Archeologia cristiana

L’archeologia cristiana è quella branca della scienza dell’antichità che ha come oggetto di ricerca lo studio delle testimonianze materiali del primo cristianesimo, non ristretto ai singoli “monumenti”, ma esteso a tutto ciò che è comunque connesso con la vita delle più antiche comunità cristiane, ad esempio all’urbanistica (studio della metamorfosi delle città “classiche” a seguito dell’inserimento nel tessuto più antico degli edifici di culto) e all’habitat rurale (studio degli insediamenti originati da monasteri e chiese plebane, con le conseguenti implicazioni di natura socioeconomica).

Per tali motivi l’archeologia cristiana non può prescindere dal quadro generale della Tarda Antichità, di cui l’archeologia del Tardo Impero indaga la costante “classica” e “pagana”; inoltre, come ogni disciplina storica, si avvale per le proprie ricerche dei risultati conseguiti dalle altre branche della scienza dell’antichità (in particolare dall’archeologia classica, dalla giudaica e dall’iranica, dalla topografia storica, dalla storia della Chiesa, dalla patristica e dalla liturgia).

Questa definizione dell’archeologia cristiana scaturisce dalle scoperte e dalle discussioni degli ultimi decenni, che hanno consentito di superare alcuni preconcetti (che tuttavia ancora sopravvivono in taluni), il più grave dei quali è stato l’interesse di natura confessionale e apologetica per i monumenti dell’antico cristianesimo, il cui studio è stato ritenuto un semplice “sussidio della teologia storica” (C.M. Kaufmann) o della storia della Chiesa, con ciò negando all’archeologia cristiana il carattere di disciplina storica e limitandone il compito a quello più modesto e strettamente filologico di “raccolta di documenti per servire alla storia”.

La peggiore sventura dell’archeologia cristiana, ha osservato Th. Klauser, è stata quella di separarsi dall’archeologia dell’antichità “classica”, divenendo così dominio pressoché esclusivo dei teologi. Quasi corollario di una siffatta interpretazione dei fini della disciplina, la totale chiusura, che oggi appare impossibile, nei riguardi dei monumenti profani. Perdurando i malintesi terminologici, dobbiamo anche ricordare, infine, che la storia dell’arte cristiana è cosa diversa dall’archeologia cristiana, essendo la storia dell’arte “soltanto una parte, per quanto essenziale e precipua, dell’archeologia” (G.E. Rizzo).

Ancora dibattuta è la questione dei limiti cronologici della disciplina. Per la data iniziale si può indicare con certezza, allo stato delle conoscenze, il secondo quarto del II sec. d.C., risalendo a questo periodo l’edicola sulla tomba di S. Pietro scoperta a Roma nella necropoli vaticana. Per la data finale sono state formulate varie proposte: G.B. De Rossi (seguito da F.X. Kraus, dagli allievi e dagli studiosi della “scuola romana”) indicò il 604, anno della morte del pontefice Gregorio Magno, la cui scomparsa segnò, secondo un’opinione che riscuote larghi consensi, la fine del mondo antico in Occidente, mentre in Oriente si spegneva l’eco dell'”età aurea” di Giustiniano; il VII secolo fu proposto da E. Le Blant, sulle risultanze delle sue ricerche in Gallia; l’VIII secolo (con varie partizioni interne: 726, inizio della lotta iconoclastica; 768 o 800, ascesa al trono o incoronazione imperiale di Carlo Magno) da vari studiosi, tra i quali R. Garrucci, che conclude però la sua Storia con il trattato di Verdun (843) e la morte del papa Gregorio IV (844).

La difficoltà di trovare un punto di orientamento valido discende dalle differenti realtà che caratterizzano la storia dei territori gravitanti attorno al Mediterraneo in età tardoantica. Va piuttosto ricercata una data con valenza simbolica. A nostro parere è durante il regno di Giustiniano che accadono due episodi i quali possono essere assunti appunto a simbolo per indicare la fine del periodo storico che vide coesistere “il volto della sera e del mattino” (F. Altheim): la chiusura della Scuola di Atene, ultimo focolaio della cultura classica, nel 529 e la consacrazione della chiesa costantinopolitana di S. Sofia, monumento al cristianesimo trionfante, nel 562.

