Il racconto del naufrago

Il racconto del naufrago, testo tratto da Edda Bresciani, Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi, Et Biblioteca, Einaudi, Torino 2020 (1969), pp.176-181.

Introduzione

Il  testo di questo racconto di viaggi ci è tramandato unicamente da   un papiro (n. 1115) del Museo dell’Ermitage  a  Leningrado,  databile  alla XII-XIII dinastia.

Poiché manca l’inizio della storia e il testo  finisce  bruscamente,  si può pensare che lo scriba abbia copiato dal manoscritto di  Amenaa, figlio di Ameny, solo la parte finale che più lo interessava; è probabile che l’episodio prendesse le mosse dal ritorno in Egitto di  una  spedizione commerciale, condotta in Nubia senza il successo sperato;     il capo della spedizione, temendone l’ira, non osa presentarsi al re. A questo punto (e qui comincia il testo che lo scriba ha copiato dal manoscritto originale) interviene un «compagno reale»  che,  esortandolo a far buon uso dell’eloquenza per rendere indulgente il re, gli narra come naufragò con la sua nave e i suoi compagni e come fu sbattuto dalla tempesta su un’isola del Mar Rosso., ove regnava un serpente fantastico, il «Signore di Punt», che, narratagli la  fine  di tutta  la sua famiglia di serpenti e la forza d’animo dimostrata in quelle circostanze, gli predisse il ritorno in patria. Infatti una nave egiziana di passaggio prese a bordo il naufrago che, tornato in Egitto con grande quantità di prodotti preziosi di Punt, fu premiato dal re. Successivamente, come aveva predetto, il divino serpente scomparve con la sua isola che si trasformò in acqua.

Il «compagno reale» conclude la narrazione di questa avventura  a lieto fine, incoraggiando il capo della spedizione a  trar  profitto  dalla sua esperienza; «Ascoltami: è bene per la gente ascoltare», dice con un tono sentenzioso che ricorda le massime di Ptahhotep. Con la scoraggiata risposta del capo della sfortunata spedizione che non ha speranza nell’indulgenza del re, termina il testo.

Notevole in questo testo, l’elemento  fantastico,  presente  per  la prima volta in un racconto egiziano l’espediente dei racconti inseriti nella narrazione. Lo stile è semplice, piano, meno elegante e ricercato    di quello del racconto di Sinuhe, benché  in  una  lingua  scelta  e accurata.


Testo del racconto

L’eccellente compagno (reale) disse allora: «Sii tranquillo, o principe! Ecco siamo giunti al paese. È stato preso il maglio, il piolo è stato colpito, è stata calata a terra l’ancora davanti. Si renda grazia, si renda gloria a dio, ognuno abbraccia il suo compagno. Il nostro equipaggio è tornato indenne, senza che ci siano state perdite nella nostra gente.

Abbiamo raggiunto l’estremità di Uauat e abbiamo passato (l’isola) Senmut. Ecco siamo tornati in pace. Il nostro paese, l’abbiamo raggiunto.

Ascoltami, o principe, io sono esente da esagerazione. Lavati, versa acqua sulle tue dita (per esser pronto) a rispondere quando ti si interrogherà. Parla con il re, con presenza di spirito, e rispondi senza balbettare. La bocca dell’uomo lo può salvare, la sua parola può fare che si sia indulgenti per lui. D’altronde, fa’ secondo il tuo desiderio, è inutile dirtelo! ma io ti racconterò qualcosa di simile  che è successo a me medesimo. Ero andato alle miniere del sovrano, ero disceso nel Verdissimo, con una nave lunga centoventi cubiti, larga quaranta cubiti. C’erano sopra centoventi marinai, dei migliori d’Egitto: guardassero il cielo, guardassero la terra, i loro cuori erano più forti che (quelli dei) leoni; annunciavano una tempesta prima che fosse venuta, una burrasca prima che accadesse.

