Storia d’Italia nel XIX Secolo

Periodo napoleonico

Verso la fine del Settecento sulla scena politica italiana si affacciò Napoleone Bonaparte. Questi nel 1796, comandò, come generale, la campagna italiana, al fine di far abbandonare al Regno di Sardegna la Prima coalizione, creata contro lo Stato francese, e per far arretrare gli austriaci. Gli scontri iniziarono il 9 aprile, contro i piemontesi e nel breve volgere di due settimane Vittorio Amedeo III di Savoia fu costretto a firmare l’armistizio. Il 15 maggio poi il generale francese entrò a Milano, venendo accolto come un liberatore. Successivamente respinse le controffensive austriache e continuò ad avanzare, fino ad arrivare in Veneto nel 1797. Qui si verificò anche un episodio di ribellione a causa dell’oppressione francese chiamato Pasque Veronesi, che tenne occupato Napoleone per circa una settimana. Con il diretto intento di danneggiare il pontefice fu proclamata, nel 1797, la Repubblica Anconitana, con capitale Ancona, che fu poi unita alla Repubblica Romana: il tutto ebbe però breve durata, poiché nel 1799 lo Stato Pontificio fu ripristinato.Napoleone

A ottobre del 1797 venne firmato il Trattato di Campoformio con il quale la Repubblica di Venezia fu annessa allo Stato austriaco. Il trattato riconobbe anche l’esistenza della Repubblica Cisalpina, la quale comprendeva Lombardia, Emilia-Romagna oltre a piccole parti di Toscana e Veneto, mentre il Piemonte venne annesso alla Francia, provocando così qualche moto di ribellione. Nel 1802 venne poi denominata Repubblica Italiana, con Napoleone Bonaparte, già Primo Console della Francia, in qualità di Presidente.

Il 2 dicembre 1804 Napoleone fu incoronato Imperatore dei francesi. In conformità col nuovo assetto monarchico francese Napoleone divenne anche Re d’Italia, tramutando la Repubblica Italiana in Regno d’Italia. Questa decisione lo mise in contrasto con l’Imperatore del neonato Impero austriaco, Francesco I, che, essendo prima di tutto Imperatore dei Romani, risultava de iure pure Re d’Italia. La situazione si risolse con la guerra contro la Terza coalizione: l’Austria venne sconfitta (2 dicembre 1805) e il trattato di Presburgo (26 dicembre 1805) pose di fatto fine al Sacro Romano Impero che verrà però sciolto solo nel 1807. L’anno successivo Bonaparte riuscì a conquistare il Regno di Napoli affidandolo al fratello e consegnandolo nel 1808 a Gioacchino Murat. Inoltre Napoleone riservò alle sorelle Elisa il Principato di Lucca e Piombino e a Paolina il ducato di Guastalla. Proprio nel 1808 il Regno d’Italia subì un ampliamento con le annessioni di Toscana e Marche.

Nel 1809, Bonaparte occupò Roma, in seguito a contrasti con il Papa, che l’aveva scomunicato, e per mantenere in efficienza il proprio Stato[59], relegandolo prima a Savona e poi in Francia. Nella campagna di Russia, che Napoleone intraprese nel 1812, fu determinante l’appoggio degli abitanti della penisola italiana, ma questa si risolse con una sconfitta e molti italiani trovarono la morte. Dopo la fallimentare campagna di Russia gli altri stati europei si riorganizzarono, coalizzandosi tra loro e sconfiggendo Bonaparte a Lipsia. I suoi stessi alleati, primo tra tutti Murat, lo abbandonarono alleandosi con l’Austria.[60] Ormai abbandonato dagli alleati e sconfitto a Parigi il 6 aprile 1814 Napoleone fu costretto ad abdicare e venne mandato in esilio all’Isola d’Elba. Sfuggito alla sorveglianza riuscì a ritornare in Francia e a riprendere il potere. Guadagnò nuovamente l’appoggio di Murat, il quale tentò di esortare, senza successo, gli italiani a combattere con il Proclama di Rimini. Sconfitto Bonaparte, anche Murat venne vinto e ucciso. I regni creati in Italia scomparvero ed ebbe quindi inizio il periodo storico della Restaurazione.