Diversamente motivata, la proposta ripete quella di G. Rodenwaldt (1886-1945), seguita dalla maggioranza degli studiosi “classici”, il quale indicò nel settimo decennio del VI secolo il termine ultimo della Tarda Antichità in Occidente (in Oriente un po’ più a lungo). Il Medioevo, che avrà caratteri romano-cristiani in Occidente e bizantini in Oriente, conclude l’era vetero-cristiana. L’epoca umanistico-rinascimentale, con la riscoperta dell’antico, richiamò l’attenzione degli eruditi anche sulle antichità cristiane ed ebbero inizio la visita e lo studio dei monumenti (chiese e catacombe): ma Ciriaco d’Ancona (1391-1452), Flavio Biondo (1392-1463) e Pomponio Leto (1428-1497), di cui soprattutto si fanno i nomi, non indagarono i monumenti cristiani dell’Oriente o dell’Occidente in quanto tali, ma quali “classi” di monumenti dell’antichità.

Un interesse specifico per le antiquitates cristiane cominciò a delinearsi soltanto dopo la Riforma e la Controriforma. Enorme importanza per gli studi di storia ecclesiastica ebbe la pubblicazione dell’Ecclesiastica historia integram ecclesiae Christi ideam secundum singulas centurias perspicuo ordine complectens, più nota col nome di Centurie di Magdeburgo (1559-74), dovuta a Mattia Flacio Illirico (1520-1575) e collaboratori.

L’opera di ispirazione cattolica più notevole che a quella si oppose furono i monumentali Annali ecclesiastici (1588- 1607) del cardinale C. Baronio (1538-1607), entrato a far parte della Congregazione dell’Oratorio, fondata (1575) a Roma nella parrocchiale di S. Maria della Vallicella, poi (1588) sostituita dalla Chiesa Nuova da s. Filippo Neri, il quale conobbe e frequentò la catacomba di S. Sebastiano per pratiche di pietà. La Congregazione fu il centro propulsore per lo studio delle memorie dei martiri e della storia ecclesiastica.

Già in precedenza (1568) O. Panvinio (1530-1568), nel trattatello De ritu sepeliendi mortuos apud veteres christianorum et de eorundem coemeteriis liber, aveva composto una lista di catacombe romane elencate pressoché esclusivamente sulla base delle fonti letterarie. Anche il Baronio, pur citando e facendo riprodurre nella sua opera monumenti paleocristiani, ebbe di essi soprattutto una conoscenza libresca, nonostante l’eco suscitata, non soltanto nell’ambiente romano, dalla casuale scoperta (1578) della catacomba della Vigna Sanchez, sulla via Salaria, di cui pur parla negli Annali. Furono invece il fiammingo P. van der Winghe (m. 1592) e lo spagnolo A. Chacón (Ciacconius, 1540-1599) a iniziare la riproduzione sistematica delle opere in essa ritrovate.

Formatosi nel clima spirituale dell’Oratorio ed esortato da P. Ugonio, nel 1593 A. Bosio (1575-1629) dette inizio all’esplorazione sistematica delle catacombe romane, accompagnata dallo studio delle fonti e dalla ricerca archivistica, dandone una descrizione autoptica e illustrando tutte le opere in esse rinvenute: avendo introdotto nella ricerca un metodo scientifico, egli può quindi essere considerato il fondatore dell’archeologia cristiana, alla quale conferì peraltro pure quel carattere di strumento ausiliario della storia della Chiesa che ne avrebbe condizionato lo sviluppo per circa tre secoli. Il Bosio non arrivò a pubblicare i risultati delle proprie ricerche. La Roma sotterranea, che per l’interesse suscitato ebbe traduzioni e ristampe, apparve postuma nel 1632-34 a cura dell’oratoriano G. Severano (1562-1640), autore di un volume sulle Memorie sacre delle sette chiese di Roma (1630), il quale la integrò con una parte dedicata all’iconografia e al simbolismo, accentuandone il carattere apologetico.

