Arte medievale in Puglia

La P. corrisponde grosso modo alla regione augustea Apulia et Calabria e all’omonima provincia dioclezianea, dove con Calabria si designava la penisola salentina. Nel Medioevo la denominazione unica di Apulia indicava una regione assai più estesa della P. attuale, nella quale erano compresi parte dell’od. Basilicata e il territorio di Termoli (Molise). Sempre in vigore rimaneva l’antica divisione della regione in tre parti: la Daunia a N, che nel Medioevo si chiamò Capitanata; la Peucezia, poi Terra di Bari, al centro; il Salento, o Terra d’Otranto, erede dell’antica Messapia, a S. Caratteristiche proprie mantenne poi, anche nel Medioevo, il territorio circostante Taranto, l’ormai decaduta capitale della Magna Grecia, generalmente designato come Terra Ionica.

La particolare posizione geografica e la presenza sul territorio di una rilevante rete stradale, facente capo ai due principali rami delle vie Appia e Traiana, favorirono la precoce evangelizzazione della regione, emblematicamente espressa dalle leggende del passaggio e della predicazione di s. Pietro. Ricerche storiche, archeologiche e agiografiche tuttora in corso (Otranto, 1991; Campione, 1992; Felle, Nuzzo, 1993) consentono di affermare, sulla base degli atti dei concili, che tra i secc. 4° e 5° molte importanti città, soprattutto nella parte centrosettentrionale della regione – Sipontum, Salapia, Herdonia (od. Ordona), Arpi, Luceria (od. Lucera), Aecae (od. Troia), Cannae (od. Canne della Battaglia), Canusium (od. Canosa di P.), Barium (od. Bari) -, erano sedi di vescovadi. Nel Salento è documentato solo un Marco, vescovo di Calabria, presente nel 325 al concilio di Nicea. Ma dal sec. 5° all’elenco si possono aggiungere Brindisi e Taranto, quindi Gallipoli, Egnazia, Lecce e Otranto. Massima importanza assunsero nel sec. 6°, anche per la loro attività di fondatori di edifici sacri, s. Sabino, vescovo di Canosa, e s. Lorenzo di Siponto, alla cui mitica figura si lega l’origine del santuario di S. Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo, sul Gargano.

Sul piano delle testimonianze archeologiche, nella Daunia, a parte i ritrovamenti di complessi funerari ipogei sul Gargano e di tombe a Herdonia e nei pressi di Aecae, presumibilmente intorno alla tomba del mitico vescovo Marco (Felle, Nuzzo, 1993), resti dei primitivi complessi episcopali sono emersi a Canne della Battaglia e a Lucera, mentre tuttora priva di sicura identificazione rimane la grandiosa basilica pavimentata a mosaico, con edificio battesimale comunicante con il nartece, messa di recente in luce da uno scavo in località San Giusto, tra Lucera, Troia e Arpi, accanto ai resti di una villa rustica (Volpe, 1996).

Degli edifici sacri presumibilmente fondati da s. Lorenzo nell’antica Siponto (v.) – distrutta dai terremoti e inghiottita dalle paludi – rimangono l’impianto della basilica episcopale, abbandonata alla fine del sec. 11°, e forse le strutture basamentali del battistero di S. Giovanni, ormai privo della cupola, decorata da mosaici e descritta dalle fonti, e profondamente alterato dalle trasformazioni medievali (D’Angela, 1986a; 1986b; Serricchio, 1986).A Canosa (v.), a parte la chiesa episcopale di S. Pietro, non più riconoscibile sotto le strutture della cattedrale medievale, sono stati ritrovati cospicui resti del battistero di S. Giovanni e, poco distante dall’abitato, i ruderi imponenti della grandiosa basilica quadriconca, sorta su un tempio di età ellenistica e dedicata ai ss. Cosma e Damiano (più tardi a s. Leucio; Falla Castelfranchi, 1974); edifici tutti pavimentati da mosaici (Moreno Cassano, 1976; Principi, 1992).In Terra di Bari, resti di grandi basiliche paleocristiane sono emersi a seguito di scavi sotto le rispettive cattedrali medievali a Bari (Bertelli, 1994b), a Trani (Mola, 1972; Schwedhelm, 1972), a Bisceglie e più recentemente a Barletta e a Bitonto, città queste ultime dove pure manca la testimonianza dell’esistenza precoce del vescovado. Scendendo verso S l’impianto tipico delle basiliche tardoantiche caratterizza anche i due edifici di culto, identificati sul sito dell’antica Egnazia (Felle, Nuzzo, 1993), sulla via Traiana, databili tra la fine del sec. 5° e il 6°, quando vi è documentato un vescovo Rufenzio.Nella penisola salentina, a parte le poche tracce di controversa interpretazione rinvenute a Brindisi, Lecce e Otranto, le testimonianze paleocristiane di maggior rilievo sono localizzate nelle campagne (Fonseca, 1982): nei pressi di Casarano, a S-E di Gallipoli, in località Casaranello, la piccola chiesa di Santa Croce (Restauri, 1983) conserva – nel capocroce a tre bracci voltati a botte con cupola alla intersezione – una raffinata decorazione musiva del sec. 5°, attribuita a maestranze provenienti da Salonicco; a Giurdignano, presso Otranto, la monumentale basilica con abside poligonale e pilastri, datata al sec. 5°-6°, pur ridotta a rudere, sopravviveva ancora in parte sino a pochi anni or sono; inoltre rimangono tuttora in piedi a Campi Salentina la basilichetta di S. Maria dell’Alto, a Patù quella, di incerta datazione, di S. Giovanni e nei pressi di San Donaci il tempio di S. Miserino (Felle, Nuzzo, 1993; Volpe, 1996). Per lo più al sec. 6° è datata la chiesa, con capocroce a tricora, di S. Lorenzo a Mesagne, nei pressi di Brindisi.Dalla metà ca. del sec. 6° sulla regione, non particolarmente toccata dall’invasione dei Goti, si abbatté una serie di flagelli: la guerra greco-gotica (535-555), l’invasione dei Longobardi (v.) e la guerra con i Bizantini (conclusa nel 605), le incursioni degli Slavi (642) e il non meno rovinoso tentativo di riconquista da parte dell’imperatore bizantino Costante II (641-668) ebbero conseguenze determinanti sull’assetto del territorio e sull’organizzazione civile e religiosa. Alcune città scomparvero con i relativi vescovadi, altre si spopolarono, mentre gli abitanti si rifugiarono nelle campagne, in poveri villaggi, o iniziarono a popolare, laddove il terreno lo permetteva, valloni, lame e gravine naturali, divenuti ben presto nuclei di aggregazione civile e religiosa. Così accadde a Bari, a Gravina in P., nelle lame della costa nei pressi di Fasano e Monopoli; in Terra Ionica, nei valloni naturali nel territorio di Mottola, Grottaglie, Massafra. È quindi probabilmente da assegnare a quest’epoca l’inizio del popolamento rupestre (Fonseca, 1980), fenomeno cui più tardi, al tempo della ‘seconda ellenizzazione’ (sec. 9°-10°), l’arrivo di monaci, coloni e funzionari greci di varia provenienza conferì la connotazione più specificamente ‘bizantina’ con cui è meglio conosciuto. Nel sec. 8° la regione presentava un nuovo assetto territoriale che la vedeva divisa in due distinte sfere di influenza, dai contorni mutevoli: una bizantina a S, comprendente il Salento, ellenizzato già dal sec. 6° e tendente a estendersi verso N; l’altra, al Centro-Nord, occupata dai Longobardi di Benevento, protesi alla conquista di tutta la regione.I resti tangibili di questo travagliato periodo nella P. continentale sono scarsi, ma particolarmente significativi. Massimo rilievo assume il santuario di S. Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo, del quale importanti studi (Otranto, Carletti, 1990) hanno posto in massimo rilievo la fase longobarda, testimoniata dalle iscrizioni dei duchi beneventani Grimoaldo I (m. nel 671) e Romualdo I (m. nel 687) nella c.d. galleria longobarda, costituita da una serie di ambienti sottostanti la grotta. Successivi interventi sembrano aver dimostrato che la committenza longobarda avrebbe interessato ambienti già strutturati dal sec. 5°-6°, sotto l’influenza bizantina (Renzulli, 1994; Trotta, 1994).Nel semideserto panorama delle testimonianze architettoniche dell’epoca emergono alcuni edifici di piccole dimensioni, oggi isolati nelle campagne, ma un tempo certamente correlati a villaggi o monasteri scomparsi. Il più importante, recuperato grazie a un recente restauro, è il tempietto di Seppannibale, nei pressi di Fasano: un piccolo edificio a tre navate e due campate, coperto, sulla navata centrale, da due cupole allungate rette da pilastri semplici e, sulle laterali, da rudimentali volte a quarto di cerchio. I raccordi angolari delle cupole, costituiti da nicchie alternate a finestre aperte nei brevi tamburi, dissimulati all’esterno da strutture a parallelepipedo, sovrastate in origine da rozze piramidi, che sollevano l’imposta delle cupole, hanno suggerito (Bertelli, 1994a) un rapporto con esempi campani di età longobarda (Benevento, S. Ilario a Port’Aurea) e la conseguente datazione all’8° secolo. L’ipotesi è d’altro canto confermata dai cospicui lacerti di decorazione parietale – un raro ciclo di illustrazioni dell’Apocalisse, collocabili in area beneventano-cassinese – emersi a seguito del restauro. La piccola chiesa, della quale è incerta anche l’intitolazione (S. Pietro Veterano o S. Maria), probabilmente collegata a un insediamento benedettino, rimane unico esempio superstite di un tipo architettonico elaborato nella P. longobarda, forse su modelli orientali già acquisiti nell’area beneventana, ma dotato di proprie potenzialità che si svilupparono appieno nel sec. 11°, mantenendosi vitali fino al 13°, senza mai esorbitare tuttavia dal territorio pugliese (Alle sorgenti del Romanico, 1975; Belli D’Elia, 1980b).Sempre in rapporto con l’area culturale della Langobardia Minor, va segnalata la singolare chiesetta di S. Eufemia a Specchia, nel Salento, ad aula unica, poi divisa in tre navate da diaframmi aperti da triforî che richiamano sia la basilica dell’Annunziata di Prata di Principato Ultra, nei pressi di Avellino, sia la chiesa longobarda di S. Michele a Corte, a Capua. Qualche analogia con questo gruppo presenta anche una serie di chiese coperte a cupola, di incerta datazione, tra Capitanata (Monte Sant’Angelo, S. Salvatore), Terra di Bari (Rutigliano, S. Apollinare; Castellana, S. Bartolomeo di Padula) e Salento (S. Maria di Gallana, presso Latiano; Belli D’Elia, 1990d; Bertelli, 1990b). Nel Brindisino, al confine tra domini longobardi e bizantini, in località Crepacore, si trova un’altra chiesa altomedievale costruita con largo impiego di materiale messapico di riporto: intitolata a s. Pietro, è stata considerata una chiesa castrense in rapporto con il c.d. Limitone dei Greci (D’Andria, 1967). Divisa internamente in due campate coperte da rozze cupole senza raccordi angolari, ha navate laterali sormontate da informi botti, separate dalle campate centrali da diaframmi aperti da coppie di archi ricadenti su un pilastro. Il restauro sta portando in luce consistenti lacerti di affreschi di impronta bizantina.I secc. 9° e 10° segnano senz’altro il periodo più travagliato per la regione, logorata dal tradizionale conflitto tra Bizantini e Longobardi, nel quale si inserirono i Franchi dell’impero d’Occidente, e flagellata dalle scorrerie dei saraceni di Sicilia, che culminarono con la distruzione di Brindisi (838), con la devastazione del santuario di S. Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo e con l’occupazione di Taranto (840), mentre Bari, gastaldato longobardo, per un colpo di mano del mercenario Khalfūn, dall’847 all’871 divenne sede di un emirato berbero. Ma, a onta delle attestazioni delle fonti, nessuna traccia concreta di questa storia si è potuta trovare nella città, dove pure era esistita una moschea (Musca, 1964).Più consistenti, almeno sul piano epigrafico, sono le tracce delle fiorenti colonie ebraiche (Colafemmina, 1980) di Bari, Taranto, Otranto e soprattutto di quella di Oria, distrutta nel sec. 9° dai saraceni. Qui, nel recinto del castello federiciano, si trova anche uno dei più rilevanti edifici sacri superstiti dell’epoca: la chiesa sotterranea dei Ss. Crisante e Daria, forse cripta della cattedrale scomparsa, forse autonoma chiesa ‘a sala’. Il singolare schema a campate di eguale altezza, divise da pilastri e coperte da cinque cupolette, affine a quello della chiesa sotterranea di S. Eustachio a Matera – ma anche all’oratorio carolingio di Germigny-des-Prés -, sembrerebbe trovare precedenti in Sicilia e rapporti con l’area d’influenza bizantina.Certamente mediobizantine appaiono, nel Salento, la chiesa inglobata – allo stato di rudere – nella cattedrale di Castro e quella di S. Pietro di Otranto, sede dal 968 di una metropolia autocefala di rito greco, entrambe a croce greca inscritta, con quattro bracci voltati a botte e cupola su quattro colonne