Lo scavo archeologico. Cenni storici e principi metodologici

Nel corso dei millenni l’uomo ha sempre modificato il suolo. Per costruire una capanna o una semplice palizzata, per gettare le fondamenta di un edificio o per imbrigliare le acque, per deporre le spoglie dei defunti o per mettere a dimora un albero, il terreno è stato continuamente scavato mediante trincee, fosse, canali o per semplici buche che hanno inciso la superficie del suolo alterandone la forma. Ma sin dalla più remota antichità l’uomo ha scavato il terreno anche per cercarvi i materiali necessari alla sua sussistenza: l’argilla per produrre i vasi, i minerali per estrarne il metallo necessario agli utensili, le pietre per costruire edifici. In seguito l’uomo ha cominciato a cercare nel terreno anche ciò che egli stesso vi aveva in altro momento deposto: la terra si è andata arricchendo di “tesori” che sono entrati a far parte del nostro immaginario collettivo, ma il concetto stesso di “tesoro” è andato via via trasformandosi nel tempo, in considerazione del diverso valore che le varie civiltà hanno di volta in volta attribuito a determinati oggetti in base alle proprie esigenze. Se la ricerca di oggetti preziosi è stata dunque un’abitudine a lungo coltivata dall’uomo, lo scavo archeologico può considerarsi una delle forme più recenti di questa tendenza. La terra nasconde infatti un genere di tesori che può anche mancare di ogni valore venale, ma può essere carico di informazioni e di storia. Lo scavo è dunque antico quanto il mondo; lo scavo archeologico è invece una pratica assai recente. La definizione della sua “nascita” dipende naturalmente dal significato che diamo al termine “archeologia”. Se per archeologia intendiamo quella disciplina che studia le società passate attraverso le loro testimonianze materiali (artigianali, architettoniche, artistiche), lo scavo archeologico vero e proprio nasce solo nel XIX secolo, con l’archeologia intesa come scienza storica. Se invece intendiamo l’archeologia come una disciplina antiquaria, interessata piuttosto al manufatto antico quale oggetto di interesse erudito e non sistematico, allora lo scavo archeologico fa la sua comparsa già alla fine del Medioevo. Ma se pensiamo a quegli scavi che potremmo definire involontariamente archeologici, essi possono essere fatti risalire ad epoche ancora più lontane.

DALL’ANTICHITÀ AL MEDIOEVO

Su una tavoletta scoperta ad Ur, in Mesopotamia, leggiamo una delle prime testimonianze di pratica archeologica di cui si rese protagonista il re babilonese Nabonedo nel VI sec. a.C.: “Poiché da molto tempo la carica di grande sacerdotessa era stata dimenticata e da nessuna parte vi era traccia delle sue caratteristiche (…) rivolsi lo sguardo verso un’antica stele di Nabucodonosor, figlio di Ninurta-nadin-shumi, un re del passato, sulla quale era raffigurata la grande sacerdotessa (…). A quel tempo l’Egipar, il santuario dove venivano celebrati i riti della grande sacerdotessa, era diventato un luogo abbandonato ed un cumulo di rovine su cui crescevano palme e alberi da frutta. Abbattei gli alberi e asportai le macerie, rivolsi il mio sguardo al tempio e la terrazza di fondazione divenne visibile e all’interno scoprii iscrizioni degli antichi re e un’iscrizione di Enanedu, grande sacerdotessa di Ur, che restaurò e rinnovò l’Egipar”. Il sovrano babilonese interveniva dunque coscientemente sul terreno per ristabilire un contatto con il passato, che interpretava poi alla luce dei testi restituiti dalle antiche iscrizioni dei suoi predecessori, fonte di legittimità storica per la continuità dinastica dell’impero. Né Nabonedo era stato il primo a coltivare questo atteggiamento; nell’iscrizione posta su un celebre mattone di fondazione rinvenuto a Larsa, egli stesso ci informa che già il suo predecessore Nabucodonosor II, figlio di Nabopolassar, aveva provveduto a riportare in luce il temenos dell’Ebabbar dell’antico re Burnaburiash, asportando “la polvere e il cumulo di terra che si erano ammassati sulla città e sul tempio”, senza riuscire però a trovare il temenos di un re ancora più antico, impresa che sarebbe invece riuscita allo stesso Nabonedo: “(…) nel decimo anno, in un giorno propizio del mio regno (…) la polvere che copriva la città e il tempio fu spazzata via: si poté vedere l’Ebabbar, lo splendido santuario (…), vi lessi l’iscrizione dell’antico re Hammurabi che, settecento anni prima di Burnaburiash, aveva costruito per Shamash l’Ebabbar sull’antico temenos e ne compresi il significato”. Mentre nelle civiltà orientali la riscoperta degli antichi palazzi e santuari dinastici serviva a consolidare e a magnificare il lignaggio dei sovrani, in Grecia il culto dei mitici eroi del passato si manifestava nella scoperta delle loro tombe e nell’ostentazione delle loro armi, statue o indumenti nei santuari, trasformati in gallerie di antichità, dove tali oggetti erano esposti non tanto per la loro vetustà, quanto per la loro capacità di rievocare un personaggio o un’impresa particolare. L’archaiologia, la riflessione sull’antico, si manifesta come un atteggiamento rivolto a descrivere il passato attraverso un tipo specifico di conoscenze, ma non ancora o non tanto a darne una spiegazione, anche se la possibilità di ricavare informazioni storiche dall’osservazione dei dati materiali che emergono dal terreno appare in tutta la sua potenzialità creatrice poco più di un secolo dopo gli “scavi” di Nabonedo. Quando a Delo in Grecia si purificò nel 426 a.C. l’antico santuario vennero infatti alla luce molte tombe antiche; ce ne dà testimonianza Tucidide (I, 8, 1), il quale riconosce le tombe dei Carii “dalla foggia delle armi con loro inumate e dal modo che hanno tuttora di seppellire”. Il suo metodo è già a tutti gli effetti archeologico: si fonda infatti sugli stessi criteri tipologici e comparativi che sono a fondamento dell’interpretazione archeologica moderna. L’atteggiamento di Tucidide si iscrive nella tradizione storiografica greca, che aveva già conosciuto nel VI sec. a.C. l’esperienza di Acusilao di Argo, le cui “genealogie” sarebbero state scritte basandosi sui testi incisi su alcune tavolette di bronzo rinvenute dal padre scavando in un angolo dei suoi terreni. Ma l’interpretazione archeologica di Tucidide costituisce comunque un’eccezione; è inutile sottolineare che Greci e Romani non avevano certamente il nostro concetto di ricerca storica, né tanto meno archeologica. Altre motivazioni muovevano i protagonisti