia hanno fatto presupporre un forte scambio tra la nuova aristocrazia greca e la Transilvania, ricca di miniere d’oro, il cui commercio in ambito egeo era controllato proprio dai nuovi potentati.

Accanto alla ricchezza dei corredi funerari, gli abitati presentano delle importanti novità tra la fine dell’ET I e l’ET IIA. Per quanto riguarda l’architettura abitativa, si generalizza la struttura del megaron a pianta rettangolare, in alcuni casi con annessi magazzini e ambienti di servizio, come ad Asine o a Peristeria, forse per assolvere a funzioni particolari; allo stesso modo edifici importanti dovevano sorgere sotto i palazzi di periodo posteriore a Pilo, Micene e Tirinto, come attesta la decorazione in affresco che è stata rinvenuta frammentariamente per gli ultimi due siti. Alcuni siti come Malthi e l’Aspis di Argo mostrano tracce di pianificazione urbana e la costruzione di un muro di cinta, elemento, quest’ultimo, che si ritrova in diversi siti del Peloponneso e dell’Attica, anche se in generale gli agglomerati urbani ancora conservano tratti peculiari della tradizione mesoelladica. Sempre dalla fase precedente sembrano provenire i tumuli che coprono più sepolture e di cui i circoli non sono che una variante di lusso.

Inizia nell’ET I, per poi diffondersi maggiormente nel periodo successivo, la diffusione di una ceramica più propriamente micenea, caratterizzata da una produzione raffinata a vernice brillante rossa o nera su sfondo chiaro. Le forme sono di piccole dimensioni, come le tazze troncoconiche dette “di Vaphiò”, le tazze a profilo convesso, gli alabastra, ma anche vasi di grandi dimensioni per lo stoccaggio di beni alimentari come le anfore-pithoi. Questa ceramica testimonia nell’insieme la fusione di elementi più tipicamente elladici, cicladici e cretesi, ma soprattutto un repertorio decorativo di derivazione minoica.

L’ET IIA (1500-1450 a.C.) si pone come il momento in cui le aristocrazie guerriere, che avevano segnalato la propria presenza attraverso le ricche tombe, consolidano le strutture sociali che apparterranno alla società palatina più tarda. Se gli edifici rinvenuti a Tirinto e Micene possono già essere considerati, anche se dubitativamente, come forme protopalaziali, il consolidarsi dell’uso della tholos, soprattutto nel Peloponneso, mostra l’emergenza definitiva di una classe aristocratica diffusa sul territorio. Le poche tholoi non saccheggiate in antico, come quelle di Vaphiò in Laconia, di Dendra in Argolide e di Routsi e Pilo in Messenia, mostrano la presenza di un’ampia scelta di beni suntuari e di importazione. Delle nove tholoi rinvenute a Micene almeno sei sono state attribuite all’ET IIA; tutte sembrano accogliere sepolture aristocratiche, anche se le due più imponenti (Tomba di Egisto e Tomba del Leone), che sono anche le due più vicine alle mura della Cittadella e al Circolo B, potrebbero essere interpretate come tombe reali.

L’influenza minoica in Grecia diventa molto forte nella decorazione di beni di lusso, come vasellame metallico, oreficeria, sigilli, e negli affreschi, anche se i soggetti scelti, come le scene di caccia e di guerra, costituiscono figurazioni tipiche del continente greco; l’importazione di vasi minoici crea nel Peloponneso una serie di fabbriche che producono una ceramica di imitazione, sia per forma sia per decorazione. La distruzione dei palazzi a Creta, alla fine del periodo, riduce improvvisamente le importazioni e gli influssi minoici in Grecia, fenomeno che si riflette soprattutto nella ceramica ET IIB. Il periodo che comprende questa fase e la successiva (ET IIB -ET IIIA1: 1450-1350 a.C.) è segnato dalla nascita delle prime strutture palatine, anche se ancora in uno stato embrionale, continuando la tendenza all’accentramento che aveva caratterizzato i periodi precedenti.