Risorgimento

La Restaurazione (1815-1848)

Con la Restaurazione ritornarono sul trono gran parte dei sovrani precedenti al periodo napoleonico. Il Regno di Sardegna, che durante l’invasione napoleonica era rientrato nei confini insulari, riottenne tutti gli Stati di terraferma e in più si ingrandì con l’annessione della Repubblica di Genova, mentre Lombardia, Veneto, Istria e Dalmazia andarono all’Austria. Si ricostituirono i ducati di Parma e Modena e lo Stato della Chiesa, mentre il Regno di Napoli tornò ai Borbone.

Il Regno borbonico delle due Sicilie

Prima della Rivoluzione francese del 1789 e delle successive campagne napoleoniche, la dinastia dei Borbone regnava negli stessi territori, ma questi risultavano divisi nel Regno di Napoli e nel Regno di Sicilia (con l’eccezione dell’isola di Malta che era concessa in feudo al Sovrano Militare Ordine di Malta).

Un anno dopo il congresso di Vienna e con il Trattato di Casalanza, Ferdinando di Borbone, che prima d’allora assumeva in sé la corona napoletana (al di qua del Faro) come Ferdinando IV, e quella siciliana (al di là del Faro) come Ferdinando III, riunì in un’unica entità statuale il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, nel Regno delle due Sicilie, attraverso la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell’8 dicembre 1816, a quasi 400 anni dalla prima proclamazione del Regno Utriusque Siciliae da parte di Alfonso il Magnanimo.

Al momento dell’istituzione del Regno delle Due Sicilie la capitale fu fissata in Palermo ma, l’anno successivo, fu spostata a Napoli; Palermo, però, continuò a mantenere una sua dignità di capitale, essendo considerata appunto “città capitale” dell’isola di Sicilia.

Il Regno di Sardegna

Stati italiani nel 1843

La storia d’Italia è indissolubilmente legata alla storia dello Stato che l’avrebbe unificata politicamente sotto un’unica guida, il Regno di Sardegna. Fu creato sulla carta da Papa Bonifacio VIII nel 1297, con la denominazione di Regno di Sardegna e Corsica,[62] per risolvere la crisi politica e diplomatica tra la corona d’Aragona e il ducato d’Angiò sulla Sicilia (la guerra del vespro). La realizzazione concreta del Regno di Sardegna avrebbe visto dapprima degli scontri dei catalano-aragonesi contro i pisani, e poi contro il Giudicato di Arborea, la cui politica estera prevedeva l’unificazione politica dell’isola sotto il suo regno e si mosse convenientemente in senso prima antipisano e poi antiaragonese. Per oltre cento anni, l’Isola fu teatro di una sanguinosa guerra prima di essere unificata definitivamente nel 1420, diventando uno Stato Associato della Corona Aragonese e parte del Reale e Supremo Consiglio d’Aragona.

Con il matrimonio tra Ferdinando II di Aragona con Isabella di Castiglia a Valladolid, il 17 ottobre 1469, il Regno di Sardegna fu aggregato alla corona di Spagna e,, con il matrimonio della loro figlia Giovanna con Filippo d’Asburgo e la nascita di Carlo V, passò agli Asburgo, prima di Spagna, poi a quelli d’Austria (1708). A seguito della guerra della Quadruplice Alleanza e del trattato dell’Aia (20 febbraio 1720), il Regno fu infine ceduto a Vittorio Amedeo II di Savoia, che ne divenne il diciassettesimo sovrano. Il 29 novembre 1847, gli Stati che componevano la corona di Casa Savoia si fusero insieme (Fusione perfetta) mantenendo la denominazione di “Regno di Sardegna”. Il 4 marzo 1848, Carlo Alberto, promulgò lo Statuto fondamentale del Regno, che avrebbe retto lo Stato italiano fino al 1º gennaio 1948, quando entrò in vigore l’attuale Costituzione.Vittorio Amedeo II, quindicesimo e ultimo Duca di Savoia, poi incoronato re di Sicilia, nel 1720 divenne il diciassettesimo re di Sardegna

