Arte medievale in Basilicata

Regione dell’Italia meridionale, il cui nome attuale compare solo a partire dal sec. 12°; fin dall’Antichità classica la regione, che comprendeva il territorio dal fiume Sele al Lao sul Tirreno e dal Bradano al Crati sullo Ionio, si chiamò infatti Lucania. La prima testimonianza del nome B. è costituita in ogni caso da alcuni documenti della metà del sec. 12° (Pedio, 1987); quanto poi all’origine del nome stesso, esso sembra derivare da quello del funzionario bizantino (basilikós), che nel sec. 11° amministrava quella parte dell’antica regione lucana che non era sottoposta al principato di Salerno.La Lucania fece parte insieme alla Calabria della III regione di Augusto con il nome di Lucania et Bruttii; i suoi confini non erano ben determinati – comprendeva però le città di Paestum, Volcae, Potentia e Metapontum (Guillou, 1965a) – dal momento che spesso fu unita anche alla II regione Apulia, cui appartennero territori oggi in B. (Venosa, Banzi, Matera). Con la riforma di Diocleziano entrò a far parte, sempre assieme al Brutium, della IX provincia e le fu restituita parte del territorio già annesso alla Campania, oltre il Vallo di Diano e l’agro venosino. La zona del Metapontino fu invece unita alla Calabria.

In età romana la regione era attraversata dalla via Popilia, costruita nella seconda metà del sec. 2° a.C.; una sua diramazione passava per Potenza ricongiungendosi così all’Herculea che, a sua volta, correva a valle del Vulture. Anche l’Appia attraversava la regione verso E, mentre una strada interna da Venosa si dirigeva verso Siponto passando per Herdonia e Arpi; e una via costiera collegava Reggio con Taranto. La rete stradale romana rimase in funzione durante tutto il Medioevo (Fasoli, 1980), mentre non è escluso che i fiumi Agri e Sinni potessero essere navigabili. Si sa, per es., che ancora nel sec. 12° la foce dell’Agri offriva un ancoraggio, mentre quelle del Sinni e del Bradano erano ricoveri sicuri per le navi.Durante la dominazione longobarda, al tempo di Arechi I, la maggior parte della zona interna dell’Italia meridionale fu sotto il potere del duca di Benevento, mentre le zone sul mare rimasero appannaggio dei Bizantini. La divisione tra Longobardi e Bizantini fu la premessa di una nuova organizzazione territoriale e di un dualismo istituzionale e culturale che caratterizzò in maniera ben precisa lo sviluppo della regione.

Nel sec. 9° la Lucania, come gran parte dell’Italia meridionale, fu teatro di scorrerie da parte dei saraceni che, seppur temporaneamente, si impadronirono della pianura metapontina e si insediarono all’interno dei ducati beneventano e salernitano fino all’intervento di Ludovico II e dell’imperatore bizantino Basilio I.

Con la ripresa bizantina la Lucania entrò a far parte del tema di Longobardia, costituendo appunto il tema di Lucania con capitale Tursicon (od. Tursi; Guillou, 1965a; Cilento, 1985; Pedio, 1987). In questi secoli si registrò una grande espansione delle comunità monastiche sia greche, con Saba, Luca, Vitale e Nilo di Rossano, sia benedettine; esse rivestirono un ruolo di primo piano nello sviluppo e nelle scelte artistiche della regione. Fu proprio grazie alla presenza di monaci di rito greco provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria che la Lucania tra i secc. 9° e 11° vide sorgere numerosi monasteri fortificati, cenobi, chiese sia sub divo sia in grotta, laure, assumendo quell’aspetto così ben caratterizzato che ne fa ancora oggi una regione unica (Guillou, 1965b). Sorse così alla metà del sec. 10° una prima grande comunità monastica nella regione del Mercurion, da collocare in un antico centro fortificato sulle sponde del fiume Lao presso S. Maria del Mercure (Guillou, 1965b; Rotili, 1980); una seconda nel Latinianon, situato nel medio corso del Sinni (Guillou, 1965a).

Alla fine del sec. 10° fu fondato, per opera di Luca di Armento, il monastero di S. Elia a Carbone, sede tra il sec. 10° e il 12° di un importante scriptorium (Petta, 1972). A s. Vitale infine si fa risalire la fondazione, sul monte Raparo, del monastero dedicato a s. Michele Arcangelo.L’influenza dei Benedettini si fece invece sentire in modo preponderante in età più tarda; anche se presenti sul territorio già in periodo altomedievale, fu solo con l’avvento dei Normanni che queste comunità monastiche raggiunsero l’apice della loro potenza: si registrano così numerose fondazioni (SS. Trinità di Venosa, S. Michele Arcangelo a Montescaglioso, S. Maria di Banzi, S. Maria a Montepeloso, ecc.), molte delle quali volute o legate alla casa degli Altavilla.

La conquista normanna della Lucania (1042) comportò un ulteriore frazionamento della regione, divisa in nuove contee: Acerenza, per es., fu assegnata al conte di Puglia Guglielmo d’Altavilla, già conte di Matera, cui fu anche data la contea di Ascoli e affidata la città di Melfi, divenuta in seguito capitale dello stato normanno. Sotto gli Altavilla la Lucania attraversò un periodo relativamente tranquillo grazie al quale le città, secondo il geografo arabo Idrisi, prosperarono per i commerci (Melfi), per le coltivazioni (Potenza).

Tra il sec. 11° e il 12° la regione non costituì una provincia a sé: era infatti divisa tra la Calabria e il principato di Taranto. Solo con Federico II essa divenne con certezza un giustizierato autonomo (1239) e la regione del Vulture uno dei centri politici più importanti del regno (Duprè-Theseider, 1978). I confini sono noti attraverso un documento del 1273 (Pedio, 1987): a N comprendevano la regione del Vulture e l’alto bacino dell’Ofanto; verso S il Sinni; a E giungevano, escludendoli, fino ai territori di Montemilone e Spinazzola; a O fino al versante orientale dei monti della Maddalena e dell’alta conca del Platano. Matera fino al 1663 fece parte della Terra di Bari. Tali confini rimasero pressoché inalterati attraverso il tempo e le varie dominazioni succedutesi; solo nei primi anni del sec. 19° alla regione furono aggregati alcuni paesi della valle del Melandro, staccati dalla prov. di Salerno, e alcuni della prov. di Cosenza sul versante ionico.