di impropri “scavi archeologici” di cui le fonti letterarie ci danno episodica testimonianza, come nel caso del saccheggio sistematico dell’antica necropoli di Corinto, messo in atto dai soldati romani al tempo di Cesare, cento anni dopo la distruzione di quella città, alla ricerca dei pregiatissimi vasi di bronzo richiesti dai collezionisti del tempo (Strab., VIII, 6, 23). Queste ricerche mettevano dunque in diretto contatto gli uomini di allora con i resti materiali delle civiltà precedenti, ma il mondo antico non raggiunse mai la consapevolezza che attraverso di essi sarebbe stato possibile conoscere la più antica storia dell’uomo. Il progressivo sviluppo della scienza archeologica può essere anche inteso come la graduale conquista di questa consapevolezza. Anche nei secoli che videro il passaggio dalla Tarda Antichità al Medioevo non mancarono intense attività di scavo tra le rovine antiche, per recuperare, se non altro, le materie prime per l’edilizia non più reperibili in superficie. Le stesse legislazioni dei sovrani sancivano una sorta di diritto al saccheggio degli edifici pubblici e delle case abbandonate dai loro proprietari, e perfino delle loro tombe (Cassiod., Var., IV, 34, 3). Il passato, negato nei suoi aspetti ideologici pagani, viene sfruttato nelle componenti materiali. Il gusto per l’antichità tende ad affermarsi a mano a mano che le società medievali acquistano una prospettiva più distaccata nei confronti del passato, di cui cominciano a ritrovare il fascino abbellendo abbazie e chiese, palazzi e tombe dei manufatti preziosi casualmente conservati o volutamente ricercati, come nel caso degli scavi fatti fare da Carlo Magno a Roma per recuperare marmi e colonne da destinare alle abbazie che stava costruendo. Dopo il Mille i rinvenimenti di antichità si fanno via via più intensi: specie in Italia, tra XI e XIII secolo, l’espansione demografica, con il conseguente incremento dell’edilizia e lo sviluppo della vita urbana, condusse a grandi rivolgimenti di terreno, che trasformarono i siti delle antiche città sepolte o abbandonate in impropri cantieri di scavo, dove non è infrequente trovare qualche dotto chierico intento a sorvegliare i lavori controllando l’attività di muratori e capomastri. In quegli scavi, accanto ai favolosi tesori oggetto di brama e di ammirazione di cui è ricca la tradizione medievale, tornavano certamente alla luce anche tanti altri oggetti della vita quotidiana antica di cui non abbiamo testimonianza, poiché essi non colpivano né l’immaginazione né l’interesse degli scavatori. Ma nel corso del tempo l’antichità comincia ad apparire sempre più spesso come un modello al quale riferirsi, se non altro per l’ammirazione che suscitano le sue conquiste tecnologiche nel campo dell’architettura come in quello della produzione dei più umili manufatti. La cronaca di Saint-Pierre d’Oudenbourg ci offre, con il resoconto di alcune scoperte effettuate nel 1081 presso Colonia in Germania, una straordinaria “relazione di scavo” di età medievale: “Furono trovati ai nostri tempi vasi splendidi e bellissimi, scrigni, scodelle e moltissimi altri utensili che in passato erano stati fabbricati e scolpiti dagli antichi, con grandissimo ingegno, tale che difficilmente artisti provetti potrebbero scolpirne o farne in oro ed argento di altrettanto elegante fattura”. Le comuni produzioni di ceramica aretina finemente decorata diffuse in tutto l’antico mondo romano potevano dunque apparire agli occhi degli scavatori medievali come oggetti degni di attenzione per se stessi, indipendentemente dal loro valore intrinseco. Essi generavano ammirazione specie nei conoscitori in grado di apprezzare la maestria dei ceramisti romani, cioè in quegli artigiani che ‒ scriveva Ristoro d’Arezzo nel XIII secolo ‒ “quando le vedevano, per lo grandissimo diletto vociferavano ad alto, e usciano de sé, e deventavano quasi stupidi”. L’uomo del Medioevo viveva non senza contraddizioni questa ritrovata passione per l’antico, che si mescolava alla condanna ideologica del paganesimo. Nelle chiese, che si abbellivano dei manufatti antichi recuperati dal terreno, si recitavano al tempo stesso preghiere appositamente elaborate “per i vasi scoperti nei luoghi antichi”: “Dio onnipotente ed eterno, accogli le nostre preghiere e accetta questi vasi opera dei pagani, ritieni opportuno purificarli con la forza del tuo potere, affinché, liberi da corruzione, possano essere utili ai tuoi servitori, in pace e tranquillità, per Nostro Signore Gesù Cristo”. L’immaginazione degli scavatori non era dunque colpita tanto da un interesse archeologico, cioè dalla funzione e dal significato che l’oggetto dissepolto aveva posseduto nel momento storico in cui era stato prodotto e usato, quanto piuttosto dalla funzione che quell’oggetto avrebbe potuto riacquistare. Eppure si ponevano allora le premesse perché l’oggetto antico, ricercato perché bello e utile, cominciasse a piacere, e quindi ad essere richiesto, perché antico. Si gettavano così le basi della futura ricerca antiquaria. Né l’Antichità né il Medioevo giunsero dunque mai a considerare la terra come potenziale custode di un racconto storico, anche se la pratica di scavare il terreno alla ricerca di oggetti preziosi fu largamente diffusa. Le persone erudite erano certamente meglio di altri in grado di riconoscere e, all’occorrenza, di commentare le vestigia che riemergevano dal terreno, ma perché a queste vestigia si affidasse il ruolo di vere e proprie testimonianze storiche occorreva che chi le riportava alla luce si ponesse innanzitutto domande di carattere storico. Alle soglie dell’Umanesimo si fanno più frequenti le figure di eruditi detentori di saperi che consentono di proporre una spiegazione di quanto riemerge dal suolo e, talora, anche una datazione argomentata. L’interesse per il passato viene risvegliato dalla riscoperta dei testi degli autori classici, conservati nelle biblioteche dei monasteri medievali. La conoscenza critica degli autori antichi, oggetto della nascente filologia, consente di mettere in relazione i dati delle fonti scritte, delle iscrizioni, delle monete con quelli offerti dai resti materiali e monumentali, ai quali ci si rivolge con una nuova curiosità. L’epigrafia, la numismatica, la perlustrazione dei luoghi accompagnano l’analisi dei testi, sì che quanto più l’antichità si colloca in una prospettiva lontana nel tempo, tanto più un rapporto con essa viene ristabilito in termini di ricerca.