Alcuni edifici importanti come il Menelaion di Sparta in Laconia possono essere già considerati dei palazzi e probabilmente è proprio a partire dall’inizio dell’EM IIB e per tutto l’ET IIIA1 che si deve datare l’eventuale controllo miceneo sul palazzo di Cnosso. L’incremento demografico e l’occupazione dei siti cresce notevolmente tra l’ultima fase dell’ET II e l’ET IIIA, soprattutto in Argolide e in Attica. La necropoli di Dendra raggiunge ora il suo periodo di maggior uso e sia la tholos che la Tomba della Corazza si datano in questo momento. A Tirinto la costruzione di un primo palazzo e della cinta muraria risalgono all’ET IIIA1. In questo periodo tornano forti i rapporti con Creta, come testimoniano i ritrovamenti di ceramica minoica in Grecia e di ceramica micenea a Creta. Sia a Creta che in Grecia sono in voga le cosiddette “tombe di guerrieri”, in cui gli inumati vengono deposti con le armi e di cui la tomba 122 di Dendra costituisce l’esempio più cospicuo. La stretta connessione tra Creta e il continente e la presenza di tavolette in lineare B a Cnosso hanno avallato l’ipotesi di un governo miceneo del palazzo cretese, protrattosi fino alla distruzione, avvenuta nel 1370 a.C.

Ma è soprattutto con l’avvento dell’ET IIIA2 (1350 a.C.) che la civiltà micenea diventa predominante in ambito egeo. La ceramica micenea si diffonde ora in tutta la Grecia e nelle isole dell’Egeo e tra le esportazioni si possono annoverare armi, sigilli, avori. Cresce il numero degli insediamenti e delle necropoli con tombe a camera e si istituzionalizza il sistema dei palazzi.

Le strutture palatine ricevono un nuovo impulso edilizio. A Micene si realizza in questa fase la costruzione di un muro e l’ampliamento del palazzo e dei suoi annessi e nello stesso lasso di tempo vengono costruite la tholos di Clitennestra e il Tesoro di Atreo, che per tecnica costruttiva e per apparato decorativo superano di gran lunga le tholoi reali del periodo precedente; a Pilo, dopo la distruzione verificatasi alla fine dell’ET IIIA1, viene eretto un nuovo palazzo; a Tirinto il palazzo viene modificato e alla fine del periodo la città bassa è recintata con mura fortificate; a Gla si effettua la costruzione di una fortezza, forse una struttura palatina, probabilmente per lo sfruttamento della zona del lago Copaisde; a Tebe gli scavi sulla Cadmea hanno rivelato la presenza di una struttura palatina distrutta forse alla fine del periodo. In Argolide l’intensificarsi dell’uso delle tombe a camera può significare un incremento demografico, ma anche rispecchiare una società più ricca.

Nell’ET IIIB continua la prosperità del periodo precedente e i palazzi ricevono la loro sistemazione finale, con un megaron centrale e una serie di edifici secondari per lo stoccaggio delle merci o per alloggiare laboratori artigianali.

A Tirinto il megaron presentava un trono collocato su uno dei lati lunghi. Il palazzo aveva un ruolo di accentramento e di ridistribuzione dei beni all’interno del territorio, oltreché di regolamentazione dei commerci con altre regioni. Alcune abitazioni private, come la Casa del Mercante d’Olio a Micene, forse utilizzata per la preparazione di oli profumati, ripropongono l’architettura palatina e nei quartieri abitativi vengono costruiti laboratori o magazzini, come la Casa del Mercante di Vino o la Casa degli Scudi sempre a Micene. Proprio Micene presenta durante questa fase una serie di costruzioni imponenti, come la cinta muraria che, con l’entrata monumentale della Porta dei Leoni, viene ampliata fino a comprendere il Circolo A.

Tra l’ET IIIA2 e l’ET IIIB1 (1350-1250 a.C.), periodo caratterizzato da una forte economia di palazzo, l’attività micenea in ambito egeo è particolarmente attestata. La presenza di testi in lineare B su sigilli inscritti indica in Argolide un forte controllo da parte di Micene, cui forse Tirinto è subordinata, in Messenia da parte di Pilo, in Beozia da parte di Tebe, il cui potere sembra arrivare fino in Eubea. Più ipotetica è la presenza di una struttura palatina a Orchomenos, cui forse può essere riferita la fortezza di Gla, e ad Atene. Insediamenti di tipo miceneo si trovano nelle Cicladi (Delo, Phylakopi, Haghia Irini, Grotta a Nasso), nel Dodecaneso (Trianda), mentre ci sono diverse prove archeologiche della frequentazione micenea a Cipro e sulla costa siro-palestinese. In Occidente, materiale miceneo è stato rinvenuto a Vivara e a Ischia, nelle Eolie, in Sicilia, in Puglia. Alla fine dell’ET IIIB1 una serie di distruzioni dovute a un terremoto sconvolgono il mondo miceneo.