Il periodo degli Angioini fu segnato da gravi ribellioni fino a quando, dopo la sollevazione di Melfi, la congiura di Lagonegro e la guerra del Vespro, un lucano, Ruggero di Lauria, riuscì a piegare il re di Sicilia. In età aragonese la regione, già infeudata nei periodi precedenti, divenne quasi totalmente feudo della famiglia dei Sanseverino, fino a quando passò sotto il dominio spagnolo.

Si è ritenuto, su basi a quanto pare non certe, che il cristianesimo abbia fatto la sua comparsa nella Lucania et Bruttii già verso la fine del sec. 3°; ma le prime notizie sicure circa l’esistenza di vescovi (Stefano a Venosa) e di sedi episcopali (Venusium, Acheruntia, Grumentum, Potentia, Metapontum) risalgono al sec. 5° (Lanzoni, 1927).

A fronte comunque delle scarse notizie documentarie si deve registrare una certa abbondanza di testimonianze archeologiche che permettono di colmare un apparente vuoto storico. A Metaponto sono stati infatti rinvenuti, nell’area del castrum, resti relativi a una basilica cristiana e a un battistero ascrivibili al sec. 5°-6° e deposizioni con corredi funerari databili tra la seconda metà del sec. 6° e la prima metà del 7° (Lattanzi, 1983). A Potenza, dove è noto che alla fine del sec. 5° un privato costruì una basilica in onore dell’arcangelo Michele, alcuni scavi condotti all’interno dell’od. cattedrale hanno permesso di evidenziare alcune strutture e un pavimento musivo, databili al sec. 5°-6°, che sono stati messi in relazione con la cattedrale paleocristiana (Messina, 1980; Capano, 1989; Salvatore, 1989). Ancora altri centri hanno restituito considerevoli testimonianze circa l’esistenza di una comunità cristiana bene organizzata. A Monticchio, l’evidenziazione dei ruderi della chiesa dedicata a s. Ippolito ha permesso di ricostruirne l’icnografia: una struttura triconca preceduta da un nartece e da un atrio rettangolare da mettere in relazione con la presenza di monaci orientali e quindi da riferire al sec. 7° (Schettini, 1966) o a età più tarda (Arte in Basilicata, 1981).

A Venosa indagini archeologiche hanno consentito di ricostruire con una certa sicurezza le fasi di vita della zona in cui si era insediato il complesso episcopale, ubicato lungo la via Appia: costituito da due chiese, una delle quali con due vasche battesimali, esso ha avuto sviluppi differenti; la chiesa con le vasche battesimali venne presto abbandonata e adibita a cimitero; la seconda, detta ‘chiesa vecchia’, rimase in funzione e, pur attraverso le trasformazioni subìte, è ben leggibile nella sua struttura originaria, caratterizzata dalla presenza nella zona absidale di otto aperture, divise in gruppi di quattro, che permettevano l’accesso al deambulatorio, pavimentato a mosaico (Salvatore, 1984; 1989). Alcune particolarità planimetriche hanno fatto ipotizzare che l’edificio conservasse reliquie di martiri particolarmente venerati e che quindi potesse essere meta di pellegrinaggi (Salvatore, 1984); sia le strutture murarie sia i brani musivi vengono ascritti al sec. 5°-6°, trovando i secondi stringenti affinità con coevi pavimenti pugliesi, mentre l’edificio viene messo in relazione con la presenza del già ricordato vescovo Stefano. Per il secondo edificio si è ipotizzata l’esistenza di una tricora, con vasca battesimale al centro, su cui si innestava una navata e, in seguito, le navate laterali e il deambulatorio esterno; la datazione del triconco è quanto mai incerta, pur trovando confronti possibili in area adriatica tra il sec. 5°-6°, come pure incerta è la motivazione dell’esistenza di due vasche battesimali, di cui una, forse da mettere in relazione con la presenza di Longobardi ariani (Salvatore, 1984), ricorda un esemplare simile rinvenuto a Belmonte nei pressi di Altamura (Jorio, 1977-1978).