TRA UMANESIMO E RINASCIMENTO

Con il XV secolo muove i suoi primi passi l’antiquaria, una nuova disciplina che ha come oggetto lo studio dell’antichità e dei suoi manufatti. Il desiderio di conoscenza proprio dell’Umanesimo dà origine ai primi sterri animati da uno spirito nuovo: a Roma, nel Quattrocento, due artisti fiorentini, Donatello e Brunelleschi, disseppellivano le antiche murature non per una finalità di ricerca storica, ma per cercare nelle architetture del passato i canoni formali degli antichi e la razionalità della loro sapienza, e al tempo stesso gli elementi di un nuovo linguaggio. I resti, per essere misurati, dovevano essere necessariamente liberati dal terreno che in parte li ricopriva. La ricerca di antichità nella Roma del XV secolo si inseriva d’altra parte nel novero delle attività economiche indotte dallo sviluppo urbano, che vedeva schiere di cavatori impegnati nello sfruttamento del sottosuolo, come in una miniera, alla ricerca di quella particolare risorsa offerta dagli oggetti antichi. Nuovi grandi programmi urbanistici investono ora le città italiane e a Roma il riadattamento dei tracciati stradali, la costruzione di nuovi palazzi e chiese, il riallestimento di giardini e vigne sui colli della città antica imprimono un impulso straordinario alla ricerca nel sottosuolo, tanto dei materiali da costruzione che dei frammenti di sculture, sarcofagi, mosaici e iscrizioni, desiderati dal gusto per il collezionismo, che riconosce ai resti dell’antichità la funzione di nuovo “ornamento” della vita moderna. Forse nessuna epoca fu come il Rinascimento desiderosa di riesumare il passato e insieme responsabile di enormi distruzioni delle sue vestigia. Non sorprende, dunque, che di questa immensa mole di “escavazioni” ‒ secondo il termine in voga nel XVI secolo ‒ non resti altra documentazione se non quella degli innumerevoli permessi che l’autorità del tempo rilasciava a quanti volessero cercare in città o in campagna i resti antichi che il sottosuolo generosamente dispensava. In questi documenti si indica in genere il luogo dove eseguire lo scavo, il tempo accordato per i lavori, la quota di oggetti antichi spettante allo scavatore, al proprietario del terreno e all’autorità competente. Talora vengono anche indicate le finalità dello scavo (ad es., per cavare pietre o per restaurare un edificio) e le aree di rispetto da mantenere verso i monumenti circostanti, ma si cercherebbe invano una qualche prescrizione circa il modo di operare sul terreno, se non, in rari casi, per impedire che lo scavo si facesse sgrottando pericolosamente il terreno invece che a cielo aperto. L’intensificazione delle attività di scavo non fu dunque accompagnata da alcuna riflessione sul metodo di conduzione, né ciò poteva accadere se quelle “escavazioni” non avevano alcuna motivazione di ordine storico. Si ingigantiva invece la loro mole, come nel caso degli scavi estensivi condotti a Villa Adriana, presso Tivoli, da P. Ligorio, rappresentante emblematico della nuova figura di antiquario, che associava ad una formazione letteraria e tecnica al tempo stesso la capacità di operare sui monumenti sviluppando la pratica del rilievo come base per un esame critico delle testimonianze antiche. Solo alcune personalità, come ad esempio M. Mercati e F. Vacca, anche se al di fuori di ogni pensiero sistematico, introducono nei loro scritti considerazioni sulle modalità di interro degli edifici antichi, sull’importanza dell’osservazione del contesto di rinvenimento dei materiali nel sottosuolo, anticipando future riflessioni sulla natura della stratificazione, mentre si affacciano le prime prove di applicazione del metodo sperimentale alle indagini sulle antichità, specie nell’opera precorritrice di A. Bosio, che tra il XVI e il XVII secolo indagò con scrupolosa attenzione le antiche catacombe di Roma, cercando nel terreno la risoluzione dei problemi che la lettura dei testi antichi sollevava.

DALL’ANTIQUARIA ALL’ARCHEOLOGIA

“Ho più fiducia nelle medaglie, nelle tavolette e nelle pietre che in tutto ciò che scrivono gli autori” aveva scritto A. Agostino, vescovo e antiquario. L’affermazione metteva in discussione uno dei pilastri dell’erudizione del tempo, cioè il primato del testo sull’oggetto, e poneva le basi per una nuova e autonoma scienza delle antichità che riconosceva negli oggetti una fonte diretta e originale, quindi potenzialmente più veritiera, se opportunamente interrogata. Come la filologia ricostruiva e interrogava i testi, l’antiquaria si poneva il compito di decifrare i monumenti, interpretandone il linguaggio: “È mia opinione ‒ scriveva J. Spon ‒ che gli oggetti antichi non siano altro che libri, le cui pagine di pietra e di marmo sono state scritte con il ferro e lo scalpello”; si consolidano allora quelle tecniche di indagine, la numismatica, l’epigrafia, la stessa ricerca topografica, che contribuiranno a dare all’antiquaria uno statuto disciplinare riconosciuto e una veste più scientifica. Sarà proprio l’antiquario J. Spon a coniare nella seconda metà del Seicento il termine “archeologia”. In Francia, e in genere nell’Europa continentale, si era andato allora sviluppando lo studio delle antichità “nazionali”, cioè dei resti delle civiltà più remote di quella romana o a questa contemporanee, che avevano partecipato in misura marginale al fiorire della grande civiltà mediterranea. Lo studio di queste antiche società non poteva basarsi sui pochi testi scritti degli autori antichi e ancor meno poteva indirizzarsi lungo i binari della storia dell’arte: su quel terreno, in assenza di fonti letterarie o epigrafiche, i manufatti avrebbero quindi potuto assumere prima e meglio il loro valore di testimonianze storiche e il metodo sperimentale di analisi avrebbe potuto recare i suoi frutti migliori. In Inghilterra, all’inizio del Seicento, W. Camden, perlustrando i luoghi dove era un tempo sorta la città romana di Richborough, aveva già intuito la rilevanza storica dell’osservazione diretta del terreno: “Ora il tempo ne ha cancellato le tracce ‒ scriveva ‒ oggi quel luogo è un campo di grano; e quando il grano è cresciuto si possono osservare i tracciati delle strade che si incrociavano, perché là dove una volta c’era una strada oggi il grano è più rado”. Dopo Camden, J. Aubrey proseguiva sulla strada dell’osservazione degli oggetti e del paesaggio, accompagnata non solo dalla conoscenza dotta delle testimonianze letterarie, epigrafiche e numismatiche, ma anche dallo studio della toponomastica e della linguistica