all’intersezione (Farioli Campanati, 1982).Risale probabilmente a quest’epoca l’intenso popolamento, sull’onda della riconquista bizantina, di molti complessi rupestri da parte di una popolazione rurale di lingua e cultura greca, con un proprio clero e proprie tradizioni cultuali e iconografiche in stretto rapporto con la Grecia e le isole, in particolare Nasso e Corfù. La c.d. civiltà rupestre di P. e Basilicata (Fonseca, 1980) divenne, tra i secc. 10° e 11°, un fenomeno di vasta portata e le chiese-grotte, ampiamente decorate da pitture di stile greco-bizantino, su committenza di privati o delle stesse comunità rurali, sono preziosi testimoni di una rilevante stagione della cultura meridionale, integrata a quella bizantina (Falla Castelfranchi, 1991). Il precario stato di conservazione dei dipinti ‘rupestri’ ne rende ardua la lettura e la documentazione. Pietre miliari rimangono gli affreschi raffiguranti Cristo in trono e l’Annunciazione nella chiesa-grotta delle Ss. Marina e Cristina a Carpignano Salentino, che recano la data 6467, era del mondo, ovvero 959, il nome dei committenti e quello di un pittore greco, Teofilatto.Anche le poche superstiti chiese subdiali del Salento parteciparono, dalla fine del sec. 10°, dello stesso fenomeno. Tra la metà e l’ultimo quarto di questo secolo sono stati recentemente datati (Belting, 1974; Safran, 1990), su base paleografica, gli affreschi più antichi (Lavanda dei piedi, Ultima Cena) che decorano il S. Pietro di Otranto. Coeve appaiono alcune figure nella navata della chiesa di Santa Croce a Casaranello; di poco più tardo è il ciclo delle Storie di s. Nicola nella chiesetta altomedievale di S. Marina a Muro Leccese (Falla Castelfranchi, 1991). Di segno nettamente occidentale e di epoca carolingio-ottoniana risultano invece i lacerti di affreschi rinvenuti, negli ambienti sottostanti la grotta, nel santuario di S. Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo (D’Angela, 1994). Nell’876 Bari si consegnò ai Bizantini, ormai rientrati in possesso di gran parte della regione, e venne elevata a capoluogo del tema di Longobardia, la più grande delle province bizantine in Italia. Ma, sul piano culturale, la P. centrosettentrionale rimase fondamentalmente legata al mondo occidentale, latino e germanico, mentre l’impronta greca restò determinante per il Salento e per alcune città costiere, come Trani e Siponto. I rapporti, mai interrotti, con la Chiesa di Roma erano rafforzati dalla presenza, attestata almeno dal sec. 10°, di monasteri benedettini (Bari, S. Benedetto e S. Scolastica; isola di San Nicola alle Tremiti, S. Maria a Mare). Tuttavia a Bari, dal 962 capitale del catapanato d’Italia, la presenza bizantina dovette lasciare una consistente traccia, in gran parte cancellata dalle stratificazioni successive. Alle numerose menzioni nei documenti di chiese e monasteri intitolati a santi greci fanno riscontro scarsi ma significativi reperti nel campo della pittura (Falla Castelfranchi, 1991) e della scultura applicata, in parte reimpiegati nelle maggiori fabbriche medievali della città (Milella Lovecchio, 1981).Nella parte continentale della regione, l’incontro fra la tradizione locale di matrice occidentale e gli apporti bizantini produsse, presumibilmente tra la fine del sec. 10° e la prima parte dell’11°, frutti decisamente originali che caratterizzarono anche i successivi sviluppi del linguaggio medievale pugliese. In Terra di Bari – dove una precisa scelta dell’amministrazione fiscale bizantina aveva popolato le campagne di villaggi, talvolta dipendenti da monasteri benedettini – vennero ripresi e rielaborati il tipo di edificio ad andamento longitudinale, di piccole dimensioni e a navata unica, con copertura a botte interrotta da una cupola, secondo la tipologia ‘a croce contratta’, e quello della costruzione di maggiore ampiezza e a tre navate, con la centrale coperta da cupole e le laterali presumibilmente da volte a semibotte. Entrambi i tipi architettonici – il primo testimoniato dalla serie di chiesette superstiti pertinenti a villaggi e casali, rintracciate nelle campagne tra Bari, Bitonto, Giovinazzo e Bisceglie e nei centri urbani di Bitetto e Corato, già poste in rapporto di analogia con chiese dalmate o cipriote, databili tra i secc. 10° e 11° (D’Elia, 1975a); il secondo riconosciuto, almeno a Bari, nell’impianto della chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo all’interno del complesso di S. Scolastica (Insediamenti, 1980-1985) – dovevano essere all’epoca tra i più diffusi. È da notare che, in tutti gli esempi conservati in alzato, le cupole sono dissimulate esternamente da strutture a parallelepipedo, sormontate da piramidi, e il raccordo tra gli archi di sostegno e le imposte delle cupole è costituito da pennacchi sferici, subentrati, presumibilmente per influenza bizantina, alle cuffie, nicchie e trombe rilevate nei precedenti altomedievali.Nei primi decenni del sec. 11°, nelle zone ancora divise in campo politico e religioso nelle due fondamentali sfere di influenza dei Longobardi di Benevento, infeudati ormai all’impero germanico d’Occidente, e dei Bizantini, la classe dirigente locale iniziò a manifestare una presa di coscienza della propria identità, che ebbe un corrispettivo in campo artistico nella nascita precoce, almeno nella P. continentale, di forme nuove o relativamente originali, fondamento di quello che fu poi il Romanico pugliese (Belli D’Elia, 1980b; 1987a; 1987b). Le prime e più evidenti espressioni di questa ricerca di identità si riconoscono nelle città sedi di antiche diocesi, decadute o accorpate ad altre durante i travagliati secoli precedenti, i cui vescovi miravano a riottenere, giostrando abilmente tra le diverse forze politiche in gioco, il riconoscimento dei propri diritti. Segno tangibile della riconquistata dignità era l’edificio sede dell’episcopio, che venne ricostruito, ristrutturato o quanto meno dotato di nuove suppellettili marmoree di particolare valore estetico e simbolico.A Bari, nel 1034 il vecchio episcopio fu abbattuto dall’arcivescovo Bisanzio, che iniziò la ricostruzione in forma basilicale della nuova cattedrale, completata dai suoi successori (Alle sorgenti del Romanico, 1975; Belli D’Elia, 