I Savoia

Umberto Biancamano, nel 1032, ottenne dall’imperatore Corrado II la signoria della Savoia, della Moriana e d’Aosta. Attraverso varie successioni ereditarie, i Savoia ingrandirono nel tempo i loro territori a cavallo tra le Alpi Occidentali. Prima conti, poi duchi, nel 1416 ottennero pure il titolo nominale (senza territori) di re di Gerusalemme, lasciato in eredità da Carlotta di Lusignano. Riuscirono abilmente nel XVII e nel XVIII secolo a difendersi dalle mire espansionistiche della Francia, mantenendo tenacemente la loro autonomia. Da quando poi Emanuele Filiberto I di Savoia spostò la capitale da Chambéry a Torino, per meglio difendersi dagli attacchi nemici, la dinastia prese le redini della storia italiana mantenendo il dominio sul ducato prima e sul Regno di Sardegna poi, fino alla unità d’Italia.

Nel 1713 Vittorio Amedeo II di Savoia assunse il titolo regio, divenendo re di Sicilia e successivamente, nel 1720, il diciassettesimo sovrano del Regno di Sardegna. I Savoia vennero allora a pieno titolo annoverati fra le casate d’Europa, fregiandosi dei titoli nominali di Re di Cipro, di Gerusalemme, d’Armenia, e dei titoli effettivi di duchi di Savoia, di Monferrato, Chiablese, Aosta e Genova; principi di Piemonte e Oneglia; marchesi di Saluzzo, Susa, Ivrea, Ceva, Maro, Oristano, Sezana; conti di Moriana, Genova, Nizza, Tenda, Asti, Alessandria, Goceano; baroni di Vaud e di Faucigny; signori di Vercelli, Pinerolo, Tarantasia, Lumellino, Val di Sesia; principi e vicari perpetui del Sacro Romano Impero in Italia. Il 17 marzo 1861 ottennero la corona di Re d’Italia. Nel 1936 Vittorio Emanuele III di Savoia fu proclamato Imperatore d’Etiopia e, nel 1939, Re d’Albania.L’arresto di Pellico e Maroncelli da parte delle forze austriache

I moti carbonari

Con la Restaurazione, che aveva portato al ritorno degli antichi sovrani e alla cessione di regioni italiane all’Austria, si svilupparono forti ideali patriottici. Nacque così la Carboneria e si diffuse proprio nelle regioni cedute agli austriaci e in Romagna, grazie anche a Piero Maroncelli. I primi moti carbonari nella penisola italiana vi furono nel 1820-21 e colpirono il Regno delle Due Sicilie nel luglio 1820 e il Piemonte nel marzo 1821. A Napoli il sovrano fu costretto a cedere la costituzione, obiettivo dei carbonari, ma l’intervento degli austriaci riportò tutto come prima, e stessa cosa nel Regno di Sardegna. Contemporaneamente, nel Regno lombardo-veneto, vi furono molti processi, i più famosi al conte Federico Confalonieri, a Silvio Pellico e allo stesso Piero Maroncelli.

Nonostante le sconfitte subite la carboneria non si sciolse e si ripresentò sulla scena politica nel 1831, in particolare nel Ducato di Parma, nel Ducato di Modena e nello Stato Pontificio, venendo per la seconda volta repressa. Il risultato fu il decadimento della carboneria e la nascita della Giovine Italia, movimento anch’esso segreto fondato da Giuseppe Mazzini nel 1831. Dopo aver trovato una discreta adesione, Mazzini decise di organizzare i primi moti in terra sabauda, ma questi vennero scoperti ancor prima di iniziare e fallirono. Nonostante ciò il Re Carlo Alberto di Savoia cambiò la sua linea politica e alcuni anni dopo, nel 1848, concesse la costituzione, nota come Statuto Albertino, temendo reazioni pericolose alla monarchia. Prima di questo si verificarono altri tentativi. Il più noto è quello dei Fratelli Bandiera, italiani appartenenti alla marina austriaca, che tentarono di sollevare il sud, ma vennero catturati, anche grazie alla popolazione che li riteneva briganti, e fucilati.Monumento a Carlo Cattaneo, protagonista delle Cinque Giornate di Milano