regionale, nonché delle stesse tradizioni etnografiche, sì che l’indagine sul passato si intrecciava con l’osservazione del presente in una prospettiva di cui non sfugge la modernità. La contestualizzazione del dato distingue infatti l’archeologia dal collezionismo: le relazioni spaziali e temporali degli oggetti e degli insediamenti costituiscono le necessarie premesse della loro interpretazione storica. Gli antiquari tuttavia solo raramente si muovono in questa prospettiva: le loro indagini investono i dati materiali delle testimonianze storiche, ma il loro procedere si limita il più delle volte ad una sistematica raccolta di oggetti ed esposizione di fatti, prendendo solo di rado le mosse da un problema di natura storica da affrontare e risolvere sulla base di un’analisi delle testimonianze, secondo un ordine tendenzialmente cronologico. Lo scavo è sentito ancora soltanto come lo strumento più diretto per recuperare oggetti disparati, che vanno ad ingrandire le collezioni che possono stupire il dotto e il profano, ma che confondono al loro interno manufatti antichi o semplicemente strani, fossili e opere d’arte, monete, iscrizioni e scherzi di natura. Il faticoso cammino dall’antiquaria all’archeologia si snoda quindi sui binari di una progressiva acquisizione della consapevolezza che la raccolta e l’osservazione di oggetti particolari e preziosi, simboli di un mondo scomparso e inattingibile, e quindi capaci di suscitare anche forti emozioni, si dimostrano sempre più insufficienti. L’interesse dell’indagine antiquaria di necessità si allarga, fino a coinvolgere potenzialmente ogni traccia del passato, ma ciò comporta il problema del metodo dell’analisi e ‒ ancor prima ‒ della stessa raccolta dei dati. Il Settecento vede affermarsi definitivamente lo studio sistematico delle testimonianze materiali del passato, riflesso nei progetti enciclopedici di B. de Montfaucon e A.-C.-Ph. de Caylus, il quale ci offre una lucidissima definizione del metodo di lavoro dell’antiquario e delle finalità della sua ricerca: “Vorrei che si cercasse non tanto di impressionare quanto di istruire, e di unire più spesso alle testimonianze degli antichi la pratica del confronto, che per l’antiquario è come l’osservazione e l’esperimento per il fisico”. Con atteggiamento analogo, in Italia, F. Bianchini, con l’occhio al tempo stesso dell’erudito, dello scienziato e dello storico, darà prova delle potenzialità di un’archeologia che tentava di inserire i reperti antichi nel loro contesto ambientale, in una prospettiva che coinvolgeva anche lo studio delle immagini. Solo ora l’opera d’arte diventa oggetto di studio non solo sistematico, ma critico, grazie all’opera innovatrice di J.J. Winckelmann, che per primo seppe introdurre un approccio stilistico e storico alle testimonianze dell’arte antica nell’intento innovativo “di spiegare una cultura attraverso gli oggetti” (A. Schnapp). Ma la storia dell’arte non era che un aspetto della nascente archeologia, nel quale lo scavo non poteva riscattarsi dalla sua antica natura di sterro. Nell’Europa continentale e settentrionale, lontano dagli ambienti pervasi dalla cultura classica e dall’amore per la sua arte, laddove le testimonianze scritte e monumentali si fanno più scarse e indecifrabili, l’archeologia ha trovato il terreno più fertile per costruire i suoi metodi e sviluppare le sue tecniche. Gli antiquari sono portati a indagare con maggiore curiosità il terreno, che comincia ad essere sentito non più come un elemento negativo, che nasconde l’oggetto del desiderio, ma come un insieme, indistinto ma percepibile, di tracce che possono essere individuate e interpretate. Più e meglio che altrove, nei Paesi scandinavi questa attenzione per il suolo e per i suoi resti si traduce nella costruzione di pazienti procedure di osservazione e di documentazione, nel tentativo di ricostruzioni storiche fondate su ipotesi cronologiche desunte dall’analisi comparativa dei manufatti e dalla loro posizione nel terreno. Nel corso del XVII secolo personalità come O. Worm, in Danimarca, e O. Rudbeck, in Svezia, e nel XVIII secolo A.A. Rhode, in Germania, danno vita a quella che oggi chiameremmo un’archeologia dei paesaggi, che, per sopperire ai silenzi dei testi e delle iscrizioni, fa tesoro di ogni possibile fonte offerta dall’analisi territoriale degli insediamenti e, con visione scientifica, costruisce gli strumenti operativi (l’osservazione, la descrizione, il confronto e quindi anche il rilievo dei monumenti e lo scavo) capaci di trasformare i dati del terreno in nuova conoscenza storica. Rudbeck, in particolare, sente quanto analitica debba essere l’osservazione del terreno, intesa come un atto di conoscenza paragonabile a quello che la contemporanea scienza medica assegnava alla pratica della dissezione anatomica: attenta alla composizione degli strati, al riconoscimento delle tracce presenti nei diversi livelli del suolo, ai rapporti fisici esistenti fra gli oggetti e le terre che li disvelano. Rhode, dal canto suo, ci testimonia della consapevolezza ormai raggiunta che la pratica dello scavo non poteva più essere concepita come una semplice attività manuale, ma piuttosto come un sapere artigianale, un insieme di tecniche di osservazione e di intervento di cui solo l’archeologo poteva essere depositario. Lentamente, così, l’archeologia consolidava le sue procedure di indagine e quelli che sono tuttora i pilastri del suo metodo, che prevede l’intreccio virtuoso tra l’analisi formale e funzionale dei manufatti, offerta dalla tipologia e dallo studio della loro tecnologia, e l’osservazione delle condizioni stratigrafiche del loro ritrovamento. Le testimonianze preistoriche e protostoriche si prestavano dunque meglio delle altre a essere avvicinate con gli strumenti dell’archeologia. Alla fine del Seicento fu scoperta nella Francia settentrionale una tomba megalitica; la descrizione di quello scavo, condotto con metodo attento, merita ancora di essere riprodotta: “Nel 1685 ‒ vi si legge ‒ M. de Cocherel, gentiluomo di Normandia, scorgendo due pietre su di una collina, credette che esse segnalassero qualche cosa sepolto sotto la terra: fece allora scavare nel sottosuolo. Gli operai vi trovarono un sepolcro composto di cinque pietre grezze di enorme dimensione. Vi si rinvennero due crani, ed al di sotto di ciascuno di essi una pietra (…). Allargando la fossa gli operai trovarono altri sedici o diciotto corpi distesi l’uno accanto all’altro sulla stessa linea; le loro teste erano rivolte a mezzogiorno, le braccia