Ancora a Venosa sono state individuate due catacombe ebraiche e una cristiana, databili ai secc. 4°-6°; le iscrizioni rinvenute sia all’interno dell’ipogeo ebraico più antico sia tutte quelle recuperate nell’area venosina attestano la presenza di una fiorente comunità ebraica attiva dal sec. 4° a tutto il 9° (Colafemmina, 1975; 1976; Salvatore, 1984). Altre comunità ebraiche sono attestate per i secc. 4°-5° a Potenza e Grumento e per il 9° a Matera (Colafemmina, 1980).A S. Giovanni di Ruoti, sulla riva settentrionale della fiumara di Avigliano, sono state individuate strutture murarie riferibili a un complesso absidato, probabilmente la residenza di un dominus, da ascrivere alla fine del 5° secolo. Un pulvino e parte di un mosaico pavimentale sembrano confermare la datazione proposta (Small, 1983; Dunbabin, 1983).Al periodo fra Tardo Antico e Alto Medioevo vanno ricondotti alcuni reperti di provenienza sconosciuta: un pluteo con croce inserito nella muratura della cattedrale medievale di Marsico Nuovo, probabilmente del sec. 5°; un frammento di colonnina in porfido risalente al sec. 7° (Matera, Mus. Naz. D. Ridola), con scene di combattimento vicine a quelle dell’Iliade ambrosiana (Milano, Bibl. Ambrosiana, F.205 inf.; Arte in Basilicata, 1981); alcune colonnine spiraliformi, facenti parte di uno smembrato ciborio del sec. 8°, inserite nell’apparecchiatura muraria della cattedrale di Acerenza (Rusconi, 1971). Da necropoli tardoantiche e altomedievali, ubicate nell’agro materano, metapontino e del fiume Bradano, sono tornati in luce corredi funerari e materiali ceramici (D’Andria, 1976; Salvatore, 1981; 1983). Poco numerosi sono gli oggetti d’arte orafa rinvenuti in B. per i secoli dell’Alto Medioevo; il più antico è la c.d. lamina Garrucci (Berlino, Staatl. Mus., Pr. Kulturbesitz, Skulpturengal.), datata al sec. 6°-7° (Farioli Campanati, 1982). Si segnalano poi ritrovamenti fortuiti e occasionali, tra questi vanno ricordati il c.d. tesoro longobardo (Napoli, Mus. Archeologico Naz.) e quello bizantino (Reggio Calabria, Mus. Naz.), entrambi provenienti da Senise, e altri gruppi di oggetti entrati nella Coll. Dzyalinsky (Lipinsky, 1971; Arte in Basilicata, 1981) e recentemente scomparsi. Il tesoro longobardo di Senise, rinvenuto all’interno di una deposizione femminile risalente al 659-668 e composto da orecchini a cestello, da due anelli, da una fibula a disco in filigrana d’oro, da una crocetta ancora in oro, è stato ritenuto proveniente da una officina longobarda operante a Benevento (Lipinsky, 1971), oppure da una officina bizantina (Salvatore, 1981; Farioli Campanati, 1982). Anche il c.d. tesoro bizantino, composto da alcuni oggetti liturgici, viene ritenuto della seconda metà del sec. 7° (Lipinsky, 1971) o di poco posteriore (Arte in Basilicata, 1981).