Prima guerra d’indipendenza

Le spinte nazionalistiche portarono a una serie di guerre di indipendenza contro l’Impero austriaco. Nel 1848 si verificarono varie insurrezioni popolari in Europa. Nei domini italiani sottoposti agli austriaci, in particolare si ebbero rivolte a Venezia con la proclamazione della Repubblica di San Marco e Milano (famose appunto le cinque giornate di Milano, che si conclusero il 22 marzo con la vittoria della popolazione locale e l’abbandono da parte del maresciallo austriaco Josef Radetzky della città). Visti i successi ottenuti dalle due città Carlo Alberto di Savoia, sovrano del Regno di Sardegna decise, con l’appoggio bellico di altri stati italiani (Stato della Chiesa, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie), di entrare in azione il 23 marzo dando inizio alla prima guerra di indipendenza italiana.

L’inizio del conflitto fu favorevole agli stati italiani, con varie vittorie, a Pastrengo, la Battaglia di Santa Lucia a Verona, poi Peschiera e Goito. Il ritiro dalla guerra del Papa, che temeva una reazione religiosa austriaca che avrebbe potuto provocare uno scisma, e di Ferdinando II di Borbone, decretò però l’insuccesso della guerra, che si risolse con un nulla di fatto: gli austriaci recuperarono le città perse (l’ultima a cadere fu Venezia nell’agosto 1849) e il 4 agosto Carlo Alberto firmò l’armistizio; fu quindi costretto ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II.Vittorio Emanuele II di Savoia, il primo Re d’Italia di casa Savoia

Seconda guerra d’indipendenza

Nel 1852 divenne primo ministro del Regno Sabaudo Camillo Benso, conte di Cavour, il quale attuò numerose riforme economiche al fine di rendere il regno di Sardegna più moderno, aumentando le ferrovie, ampliando il porto di Genova e favorendo la nascita dell’industria, fino ad allora inesistente nel Paese. Nel 1855 il Regno di Sardegna, sotto indicazione di Cavour, partecipò alla guerra di Crimea, inviando 18.000 uomini. Questa partecipazione permise al regno sabaudo di essere presente al congresso di Parigi l’anno seguente dove il primo ministro attaccò il comportamento austriaco e si creò simpatie tra inglesi, francesi e prussiani. Ricevuti pareri favorevoli all’azione da Napoleone III, nel 1858 i due strinsero un accordo segreto a Plombières, con il quale i francesi avrebbero sostenuto i Savoia in caso di attacco austriaco a patto che fossero gli austriaci ad attaccare: se i Piemontesi avessero conquistato Lombardia e Veneto, in cambio avrebbero ceduto alla Francia la Savoia e Nizza.

Adottando un comportamento provocatorio nei confronti degli austriaci Cavour riuscì nell’intento di farsi dichiarare guerra, dando inizio alla seconda guerra di indipendenza italiana, che iniziò il 29 aprile 1859. Dopo alcuni iniziali successi austriaci, la guerra volse in favore del Piemonte, che fu vittorioso, grazie al sostegno di Napoleone III, a Montebello (20 maggio), Palestro (30 maggio), Turbigo, Magenta e Milano (5 giugno), occupando così la Lombardia. Proprio quando il Piemonte si stava accingendo a occupare il Veneto, tuttavia, Napoleone III cominciò le trattative, a insaputa dei piemontesi, che terminarono con la cessione della Lombardia. Gli accordi di Plombières prevedevano però anche la conquista del Veneto e Cavour, deluso, dovette comunque cedere, provocando varie proteste, Savoia e Nizza. Terminata la seconda guerra di indipendenza il granducato di Toscana, i ducati di Parma e Modena e la Romagna pontificia, vollero unirsi allo Stato sabaudo. Il Regno di Sardegna comprendeva a questo punto i territori delle attuali regioni Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna, mentre rimanevano esclusi quelli di Marche, Umbria e Lazio, sottoposti al dominio pontificio, oltre al sud borbonico e al Triveneto.

