Giovanni Calvino

Calvino, Giovanni (fr. Jean Calvin, da Calvinus, latinizz. di Cauvin). – Riformatore religioso (Noyon 1509 – Ginevra 1564). Figlio di Gérard Cauvin, notaio e promotore del capitolo, studiò (1523) a Parigi ove si legò d’amicizia con i figli di G. Cop e col cugino P. Robert, l’Olivetano, inclini alle idee della riforma; riceveva intanto benefici ecclesiastici. Passò poi allo studio del diritto, a Orléans (1528) e a Bourges (1529), ove dal luterano M. Wolmar apprese il greco, che continuò a studiare, con l’ebraico, a Parigi, in contatto con circoli umanistici di idee religiose avanzate; intanto attendeva al commento del De clementia di Seneca, dal quale peraltro esulava ogni traccia di preoccupazione religiosa.

Dopo un nuovo soggiorno a Orléans e a Noyon, tornato a Parigi (1533) si univa apertamente ai luterani e poco dopo, fatto proclamare da N. Cop, nel consueto discorso inaugurale, il principio della giustificazione gratuita, doveva, con il Cop, allontanarsi. Poté poi ritornare; si rifugiò quindi ad Angoulême, Nérac, Noyon, ove il 4 maggio 1534 rinunziò ai suoi benefici; fu poi a Poitiers, a Orléans, a Strasburgo e a Basilea (1535).

Come avvenisse la sua conversione, è stato molto discusso, nel lento processo interno della conversione al fattore intellettuale, su cui si è tradizionalmente insistito, si accompagnò certo uno slancio mistico.

A Basilea, ove venne a contatto con altri riformatori, P. Viret, H. Bullinger, S. Grineo, G. Farel, forse Carlostadio, redasse la prefazione alla traduzione della Bibbia dell’Olivetano e pubblicò, sotto lo pseudonimo Martianus Lucanius, la Institutio Christianae Religionis (1536). Di lì si diresse in Italia, ove nel breve soggiorno a Ferrara (23 marzo-14 aprile) impressionò in modo decisivo la duchessa Renata di Francia; poi, sistemati (grazie all’editto di Lione) gli affari a Parigi, fu a Strasburgo.

Ma a Ginevra, Farel lo esortò a fermarsi, ché il consiglio generale aveva da poco adottato la Riforma. Ed ecco C., professore di Sacra Scrittura, gettarsi nella lotta insieme con Farel alla disputa di Losanna; nel sinodo di Berna ove si discusse la formula di concordia di Wittenberg, tenendovi un posto di primo piano, e soprattutto in Ginevra. Qui gli Articuli de regimine Ecclesiae (nov. 1536), il Catéchisme (1537), la Confession de foi (scritta dal Farel ma ispirata da C.), che tutti dovevano giurare, pena l’esilio, furono un coerente tentativo d’instaurare un regime di assoluta confessionalità (la “teocrazia”) cui si opposero molti dei Ginevrini e Berna, con un ordine, accolto dopo le elezioni del febbr. 1538; onde i due, esautorati, partirono.

Sollecitato da Butzer e Capitone, C. si recò a Strasburgo. Qui, ottenuta la cittadinanza (1539), visse tranquillo (sposò, nel 1540, Idelette de Bure o Büren, vedova, con due figli, di un anabattista) e operoso: pubblicò la seconda edizione, già assai ampliata, dell’Institutio (1539) e la risposta alla lettera del Sadoleto ai Ginevrini; conobbe, a Francoforte, Melantone; partecipò ai colloquî di Hagenau, Worms, Ratisbona (1540-41).

Intanto, a Ginevra, il partito favorevole a lui e a Farel (guillermins) ottenne nelle elezioni del 1540 il potere, e subito pensò a richiamare C. che, dopo aver a lungo esitato, ubbidendo alla “vocazione” ritornò a Ginevra nel sett. 1541, più ricco di esperienza e con accresciuta autorità. Subito impose le Ordonnances ecclésiastiques, ottenne che fosse riveduta la legislazione cittadina, dando così a Ginevra, per il genn. 1543, un nuovo assetto costituzionale.

Al disopra degli ordini della Chiesa (pastori, dottori, anziani, diaconi), è posto il concistoro, composto di sei pastori e dodici anziani, laici, come supremo tribunale dei costumi, organo, più che di collegamento tra l’autorità civile e l’ecclesiastica (quale per la sua composizione appariva), di governo effettivo di uno stato in cui anche la vita civile (formalmente regolata dall’autorità civile indipendente da quella ecclesiastica) doveva essere rivolta a un solo scopo: la gloria di Dio, l’esecuzione della sua volontà manifestata nella Bibbia. Un regime, dunque, democratico in apparenza, aristocratico nella sostanza, che incontrò subito forti resistenze: all’estremo rigorismo morale e alla dura vigilanza, o spionaggio, sulla vita pubblica e privata; alla rigida e “spaventosa” dottrina della doppia predestinazione; al predominio politico di C. e degli emigrati, francesi soprattutto, ma anche italiani, che accorrevano a lui.