Architettura

Ben pochi documenti si hanno per i secc. 9°, 10° e per la prima metà dell’11°; solo con la dominazione normanna, e della famiglia degli Altavilla in particolare, si diede avvio in B. a una serie di fondazioni religiose che segnarono il passaggio verso nuove esperienze e soluzioni spesso derivate direttamente da paesi d’Oltralpe. Ma alcuni labili indizi, pur se di difficoltosa lettura, fanno intravedere una certa attività soprattutto in ambito architettonico; a tale periodo vengono infatti ascritte alcune chiese rupestri in ambito materano: S. Barbara, S. Giovanni in Monterrone, S. Lucia, S. Vito, Cappuccino Vecchio (Venditti, 1967; Rotili, 1980; Arte in Basilicata, 1981), in cui la divisione dello spazio interno ripropone soluzioni architettoniche riprese da chiese sub divo di chiara matrice orientale (La Scaletta, 1966; Dell’Aquila, Messina, 1989). Ancora in questo arco cronologico vanno ricondotte la distrutta chiesa di S. Laviero ad Acerenza, con pianta a croce greca inscritta in un quadrato (Venditti, 1967), e l’originaria struttura a croce greca libera di S. Nicola dei Greci a Rivello (Cappelli, 1962; Arte in Basilicata, 1981).Entro i primi decenni del sec. 11° viene invece datata la prima costruzione della chiesa facente parte del complesso monastico di S. Angelo nei pressi di San Chirico sul monte Raparo, fondato secondo la tradizione da s. Vitale nel sec. 10°, oggetto nel 1991 di sistematiche indagini archeologiche e di restauri, dopo decenni di completo abbandono. La chiesa, sorta su un’ampia grotta dedicata all’Arcangelo, mostra più fasi costruttive cui si riferiscono altrettanti strati di affreschi: in origine era a navata unica absidata con copertura lignea a capriate; in seguito l’interno venne diviso in quattro campate aggiungendo pilastri quadrangolari lungo le pareti a sostegno della nuova volta a botte; all’altezza della terza campata fu costruita una cupola su tamburo, sorretta da archi a sesto acuto, decorata esternamente da arcature cieche e da una serie di gradini circolari digradanti (Bals, 1932; Venditti, 1967).Tra i secc. 11° e 12° si situano le costruzioni di numerosi edifici ecclesiastici voluti dai Normanni, che già agli inizi della loro dominazione attuarono, in accordo con la Chiesa di Roma, una rilatinizzazione della regione avvalendosi dell’opera e dell’organizzazione dei monaci benedettini, sia cassinesi sia cluniacensi. Il riflesso di questa operazione si coglie in maniera tangibile in alcuni edifici, per es. nella c.d. Incompiuta di Venosa e nella cattedrale di Acerenza, che presentano affinità icnografiche con costruzioni d’Oltralpe, e in tutta una serie di fondazioni sempre legate alla dinastia normanna. A Venosa la ‘chiesa vecchia’, risalente al sec. 5°-6°, ha continuato a vivere fino agli interventi del vescovo Drogone (1042) e poi dell’abate Ingilberto (m. nel 1051), ai quali si fa risalire l’aspetto attuale, che corrisponde grosso modo all’impianto paleocristiano con alcune aggiunte (Salvatore, 1984). Divenuta tomba di famiglia degli Altavilla, accogliendo tra il 1069 e il 1085 le spoglie di Guglielmo, Drogone, Umfredo, Alberada e Roberto il Guiscardo (Herklotz, 1985), fu oggetto di un progetto di vasta portata che prevedeva la costruzione di un grandioso edificio mai ultimato – l’Incompiuta – e il conseguente abbattimento, una volta terminato questo, della ‘chiesa vecchia’. A tre navate, con vasto transetto sporgente e absidato, profondo coro con deambulatorio a cappelle radiali, l’edificio mostra di essere stato ripreso direttamente da costruzioni della Normandia (Bordenache, 1937; Bozzoni, 1979). In questo sono state riconosciute, anche se non concordemente (Bozzoni, 1979; Belli D’Elia, 1990), due fasi costruttive, di cui la prima (1160-1170) vide l’impostazione della planimetria e la realizzazione del colonnato meridionale, mentre la seconda (tra il 1210 e il 1220-1225) i lavori del deambulatorio e del transetto. Il numeroso corredo decorativo, in parte costituito da exuviae di età romana, tardoantica e altomedievale, risulta strettamente legato all’architettura; i grandi capitelli sul colonnato e gli altri disposti su semicolonne lungo i muri perimetrali sembrano denunciare momenti diversi: coevi alla costruzione e da mettere in relazione con quelli simili nella tomba di Alberada i primi (Wackernagel, 1911); di reimpiego alcuni degli altri con testine umane molto vicine a quelle visibili in alcuni capitelli della cattedrale di Canosa (Garzya Romano, 1988; Pace, 1990). Abbandonata la realizzazione dell’Incompiuta, per cause sconosciute, venne risistemata la ‘chiesa vecchia’ con alcune opere di rafforzamento interno; nel 1287 fu realizzato il portale, opera del maestro Palmerio. L’atrio, di cui rimangono solo alcune strutture e una loggetta ad arcatelle, con elementi ornamentali, in cui sono evidenti richiami a esempi romanico-settentrionali (regione del Calvados e dell’Inghilterra normanna), fu probabilmente progettato tra il 1070 e il 1080 (Bozzoni, 1979). Ancora legata al complesso della Trinità è la c.d. Foresteria, in cui è stato riconosciuto un edificio adibito, in età longobarda, a ricovero dei pellegrini (Cagiano de Azevedo, 1976). Nella costruzione, articolata su due piani (loggiato in quello inferiore, tre sale e una cappella a croce greca contratta coperta da cupola al piano superiore), sono state identificate due fasi costruttive (Herklotz, 1990), di cui la più antica attribuibile all’epoca di Roberto il Guiscardo e destinata a ospitare gli Altavilla; alla seconda fase del sec. 13° vanno ricondotte alcune modifiche strutturali che ne permisero l’utilizzazione come foresteria per i pellegrini.Considerata ora come diretta filiazione dall’Incompiuta venosina (Bordenache, 1937; Simi, 1969), ora come modello cui i costruttori venosini si dovettero rifare (Krönig, 1961-1962; Muscio, 1967) poiché iniziata dall’arcivescovo Arnaldo nel 