Già nel 1605 un amico del Bosio, J. l’Heureux (Macarius, 1551-1614), si era interessato alle scoperte cimiteriali, predisponendo per la stampa gli Hagioglypta sive picturae et sculpturae sacrae antiquiores, editi postumi nel 1856: questo saggio, con gli additamenta del Severano alla Roma sotterranea, dette l’avvio agli studi di iconografia, che più e meglio di quelli dei cimiteri si prestavano alle dispute confessionali e che conseguentemente caratterizzarono per due secoli la ricerca. Dai cattolici G. Paleotti (1522-1597) e I. Molanus (1533-1585) ai protestanti F. Sponheim (m. 1701) e J. Bingham (1668-1723), del quale vanno ricordate le Origines ecclesiasticae or the Antiquities of the Christian Church (1707-22), teologi e controversisti ignorarono il Bosio, dal cui insegnamento non trassero profitto neppure gli antiquari romani anche dopo che il saccheggio delle catacombe per la ricerca dei corpi dei martiri indusse Clemente X ad istituire nel 1672 l’Ufficio del Custode delle SS. Reliquie e dei Cimiteri. Il custode R. Fabretti (1618-1700), epigrafista, riservò la propria attenzione alle iscrizioni pagane e cristiane; M. Boldetti (1663-1749) sembrò proseguire l’opera del Bosio con le sue Osservazioni sopra i cimiterj de’ santi martiri ed antichi cristiani di Roma e di altri simili, che in varie parti del mondo si trovano (1720), ma la monografia ‒ che pure interessa per la vasta raccolta di materiali, non ristretta a Roma (è menzionata, ad es., la catacomba siracusana di S. Giovanni) ‒ è priva della perizia che caratterizza quella del Bosio e si intrattiene piuttosto sulle reliquie dei santi; né da questa doveva discostarsi molto lo studio del collaboratore del Boldetti, e suo successore nella carica di custode, G. Marangoni (1673-1753), il cui manoscritto andò perduto nel 1737 per un incendio. In sintonia con questi scritti, dal punto di vista critico, è la ristampa delle sole lastre di rame fatte incidere dal Bosio per la Roma sotterranea, curata da G.G. Bottari (1689-1775) per incarico di Clemente XII: le Sculture e pitture sacre estratte dai cimiteri di Roma furono pubblicate in tre volumi in folio nel 1737-54.

Rigore storico hanno invece gli scritti di J. Mabillon (1632-1707) e di L.A. Muratori (1672-1750): del primo, dal punto di vista monumentale, è di particolare interesse il Museum italicum (1687) per le molte notizie di chiese e di cimiteri romani e napoletani e, dal punto di vista critico, l’Ad Theophilum Gallum epistola de cultu sanctorum ignotorum (1698), sul problema, dibattuto per quasi tre secoli, dei segni di riconoscimento dei sepolcri dei santi, discusso nelle Antiquitates italicae (1741) pure dal Muratori, del quale vanno altresì ricordati la De sacrarum basilicarum apud christianos origine et appellatione disquisitio (1709) e il Novus thesaurus veterum inscriptionum (1738-42).