1987b; Bertelli, 1994b). A Canosa, ancora unita alla diocesi di Bari, la cattedrale, dedicata ai ss. Giovanni e Paolo, venne pure arricchita di un ambone, a opera dell’arcidiacono Accetto (v.), che nel 1039 aveva eseguito per Siponto, sganciata finalmente dalla sede di Benevento, un ambone per la vecchia basilica di S. Maria, sede dell’episcopio (Manfredonia, Curia Vescovile). Nella stessa chiesa erano stati eretti, per l’arcivescovo Leone, forse dallo stesso Accetto, forse da un magister David, un trono sostenuto da due leoni e un ciborio con iscrizione in greco (Belli D’Elia, Garton, in Alle sorgenti del Romanico, 1975). Nella chiesa-grotta del santuario di Monte Sant’Angelo, congiunta alla diocesi sipontina dalla figura dello stesso arcivescovo Leone, Accetto, qualificandosi scultore, firmava e datava nel 1040-1041 un altro ambone, nel quale, accanto alla raffinatezza della lavorazione e al repertorio ornamentale di scuola bizantina, si colgono elementi sintattici e lessicali di matrice occidentale. Contemporanea o di poco seriore deve essere anche la cattedra vescovile, eretta nella chiesa-grotta e rimaneggiata più tardi, con l’aggiunta di epigrafi, in funzione delle rivendicazioni autonomistiche della sede garganica. È probabile che luogo di formazione e sede della ‘bottega’ dello scultore fosse Bari, dove da poco (1011) era stato eretto, dal catapano Basilio Mesardonite, il complesso del praetorium e dove il cantiere della cattedrale era centro di un’attività che coinvolgeva altri edifici sacri (S. Pelagia, S. Benedetto; Garton, 1987; Belli D’Elia, 1987b) e l’intera città.Irradiazioni dello stile elaborato in quel cantiere raggiunsero la vicina Conversano (S. Benedetto, sculture), Polignano a Mare (S. Benedetto), Trani (S. Maria di Colonna). Sempre a Trani, la cattedrale paleocristiana di S. Maria era stata dotata di nuove suppellettili (Trani, Mus. Diocesano) per volontà del vescovo Giovanni. A Brindisi, il cui vescovado rimaneva congiunto a quello di Oria, l’edificio sacro più rappresentativo, patrocinato dal vescovo Eustasio, era la chiesa del monastero benedettino di S. Andrea sull’isola del Porto, della quale, dopo la distruzione del complesso nel sec. 15°, rimangono alcuni monumentali capitelli (Brindisi, Mus. Archeologico Prov. Francesco Ribezzo), anch’essi di segno oscillante tra Bisanzio e l’Occidente.Orbita invece nettamente nella sfera occidentale la singolare chiesa di S. Maria a Mare di San Nicola alle Tremiti, costruita per volontà di Alberico, abate del monastero benedettino dell’isola, nel 1045 (Belli D’Elia, in Alle sorgenti del Romanico, 1975; Insediamenti, 1980-1985). La pianta singolare, sviluppata intorno a un vano quadrato centrale, forse coperto da cupola lignea, preceduto da un doppio nartece e concluso da tre absidi, con navatelle laterali molto ridotte, sembra riprendere un precedente schema altomedievale. Nel giro di alte arcate cieche che scandiscono il perimetro del vano centrale, accogliendo le arcate minori di accesso alle navate laterali e le finestre strombate, si sono potuti cogliere (Mac Clendon, 1984) echi dell’ordre monumental ottoniano (Spira nel Palatinato, duomo), a conferma dei legami tra la P. continentale e l’impero d’Occidente.Nella sfera di influenza occidentale, con la mediazione della Campania longobarda, furono attratte la cattedrale di Vieste (capitelli figurati), la chiesetta basilicale di S. Maria di Devia a Montedevio sul Gargano, la cattedrale di Bovino (Bertelli, 1989) e la chiesa urbana di S. Basilio a Troia, città fondata nel 1019 sul luogo dell’antica Aecae dal catapano Basilio Boioanne. La penetrazione, tra la fine del sec. 10° e i primi decenni dell’11°, di elementi occidentali nell’architettura delle aree pugliesi, dominate più o meno a lungo dai Longobardi, può spiegare anche l’esistenza, a Taranto, di un singolare edificio con capocroce a tre bracci liberi voltati a botte e cupoletta all’incrocio, celata da un tamburo con archeggiature di tipo bizantino, più tardi trasformato, con l’aggiunta di una navata basilicale, nella cattedrale della città. La cripta, estesa sotto i tre bracci, presenta, nella suddivisione dei bracci in due navate, strettissime affinità con quella altomedievale inglobata nella chiesa abbaziale di S. Clemente a Casauria, presso Torre de’ Passeri, in Abruzzo (Belli D’Elia, 1996b).Nel campo della pittura, al di fuori dei contesti rupestri – affreschi nella cripta dei Ss. Stefani a Vaste, nella Santa Croce di Casaranello, in S. Marina a Muro Leccese, nelle cripte di S. Nicola a Mottola e di S. Maria degli Angeli a Poggiardo (Falla Castelfranchi, 1991) – il connubio più singolare caratterizza l’illustrazione libraria, che nei primi decenni del sec. 11° ebbe probabilmente Bari come centro propulsore. Nei rotuli liturgici degli Exultet 1 e 2 e del Benedizionale di Bari (Arch. del Capitolo metropolitano) la scrittura, minuscola beneventana del tipo di Bari, e le grandi iniziali ornate di tipo cassinese fanno corona a illustrazioni nel più puro stile bizantino (Cavallo, 1973; Orofino, 1994). Molte analogie con la scultura orientaleggiante del primo sec. 11° si rilevano anche nelle illustrazioni di un gruppo di codici (Napoli, Bibl. Naz.), miniati a Bari qualche decennio più tardi (Orofino, 1991; 1993).Il mosaico pavimentale figurato, innestato sul tronco della grande tradizione paleocristiana di segno mediterraneo, ebbe nel sec. 11° una straordinaria ripresa, in stretto rapporto con quanto avveniva nel medio e alto Adriatico piuttosto che con il mondo bizantino (Bargellini, 1987). Al più noto e finora isolato esemplare nella chiesa di S. Maria a Mare alle Tremiti, dove il pannello quadrato centrale è dominato da una monumentale figura di grifo al centro di una rota inquadrata fra quattro cerchi minori che ospitano pesci e uccelli, si è venuto ad aggiungere un altro esempio strettamente affine, nello strato di età medievale della chiesa venuta alla luce sotto la cattedrale di Bitonto (Di Paolo, Milella, 1996; Belli D’Elia, 1997). Il prevalente ricorso all’opus sectile, con largo impiego di marmi rari colorati, per comporre l’immagine del grifo centrale e i motivi a doppie palmette sul bordo, sembra indicare una datazione entro i primi decenni