1080 e completata nel corso del secolo, la cattedrale di Acerenza si pone come altro esempio, assieme alla cattedrale di Aversa, della diffusione di modelli nordici in Italia meridionale realizzati proprio durante la dominazione normanna.Ancora a questo periodo, e più precisamente a poco dopo la metà del sec. 11°, va ascritta la chiesa di S. Lucia di Rapolla (Mongiello, 1964; Venditti, 1967), la cui icnografia (tre navate uguali su cui si innestano due transetti non sporgenti coperti da volta a botte e da cupole su pennacchi) richiama edifici ciprioti (Venditti, 1967; Calò Mariani, 1978).Sempre a età normanna vanno inoltre ricondotte la fondazione dell’abbazia di S. Angelo a Montescaglioso, di cui rimangono, dopo i radicali rinnovamenti operati nel sec. 15° (Guarini, 1904; Lipparini, 1908), alcuni capitelli scolpiti, e la costruzione del campanile di Melfi, datato al 1153, di cui si conosce il nome di chi diresse l’opera, Noslo di Remerio, e dei committenti, Ruggero II, il figlio Guglielmo e il vescovo Ruggero. Nella costruzione risultano impiegati numerosi elementi scultorei di età romana secondo un gusto tipico dell’epoca normanna, in cui si tende a una generale rivalorizzazione dell’Antichità classica (Giuliano, 1980; Todisco, 1987).Per la chiesa di S. Maria d’Anglona sono state identificate tre fasi costruttive: una prima risalente ai primi decenni del sec. 12°, cui va ricondotta la chiesa a tre navate con tre absidi allineate secondo una tipologia benedettino-cassinese, le due torri in facciata e il protiro; una seconda, a cavallo tra il sec. 12° e 13°, in cui si attuò lo sfondamento dell’abside centrale e si innestò un nuovo transetto con coro profondo absidato arricchito esternamente da motivi decorativi derivati sia dal Romanico lombardo-pugliese sia dal mondo greco; una terza, nel sec. 14°, cui va ricondotto il rifacimento di alcune arcate verso S.Pur nella generale mancanza di documenti relativi a nomi di architetti, molto spesso anche scultori, nel sec. 12° risultano all’opera nella costruzione di più edifici magister Sarolo e il fratello Ruggero, provenienti da Muro Lucano. Alla loro attività vanno ricondotte le costruzioni delle chiese di S. Maria di Pierno (1189-1197), di S. Maria delle Grazie presso Capodigiano (Garzya Romano, 1988) e, con probabilità, di S. Michele a Potenza (Muscio, 1967) e di altri edifici ormai troppo rimaneggiati (Magnani Risso, 1978); al solo Sarolo vanno ascritti il campanile del 1209 (Magnani Risso, 1978) e i bassorilievi nella cattedrale di Rapolla, terminata nel 1253 da Melchiorre di Montalbano. Nel sec. 13° il modello icnografico visto in S. Maria di Anglona viene ripreso ancora nella chiesa di S. Maria del Casale a Pisticci, giunta purtroppo molto manomessa (Mongiello, 1978).Alla generale opera di rinnovamento e di pianificazione territoriale attuata da Federico II va ricondotta la ricostruzione di una serie di castelli, distribuiti in B. e già esistenti all’epoca della dominazione normanna, in cui intervennero architetti e scultori all’opera nelle coeve costruzioni fortificate pugliesi: il castello di Lagopesole, in cui è possibile riconoscere soluzioni presenti in castelli dell’Oriente crociato (Avagnina, 1980), e quello di Melfi, rimaneggiato all’epoca di Carlo d’Angiò (Calò Mariani, 1972; 1984), cui si deve aggiungere il meno noto castello di Palazzo San Gervasio, bisognoso di riparazioni nel 1280 (Magnani Risso, 1978). A età sveva e poi angioina va ascritta la costruzione della cattedrale di Matera (compiuta nel 1270) e della chiesa di S. Maria Nuova o di S. Giovanni Battista, i cui corredi scultorei sottolineano la contemporaneità di esecuzione e la compresenza di comuni maestranze; allo stesso tempo però le diverse soluzioni icnografiche attuate attestano, per la cattedrale, la ripresa di tipologie diffuse in Puglia tra i secc. 11° e 12°, mentre per il S. Giovanni (in costruzione ancora nel 1233) l’adozione di forme di origini francesi mediate dall’architettura di Terra Santa (Calò Mariani, 1984). Affine icnograficamente ai due edifici è ancora la chiesa di S. Domenico, pur con le vaste manomissioni operate tra il sec. 15° e il 16° (De Vita, 1948).Della seconda metà del Duecento è la chiesa di S. Maria della Vaglia a Matera, scavata nel tufo, che si allontana dai consueti episodi rupestri del materano per le proporzioni monumentali e per la facciata in muratura che riecheggia i modi della stessa cattedrale. A un tale Leontius de Tarento (1283) va ascritta la decorazione di uno dei quattro portali in cui sono presenti echi provenienti da edifici del basso Salento (Calò Mariani, 1984).Poco studiati dal punto di vista architettonico fino a pochi decenni fa sono i complessi rupestri ancora oggi esistenti nel materano (Cappelli, 1957; La Scaletta, 1966; Vivarelli, 1976; Rotili, 1980) e nella zona del Vulture, questi ultimi meno leggibili architettonicamente rispetto ai primi a causa anche delle continue trasformazioni subìte. Negli esemplari materani si sono potute rintracciare, in base alla tipologia degli edifici scavati, soluzioni icnografiche riprese dal mondo greco (Dell’Aquila, Messina, 1989), pur risultando arduo attribuire a essi una datazione circoscritta, che, comunque, per la maggior parte dei casi, sembra risalire al periodo tra il sec. 12° e il 13° (Rotili, 1980).Il panorama architettonico relativo al sec. 13° si chiude con la costruzione della chiesa di S. Francesco a Potenza del 1274, la prima chiesa appartenente all’Ordine francescano in Basilicata. Nel sec. 14° non si registrano interventi architettonici di particolare rilievo: questi sono solo parziali e riguardano per la maggior parte monumenti già esistenti. La regione si trovava ormai completamente isolata rispetto alle confinanti e soltanto con il suo ingresso nel regno di Napoli tornò a essere partecipe delle esperienze artistiche e culturali della vicina Campania.PUBBLICITÀ