erano stese lungo il corpo (…). Si rinvennero tre ossi appuntiti come il ferro di una alabarda, fissati un tempo a lunghi bastoni per farne una lancia o una picca. Si trovarono anche punte di avorio e di pietra, che avevano servito come punte di frecce. Sembra dunque che quei barbari non conoscessero né l’uso del ferro, né quello del rame, né alcun altro metallo (…). Accanto a quei corpi, su un terreno più alto di otto pollici, si vedeva una grande quantità di ossa semibruciate: sopra le ossa era uno strato di ceneri alto un piede e mezzo (…)”. L’importanza dello scavo delle tombe, che conservavano talora intatti i corredi funerari, si fece via via più chiara agli studiosi. All’inizio del Settecento a Basilea J.C. Helin, scavando le tombe degli antichi Germani, affrontava il problema delle diverse età succedutesi nello sviluppo delle civiltà umane: “Quelle di antichità più remota ‒ scriveva ‒ e le cui urne sono più rovinate dal tempo, contengono più spesso rame, quelle di età più recente hanno di solito il ferro”. Lo scavo delle necropoli comportava dunque una sempre maggiore attenzione alle procedure di recupero dei contesti, mentre gli aspetti stratigrafici dell’indagine restavano tendenzialmente in secondo piano. Alla fine del secolo, in Inghilterra, un gentiluomo di campagna, J. Frere, rinveniva alcune amigdale paleolitiche giacenti oltre tre metri al di sotto della superficie del suolo in associazione con ossa di animali estinti all’interno di strati di terreno ancora intatti. “Pur non essendo oggetti di particolare interesse in se stessi ‒ scriveva Frere alla Società degli Antiquari di Londra ‒ devono essere considerati tali per la situazione in cui furono rinvenuti (…) [che] può indurci nella tentazione di attribuirli a un periodo veramente assai remoto, anche precedente a quello del mondo attuale; ma, quali che siano le nostre congetture in proposito, sarà difficile spiegare il fatto che giacevano in uno strato coperto a sua volta da un altro strato, il quale, in base a questa supposizione, si potrebbe congetturare sia stato una volta il fondo, o per lo meno la spiaggia del mare”. L’osservazione di Frere dimostrava che la rilevanza storica degli oggetti antichi sarebbe stata tanto maggiore quanto più attenta fosse stata l’osservazione della loro giacitura nel terreno, in relazione agli altri oggetti e ai diversi strati che li contenevano. Ma l’applicazione della stratigrafia al problema delle origini dell’umanità portava anche alla scoperta di epoche talmente remote nel tempo da mettere in discussione l’età stessa della Terra, che la fede nella Bibbia non consentiva di far risalire a più di seimila anni indietro.

LA NASCITA DELLO SCAVO MODERNO

Le osservazioni che la nascente scienza geologica era andata facendo sui rapporti esistenti tra gli strati del terreno e i fossili in essi contenuti, applicate all’archeologia, aprivano il campo alla nascita della stratigrafia archeologica. Ma anche le conquiste della geologia furono lente e controverse. Il rinvenimento di oggetti di selce di fabbricazione umana in associazione con i resti di animali estinti stratificati nei pavimenti delle caverne non veniva riconosciuto veritiero o veniva sottovalutato e la maggior parte dei geologi interpretava ancora questi dati alla luce del Diluvio Universale. D’altra parte, lo stesso concetto di strato geologico era ancora incertamente definito: solo nel 1816 W. Smith potrà dimostrare la stretta relazione esistente tra strati geologici e fossili naturali e bisognerà attendere il 1859 perché presso la Royal Society di Londra l’antichità della specie umana possa essere sostenuta sulla base di ritrovamenti archeologici pertinenti a un’era certamente più antica dei seimila anni contemplati dalla Bibbia. I progressi più significativi avvenivano nel frattempo in Danimarca, dove Ch.J. Thomsen sperimentava un sistema coerente di classificazione dei reperti archeologici del nuovo Museo Nazionale di Copenaghen, che egli distingueva in tre gruppi sulla base dei materiali usati per fabbricarli, unendo all’osservazione tipologica l’attenzione per gli aspetti tecnologici dei manufatti. All’uso della pietra, del bronzo e del ferro dovevano corrispondere tre età storiche cronologicamente successive. La teoria delle Tre Età, che fu alla base di ogni ulteriore sviluppo della scienza archeologica, trovò nell’opera di J.A. Worsaae la sua dimostrazione sul campo, grazie agli scavi che egli condusse nelle torbiere e nelle tombe a tumulo della Danimarca. Il metodo di scavo stratigrafico, cioè di analisi del terreno condotta strato per strato, individuando meticolosamente le singole componenti della stratificazione e asportandole ad una ad una nell’ordine inverso a quello secondo cui si erano andate accumulando, comincerà a diffondersi in Europa negli anni centrali dell’Ottocento nelle ricerche preistoriche e protostoriche. Nell’opera di J. Boucher de Perthes incontriamo la più lucida riflessione sull’applicazione all’archeologia dei concetti e delle procedure della stratigrafia geologica e sull’aspetto dimostrabile, quindi scientifico, delle osservazioni stratigrafiche, che associano all’osservazione attenta dei materiali e delle tecniche della loro lavorazione anche quella della loro posizione nel sottosuolo. Nella paletnologia l’interesse per la formazione geologica dei giacimenti si intrecciava con quello per i resti antropologici, zoologici e botanici delle ere preistoriche e questa nuova scienza si apriva allo studio delle condizioni ambientali della vita degli uomini, si accostava alle testimonianze sulle più antiche comunità con un interesse che oggi definiremmo antropologico, volto anche all’analisi dei modi di sfruttamento delle risorse naturali e quindi delle economie delle prime società umane. Anche in Italia non mancarono figure in grado di interpretare il nuovo approccio al terreno e ai suoi materiali che giungeva dalle esperienze europee: nelle pagine delle Notizie degli Scavi, pubblicate dall’Accademia dei Lincei a partire dal 1876, le uniche stratigrafie, cioè gli unici disegni che leggano, descrivano e interpretino una stratificazione archeologica, riguardano in quegli anni sempre e solo contesti di natura preistorica e protostorica. Nel mondo delle antichità classiche la tradizione antiquaria si perpetuava intanto piuttosto ignara del nuovo. In Italia e in genere nei Paesi mediterranei, nonostante i grandi passi che lo studio delle opere d’arte e di architettura avevano registrato tra il XVIII e il XIX secolo, l’archeologia