Spedizione dei Mille e nascita del regno d’Italia

Nel 1860 venne organizzata la spedizione dei Mille, guidata da Giuseppe Garibaldi. Partiti da Quarto il 5 maggio, sbarcarono l’11 a Marsala. Mentre Garibaldi, insieme ai picciotti siciliani conquistava l’isola, nella parte continentale del Regno delle due Sicilie il Comitato per l’Unità Nazionale di Napoli preparava la strada alla conquista della capitale: il 18 agosto dello stesso anno, con l’insurrezione di Potenza, la Basilicata, guidata dal governo prodittatoriale di Giacinto Albini, dichiarò la sua annessione al Regno d’Italia. Il giorno seguente Garibaldi passò lo stretto di Messina. Il 7 settembre Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli, abbandonata dal re Francesco II di Borbone in favore di Gaeta. La sconfitta finale dei borbonici avvenne sul Volturno il 1º ottobre 1860. Il 21 ottobre si tennero i plebisciti che decretarono l’annessione dei territori del Regno delle Due Sicilie al Regno Sabaudo.

Il parlamento sabaudo decise allora di proclamare il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia, estendendo lo statuto albertino a tutto il Regno e consegnando la corona a Vittorio Emanuele II e ai suoi eredi. Nell’occasione Cavour scriveva:

«La legalità costituzionale ha consacrato l’opera di giustizia e riparazione che ha restituito l’Italia a se stessa. A partire da questo giorno, l’Italia afferma a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere indipendente e libera […] l’Italia lo proclama solennemente oggi.»
(Cavour, da una lettera a Vittorio Emanuele Taparelli d’Azeglio, 17 marzo 1861[64])

Per completare l’unità tuttavia mancavano ancora Veneto, Friuli, Venezia Giulia, Trentino e Lazio.

Terza guerra di indipendenza

Per conquistare Veneto e Friuli, nel 1866, il Regno d’Italia dichiarò guerra all’Austria alleandosi con la Prussia e dando così inizio alla terza guerra di indipendenza. Le sconfitte però furono molte, le più famose a Custoza e Lissa. Gli unici successi vennero ottenuti da Garibaldi in Trentino. La vittoria prussiana, però, fu d’aiuto all’Italia, che ricevette dalla Francia (che, a sua volta, aveva ottenuto dalla Prussia grazie alla vittoria di quest’ultima sull’Austria a Sadowa) il Veneto e il Friuli.

Mancava ancora Roma e per due volte Giuseppe Garibaldi ne tentò la conquista con i suoi volontari: nel 1862 e nel 1867, venendo fermato nel primo caso dalle truppe italiane, nel secondo dall’esercito francese, che anche nel 1862 aveva costretto l’esercito regio a intervenire. La caduta del secondo impero francese, conseguenza della vittoria prussiana nella guerra franco-prussiana, tolse al papato la protezione di Napoleone III, detronizzato, e permise alle forze italiane di espugnare Roma il 20 settembre 1870, in seguito alla Breccia di Porta Pia. Ciò determinò tuttavia una profonda frattura tra Stato italiano e Chiesa, formalmente sanatasi poi con i Patti Lateranensi del 1929.