Scultura

Le testimonianze relative al sec. 11° attestano, pur nella loro scarsità, gli stretti legami con la coeva produzione pugliese e campana e nel contempo la presenza di influenze derivate dal mondo islamico (Arte in Basilicata, 1981; Pace, 1982; 1990); si vedano per es. alcuni capitelli riadoperati nella facciata della badia di Banzi, provenienti probabilmente da un chiostro e databili verso il 1089 (Arte in Basilicata, 1981) o alcuni semicapitelli nel coro dell’Incompiuta a Venosa con visi tra elici, ritenuti o contemporanei alla costruzione (Bozzoni, 1979; Belli D’Elia, 1990) o di reimpiego e riferibili alla produzione normanna (Pace, 1990). Ancora in questo ambito culturale va collocato il grande capitello-acquasantiera con leoni e figure umane sempre a Venosa, in cui sono presenti caratteristiche che lo accomunano ai semicapitelli venosini e ad alcuni esemplari brindisini (Belli D’Elia, 1990).Al sec. 12° appartiene la sepoltura della prima moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo, Alberada di Buonalbergo (m. nel 1111), sistemata all’interno della Trinità di Venosa, già alla fine del secolo precedente trasformata in chiesa funeraria della famiglia degli Altavilla. La decorazione ornamentale del sarcofago e l’incorniciatura architettonica a edicola con capitelli corinzi sembrerebbero rivelare l’opera di un maestro pugliese (Herklotz, 1985). Legata alla presenza di artisti già all’opera in ambienti della Francia del Nord sembrerebbe la decorazione del portale di S. Maria di Anglona, realizzata nel sec. 12°, come pure i cinque rilievi con i simboli degli evangelisti e l’Agnus Dei, di fattura poco elegante. Il sec. 13° ha conservato testimonianze più consistenti circa la produzione scultorea, tramandandoci nomi di artisti spesso impiegati anche come architetti nelle stesse fabbriche. La possibilità di seguire proprio tramite queste presenze lo sviluppo e il dipanarsi della scultura lucana tra sec. 13° e 14° permette di evidenziare gli stretti legami con la confinante terra pugliese, che spesso fu campo d’azione di scultori provenienti da queste zone. A un artista anonimo pugliese, autore del portale della chiesa brindisina di S. Giovanni, si deve probabilmente la realizzazione di alcuni capitelli a stampella dalla badia di Montescaglioso, come pure altri frammenti murati nel cortile del palazzo vescovile di Venosa (Wackernagel, 1911; Arte in Basilicata, 1981). All’opera tra la fine del sec. 12° e tutto il seguente sono alcuni lapicidi di origine lucana, il cui raggio di azione è stato ritenuto, forse, troppo vasto dalla critica, che ha attribuito a costoro un cospicuo numero di manufatti (Iusco, 1978; Arte in Basilicata, 1981) non firmati e dispersi sul territorio (Righetti Tosti-Croce, 1980). L’operato di Sarolo di Muro Lucano si esprime con sicurezza, oltre che nel portale firmato di S. Maria di Pierno del 1197, nella realizzazione di due bassorilievi nella cattedrale di Rapolla con l’Annunciazione e il Peccato originale, forse ispirati a qualche dittico d’avorio bizantino (Raspi Serra, 1978). Meno certa è l’attribuzione allo stesso, più probabilmente alla sua bottega, di una cospicua serie di capitelli rinvenuti nell’area di S. Ippolito a Monticchio (oggi al castello di Melfi e a Monticchio; Schettini, 1966), che per alcuni particolari farebbero ipotizzare possibili contatti tra questo lapicida e maestranze abruzzesi presenti sul territorio pugliese (Arte in Basilicata, 1981). Ancora all’operato di Sarolo va ricondotta l’esecuzione del portale del duomo di Acerenza e una lastra con teste angeliche murata nella chiesa di S. Maria del Vetrano presso Montescaglioso. Suo allievo fu Mele da Stigliano, la cui attività è attestata in pieno periodo federiciano (tra il 1230 e il 1240); alla sua opera sono stati riferiti alcuni capitelli – oltre i due con il suo nome nel castello di Bari – e la porta della cappella del castello di Lagopesole (Iusco, 1978; Arte in Basilicata, 1981), probabilmente accrescendo di molto la portata della sua attività (Aceto, 1990).Ricostruito intorno al 1230, il castello di Lagopesole vide all’opera diverse botteghe di lapicidi e di scultori di difficile identificazione, che si manifestarono creando soprattutto mensole e sculture figurative, i cui referenti immediati, soprattutto per le seconde, sono individuabili in contemporanee opere francesi e tedesche, non disgiunte però da una profonda conoscenza della scultura campana del sec. 13° (Righetti Tosti-Croce, 1980; Aceto, 1990). A questo intrinseco rinnovamento della produzione scultorea sono da ricondurre alcune parti della decorazione della cattedrale di Matera – facciata e capitelli, per i quali si è voluto riconoscere anche la presenza di un maestro di formazione beneventana (Leone de Castris, 1986b) – e il portale e il pulpito (1279) nella chiesa matrice di Teggiano firmato da Melchiorre di Montalbano (Calò Mariani, 1984). A Melchiorre si deve inoltre la decorazione della cattedrale di Rapolla del 1253, le cui parti superstiti testimoniano l’accoglimento di una cultura fondamentalmente gotica (Calò Mariani, 1977; 1980; 1984); se da un lato i grandi rosoni, incorniciati da figure aggettanti, nella facciata della cattedrale e di S. Giovanni a Matera risultano, per le particolari soluzioni iconografiche adottate, propri dell’area materana, a sua volta strettamente legata alla presenza benedettina, dall’altro i capitelli in cattedrale sembrano risentire sia delle esperienze del cantiere di Castel del Monte sia di quelle dell’apparato decorativo vegetale di chiese pugliesi (Miranda, 1968-1969; Mörsch, 1971; Calò Mariani, 1984).Chiude il sec. 13° la figura del maestro Palmerio con la messa in opera del portale principale della Trinità di Venosa, firmato e datato 1287. Nella lunetta sono palesemente riutilizzati elementi scultorei di età precedente e di gusto arabeggiante, la cui provenienza è stata messa in relazione con un monumento funebre conservato all’interno della chiesa. Nel corso del sec. 14°, in generale, si può affermare che la scultura non sembra più offrire episodi di una certa importanza. Se da un lato si possono cogliere ancora contatti tra questa (si vedano per es. la lastra tombale nella chiesa di S. Antonio a Melfi, le figure di abati nella parrocchiale di Miglionico o ancora quella della Madonna in trono a Banzi) e alcune coeve manifestazioni pittoriche sia su muro sia su tavola, dall’altro singoli confronti avulsi da ogni contesto permettono solo di rintracciare la presenza di motivi diversi, a volte ripresi dal repertorio islamico (parrocchiale e Trinità di Avella), a volte dal mondo pugliese mediato però da esperienze locali (S. Maria del Casale a Pisticci, S. Maria Maggiore a Miglionico).Nel corso del sec. 13° compaiono le prime statue lignee a tutto tondo, per lo più Madonne in trono con il Bambino; gli esempi più antichi, conservati nella chiesa di S. Maria di Orsoleo, nella badia di Banzi, a Viggiano e ad Armento, sembrano riflettere le simili rappresentazioni presenti nella pittura murale. Alla stessa epoca può essere assegnato un crocifisso ligneo nella cattedrale di Rapolla, in cui sarebbero rintracciabili influenze spagnole (Arte in Basilicata, 1981). Nel sec. 14° il tipo della Madonna con il Bambino sembra avere maggiore diffusione; negli esemplari rimasti, però, il Figlio non è più seduto in grembo alla Madre ma sostenuto dal suo braccio: si veda la Madonna nella chiesa del convento di Calvello, quella nella parrocchiale di Sant’Arcangelo, quella di Castelmezzano, di impostazione goticheggiante, quella di Marsico Vetere, che, pur deteriorata, sembra influenzata da avori francesi, quella di Marsico Nuovo, di ascendenza pisana, e quella dorata di Brienza (Arte in Basilicata, 1981).