conservava il suo carattere di attività di raccolta e catalogazione di monumenti e di oggetti, nel cui ambito lo scavo continuava a manifestarsi piuttosto come uno strumento di estrazione che non come un metodo di indagine. Si sviluppava semmai un’archeologia di carattere “romantico”, animata dal fascino della rovina del passato, colto con un atteggiamento più sentimentale che non di conoscenza scientifica. Un esempio tipico di “scavi di corte”, tenuti gelosamente nascosti all’opinione pubblica internazionale, si era andato sviluppando sin dalla metà del XVIII secolo tra le rovine sepolte di Ercolano e Pompei per impulso della corte borbonica di Napoli. Si trattava di ricerche volte prevalentemente al recupero degli oggetti sepolti, che le ceneri e i lapilli dell’eruzione vesuviana avevano conservati miracolosamente intatti, e al distacco delle scene figurate dipinte sulle pareti affrescate delle case, le cui rovine venivano lasciate alle intemperie. Gli anni del governo napoleonico avevano segnato, sotto la direzione di don Michele Arditi, un’espansione degli scavi e un momento di riflessione sui criteri da seguire. Si era allora delimitato per la prima volta il perimetro della città antica e si era tentata un’organizzazione sistematica delle ricerche, casa per casa, sgomberando alcune strade principali. Dopo l’Unità d’Italia, con l’arrivo di G. Fiorelli alla direzione degli scavi di Pompei, i problemi tecnici e logistici delle indagini cominciarono ad essere affrontati con ottiche culturali profondamente rinnovate. L’obiettivo principale della ricerca pompeiana divenne allora la conoscenza della stessa città e del suo impianto urbano. Il recupero degli oggetti e delle opere d’arte cominciò ad effettuarsi alla luce del concetto di contesto archeologico, che rappresentava una definitiva rottura nei confronti della tradizione antiquaria, ma che non faceva perdere di vista, anzi esaltava, lo studio delle antichità, inteso come strumento di ricostruzione delle forme di vita delle società passate, colte nel loro stesso ambiente monumentale. Dal concetto di contesto nasceva l’esigenza di una riflessione più attenta sulla tecnica stessa di un’indagine più metodica, in grado di affrontare ogni singolo isolato con le sue abitazioni, raggiungendo il livello archeologico non per pozzi o trincee, ma dall’alto verso il basso asportando a strati orizzontali i livelli eruttivi che avevano sepolto la città. Era cura degli scavatori annotare i luoghi e la disposizione degli oggetti raccolti, consolidare sul posto quanto poteva consentire una migliore comprensione del monumento antico e rispettare innanzitutto le pareti dipinte, complemento insostituibile dell’ambiente e un tempo oggetto principale di preda archeologica. Nel panorama europeo, alla metà del XIX secolo, l’archeologia classica e orientale aveva ormai assunto la dimensione di una vera e propria scienza dell’antichità, che si muoveva con finalità storiche su basi razionali e su solide premesse filologiche. Gli istituti archeologici che si erano andati intanto formando nei grandi stati nazionali avviavano le prime ricerche sistematiche in Grecia, in Africa e nel Vicino Oriente: si trattava di imprese spesso di grandi dimensioni, nelle quali le procedure di indagine si rivelavano ancora per lo più inadeguate. In Inghilterra, nel frattempo, il generale A.H. Pitt-Rivers contribuiva a trasformare la ricerca sul campo in una operazione scientifica più rigorosa, dimostrando le grandi potenzialità del metodo sperimentale applicato agli studi storici per mezzo dello scavo. Per quindici anni, dal 1881, egli scavò numerosi siti portando alla luce villaggi e campi, fossati, canali e necropoli, curando la registrazione di ogni dettaglio, anche di quelli apparentemente inesplicabili e privi di rilevanza storica. La sua pratica di scavo prevedeva l’esposizione globale del sito con l’intento di comprendere ‒ egli affermava ‒ le strutture sepolte nella sequenza della successione dei diversi insediamenti. Ma anche la procedura seguita da Pitt-Rivers non era sempre esente dalla pratica dello sterro, specie nelle parti più superficiali del terreno. Per leggere nei primi manuali di scavo i primi incerti cenni sull’applicazione dei principi stratigrafici ai siti archeologici pluristratificati bisognerà attendere il nuovo secolo, con il quale lo sviluppo dello scavo stratigrafico troverà lentamente il suo spazio anche nell’archeologia classica. In Italia in quegli anni la cosiddetta “archeologia militante” si confrontava con l’egemonia esercitata dall’archeologia filologica, il cui manifesto, dettato da E. Loewy, pur dando qualche spazio al contesto e allo scavo, quindi anche alla perizia dell’archeologo, proclamava il primato della storia dell’arte sulle altre discipline archeologiche e, in ultima analisi, della stessa arte sulla storia. Qualche voce si levava ad osservare che l’archeologia dell’arte non era che uno dei tanti aspetti dell’archeologia e invitava ad indagare non solo i tesori dei musei, ma, imparando dai paletnologi, anche le tombe e gli immondezzai, contribuendo a scrivere la storia per mezzo dell’archeologia. Ma a queste posizioni teoriche non faceva riscontro un metodo maturo di indagine: la terra che copriva i monumenti era pur sempre sentita come qualcosa di ostile alla ricerca. Il nuovo si manifestò grazie all’opera di un pioniere dello scavo archeologico, G. Boni, la cui palestra fu il Foro Romano, il cuore della Roma antica dove per decenni gli scavi erano proseguiti secondo la pratica dello sterro, senza alcun rispetto né per le stratificazioni di età classica né, tanto meno, per le testimonianze dell’età medievale. Boni fu il primo ‒ e per molti decenni l’unico ‒ che abbia tentato di esplicitare il proprio metodo di scavo in un celebre saggio del 1901. Applicato negli scavi del Comizio antico e del Sepolcreto Arcaico, il metodo di Boni consisteva nell’esecuzione di sondaggi stratigrafici indirizzati al riconoscimento delle stratificazioni e nell’asportazione dei singoli strati “secondo il loro giacimento naturale”. Ogni lembo di terra, sentito non più come un corpo ostile al monumento che ne era ricoperto, ma come il primo oggetto di indagine, era in quest’ottica meritevole di una cura meticolosa, che si estendeva anche alle tracce degli elementi immateriali della stratificazione (fosse, tagli, erosioni, ecc.), che sarebbero divenuti oggetto di riflessione teorica solo in età a noi vicinissima. Lo strato è sentito in stretta relazione con le strutture e l’esigenza