Storia d’Italia dall’unità a oggi

L’Italia liberale (1861-1914)

Il Regno d’Italia (1861-1946) nacque nel 1861 dopo l’esito della seconda guerra di indipendenza e dopo i plebisciti degli altri territori conquistati. Con la prima convocazione del Parlamento italiano del 18 febbraio 1861 e la successiva proclamazione del 17 marzo, Vittorio Emanuele II fu il primo re d’Italia (1861-1878). La popolazione, rispetto all’originario Regno di Sardegna, quintuplicò. Istituzionalmente e giuridicamente, il Regno d’Italia venne configurandosi come un ingrandimento del Regno di Sardegna. Ciò, e anche l’aver a modello la struttura della Francia, comportò quella che viene chiamata la piemontesizzazione del Paese e un assetto fortemente accentrato, tanto che lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha dichiarato che oggi occorre «superare il vizio di origine del centralismo statale di impronta piemontese».

Il neonato Stato, una monarchia costituzionale, si ritrovò, fin dai primi tempi, a tentare di risolvere problemi di standardizzazione delle leggi, di mancanza di risorse a causa delle casse statali vuote per le spese belliche, di creazione di una moneta unica per tutta la penisola e più in generale problemi di gestione per tutte le terre improvvisamente acquisite. A questi problemi, se ne aggiungevano altri, come ad esempio l’analfabetismo, affrontato con l’estensione della Legge Casati, e la povertà diffusa, nonché la mancanza di infrastrutture. La questione che tenne banco nei primi anni della riunificazione d’Italia fu la questione meridionale e il brigantaggio delle regioni meridionali (soprattutto tra il 1861 e il 1865). Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall’ostilità della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato, ostilità che si sarebbe rafforzata dopo il 1870 e la presa di Roma (questione romana).

La Destra storica

La Destra storica, composta principalmente dall’alta borghesia e dai proprietari terrieri, formò il nuovo governo, che ebbe come primi obiettivi il completamento dell’unificazione nazionale, la costruzione del nuovo Stato e il risanamento finanziario mediante nuove tasse che produssero scontento popolare e accentuarono il brigantaggio, represso con la forza. In politica estera, la Destra storica mantenne la tradizionale alleanza con la Francia, anche se le due nazioni si scontrarono in diverse questioni, prime fra tutte: l’annessione del Veneto e la presa di Roma. Nel 1876 il governo, guidato da Marco Minghetti, venne esautorato per la prima volta non per autorità regia, bensì dal Parlamento (rivoluzione parlamentare). Ebbe così inizio l’epoca della Sinistra storica, guidata da Agostino Depretis. Finiva un’epoca: solo pochi anni dopo, Vittorio Emanuele II morì, e sul trono gli successe Umberto I.

La Sinistra storica

La Sinistra abbandonò l’obiettivo del pareggio di bilancio e avviò delle politiche di democratizzazione e ammodernamento del paese, investendo nell’istruzione pubblica e allargando il suffragio, nonché avviando una politica protezionistica di investimenti in infrastrutture e sviluppo dell’industria nazionale coll’intervento diretto dello Stato nell’economia. Per ciò che concerne la politica estera, Depretis, abbandonò l’alleanza con la Francia, a causa della conquista da parte dello Stato d’oltralpe della Tunisia. L’Italia entrò quindi nella Triplice Alleanza, alleandosi con la Germania e l’Impero Austro-Ungarico. Favorì lo sviluppo del colonialismo italiano, innanzitutto con l’occupazione di Massaua in Eritrea.

Dal 1901 al 1914 la storia e la politica italiana fu fortemente influenzata dai governi guidati da Giovanni Giolitti.

L’epoca giolittiana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Età giolittiana.

Giolitti, come neo-presidente del Consiglio si trovò a dover affrontare, prima di tutto, l’ondata di diffuso malcontento che la politica Crispina aveva provocato con l’aumento dei prezzi. Ed è con questo primo confronto con le parti sociali che si evidenziò la ventata di novità che Giolitti portò nel panorama politico a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Non più repressione autoritaria, bensì accettazione delle proteste e quindi degli scioperi, purché non violenti né politici, con lo scopo (riuscito) di portare i socialisti nell’arco parlamentare.