Scoppiò una tempesta mentre eravamo nel Verdissimo, prima che avessimo preso terra. Si cercò di tenere il vento, ma quello raddoppiò e vi era un’onda di otto cubiti; l’albero maestro (l’onda) lo spezzò. Poi la nave perì, di quelli che erano in essa, non ne rimase uno solo.

Io fui gettato sopra un’isola da un’onda del Verdissimo. Passai tre giorni solo, avendo il mio cuore come (unico) compagno. Steso nell’interno di un riparo di piante, abbracciavo l’ombra.

Mossi i piedi per poter mettere (qualcosa) in bocca. Vi trovai fichi e uva e ogni tipo di eccellenti verdure; vi erano frutti di sicomoro

intagliati e no, cocomeri come quelli coltivati; vi erano pesci e uccelli, non c’era nulla che non vi fosse. Allora mi saziai e ne gettai a terra perché ce n’era troppo sulle mie mani. Mi fabbricai un bastone da fuoco e produssi il fuoco, poi feci un olocausto agli dèi.

Allora udii un rumore di tuono e pensai che fosse un’onda del verdissimo: gli alberi fremevano, la terra tremava. Quando mi scoprii la faccia, trovai che era un serpente che veniva: misurava trenta cubiti, la sua barba era più lunga che trenta cubiti, il suo corpo era ricoperto d’oro, le sue due sopracciglia erano di vero lapislazzuli. Si piegò in avanti, mentre apriva la bocca verso di me, ed io ero sul mio ventre davanti a lui.

Mi disse: “Chi ti ha portato, chi ti ha portato, o piccino? Chi ti ha portato? Se tu tardi a dirmi chi t’ha portato a questa isola, farò che tu ti veda ridotto in cenere, divenuto qualcosa che non si vede più”.

Mentre lui mi parlava, io non lo udivo, ero davanti a lui senza conoscenza. Allora mi prese in bocca e mi portò al suo posto di ristoro, e mi depose senza urtarmi, sicché ero sano e salvo, senza che nulla mi fosse tolto.

Aprí la sua bocca a me, e io ero sul mio ventre davanti a lui; allora disse: “Chi ti ha portato, chi ti ha portato, o piccino? Chi ti ha portato a quest’isola del Verdissimo, i cui due lati sono nell’onda?”

A ciò gli risposi, con le mie braccia stese davanti a lui, e gli dissi: “Ero disceso alla miniere per una missione del sovrano, con una nave di centoventi cubiti di lunghezza e quaranta cubiti di larghezza. Vi erano sopra centoventi marinai dei migliori d’Egitto: guardavano il cielo, guardavano la terra, i loro cuori erano più forti che (quelli dei) leoni. Essi annunciavano la tempesta prima che fosse arrivata, l’uragano prima che fosse venuto. Ognuno di essi, era forte il suo cuore e potente il suo braccio, più che (quello del) suo compagno; non c’era un incapace tra loro. Scoppiò una tempesta mentre eravamo nel Verdissimo, prima che avessimo preso terra. Si cercò di tenere il vento, ma quello raddoppiava. Vi era un’onda di otto cubiti e l’albero maestro, (l’onda) lo spezzò. Poi la nave perì e, di quelli che c’erano dentro, neppure uno si salvò, eccetto me, che sono al tuo fianco. Poi fui portato da un’onda del Verdissimo su quest’isola”.

Allora mi disse: “Non temere, non temere, o piccino! Non tremi di paura il tuo viso. Tu sei venuto da me; certo un dio ha permesso che tu viva, poiché t’ha portato su quest’isola del Ka, dove non c’è nulla che non ci sia, che è piena di ogni buona cosa. Passerai mese

su mese, finché tu abbia compiuto quattro mesi su quest’isola; poi verrà una nave dal paese, con marinai che tu conosci: tornerai con loro al paese, e morirai nella tua città. Com’è felice chi può raccontare ciò che ha provato, quando le cose dolorose sono passate! Ti racconterò una cosa simile avvenuta sopra quest’isola, dove stavo con i miei fratelli, e in mezzo a loro erano dei piccoli: eravamo in tutto settantacinque serpenti, miei figli e miei fratelli, senza ricordarti una figlia ancora piccola che mi ero procurata con preghiera.