del sec. 11°, più alta rispetto allo stesso mosaico di S. Maria a Mare.La svolta decisiva, per la storia e la cultura pugliese, si verificò nella seconda metà del sec. 11°, con la conquista normanna, suggellata nel 1071 dalla presa di Bari, di Taranto e di Otranto. La politica dei nuovi dominatori – in particolare Roberto I il Guiscardo (m. nel 1085) e i suoi figli Ruggero Borsa (m. nel 1111) e Boemondo I d’Altavilla (m. nel 1111) – di appoggio alla Chiesa romana nella sua opera di penetrazione nelle regioni meridionali, sottoposte per due secoli all’influenza greca, ma contemporaneamente di tolleranza nei confronti delle diverse culture presenti sul territorio, si tradusse, sul piano della committenza, nella fondazione di nuove città o nella fortificazione di borghi già esistenti – nei quali sarebbero andati a confluire gli abitanti di numerosi casali sparsi nelle campagne -, nelle elargizioni generose alle chiese cittadine, dove vennero insediati vescovi normanni o comunque legati al nuovo ceto dominante, e ai monasteri benedettini, cui era affidato il compito di mediare tra campagne e città e di contrastare ove possibile la tradizione cultuale greca.Ma contemporaneamente un’analoga protezione venne accordata alle comunità monastiche greche del Salento, dove più radicata e difficilmente estirpabile era la cultura bizantina. In questo senso deve infatti essere interpretata la fondazione, nel sec. 12°, dei monasteri di San Nicola di Casole e di Santa Maria di Cerrate per volontà dei feudatari normanni, a opera delle stesse maestranze che operavano per le chiese di tradizione occidentale.Nel raggio di una committenza collegata più o meno direttamente ai Normanni, si inserisce in primo luogo la protezione accordata al santuario di Monte Sant’Angelo, nel quale una tradizione (Angelillis, 1955-1956) ambientava l’incontro tra il duca Melo di Bari (m. nel 1020) e i mercenari normanni, assoldati in funzione antibizantina. È probabile che già a quest’epoca risalgano il cambiamento di accesso alla grotta e una prima sistemazione della chiesa, dotata di un portale chiuso dalle ante ageminate commissionate nel 1076 a Costantinopoli (Bertelli, 1990c). Alla committenza del conte Pietro II è attribuita la fondazione, o meglio la fortificazione, di città costiere come Bisceglie, ben presto popolata dagli abitanti dei casali limitrofi (Giano, Corsignano, Pacciano, Zappino) stanziati in città intorno alla chiesa dedicata a s. Adoeno, protettore dei soldati normanni.Nello stesso quadro rientra la fondazione, all’indomani della conquista di Taranto, della cattedrale latina, per volontà del vescovo Drogone, realizzata con l’aggiunta al capocroce preesistente di una navata basilicale (Belli D’Elia, 1977), spartita da colonnati con capitelli in gran parte bizantini di reimpiego. A Otranto, roccaforte della cultura greca, il vescovo normanno Guglielmo I promosse, negli anni ottanta del sec. 11°, la costruzione di una monumentale cattedrale latina, con navata tripartita inizialmente da pilastri e cripta a oratorio, consacrata nel 1088, estesa sotto il profondo transetto indiviso e non aggettante. Anche a Troia, dopo una stasi imposta dalle vicende belliche, prese avvio la costruzione della nuova cattedrale, con l’aggiunta di una navata basilicale al precedente episcopio di S. Maria, eretto pochi decenni prima nel cuore della nuova città fondata dai Bizantini (Belli D’Elia, 1988c).Lo schema basilicale di origine paleocristiana, riproposto dalla riforma gregoriana, restò anche in P. il più diffuso per le chiese urbane, non solo cattedrali e matrici, sino a tutto il sec. 12° inoltrato. Nelle fondazioni benedettine si assiste invece a una vera e propria ripresa del tipo architettonico locale a cupole in asse con navate laterali coperte da semibotti, che nella seconda metà del sec. 11° venne portato a eccellenza, per quanto riguarda i rapporti proporzionali e formali, nelle celebri chiese abbaziali di Ognissanti a Cuti, presso Valenzano, e di S. Benedetto a Conversano, precedute probabilmente di poco da S. Maria di Calena, presso Peschici, sul Gargano (Alle sorgenti del Romanico, 1975; Belli D’Elia, 1987a). Questa originalissima soluzione costruttiva, adottata in seguito, con alcune varianti, per la SS. Trinità (od. S. Francesco) a Trani, per la chiesa di S. Leonardo in Lama Volara, presso Siponto, per il S. Angelo di Orsara (Milella Lovecchio, 1981) e addirittura per una cattedrale, il S. Corrado di Molfetta, si riconosce in un singolare edificio, la chiesa del monastero di S. Benedetto a Brindisi, del 1080 ca., dove però lo schema, ampliato in quattro campate, si presta a un geniale tentativo di innesto di novità costruttive importate dai Normanni e già applicate in Campania (Aversa, duomo): la crociera d’ogiva cupolata, usata in luogo delle cupole su pennacchi, impostata su colonne e contraffortata dalle consuete volte a quarto di cerchio (Belli D’Elia, 1987b).Un caso a parte rappresenta Canosa, dove la vecchia cattedrale, ancora dedicata ai ss. Giovanni e Paolo, nel 1101, sotto la protezione di Boemondo I d’Altavilla, venne solennemente consacrata a s. Sabino, in risposta al conclamato rinvenimento delle reliquie del santo nel succorpo della cattedrale di Bari. Adiacente al fianco meridionale, un tempietto orientaleggiante, forse ispirato al Santo Sepolcro (Falla Castelfranchi, 1981), venne eretto dopo il 1111 per custodire i resti o quanto meno la memoria dello stesso Boemondo.Ma il più fecondo innesto di forme architettoniche e di modi costruttivi di segno europeo si ebbe a Bari, dove, a partire dal 1087, sul luogo in cui sorgeva il complesso catapanale, venne eretta la basilica dedicata a s. Nicola, all’indomani dell’arrivo delle reliquie che un gruppo di marinai baresi aveva trafugato a Mira. La cripta ‘a sala’, di dimensioni ridotte rispetto a quella otrantina, venne consacrata nel 1089 da papa Urbano II, che vi depose solennemente le reliquie e contestualmente consacrò Elia, abate benedettino, protagonista della costruzione e probabile ispiratore del sacro furto, arcivescovo di Bari. Nel 1106 la monumentale chiesa doveva essere stata completata nelle linee generali ed Eustazio, già abate di Ognissanti di Cuti, successore di Elia dal 