Pittura

Scarse sono le testimonianze per il periodo anteriore al Mille; l’unico ciclo finora noto, quello nella cripta c.d. del Peccato originale a Matera, offre con le particolari tematiche espresse uno spaccato circa le scelte iconografiche e le maestranze pittoriche all’opera nella zona e legate al mondo benedettino. L’esecuzione del ciclo, derivato iconograficamente da manoscritti dei secc. 5°-6° con scene della Genesi (Pace, 1980), già ritenuta del sec. 10° (Lavermicocca, 1981), è stata più opportunamente anticipata al 9° (Pace, 1980; Arte in Basilicata, 1981) e circoscritta ulteriormente entro la prima metà di questo per motivi legati a ben precise scelte iconografiche (Falla Castelfranchi, 1991c). La datazione entro la prima metà del sec. 9° viene ulteriormente comprovata dallo stile degli affreschi. In essi infatti si nota un’aderenza molto stretta ai modi pittorici visibili nel ciclo affrescato nella cripta di S. Vincenzo al Volturno (824-846), che fa ritenere l’opera materana eseguita non sull’influenza del ciclo volturnense ma direttamente da maestranze a conoscenza delle esperienze pittoriche che si andavano maturando in ambiente beneventano e molisano (Bertelli, in corso di stampa).Nell’ambito del sec. 11° dovrebbero essere ricondotti alcuni affreschi nella chiesa del monastero di S. Angelo presso San Chirico sul monte Raparo. Visti ancora all’inizio del nostro secolo (Bertaux, 1903; Bals, 1932), essi, per certe rarità iconografiche operate nella scelta dei temi – Comunione sotto le specie del pane e del vino, oltre che una più consueta Déesis nella zona absidale -, sembrano riallacciarsi iconograficamente e stilisticamente a modelli orientali dell’11° secolo. A questa prima fase decorativa, nel sec. 14° se ne sovrappose una seconda, di cui rimaneva, ancora agli inizi del secolo, qualche tratto con una teoria di santi e vescovi nei pressi della zona absidale. Altri brani con i progenitori sono tornati alla luce solo nel 1991, grazie ai restauri ormai in via di compimento.Ancora nell’ambito del sec. 11° vanno ricondotti i resti pittorici nell’oratorio di S. Giovanni a Vietri di Potenza, tra cui un S. Paolo, messo già in relazione con maestranze iberiche operanti nella zona nel sec. 12° (Arte in Basilicata, 1981), ma forse da ritenere di un secolo precedenti e collegabili con affreschi tarantini (Farella, 1979). Negli affreschi disposti sulle pareti della cappellina in muratura all’interno dell’abbazia di S. Michele a Monticchio, datati fino a qualche tempo fa intorno al 1050 (Arte in Basilicata, 1981), sono state ultimamente individuate due fasi pittoriche (Pace, 1982; Falla Castelfranchi, 1988a), di cui la più antica pertinente con probabilità al sec. 11°, mentre quella ora visibile (Déesis, santi a gruppi di tre e un’aquila nimbata) alla metà del sec. 12°.Più ricchi di testimonianze i secc. 12°, 13° e 14° soprattutto nell’agro materano ( La Scaletta, 1966; San Nicola dei Greci, 1990), nella zona del Vulture (Rapolla e Melfi) e del basso potentino (Marsico Nuovo e Moliterno), dove chiese rupestri e subdiali hanno conservato vasti brani pittorici, che, per i secc. 12° e 13°, trovano i più precisi referenti nella coeva pittura bizantina della Grecia. I programmi iconografici per i secc. 12° e 13°, in ispecie per le chiese rupestri, sono concentrati solo su immagini di santi (S. Nicola, S. Pietro, S. Giacomo, S. Giovanni Battista, S. Andrea, S. Antonio Abate, S. Michele ecc.), mentre raramente si trovano scene cristologiche, per lo più isolate; tali scelte forzate sono state messe in relazione con gli spazi frammentati a disposizione, con il tipo di committenza, in genere privata, e con l’uso molto spesso funerario dell’ambiente (Falla Castelfranchi, 1988a). Si ripetono con frequenza scene iconograficamente simili e, se l’ambiente è stato oggetto nel tempo di più campagne pittoriche, si assiste a un’iterazione dei soggetti. Le iscrizioni che accompagnano gli affreschi sono per la massima parte in latino, evidenziando così la completa latinizzazione della zona, ormai svincolata dall’influenza del mondo greco. Tra le rare scene narrative si segnala quella nella cripta dei Ss. Pietro e Paolo a Matera con la visita di papa Urbano II alla città (1093): è l’unico affresco che commenta un episodio di storia locale. Probabilmente da ascrivere alla fine del sec. 11° risultano alcuni brani nella chiesa rupestre di S. Nicola dei Greci (Falla Castelfranchi, 1988a) e un viso nel S. Giovanni in Monterrone sempre a Matera (Rizzi, 1972). Tra le testimonianze in chiese subdiali di affreschi absidali vanno ricordati i poco noti episodi di S. Michele a Marsico Nuovo (Déesis e Battesimo di Cristo), del pieno sec. 13°, da collocare stilisticamente nell’orbita della coeva pittura greca, e di S. Maria a Montevetere presso Moliterno (tracce di affreschi con Maiestas Domini e apostoli), che per stile e iconografia si avvicinano all’area campana (Falla Castelfranchi, 1988b).Un discorso a sé va impostato invece per gli affreschi, in parte superstiti, distribuiti lungo le pareti della navata centrale della chiesa di S. Maria d’Anglona. Il ciclo, con storie veterotestamentarie, i cui soggetti, a volte desueti, sono stati identificati con una certa sicurezza dalla critica più recente (Roma, 1989; Falla Castelfranchi, 1991b), sembra databile nell’ambito del tardo sec. 12° (Falla Castelfranchi, 1991b), dopo essere stato ritenuto anche di ben due secoli posteriore (Pace, 1986; 1989). Pure l’esame dei caratteri paleografici delle iscrizioni in lingua greca già ascritte al sec. 14° (Passarelli, 1981) sembra confermare la datazione proposta dagli altri studiosi. Identificati inoltre i modelli iconografici, provenienti in parte dalla Sicilia (Monreale, Palermo) e in parte da Roma o dall’Italia centrale, si è sottolineata infine la presenza di maestranze pittoriche particolarmente influenzate da esperienze