La prima metà del XIX secolo vide risorgere l’interesse critico per i monumenti cristiani da parte di studiosi tanto di formazione classica che cristiana (E. Platner, C.K.J. von Bunsen, D. Raoul-Rochette, C.O.F. Clarac) ed estenderlo ai monumenti fuori di Roma (ad es. le catacombe di Napoli furono studiate da C.F. Bellermann, 1839; le chiese di Ravenna da F. von Quast, 1842): se molti studi hanno limiti dovuti al mancato esame diretto dei monumenti indagati, tuttavia alcune intuizioni (soprattutto dei classicisti non condizionati da esigenze confessionali e apologetiche) sulla connessione tra arte pagana e cristiana (Raoul-Rochette) e sulla cronologia (F. Piper, cit. da F.W. Deichmann) anticipano di molto conclusioni della ricerca contemporanea. Nello stesso tempo, tanto in Italia e in Francia che in Germania e in Inghilterra, fiorirono gli studi di storia dell’architettura religiosa, quali conseguenza della riscoperta del Medioevo da parte del Romanticismo.

Analogo interesse critico caratterizzò lo studio dei cimiteri paleocristiani di Roma: il merito va attribuito a G. Marchi (1795-1860), che conobbe direttamente le catacombe, dove anche scavò, pubblicando il risultato delle ricerche nei Monumenti delle arti cristiane primitive nella metropoli del cristianesimo (1844-47), opera rimasta incompiuta. Egli fondò inoltre, per incarico ricevuto da Pio IX, il Museo Cristiano Lateranense (1856) e avviò allo studio dei monumenti romani G.B. De Rossi (1822-1894), “fondatore dell’archeologia cristiana” secondo l’autorevole giudizio di Th. Mommsen.

Il De Rossi iniziò ventenne la propria attività, sostenuta da una vastissima conoscenza delle fonti e della letteratura antica e da un’euristica raffinata; oltre che archeologo fu epigrafista espertissimo e pertanto chiamato a collaborare alla redazione del Corpus Inscriptionum Latinarum (1876-95). In precedenza aveva pubblicato il volume I (1861) delle Inscriptiones Christianae Urbis Romae septimo saeculo antiquiores, seguito nel 1888 dalla prima parte del volume II. Subito dopo la pubblicazione del volume I, il De Rossi intraprese quella del periodico Bullettino di Archeologia Cristiana (1863-94), da lui diretto e di fatto interamente scritto.

L’anno successivo (1864) apparve il volume I de La Roma sotterranea cristiana, seguito da altri due tomi (1867 e 1877): l’opera, pur se incompiuta, è quella che più delle altre contribuì a conferire dignità scientifica all’archeologia cristiana. Fermi restando i grandi meriti acquisiti, va notato che l’opera dello studioso romano fu condizionata dal clima di “restaurazione cattolica”, propria della cultura romana del suo tempo e culminata nel Concilio Vaticano I (anacronisticamente di recente si è parlato di “antimodernismo”): ciò gli precluse di trascendere la mera tecnica e di passare dall’euristica all’ermeneutica quando toccò temi teologicodogmatici. Lo stesso anno della morte del grande archeologo, per iniziativa di F. Bulić (1846-1934), studioso croato formatosi a Vienna ma legato al De Rossi, si tenne a Spalato il I Congresso Internazionale di Archeologia Cristiana (i congressi successivi furono organizzati, dopo la sua costituzione, dal Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana), il quale segnò da un lato il riconoscimento ufficiale della validità del nuovo metodo di ricerca archeologica nei cimiteri paleocristiani e caratterizzò sino almeno al secondo dopoguerra, pure ideologicamente, l’attività della cosiddetta “scuola romana” e di quanti, anche stranieri, ad essa idealmente si rifecero, ma dall’altro determinò una spaccatura con gli studiosi che colsero le novità metodologiche soprattutto, anche se non esclusivamente, della Scuola di Vienna. Per celebrare il centenario dell’accadimento (1994), il XIII Congresso si è tenuto di nuovo a Spalato. Nacque alla fama del napoletano R. Garrucci (1812-1885), trasferitosi a Roma dopo il ’48, essere stato un coetaneo del De Rossi: buon archeologo e numismatico, aperto al mondo classico, con interessi estesi a tutta l’Italia meridionale, va qui ricordato per l’importante Storia dell’arte cristiana nei primi otto secoli della Chiesa, in sei volumi (1873-81), vasta sintesi, tuttora consultata, delle opere paleocristiane d’arte e di artigianato.