1105, poteva avviare l’opera di completamento e di arredo, interno ed esterno. L’esame accurato della documentazione e delle strutture ha consentito (Belli D’Elia, 1980a; 1987a; 1987b; Kappel, 1996) di smentire una serie di ipotesi a suo tempo formulate per spiegare, con il riutilizzo di precedenti edifici del complesso bizantino (Schettini, 1967) o con successivi mutamenti del progetto in corso d’opera (Krautheimer, 1934), la singolare tipologia dell’edificio: una basilica a tre navate, la prima in P. dotata di tribune, transetto con incrocio evidenziato, absidi incluse esternamente in una parete rettilinea serrata fra due torri a filo con le testate del transetto, di poco sporgenti rispetto alle pareti laterali, e – a pareggiare l’aggetto – una serie di profondi archi ciechi, con funzioni di raccordo fra il transetto e altre due torri asimmetriche in facciata, nonché di contrafforte rispetto alle strutture interne e di sostegno, infine, per un camminamento, più tardi trasformato in galleria aperta da esafore, grazie al quale si completava il circuito al piano superiore della basilica. Al di là dell’innegabile reimpiego di strutture di fondazione appartenenti al praetorium, che giustifica certe anomalie di impianto, il S. Nicola è il frutto della traduzione, da parte di costruttori e maestranze pugliesi probabilmente guidate da tecnici di provenienza esterna, di un progetto geniale nel quale erano confluite innovazioni costruttive di segno occidentale, intenzioni simboliche e tradizioni formali di matrice tardoantica, romana e orientale. Un edificio, quindi, nato sotto il segno di Roma e dell’Occidente europeo, ma pregno di influssi maturati nel clima mediterraneo, con il quale Bari, decaduta dal rango di capitale del catapanato, giocava le sue carte migliori per riconquistare un ruolo egemone nella nuova realtà della P. normanna, subentrando, nel ruolo di meta privilegiata negli itinerari di pellegrini e crociati, allo stesso santuario micaelico del Gargano.La nuova cattedrale di Trani, fondata nel 1094 sul luogo della morte di s. Nicola Pellegrino, si poneva in palese rapporto concorrenziale rispetto al santuario barese, cui opponeva il tipo basilicale cassinese; in semplice forma basilicale sorgevano ancora, intorno alla metà del sec. 12°, le cattedrali di Barletta, Monopoli, Andria e Lecce, mentre la cattedrale di Bitonto, fondata forse già a metà del secolo, mantenendo provvisoriamente in uso le strutture di una precedente chiesa altomedievale, poi interrata, seguiva alla lettera il modello della basilica barese, ridotto in scala (Belli D’Elia, 1987b).Quasi tutte le nuove fabbriche vescovili erano già dotate di cripta ‘a sala’ e ben presto la maggior parte di esse, con l’eccezione della cattedrale di Ruvo e compresa quella di Bari – ristrutturata dagli anni settanta del sec. 12°, dopo la distruzione subìta con la città nel 1156, a opera di Guglielmo il Malo -, si sarebbe adeguata al modello nicolaiano, con la sovrapposizione di tribune o pseudo-tribune alle navate laterali, con la chiusura di absidi in una parete rettilinea e con l’innalzamento di torri alla terminazione dei transetti, spesso senza comprendere lo spirito di quel modello (Belli D’Elia, 1980b).In Capitanata si guardava invece alla cattedrale troiana – alla cui realizzazione aveva dato uno straordinario impulso l’arcivescovo Guglielmo II, nei decenni iniziali del sec. 12° – e insieme alla nuova cattedrale di Siponto, consacrata nel 1117 e frutto, con ogni probabilità, del reimpiego delle strutture del battistero di S. Giovanni. Nello stretto dialogo tra le due fabbriche, l’una ai piedi del Gargano nei pressi del mare, l’altra arroccata su un colle del subappennino, andava maturando, nei decenni cruciali a cavallo del secolo, il linguaggio romanico di Capitanata, fortemente impregnato di umori orientali – a lungo interpretati come una componente pisana -, ma aperto alle correnti occidentali che provenivano dalla Campania, come dalla vicina regione dei Marsi. Lo si riconosce, ormai a ridosso del sec. 13°, nella cattedrale di Foggia, in S. Maria Maggiore di Monte Sant’Angelo – sorta accanto al preesistente complesso di S. Pietro e del battistero ubicato nella c.d. tomba di Rotari, al centro del nucleo abitato, cresciuto a partire dal sec. 11° intorno al nuovo accesso al santuario (Belli D’Elia, 1987a; 1987b; Calò Mariani, 1990; 1997) – e ancora, in pieno sec. 13°, nella cattedrale di Termoli, allora appartenente alla P. (Calò Mariani, 1979; 1984a; Aceto, 1990).Diverse furono invece le tipologie architettoniche delle chiese legate agli ordini monastici e militari, nelle quali più forti sembrano, da un lato, la fedeltà alla tradizione, dall’altro l’incidenza di componenti oltremontane, assunte però prevalentemente per via mediata, attraverso la Terra Santa e la Sicilia. È il caso per es. del S. Giovanni al Sepolcro di Brindisi, della chiesetta di Ognissanti a Trani, facente parte dell’ospedale dei Templari, del Santo Sepolcro di Barletta (Ambrosi, 1976) – vero e proprio trapianto di forme oltremontane nella versione semplificata di Terra Santa, realizzato tuttavia in termini locali, con coperture a capriate, nella seconda metà del secolo – e della chiesa benedettina dei Ss. Niccolò e Cataldo a Lecce, fondata da Tancredi d’Altavilla (m. nel 1112) e costruita guardando alla Borgogna e insieme alla Sicilia normanna (Belli D’Elia, 1987b; Kemper, 1994). Un tiburio ottagonale, in luogo della tradizionale struttura a parallelepipedo, copre anche le cupole sulla seconda e terza campata del S. Corrado di Molfetta nonché, con effetti più orientaleggianti, la cupoletta sulla piccola chiesa ‘a croce contratta’ di S. Pietro a Balsignano, tra Bitritto e Modugno (Pepe, in Aggiornamento, 1978, V). La stessa cattedrale di Bari ebbe, alla fine del sec. 12°, una cupola all’incrocio del transetto, sopraelevata su un tamburo animato all’interno da una serie di nicchie di sapore islamico e racchiuso all’esterno in una struttura compatta poligonale di tipo siciliano.Nel sec. 13° anche l’apertura nei confronti del Gotico avvenne per lo più attraverso la mediazione dei Cistercensi e degli ordini militari, ma le innovazioni strutturali riguardarono essenzialmente i castelli (Cadei, 1992), in primo luogo Castel del Monte (v.), e le domus volute da Federico II (Calò Mariani, 1992) e solo marginalmente l’architettura sacra (Ripalta, abbazia; Brindisi, S. Lucia, cripta) o si risolsero in adeguamenti marginali delle vecchie fabbriche al nuovo gusto: sopraelevazione delle navate, apertura di rosoni sulle facciate delle chiese maggiori, come a Ruvo, a Barletta, a Bari, a Troia, a Foggia e, tardivamente, a Conversano.Lo schema tradizionale ‘a croce contratta’ appare ancora adottato nella chiesetta gentilizia di S. Margherita a Bisceglie, fondata nel 1198; strutture e modi costruttivi tipicamente romanico-pugliesi connotano anche le sinagoghe, poi trasformate in chiese, di Scola Nova e S. Anna a Trani. Solo in età angioina si può parlare di vera affermazione dell’architettura gotica a Lucera, Andria, Barletta, Bari e Brindisi, nella versione moderata introdotta da architetti reduci dall’avventura di Terra Santa o mediata dagli Ordini mendicanti. Ma la chiesa palatina (cattedrale) di Altamura, ricostruita nel 1316 dopo un crollo, si mantenne fedele alla tradizione romanica pugliese (Belli D’Elia, 1995; Pepe, Civita, 1995).Il panorama della scultura non mutò all’avvento dei Normanni e fino ai primi decenni del sec. 12°, registrando solo nel S. Benedetto di Brindisi assonanze con la decorazione della cattedrale di Aversa (Pace, 1990) e la presenza di motivi di probabile provenienza settentrionale nei capitelli della navata della cattedrale di Otranto, della cripta del S. Nicola di Bari, della navata della cattedrale di Taranto. Si tratta tuttavia di presenze isolate rispetto al panorama dominato dalla persistente eredità classica e bizantina, che si esprime per lo più attraverso il reimpiego di materiali di varia datazione in quasi tutti gli edifici e in una serie di imitazioni da parte di lapicidi locali, quali si rilevano nella stessa cripta di Otranto, in quella di S. Nicola Pellegrino a Trani, nella stessa navata della cattedrale di Taranto e in quella del S. Nicola di Bari.Ancora vitale, sino al sec. 13° inoltrato, rimase la produzione di sontuose suppellettili liturgiche scolpite in marmo, imitando gli effetti e i motivi delle arti suntuarie, con una netta predilezione per il repertorio islamico (Calò Mariani, 1984a; 1995). L’esponente di maggior spicco di questa corrente, Romualdo, fu autore a Canosa della cattedra commissionata dal vescovo Ursone intorno al 1090 e a Bari delle decorazioni della finestra absidale del S. Nicola (Belli D’Elia, 1984), modello al quale si adeguarono, nell’arco di un secolo, quasi tutte le chiese di Terra di Bari.Nel primo cantiere nicolaiano nacquero dapprima le semplici incorniciature dei portali, con motivi di grande raffinatezza riconducibili ancora al repertorio paleocristiano e bizantino, ben presto ampliate con l’aggiunta di protiri ‘lombardi’ su animali stilofori (leoni, buoi) e inserti allusivi all’epopea crociata. Nello stesso clima è concepito, a Brindisi, il portale della chiesa di S. Giovanni al Sepolcro, dove già compare un protiro in muratura retto da leoni. Grandi figure di animali stilofori accovacciati, conservati a Lecce (Mus. Prov. Sigismondo Castromediano) e nell’episcopio di Oria, consentono di immaginare analoghi baldacchini davanti ai portali delle maggiori chiese del Salento, purtroppo scomparsi.Ma è sempre la fabbrica nicolaiana di Bari il testimone più importante dei successivi sviluppi della scultura pugliese del sec. 12° in senso occidentale, in una fase più matura che è lecito correlare al governo dell’abate Eustazio e dei suoi immediati successori (Belli D’Elia, 1990a). Protagonista della svolta sembra essere stato lo scultore che lega il suo nome convenzionale alla cattedra scolpita in onore e ricordo dell’abate Elia, in S. Nicola; si tratta di un grande artista grazie al quale il linguaggio plastico pugliese venne vitalizzato dall’innesto di elementi innovatori di matrice aquitanica, probabilmente filtrati attraverso l’interpretazione emiliana, rielaborati tuttavia in chiave meridionale e arricchiti con desunzioni consapevoli dall’Antico, che vanno dalla ritrattistica romana alla coroplastica apula (Belli D’Elia, 1974; 1984). Dal ceppo riconducibile a questo maestro deriva tutto un filone della scultura romanica pugliese figurata, che si esprime in forme umane e animali contratte e ringhianti, emergenti a mezzo busto o schiacciate sotto mensole e colonne, in portali, finestre, cornicioni.Parallelo si presenta lo sviluppo della plastica in metallo, di cui rimane quasi solo la serie di porte in bronzo, legate al nome di incisori e fonditori: Ruggero da Melfi – padrone della tecnica dell’incisione e dell’agemina così come della fusione a staffa, autore della porta del mausoleo di Boemondo a Canosa – e Oderisio da Benevento (v.) che firmò le due porte della cattedrale di Troia, eseguite per celebrare l’epopea della città e del suo episcopato. Datate rispettivamente 1119 e 1127, le porte di Troia testimoniano, con il nitido disegno delle agemine e il forte sbalzo delle applicazioni plastiche, la straordinaria vitalità dell’arte meridionale di segno occidentale nei decenni cruciali del trapasso dal ducato al regno (Belli D’Elia, 1990c; Aceto, 1995).Dopo la crisi degli anni cinquanta del sec. 12° la P., ormai integrata al regno di Sicilia, espresse le aspirazioni di relativa autonomia delle sue città, soprattutto di quelle costiere, attraverso le aperture culturali e commerciali con la Sicilia, l’Oltremare e i paesi delle due sponde adriatiche. I riflessi di questo intenso movimento e insieme, probabilmente, di esperienze maturate altrove dagli scultori pugliesi negli anni della crisi, si colgono nell’eccezionale fioritura della plastica applicata nelle cattedrali di Bari, Bitonto, Trani e Barletta (Calò Mariani, 1984a), nelle chiese degli ordini militari (Trani, Ognissanti; Barletta, Santo Sepolcro) e nella porta di bronzo fusa da Barisano da Trani (v.) per la cattedrale della sua città.In Capitanata, a Troia, Foggia e Siponto, la fantasia più accesa popolò, tra i secc. 12° e 13°, le facciate delle cattedrali di improbabili creature mostruose, aggrumando la scultura intorno a rosoni, finestre, portali e cornicioni, mentre lo stretto rapporto