tardocomnene.Il sec. 13° è quello cui solitamente si riferisce la maggior parte della produzione pittorica in grotta della B.: si ricordino le cripte di S. Giovanni in Monterrone, di S. Lucia alle Malve, di S. Nicola dei Greci, della Madonna della Croce in area materana (Pace, 1986), in cui sembra essere all’opera un maestro la cui presenza è stata rintracciata anche in altre chiese rupestri (Arte in Basilicata, 1981). Questa massiccia presenza di edifici rupestri affrescati e di altri episodi pittorici da collocare nel sec. 13° (cicli subdiali e icone su tavola) è stata da più parti messa in relazione (D’Elia, 1975; Farioli Campanati, 1982; Belli D’Elia, 1988; Falla Castelfranchi, 1988a) con la caduta di Gerusalemme nel 1244 e di Acri nel 1291 e la conseguente diaspora verso la Puglia e la B. di frescanti e iconografi provenienti da tale area; essi avrebbero contribuito all’immissione nel circuito dell’Italia meridionale di icone (D’Elia, 1975), la cui produzione, soprattutto per la B. (Banzi, Venosa e Potenza), è stata invece ascritta a comunità monastiche italo-greche presenti sul territorio (Belli D’Elia, 1988).Sullo scorcio del Duecento sono i cicli pittorici nelle cripte di S. Lucia e di S. Margherita a Melfi nel comprensorio del Vulture, in cui accanto a motivi di origine orientale compaiono scene di intonazione occidentale: si veda, per es., in S. Margherita, l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti, opera di un maestro catalano-roussillonese del 1290, autore anche delle scene con i martirî dei ss. Lorenzo e Andrea (Bologna, 1969; Leone de Castris, 1986a), ipotesi quest’ultima non condivisa unanimemente (Rizzi, 1973; Vivarelli 1973; 1976). Permeati da caratteri più occidentali che orientali sembrano essere ancora gli affreschi con le Storie di s. Lucia nella cripta omonima risalenti al 1292 (Rizzi, 1973; Vivarelli, 1976; Mastrangelo, 1987; Verrastro, 1988). Pure le numerose pitture in chiese rupestri materane eseguite tra il sec. 13° e il 14° sembrano essere innegabilmente collegabili più al mondo occidentale che a quello greco. Alcune di queste trovano infatti precisi confronti nella produzione pittorica che si raccoglie intorno ai nomi di Rinaldo e Giovanni da Taranto, sottolineando in tale modo il ruolo di Matera, città partecipe ormai delle esperienze architettoniche e pittoriche realizzate nel principato di Taranto (Calò Mariani, 1980; Arte in Basilicata, 1981); non si può più quindi, dalla fine del Duecento, parlare di arte bizantina distinta dalle coeve esperienze del mondo occidentale (Calò Mariani, 1984). In questo ambito culturale si pone il maestro, forse tarantino, autore del frammentario affresco della Madonna della Bruna nella cattedrale di Matera, databile intorno al 1270 (Calò Mariani, 1984), attivo anche in chiese rupestri del materano e della vicina città di Gravina; alla sua bottega è attribuibile anche la Crocifissione nella chiesa di S. Francesco a Tricarico (Arte in Basilicata, 1981), in cui si rilevano riflessi pittorici dell’Italia centrale (Leone de Castris, 1986a). Sulla scia di queste nuove esperienze vanno inseriti gli affreschi nella chiesa di S. Antuono a Oppido Lucano (Potenza), del pieno sec. 14°, opera di un artista in rapporto con l’ambiente napoletano ma di matrice catalano-pirenaica (Leone de Castris, 1986b), e quelli, probabilmente della fine del secolo, nella chiesa di S. Biagio a Rapolla, cui si legano altri episodi frammentari, rinvenuti a seguito di restauri operati dopo il terremoto del 1980, nella cattedrale di Matera (Madonna in trono e una scena di Inferno opera di un maestro a conoscenza del Giudizio universale della chiesa di S. Maria del Casale a Brindisi; Muscolino, 1985). Ancora in ambito napoletano vanno ricondotti: gli affreschi superstiti in S. Francesco di Potenza, opera del maestro che eseguì la decorazione di un’abside nella chiesa rupestre di S. Maria della Vaglia a Matera; un piccolo gruppo di affreschi nella Trinità di Venosa dovuto al Maestro della cappella Pipino, attivo a Napoli (Bologna, 1969; Arte in Basilicata, 1981), in cui sono presenti echi di derivazione giottesca (Leone de Castris, 1986a); il ciclo, datato tra il 1370 e il 1374, sulla volta e parete della cappella ipogea di S. Francesco a Irsina, oltre a una frammentaria serie distribuita tra Senise e Matera (Arte in Basilicata, 1981). A Matera nella chiesa di S. Lucia alle Malve alcuni affreschi sono stati attribuiti al Maestro delle Tempere Francescane (Leone de Castris, 1986b), pittore di formazione giottesca ma aperto a esperienze avignonesi, cui si attribuisce, oltre a una serie nutrita di affreschi in area campana e lucana, anche il trittico con una Madonna in trono con il Bambino, il Battista e S. Giovanni Evangelista, ora all’episcopio di Tursi ma proveniente da Colobraro, dove era probabilmente giunto verso il 1230 a opera dell’Ordine francescano (Bologna, 1969; Arte in Basilicata, 1981; Leone de Castris, 1986b). Ancora ad ambiente napoletano va ascritta la tavola nella Rabatana di Tursi, del 1340, forse proveniente da Anglona, opera “di quel Maestro di Offida noto per aver affrescato in gran copia le chiese delle Marche e dell’Abruzzo costieri” (Leone de Castris, 1986a, p. 501).

Oreficeria

Tra i rari oggetti di piccole dimensioni rinvenuti in B., oltre a quelli relativi a prima del Mille, vanno ricordati: un piccolo enkólpion del sec. 11° nella cattedrale di Matera (Lipinsky, 1976; Rotili, 1980); alcuni oggetti di ispirazione arabo-siciliana nella parrocchiale di S. Mauro Forte, nell’episcopio di Acerenza; una croce sulmonese da Calciano, nell’episcopio di Tricarico (Arte in Basilicata, 1981).

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Fonte: https://www.treccani.it/enciclopedia/basilicata_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/



Categorie:P40.03- Basilicata

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