dell’associazione ai singoli strati dei materiali archeologici, “vili detriti” carichi di informazioni, è chiaramente avvertita. Se le interpretazioni storiche che Boni dette dei suoi scavi non sempre hanno retto alla critica degli studi successivi, le sequenze stratigrafiche da lui individuate e i contesti archeologici così stabiliti sono tuttora oggetto di ammirazione e stanno a dimostrare come, alle soglie del XX secolo, i concetti fondamentali dell’indagine stratigrafica del terreno fossero ormai acquisiti e potessero essere applicati anche nella pratica dello scavo monumentale. Le tematiche illustrate da Boni non trovarono infatti grande udienza tra i maggiori rappresentanti dell’archeologia classica italiana. Alla figura dell’archeologo-scavatore, presente e operante sullo scavo, si preferiva nella prassi quella dell’assistente, al quale l’archeologo, “uomo di scienza” separato dal terreno, delegava sul campo le operazioni più delicate dell’indagine. Lo scavo e l’archeologo appaiono così come due sfere separate. Il metodo di scavo prevalentemente applicato si basava ancora sul concetto quasi ossessivo dello “sgombero” della terra e, di conseguenza, anche la strategia seguita era in genere la più diretta: all’apertura di trincee, solitamente parallele ai muri, si affiancava la pratica del piccolo sondaggio per verificare le condizioni del sottosuolo, indagato poi per lo più mediante tagli orizzontali, o livelli, non rispettosi della giacitura stratigrafica. La retorica dell’archeologia del piccone, che cominciava allora a celebrare i propri fasti, non aiutò certamente uno sviluppo del metodo, anche se gli scavi di Pompei e di Ercolano fornirono ancora una volta la palestra per più mature riflessioni. Dopo il primo salto di qualità costituito dall’intervento di Fiorelli, a Pompei V. Spinazzola aveva segnato una tappa importante nelle metodologie di indagine, rivolgendo attenzione particolare alle facciate delle case, ai primi piani, alle finestre, alle scale, ai tetti, indagando quindi strato a strato, salvando dagli scarichi un’infinità di dettagli indispensabili per la ricostruzione in situ, e immediata, delle strutture. Nel lungo capitolo metodologico che apre il suo volume postumo sugli scavi della via dell’Abbondanza, l’importanza dell’analisi degli strati di distruzione degli edifici viene così pienamente rivendicata, sia pure accanto ad una confusa critica del concetto di scavo stratigrafico, di cui si avvalora un’immagine riduttiva, che conduce al conseguente corollario secondo il quale “una metodologia dello scavo non esiste”. Pompei sarà anche il principale campo di operazione di A. Maiuri, al quale si deve la ripresa nel 1937 di una discussione sul metodo di scavo. Nello scritto vengono rigidamente distinti due tipi di intervento, quello cosiddetto “subaereo”, che investe gli edifici e il soprassuolo e viene condotto “con la buona norma dello scavo a strati orizzontali”, e quello nel sottosuolo. Solo quest’ultimo merita l’applicazione dell’indagine stratigrafica, condotta mediante piccoli saggi, trincee e pozzi verticali e finalizzata all’esame delle strutture di fondazione e all’individuazione delle tracce di edifici e di giacimenti archeologici eventualmente preesistenti. In quegli anni a Roma e in molte altre città italiane si sventravano i centri storici con premesse e obiettivi nei quali l’archeologia si presentava più spesso come un pretesto che non come un fine. Mentre il sito di Ostia Antica conosceva uno dei più vasti sterri archeologici di questo secolo, che rimettevano in luce il piano di calpestio della città imperiale incuranti della conservazione e della documentazione delle lunghe fasi di vita della città precedenti il suo abbandono, in Liguria N. Lamboglia tra il 1938 e il 1940 conduceva nell’area dell’antica Albintimilium (Ventimiglia) una delle ricerche stratigrafiche più innovative, che si potevano nutrire del clima culturale positivistico ancora vivo nel Museo Bicknell di Bordighera. Negli scritti di Lamboglia quegli scavi vengono presentati con legittimo orgoglio come il primo tentativo di studiare “per fasi” una città romana, avendo per insegne la stratigrafia e l’esigenza “di identificarla, disegnarla e interpretarla senza errori”. Lamboglia non nasconde la consapevolezza della novità del suo esperimento, che accompagna una critica molto dura della situazione dell’archeologia mediterranea, e dichiara esplicitamente di scostarsi “dai procedimenti consueti dell’archeologia classica e monumentale, per applicare alla storia quelli dell’archeologia preistorica e provinciale”, sfruttando fino in fondo il terreno scavato. La fatica principale dell’archeologo consiste per lui nella continua verifica del rapporto fra strati e strutture e nella osservazione concomitante dei materiali associati agli strati, due momenti dello scavo autonomi, ma strettamente collegati. Emerge anche la necessità di una presenza costante dell’archeologo sul terreno, che sia in grado di cogliere e documentare i rapporti stratigrafici all’atto dello scavo, garantendo al tempo stesso la raccolta sistematica, non selettiva, del materiale e la sua siglatura. Corollario di questa impostazione è la critica agli ordinamenti universitari in fatto di formazione professionale, all’uso di manodopera non specializzata, alla pratica degli appalti e delle perizie con il lavoro calcolato a cubatura. La testimonianza di Lamboglia suscitò anche aspre polemiche, come quella sorta nel 1958 con G. Lugli, massimo esponente della scuola di ricerche topografiche di sostanziale tradizione antiquaria, poco incline ad un’applicazione generalizzata delle ottiche stratigrafiche all’analisi dei contesti monumentali. Ma la presa di distanza dal metodo stratigrafico giungeva nel contempo anche da altri cospicui rappresentanti dell’archeologia italiana, come M. Pallottino, che, nell’affermare la necessità di un minimo di accorgimenti universalmente accettati per la conduzione scientifica dello scavo, enumerava i presunti limiti del “cosiddetto metodo stratigrafico” e le sue difficoltà di attuazione, che sarebbero derivate dalla complessità stessa delle stratificazioni archeologiche. Il metodo stratigrafico veniva quindi sottovalutato perché sostanzialmente frainteso. La pratica dello scavo doveva d’altronde ancora liberarsi di un persistente luogo comune, secondo il quale la multiformità delle testimonianze archeologiche presenti nel sottosuolo, dove nessun caso si presenta eguale ad un altro, avrebbe giustificato l’affermazione secondo