tra i monasteri benedettini e pulsanesi di P. e d’Abruzzo (Insediamenti, 1980-1985, II, 1; Calderoni Masetti, 1982) aprì la via alla precoce penetrazione di correnti oltremontane (Aceto, 1990) in S. Leonardo in Lama Volara, in S. Maria di Pulsano sul Gargano, con irradiazioni fino a Barletta.L’estrema fase creativa della scultura romanica pugliese, come si manifesta nelle straordinarie decorazioni plastiche della cattedrale di Trani (finestroni, portale maggiore) o di quella di Bari (finestra absidale) o, sull’opposta sponda adriatica, in una serie di frammenti conservati a Dubrovnik (Dubrovački muz.; Calò Mariani, 1984a) e negli interventi sul portale c.d. di Radovan nella cattedrale di Traù (Belli D’Elia, 1991; 1992b), in Dalmazia, viene ad affiancarsi, senza sovrapporsi, alle prime apparizioni, in età federiciana, della scultura gotica proveniente dall’Ile-de-France e dalla Germania (Bologna, 1969; Calò Mariani, 1984b).In una posizione in bilico fra la tradizione della stilistica ornamentale e le aperture al naturalismo gotico si trova una serie di maestri attivi tra Capitanata, Terra di Bari e Dalmazia nell’arco del sec. 13° e del primo 14°, di alcuni dei quali le epigrafi tramandano i nomi: da Nicolaus sacerdos (v.), ad Alfano da Termoli (v.), Anseramo da Trani (v.), Simeone Raguseo, Gualtieri da Foggia e al più celebre Bartolomeo da Foggia (v.), al loro epigono Nicola di Bartolomeo da Foggia (v.), per concludere, già nel nuovo secolo, con Facitolo da Bari e Lillo da Barletta. La corrente pervicacemente romanica mantenne la propria vitalità sino in età angioina – decorazione della cattedrale di Conversano; portali delle cattedrali di Altamura e Bitetto -, quando pure, a contrasto, si imponevano i più sobri modelli del Gotico italiano, soprattutto a Lucera, Andria e Brindisi, ed esemplari di statuaria lignea di grande livello portavano nelle stesse città echi della grande tradizione europea, fornendo, soprattutto in Capitanata, stimoli alla produzione locale di scultura lignea, per lunga tradizione in rapporto con la Campania e l’Abruzzo (Calò Mariani, 1980a; 1997).In pieno contrasto con la straordinaria fioritura del linguaggio romanico, il panorama della pittura appare a prima vista più conservatore, improntato alla persistente tradizione bizantina, che domina nei complessi rupestri di Terra di Bari (Gravina in P., Monopoli, Fasano), del Brindisino (San Vito dei Normanni), della Terra Ionica (Massafra, Mottola) e, naturalmente, del Salento, ma anche, e certo a un livello qualitativo superiore, in rare chiese sub divo: Santa Maria di Cerrate presso Squinzano, S. Maria di Devia a Montedevio sul Gargano, ancora S. Pietro di Otranto e S. Mauro e S. Salvatore presso Gallipoli (Falla Castelfranchi, 1991).Con la scarsa produzione databile al sec. 12° contrasta la nuova ondata di pittura bizantina e bizantineggiante che investì la regione nei secc. 13° e 14°, in concomitanza dapprima con la quarta crociata, quindi con la caduta di Gerusalemme e di Costantinopoli, la diaspora delle maestranze, i rinnovati rapporti con Cipro e con la Grecia, la Macedonia e la Serbia, rafforzati anche dai legami dinastici stabiliti da Federico II e quindi dalla casa d’Angiò.In questo complesso e non ancora dipanato groviglio, la P. dovette esercitare un ruolo non meramente passivo, ma quanto meno di comprimaria, in una vicenda di portata mediterranea. Si inserisce nel quadro il problema della pittura su tavola delle c.d. icone pugliesi, che devono avere avuto come capostipiti degli esemplari, documentati ma non più esistenti, importati o eseguiti in loco già nei secc. 11° e 12°, per svilupparsi nel 13° a opera di pittori locali in rapporto con la Grecia, Cipro e l’Adriatico (Belli D’Elia, 1988a; 1988b; 1992a). Enigmatico rimane il più alto esemplare del gruppo, la Madonna di Andria (episcopio), oscillante per alcuni tra Sicilia e Cipro (Bologna, 1969; Pace, 1996), ma per la quale non si possono tuttora escludere la mano di un pittore metropolitano e una datazione anticipata al sec. 12° (D’Elia, 1964; Belli D’Elia, 1988a; 1988b; 1992a). In epoca angioina, nel quadro di più intensi rapporti con l’altra sponda adriatica e con Napoli si collocano episodi, come l’attività del presunto Giovanni da Taranto (Leone de Castris, 1986), che gettano un ponte verso i contemporanei sviluppi della pittura toscana.Più articolato risulta il panorama sul fronte della pittura di segno occidentale. Si va dalla Madonna dei Sette Veli di Foggia (cattedrale), in bilico tra correnti abruzzesi e beneventano-cassinesi (Belli D’Elia, 1988-1989), ai rotuli di Exultet conservati a Troia (Arch. Capitolare; Magistrale, 1994), ai codici miniati per Federico II e per Manfredi (Leone de Castris, 1986). Capitolo emergente è quello che riguarda i pavimenti musivi – cattedrali di Taranto, Trani, Giovinazzo, Otranto -, genere che fa registrare un’intensa ripresa nei decenni centrali del sec. 12° a opera di maestri e maestranze operanti nel solco della tradizione, che si avvalsero di cartoni affollati di personaggi tratti dall’Antico Testamento, dai cicli cavallereschi, dal mito classico e dal ciclo occidentale dei Mesi (Willemsen, 1980). Qualche rapporto con quel linguaggio hanno ancora gli affreschi duecenteschi con le Storie di s. Caterina sulla volta della navata nella chiesa di Santa Croce a Casaranello (Leone de Castris, 1986).In età angioina, con la mediazione degli Ordini mendicanti, affreschi di segno napoletano cominciarono a invadere le pareti delle chiese. Episodi emergenti appaiono il Giudizio universale di Rinaldo da Taranto in S. Maria del Casale a Brindisi (Leone de Castris, 1986), la decorazione della chiesa di S. Francesco a Lucera, della cappella della Maddalena a Manfredonia e di S. Maria Vetere a Bitetto. Strati di intonaci con iconografie di segno occidentale scesero a ricoprire, nel sec. 14°, anche le pareti delle chiese rupestri, sovrapponendosi o affiancandosi a quelli dipinti dai frescanti bizantini.

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P. Belli D’Elia

https://www.treccani.it/enciclopedia/puglia_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/



Categorie:P60.02- Puglia

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