Di esse il Garrucci ricercò non l’individua esteticità o lo stile epocale, ma il significato simbolico e allegorico delle figurazioni in base alla letteratura patristica, con ciò riallacciandosi alla tradizione degli studi iconografici dei secoli precedenti. Le ricerche del De Rossi furono seguite con estremo interesse pure all’estero. Sulle orme dello studioso italiano operarono tra gli altri, con maggiore o minore autonomia, i francesi J.-A. Martigny (1808-1880), autore di un Dictionnaire des antiquités chrétiennes (1865, 18893) e curatore dell’edizione francese del Bullettino derossiano, e E.-F. Le Blant (1818-1897), autore di apprezzati saggi sui sarcofagi paleocristiani della Gallia e valido epigrafista; inoltre i tedeschi A. De Wahl (1836-1917), fondatore dei periodici Römische Quartalschrift (dal 1887) e Oriens christianus (dal 1901) e F.X. Kraus (1840-1901), al quale si debbono tra l’altro una Real-Encyklopädie der christlichen Altertümer (1882-86) e una Geschichte der christlichen Kunst (1896-97). Tre italiani allievi del De Rossi ‒ M. Armellini (1852-1896), E. Stevenson (1854-1898) ed O. Marucchi (1852-1931) ‒ affiancarono e si sforzarono di proseguire l’opera del maestro anche sul piano editoriale, dando vita al Nuovo Bullettino di Archeologia Cristiana (1895-1922) e a due fascicoli di una nuova serie della Roma sotterranea cristiana (1909 e 1914), redatti questi dal Marucchi (autore di un volume su Le catacombe romane [1905, 1933²]), il quale, per sua stessa ammissione, fece opera di “divulgazione della scienza archeologica e sopra tutto delle antichità cristiane”.

Frutti più maturi dettero due allievi stranieri, il lussemburghese J.P. Kirsch (1861-1941), che studiò edifici di culto paleocristiani e documenti sui martiri e fu il primo rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana (fondato nel 1925 da Pio XI con un motuproprio che riorganizzò anche la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra), e il tedesco J. Wilpert (1857-1944), il quale ha lasciato una ricca serie di contributi: Die Malereien der Katakomben Roms (1903); Die römischen Mosaiken und Malereien der kirchlichen Bauten vom 4. bis 13. Jahrh. (1916); I sarcofagi cristiani antichi (1929). Eccellenti raccolte di materiali, di queste opere, per il particolare taglio apologetico dato all’indagine iconografica e iconologica, è stato detto che “potevano considerarsi superate già al momento della pubblicazione” (H. Brandenburg).

Fuori da Roma la ricerca archeologica nella seconda metà del XIX secolo e nel primo ventennio del successivo andò oltre lo studio delle catacombe, affrontando in particolare quello dell’architettura: esemplare fu in questo senso la monografia di W. Salzenberg, Altchristliche Baudenkmale von Konstantinopel (1857), che dette l’avvio alle ricerche nell’area orientale dell’Impero romano e a precoci sintesi (Ch. Texier – O.P. Pullan, Architecture byzantine, 1864-65); ma le conoscenze più gravide di sviluppi futuri furono dovute ai resoconti di viaggiatori illuminati, membri generalmente del corpo diplomatico inviati nei territori dell’impero ottomano dalle potenze europee. Ricordiamo J.G. Wetzstein (Reise durch den Hauran und die Trachonen, 1860) e il visconte E.-M. de Vogüé (l’insostituibile Les églises de la Terre Sainte, 1860, e Voyages au pays du passé: Syrie, Palestine, Mont Athos, 1876), più tardi seguiti da studiosi aggregati a missioni archeologiche come H.C. Butler (i risultati della ricerca furono editi nel postumo Early Churches in Syria, 1929) o B.W.M. Ramsay e G.L. Bell (The Thousand and One Churches, 1909).