A Micene diversi edifici costruiti in questa fase crollano dopo un breve uso e nello stesso tempo segni di distruzione si conoscono anche a Gla e a Zygouries. A Tirinto ci sono segni di distruzione per terremoto e incendio all’inizio e alla fine dell’ET IIIB1. Il periodo che segue mostra segni di instabilità; la città bassa di Tirinto è cinta da un muro fortificato e tra la fine dell’ET IIIB2 e l’inizio dell’ET IIIC segni di distruzione si trovano in molti siti della Grecia continentale. Quale sia il motivo di queste distruzioni è ancora incerto: probabilmente devono essere messe in relazione anche allo sforzo economico e militare che il mondo miceneo ha profuso in questa fase della sua storia e alle vicende della guerra di Troia tramandate dalla tradizione, soprattutto per quanto riguarda le difficoltà affrontate dai principi achei nei nostoi dopo l’impresa bellica. Gli strati di distruzione di Troia VIh (ET IIIB1) e di Troia VIIa (ET IIIB – ET IIIC) possono essere entrambi messi in relazione con il racconto omerico e con la crisi del mondo miceneo.

L’ET IIIC (1200-1050 a.C.) è stato spesso visto come un periodo di decadenza rispetto alle fasi precedenti, tuttavia nella prima parte del periodo ci troviamo piuttosto di fronte a una società diversa da quella palatina, più frammentata in insediamenti agricoli e piccoli centri sparsi nel territorio, ma non per questo in completa decadenza. Molti siti vengono abbandonati, mentre altri risultano ancora attivi, come Micene e Tirinto. Soprattutto quest’ultimo conosce una notevole espansione della città bassa, con case sistemate in insulae e segni di rioccupazione della città fuori le mura. A Micene si evidenziano segni di ripresa dell’attività edilizia: a nord della Porta dei Leoni viene costruito un edificio a megaron che sarà in funzione per tutto il periodo, viene inoltre riparata la Casa delle Colonne e il megaron è diviso in ambienti più piccoli. Alcune aree cimiteriali sono abbandonate, ma altre sono fondate ex novo come Peratì in Attica. Nuovi manufatti si trovano negli scavi, come la fibula ad arco di violino, la spada tipo Naue II e nuove classi di spilloni, che testimoniano contatti con l’area europea attraverso l’Epiro. Nello stesso tempo gli insediamenti sulle isole continuano a prosperare con produzioni locali di ceramica. In alcuni casi, come a Rodi, l’ET IIIC sembra coincidere con un’epoca di rinascita, tuttavia in genere il periodo presenta una minore varietà di beni suntuari, un calo nei flussi commerciali, la mancanza di un’architettura monumentale. Le informazioni riguardo questa fase sono fortemente lacunose: si può dire comunque che, alla fine del periodo, Tirinto e Micene risultano ancora occupate, anche se in forma ridotta. Notevole è la ricomparsa in quest’epoca delle tombe a cista, che per tutto il periodo miceneo erano state relegate in aree periferiche.

La fine del mondo miceneo scivola in una fase submicenea di difficile caratterizzazione, con una ceramica ancora non studiata a fondo che presenta una forte definizione regionale e il cui uso persiste fino alla nascita dello stile geometrico alla fine della Dark Age.

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LA CIVILTÀ MICENEA

di Luigi Caliò

https://www.treccani.it/enciclopedia/le-civilta-dell-egeo-la-civilta-micenea_%28Il-Mondo-dell%27Archeologia%29/



Categorie:B50- [STORIA GRECA - GREEK HISTORY], P10.01- Età micenea (XVI-XII sec. a.C.)

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