Poi cadde una stella, e quelli presero fuoco per causa sua. Avvenne che non ero insieme con loro là; quando bruciarono, io non ero in mezzo a loro. Morii per loro, quando li trovai tutti quanti cadaveri.

Ma tu sii forte, rinsalda il tuo cuore: tu riabbraccerai i tuoi figli, bacerai tua moglie, rivedrai la tua casa: ciò è più bello di tutto. Raggiungerai il paese dove vivi in mezzo ai tuoi congiunti”.

Allora, steso sul ventre, toccai la terra davanti a lui e gli dissi: “Riferirò la tua potenza al sovrano e farò che sia informato della tua grandezza. Ti farò portare profumi ibi, hekenu, iudeneb, khesait, resina di terebinto dei templi, del quale si rallegrano gli dèi tutti. Racconterò ciò che è avvenuto, avendo presente ciò che ho visto della tua potenza. Ti si ringrazierà nella città davanti ai notabili della terra intera. Sacrificherò per te un olocausto, ucciderò per te degli uccelli. Ti farò portare navi cariche di ogni ricchezza di Egitto, come si fa per un dio che ama gli uomini in una terra lontana che gli uomini non conoscono”.

Allora rise di me per quello che avevo detto e che gli sembrava sciocco, e mi disse: “Tu non hai molta mirra, nato come sei possessore di resina di terebinto. Ma io sono il sovrano di Punt e mi appartiene la mirra. E quel hekenu che tu dicevi di portare, è il principale prodotto di quest’isola. Quando ti sarai allontanato da questo luogo, non rivedrai mai più quest’isola, che si trasformerà in onda”.

Venne quella nave come egli aveva predetto. Allora me ne andai e mi posi su un alto albero e riconobbi coloro che c’erano dentro.

Andai ad annunciare ciò (al serpente) e trovai che lo sapeva. Mi disse: “In salute, in salute, o piccino, alla tua casa, che tu riveda i tuoi figli! Fa’ che sia buono il mio nome nella tua città: è ciò che ti chiedo”.

Mi gettai sul ventre, con le mani stese davanti a lui, ed egli mi dette un carico di mirra, hekenu, iudeneb, khesait, ti-scepes, sciaasekh, collirio nero, code di giraffe, un gran mucchio di terebinto, zanne d’avorio, cani da caccia, cercopitechi, babbuini, ogni specie di prodotti preziosi, che caricai su questa nave. Io mi stesi sul ventre per ringraziarlo. Allora mi disse: “Arriverai al paese in due mesi: abbraccerai i tuoi figli, ringiovanirai nel paese dove sarai interrato”.

Scesi sulla riva presso questa nave. Gridai verso la gente che era su questa nave. Sulla riva resi lode al signore di quell’isola, e a quelli che erano (nella nave) ugualmente.

Viaggiammo verso nord, verso la Residenza del sovrano, e arrivammo al paese in due mesi, secondo tutto ciò che aveva detto (il serpente).

Fui introdotto presso il sovrano e gli detti i doni che avevo riportato da quest’isola. Mi ringraziò alla presenza dei notabili del paese intero. Fui fatto compagno (regio), e dotato dei servi che gli spettano.

Guardami, dopo che ho toccato terra, dopo che ho visto ciò che ho provato! Ascoltami: è bene per la gente ascoltare!»

Ma quello mi disse allora: «Non fare il bravo, amico mio. Chi mai dà acqua all’uccello all’alba, quando esso verrà sgozzato nella mattinata?»

È venuto (alla fine), dall’inizio alla fine, come è stato trovato scritto nel manoscritto dello scriba abile di dita, Amenaa, figlio di Ameny.



Categorie:B04.06- Letteratura dell'antico Egitto - Ancient Egyptian literature

2 replies

  1. Prego, è un piacere pubblicare cose interessanti

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