Una decisa accelerazione alla ricerca archeologica fu impressa nel decennio 1893-1902 da un gruppo di storici dell’arte: Die Wiener Genesis (1895, in collaborazione col filologo W.R. von Hartel; ristampato autonomamente nel 1912 col titolo Römische Kunst) dell’austriaco F. Wickhoff (1853-1909) affermò l’originalità del linguaggio artistico romano, a cui riallacciò le espressioni pittoriche cristiane; A. Riegl (1858-1905), anch’egli appartenente alla cosiddetta Scuola di Vienna e già noto per la memoria Stilfragen, Grundlegung zu einer Geschichte der Ornamentik del 1893, con il volume Die spätrömische Kunstindustrie nach den Funden in Österreich-Ungarn, la prima parte edita nel 1901, tracciò una geniale sintesi dell’arte tardoantica. Lo stesso anno apparve Orient oder Rom (con il sottotitolo Contributi alla storia dell’arte tardoantica e paleocristiana) dello studioso, anch’egli austriaco, J. Strzygowski (1862-1941), il quale sostenne che la formazione dell’antica arte cristiana andava ricercata in Oriente. Contemporaneamente (1900-1901), il russo D.V. Ainalov (1862-1939) affermò il ruolo determinante dell’ellenismo orientale nella formazione del Tardoantico in Ellenističeskie osnovy vizantiiskogo iskusstva (nell’edizione inglese del 1961: The Hellenistic Origins of Byzantine Art), tesi già sostenuta da Ch. Bayet nelle sue Recherches pour servir à l’histoire de la peinture et la sculpture en Orient (1879). Gli autori, sui quali emerge A. Riegl per rigore storico-filologico, e le opere accennati restano ancora oggi al centro del dibattito storiografico. Contributi quali, ad esempio, Christliche Antike (1906-1909) di L. von Sybel, il quale poté sostenere l’identità formale delle opere pagane e cristiane coeve, oppure Römische Wandmalereien vom Untergang Pompejis bis an das Ende der 3. Jh. (1934) di F. Wirth, che datò le più antiche pitture cimiteriali cristiane al III secolo, sono frutti maturi del profondo rinnovamento degli studi verificatosi nel decennio suddetto.