Gli interventi più importanti di Giolitti furono la legislazione sociale e sul lavoro, il suffragio universale maschile, la nazionalizzazione delle ferrovie e delle assicurazioni, la riduzione del debito statale, lo sviluppo delle infrastrutture e dell’industria. In politica estera, ci fu il riavvicinamento dell’Italia alla Triplice intesa di FranciaRegno Unito e Russia. Fu continuata la politica coloniale nel Corno d’Africa, e dopo la guerra italo-turca, furono occupate Libia e Dodecaneso. Giolitti fallì nel suo tentativo di arginare il nazionalismo come avevano costituzionalizzato i socialisti, e non riuscì quindi a impedire l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale e quindi l’ascesa del fascismo.

L’avventura coloniale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Colonialismo italiano.

L’inizio del regno vide l’Italia impegnata in una serie di attività alla ricerca di espansione coloniale in AfricaUmberto IRe d’Italia dal 1878 al 1900

Il Corno d’Africa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campagna d’Africa orientaleColonia eritrea e Somalia italiana.

Nel novembre 1869 il padre lazzarista Giuseppe Sapeto avviò le trattative per l’acquisto della Baia di Assab con l’appoggio dei governi di sinistra di Depretis e della compagnia privata di Raffaele Rubattino, queste si conclusero solamente nel 1882 rallentate delle contestazioni del governo egiziano, che rivendicava a sua volta il possesso della baia.

Al ritiro degli egiziani dal Corno d’Africa nel 1884, i diplomatici italiani strinsero un accordo con la Gran Bretagna per l’occupazione del porto di Massaua che assieme ad Assab formò i cosiddetti possedimenti italiani nel mar Rosso che dal 1890 assunsero la denominazione ufficiale di Colonia Eritrea. L’interesse coloniale proseguì durante i governi di Francesco Crispi e la città di Massaua diventò il punto di partenza per un progetto mirato al controllo del Corno d’Africa.

Attraverso i commercianti e gli studiosi italiani che frequentavano la zona, già dagli anni sessanta, l’Italia aveva cercato di penetrare all’interno dell’Etiopia (all’epoca retta dal Negus Neghesti (Re dei Re, cioè Imperatore) Giovanni IV, ma con la presenza di uno Stato relativamente autonomo nei territori del sud, retto da Menelik II), cercando di dividere i due Negus. Nel 1889 l’Italia ottenne, tramite un accordo del Console italiano di Aden con i Sultani che governavano la zona, i protettorati su Obbia e su Migiurtinia. Nel 1892 il Sultano di Zanzibar concesse in affitto i porti del Benadir (fra cui Mogadiscio e Brava) alla società commerciale “Filonardi”. Il Benadir, sebbene gestito da una società privata, fu sfruttato dal Regno d’Italia come base di partenza per delle spedizioni esplorative verso le foci del Giuba e dell’Omo, e per ottenere il protettorato sulla città di Lugh.

A seguito della sconfitta e della morte dell’Imperatore Giovanni IV in una guerra contro i dervisci sudanesi (1889), l’esercito italiano occupò parte dell’altopiano etiopico, compresa la città di Asmara, sulla base di precedenti accordi fatti con Menelik il quale, con la morte del rivale, era riuscito a farsi riconoscere Negus Neghesti. Con il trattato che seguì, Menelik accettò la presenza degli italiani sull’altopiano etiope e riconobbe nell’Italia l’interlocutore privilegiato con gli altri paesi europei. Quest’ultimo riconoscimento fu interpretato dagli italiani come l’accettazione di un protettorato e negli anni seguenti sarà fonte di discordie fra i due paesi.

La politica di progressiva conquista dell’Etiopia si concluse con la campagna d’Africa Orientale (18951896) terminata con la pesante sconfitta nella battaglia di Adua (1º marzo 1896), uno dei pochi successi della resistenza africana al colonialismo europeo del XIX secolo. Dopo questa sconfitta la politica coloniale nel Corno d’Africa continuò con il protettorato sulla Somalia, dichiarata colonia nel 1905.



Categorie:F10.02- Ottocento

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