la quale non esistono regole per la conduzione degli scavi e, a maggior ragione, il metodo stratigrafico non avrebbe potuto essere insegnato al di fuori dell’esperienza pratica di scavo. Si trattava di convinzioni diffuse, ma di verità solo apparenti, che sarebbero state smentite alla fine degli anni Settanta dal primo testo di teoria della stratigrafia elaborato da E.C. Harris, sul quale si basa oggi il sistema concettuale che presiede ad ogni indagine archeologica effettuata sia sul terreno sia sugli elevati. Proprio in Inghilterra, d’altra parte, il metodo stratigrafico si era andato consolidando anche grazie all’opera di sir Mortimer Wheeler, al quale si deve la formulazione del sistema di scavo che da lui prende il nome, che privilegiava gli aspetti verticali dell’indagine, moltiplicando su ogni sito il numero delle sezioni stratigrafiche del terreno a scapito delle piante. La generazione successiva, a partire dagli anni Cinquanta, avrebbe affrontato il tema di una nuova strategia di scavo, basata su un’indagine estensiva delle stratificazioni orizzontali. Lo scavo, dalla pratica dei sondaggi e delle trincee, si sarebbe andato orientando verso l’apertura di “grandi aree”, anche di molte centinaia di metri quadrati di superficie, che venivano esposte secondo la loro successione stratigrafica, ponendo l’archeologo a contatto con realtà topografiche e monumentali sempre più complesse, ma anche sempre meglio comprensibili. Questo profondo mutamento nelle strategie di ricerca sul terreno rispondeva all’esigenza di aprire nuovi orizzonti alle indagini archeologiche, e in particolare alla necessità di svelare nel sottosuolo contesti sempre più ampi. Lo scavo per “grandi aree” si adattava così tanto allo studio delle città e delle diverse funzioni dello spazio nei centri abitati, quanto allo studio delle campagne e della struttura e distribuzione degli insediamenti. L’esperienza di alcuni archeologi britannici della seconda metà del XX secolo ‒ tra i quali M. Biddle, Ph. Barker e H. Hurst ‒ trovava seguito anche in Italia a partire dagli anni Settanta, dove la pratica dello scavo per “grandi aree” ha avuto la sua prima applicazione nello scavo della villa romana di Settefinestre (Orbetello), diretto da A. Carandini. In conclusione, se l’uomo ha sempre praticato scavi alla ricerca di oggetti, le motivazioni di questi scavi sono mutate nel tempo; e con il tempo alla domanda “perché scavare?” si è andata lentamente affiancando un’altra domanda: “come scavare?”. Ad un contenuto della ricerca si è andato affiancando un metodo, cioè una riflessione sulla necessità che il conseguimento di un determinato obiettivo presuppone lo sviluppo di una pratica di ricerca adeguata. Lo scavo di un tesoro, una volta avuta notizia del sito da indagare, non richiedeva altro che lo scavo di una buca, tanto rapido da non perdere tempo, tanto ampio da consentire di trarne l’oggetto desiderato. Lo scavo di una necropoli alla ricerca dei preziosi vasi antichi richiesti dagli antiquari e dai collezionisti (fu questa una gran moda tra il XVIII e il XIX secolo) prevedeva anch’esso che si praticassero buchi disordinati, quanto più numerosi tanto più promettenti. Ma con una precauzione: che non si rompessero gli oggetti, pena la perdita del loro valore o, se vogliamo, della loro bellezza. Occorreva dunque uno scavo più attento. Ma sempre di buchi nel terreno si trattava: lo scavo era inteso, infatti, come strumento per il recupero di oggetti sepolti. La forma dello scavo è mutata quando nell’intenzione degli scavatori agli oggetti si sono affiancate le antiche strutture, i resti degli edifici, con le loro decorazioni architettoniche. L’esecuzione dello scavo dei monumenti è stata allora più condizionata dalla forma delle strutture sepolte: ai buchi si sono sostituite le trincee, i grandi splateamenti, le fosse di andamento più regolare aperte seguendo le murature emergenti. La terra, tuttavia, era pur sempre considerata come un elemento non solo privo di interesse, ma ostile, che andava asportato per raggiungere la meta desiderata. Lo scavo era dunque in senso letterale uno sterro: la sua pratica consisteva essenzialmente nello sgombero della terra. Perché la terra divenisse essa stessa oggetto dell’indagine occorreva che l’interesse dello scavatore non si focalizzasse solo sugli oggetti da recuperare o sulle strutture da mettere in luce. Si comprende, dunque, come lo scavo dei siti preistorici sia stato la prima tappa della moderna archeologia. L’assenza di reperti preziosi e di strutture monumentali, la possibilità di una raccolta attenta dei manufatti in pietra o in osso e la loro interpretazione dipendevano da un’accurata cernita del terreno e da una distinzione tanto più utile quanto più meticolosa delle stratificazioni sepolte. Lo scavo si avviava in tal modo a diventare lo strumento fondamentale per il recupero sì di manufatti e di strutture, ma anche ‒ qui fu la novità ‒ di relazioni fra i diversi strati del terreno, fra loro e in rapporto ai diversi manufatti, con un occhio sempre più attento all’analisi dei processi formativi della stratificazione. Se oggi possiamo parlare di tante archeologie diverse, tali che nessuno studioso sarebbe in grado di dominarle, possiamo tuttavia dire che queste si riconoscono tutte in una pratica, quella dello scavo, che le riporta ad unità sul piano del metodo. I riferimenti teorici e le procedure fondamentali che orientano il lavoro dell’archeologo su qualsiasi insediamento, di qualsiasi epoca storica, sono gli stessi. Ma lo scavo archeologico è una pratica di ricerca storica che produce conoscenze attraverso un processo di smontaggio della stratificazione che ne comporta la distruzione; questa distruzione deve essere dunque risarcita innanzitutto con la pubblicazione delle indagini, meglio se con mostre ed esposizioni museali, ancor meglio se con il restauro delle testimonianze monumentali dissepolte. Il rapporto tra scavo e valorizzazione dei siti archeologici è ormai al centro dell’interesse. L’opinione pubblica ha molto da dire in proposito, e gli archeologi hanno molto da ascoltare per poter sempre meglio orientare la funzione sociale del proprio lavoro.

Bibliografia

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di Daniele Manacorda – Il Mondo dell’Archeologia (2002)

https://www.treccani.it/enciclopedia/lo-scavo-archeologico-cenni-storici-e-principi-metodologici_%28Il-Mondo-dell%27Archeologia%29/



Categorie:O02- Lo scavo archeologico

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