L’opposizione già attizzata da Berna, e precisatasi nel 1546, si raccolse l’anno dopo intorno al programma dei “libertini” sintetizzato nella formula: “né concistoro né Francesi”. Jacques Gruet, che affisse un manifesto contro C., venne decapitato. Ma nel 1553 i libertini conquistarono il potere. Giunse allora a Ginevra M. Serveto, l’antitrinitario, per il quale C. nutriva un odio implacabile, egli fu preso, processato, arso, e invano si levò la protesta del Castellion e d’altri. C. riprendeva forze, sconfitti già nelle elezioni del 1555, i libertini tentarono l’insurrezione nel maggio e furono debellati. C. restava padrone di Ginevra, grazie anche al continuo affluire di emigranti francesi, che acquistando la cittadinanza modificavano la struttura sociale e politica della città, e all’aggravarsi del pericolo esterno per i tentativi di Emanuele Filiberto anelante al possesso di Ginevra: onde l’intransigenza in materia religiosa significava anche difesa dell’indipendenza politica. E C. veniva acquistando sempre maggiore influenza su tutta la vita europea: scriveva ai re d’Inghilterra, Danimarca, Svezia, Polonia, preparava l’accordo con gli zwingliani e con i luterani, dopo la riconciliazione col Bullinger (1548; Consensus Tigurinus, 1549), seguiva lo svolgersi degli avvenimenti nella sua Francia; fondava l’Accademia (1559) chiamandovi il suo più fedele seguace, T. di Beza; preparava le nuove edizioni, anche in francese (1a ediz., 1541), dell’Institution de la religion chrétienne, dei numerosi commenti biblici, redigeva trattati spesso polemici, latini e francesi, e sermoni. ▭

Sul pensiero teologico di C., oltre che correnti del misticismo e della filosofia del tardo Medioevo e dell’umanesimo (Gerson, l’occamismo, Lefèvre d’ Étaples, l’Olivetano) influirono, con Lutero, anche altri riformatori quali il Butzer e Melantone (meno lo Zwingli, motivi del quale C. accolse attraverso gli svizzeri); ma, sebbene non sia fondamentalmente errato vedere in lui piuttosto l’organizzatore e il sistematore che l’innovatore e il pensatore potentemente originale, neppure va sottovalutata la forza con cui sentì ed espose il concetto fondamentale della sua teologia: l’onnipotenza, la grandezza, la provvidenza di Dio; né il vigore logico con cui ne dedusse le conseguenze.

Conoscere Dio e sé stessi è ravvisarlo nel creato, ma soprattutto nella Bibbia (del cui carattere divino assicurano la “testimonianza e persuasione interiore dello Spirito Santo” e in cui Dio si è rivelato agli uomini che devono temerlo e riverirlo padre, signore e giudice), ed essere umili, confidando nella sua bontà.

La natura umana è infatti, secondo C., totalmente viziata dal peccato originale, e il libero arbitrio (C. vuol evitare di attribuire a Dio l’origine del male) non è più in grado, da solo, di dirigersi al bene. Volere questo, è dono di Dio; come non vi è merito umano che derivi dalle opere, così la salvezza è effetto della sola misericordia divina, ricevuta con ferma fede e con certa speranza. E la fede è conoscenza della buona volontà di Dio, fondata sulla promessa gratuita dataci in Gesù Cristo: è cioè dono di Dio che implica la salvezza, la penitenza, vera e propria “conversione” o rigenerazione propria degli eletti.

L’elezione, a sua volta, è opera della volontà, manifestazione dell’onnipotenza di Dio, del tutto indipendente da qualunque previsione che Dio possa fare dei meriti dell’uomo. Al quale, in stretta giustizia, non è dovuta se non la dannazione; se alcuni si salvano, è solo per misericordia. Ai reprobi Dio “toglie anche la facoltà di udire la sua parola”; come ha previsto e giudicato utile il fallo di Adamo, così vuole che i malvagi facciano il male.

È la dottrina, caratteristica di C., della doppia predestinazione: giusta in ogni caso, ché nella santificazione degli eletti, come nella condanna dei reprobi, si manifesta e si attua ugualmente la gloria di Dio, la sua imperscrutabile volontà (“tutto ciò che egli vuole, bisogna tenerlo per giusto, in quanto egli lo vuole”) e onnipotenza. Ma della propria santificazione e predestinazione alla gloria celeste, cioè della sua rigenerazione, C. dovette avere precisa e piena consapevolezza, che lo sorresse, lottando con fiduciosa tenacia. Così come poi il successo della propria azione nel mondo sarebbe divenuto per il calvinista prova e misura/”>misura della sua fede e salvazione.

Perciò il cristiano deve rispettare, nella vita civile, la propria “vocazione” restando là dove Dio lo ha collocato, vivendo nel mondo come se non vi fosse, ubbidendo ai sovrani e ai magistrati istituiti da Dio; ma ubbidire a Dio è dovere più grave; e C. inveisce contro gl’incerti e trepidi “nicodemiti”. Dio esige ubbidienza piena, e perciò ha dato la legge.

Anche la nuova legge di Dio, che è legge di libertà, non ha abolito del tutto i segni esteriori, “per cui il Signore nostro ci rappresenta e attesta la sua buona volontà verso di noi…”; cioè i Sacramenti. I quali però si riducono, per C., a quelli ch’egli trova menzionati espressamente nel Nuovo Testamento: Battesimo e Cena. Il primo è unico, e il suo valore dipende dalla fede con cui è ricevuto. Quanto alla seconda, C. non solo non ammette la transustanziazione; ma, andando oltre Lutero, pur senza raggiungere il radicale simbolismo di Zwingli, ritiene il pane “un simbolo, sotto il quale nostro Signore ci offre la vera manducazione del suo corpo”.

https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-calvino/



Categorie:I20.04- Cristianesimi riformati

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