Tra l’ultimo ventennio del XIX secolo e gli anni Trenta del successivo, e più ancora nel secondo dopoguerra, opere di scavo, ricerche tematiche e contributi vari non hanno illustrato soltanto catacombe ed edifici di culto, ma si sono estesi alle arti figurative e suntuarie e all’artigianato dimostrando quanto vasto sia il patrimonio monumentale trasmesso dall’antichità e come variamente si articoli, ponendo sempre nuovi problemi ed illanguidendo la visione romanocentrica predominante sino all’ultimo quarto dell’Ottocento. Scavi e ricerche hanno portato alla scoperta di monumenti cristiani ed ereticali non solo in siti come Hira (Iraq) e l’isola di Kharg (Iran), ma anche ad Aksum (Etiopia) e persino a Qocho, in Serindia (Turkestan cinese). Di particolare rilievo sotto il profilo storico e artistico è stato, a datare dalla fine del 1931, lo scavo della città di Dura-Europos (Siria) che ha posto in luce la più antica domus ecclesiae cristiana e una sinagoga ebraica, entrambe con pitture, di data anteriore al 250-260. Basti qui dire che ogni aspetto della vita cristiana antica è stato oggetto di ricerche, in molti casi pregevoli, dallo studio del territorio, dell’urbanistica e dell’architettura, alle arti figurative, all’iconografia e all’epigrafia; né sono mancate ovviamente accurate ricerche nelle catacombe di Roma e delle altre regioni dell’orbis christianus antiquus (particolarmente importanti quelle di U.M. Fasola a Napoli). Anche gli studiosi italiani hanno dato il loro contributo con scavi in Libia (P. Romanelli [1889-1981], R. Bartoccini [1893- 1963], G. Caputo [1901-1992] e B.M. Apollonj Ghetti [1905- 1989] nel primo dopoguerra, A. Di Vita nel secondo) e con ricerche nel Medio Oriente (U. Monneret de Villard [1881- 1954]). Ma la scoperta che ha avuto maggiore eco e roventi polemiche per i problemi che ha posto è stata quella condotta a Roma nel 1940-49 sotto la basilica di S. Pietro da B.M. Apollonj Ghetti, A. Ferrua, E. Josi (1885-1975) e E. Kirschbaum (1902-1970). Né minore eco, per le straordinarie pitture conservate, ha avuto, sempre a Roma, il ritrovamento (1955) dell’ipogeo anonimo di via Dino Compagni. Un utile punto di riferimento dei lavori condotti dagli studiosi italiani è offerto oggi dagli Atti dei Congressi Nazionali di Archeologia Cristiana. Nel 1929 appariva il saggio di W. Weber su Römische Kaisergeschichte und Kirchengeschichte, nel quale lo storico berlinese respingeva la distinzione, da lui definita “eusebiana”, tra storia dell’Impero e storia della Chiesa, formulando così in modo corretto il problema della storia della Tarda Antichità. Ciò vale pure per la ricerca archeologica, purché non si fraintenda il problema sino a negare legittimità scientifica all’archeologia cristiana, come accade a taluni, misconoscendo il peso dell’ideologia cristiana nella formazione della Tarda Antichità e privilegiando quindi i monumenti “pagani” e/o “imperiali”, oppure negando il concetto stesso di Tarda Antichità e teorizzando la nascita dell’archeologia medievale già nell’età dei Severi (193- 235 d.C.). Non sembra che possano esistere ragionevoli dubbi sulla legittimità di una Kirchenarchäologie intesa quale branca specialistica dell’archeologia tardoantica, tanto per talune classi di monumenti (ad es., le catacombe e gli edifici di culto), quanto per il tipo di fonti di cui si avvale, ferma restando l’esigenza di uno stretto legame con l’archeologia e con la storia dell’arte “profane” coeve, come hanno dimostrato le ricerche di F.J. Dölger (1879-1940), di A. Alföldi (1895-1981) e di A. Grabar (1896-1992) e quelle di H.P. L’Orange (1903- 1993), il quale poté attribuire i rilievi costantiniani dell’Arco di Costantino a Roma alla stessa officina che lavorò sarcofagi paleocristiani.

Bibliografia

F.X. Kraus, Über Begriff, Umfang, Geschichte der christlichen Archäologie, Freiburg im Br. 1879;

O. Marucchi, Éléments d’archéologie chrétienne, Rome – Paris 1905-1909²; H. Leclercq, Manuel d’archéologie chrétienne, Paris 1907;

C.M. Kaufmann, Handbuch der christlichen Archäologie, Paderborn 1922³;

V. Schultze, Grundriss der christlichen Archäologie, Gütersloh 1934²;

R. Aigrain, Archéologie chrétienne, Paris 1941;

G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942;

G. Bovini, Rassegna degli studi sulle catacombe e sui cimiteri “sub divo”, Città del Vaticano 1952;

E. Syndicus, La primitiva arte cristiana, Roma 1962;

A. Grabar, L’arte paleocristiana: 200-395, Milano 1980;

Id., L’età d’oro di Giustiniano, Milano 1980;

P. Testini, Archeologia cristiana, Bari 1980²;

F.W. Deichmann, Archeologia cristiana, Roma 1993;

Ph. Pergola, Le catacombe romane, Roma 1997.

Fonte: https://www.treccani.it/enciclopedia/l-archeologia-cristiana_%28Il-Mondo-dell%27Archeologia%29/



Categorie:Y20.06- Archeologia cristiana

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