Ecomuseo della Pietra leccese

L’Ecomuseo della Pietra Leccese e delle Cave di Cursi, situato all’interno del frantoio Ipogeo di Palazzo De Donno, nasce per valorizzare ed esaltare l’identità naturale, sociale ed artistica del territorio legata alla pietra Leccese e al paesaggio caratterizzato dalla presenza di cave. E’ uno spazio in cui la riflessione sulla cultura materiale della pietra, sui valori legati a questa risorsa ma anche sulle problematiche connesse allo sfruttamento dei siti estrattivi e al riuso di quelli abbandonati, ha coinvolto architetti, designer, artigiani, imprenditori ma anche artisti, musicisti, economisti insieme alle comunità locali. 

Da Cursi infatti, provengono gran parte delle pietre che hanno dato forma alle architetture barocche più belle del Salento.

La sede dell’ecomuseo ospita una galleria di manufatti in pietra progettati da architetti di fama o aziende locali che si dipana anche nel sottostante frantoio ipogeo. Oltre alle visite guidate presso le cave e il centro storico del paese, la struttura propone un video descrittivo del territorio sulle origini, gli aspetti geologici e geomorfologici del paesaggio.

L’Ecomuseo è attualmente coinvolto in importanti iniziative di fruizione e valorizzazione ambientale e culturale degli itinerari nel Parco delle Cave. Sua sezione permanente da ottobre 2015 è la Mostra “Stone Stories. Le pietre di Puglia nell’architettura, nel design, nel paesaggio”, snodata secondo un percorso suggestivo e inusuale progettato dagli architetti Dario Curatolo e Marta Spadaro.

Pietra leccese (Leccisu)

La pietra leccese (in dialetto salentino leccisu) è una roccia calcarea appartenente al gruppo delle calcareniti marnose e risalente al periodo miocenico. È un litotipo tipico della regione salentina, noto soprattutto per la sua facilità di lavorazione.

Questa roccia ha una composizione piuttosto omogenea: l’esame petrografico rivela che è costituita principalmente da carbonato di calcio (CaCO3) sotto forma di granuli di calcare (costituito da microfossili e frammenti di macrofossili di fauna marina, risalenti a circa sei milioni di anni fa) e di cemento calcitico, a cui accessoriamente si possono trovare glauconite, quarzo, vari feldspati e fosfati, oltre a sostanze argillose finemente disperse (caolinite, smectite e clorite), che, nelle diverse miscele, danno origine a differenti qualità della roccia.

La pietra leccese affiora naturalmente dal terreno e si estrae dal sottosuolo in enormi cave a cielo aperto, profonde fino a cinquanta metri e diffuse su tutto il territorio salentino, in particolare nei comuni di Lecce, Corigliano d’Otranto, Melpignano, Cursi e Maglie. Il leccisu viene ricavato in forma di parallelepipedi di varia dimensione; l’estrazione è semplice poiché si lascia incidere facilmente. Durezza e resistenza della pietra, una volta estratta, crescono con il passare del tempo, e nella consolidazione la pietra assume una tonalità di colore ambrato simile a quella del miele.

Di colore dal bianco al giallo paglierino, la roccia si presenta compatta e di grana fine, a differenza del carparo, altro litotipo affine rinvenibile nella stessa zona. Utilizzata sia in campo architettonico che scultoreo, la pietra leccese deve la sua particolare lavorabilità alla presenza di argilla, che permette un modellamento al tornio e persino manuale. Apprezzata in campo artistico, ha raggiunto stima internazionale grazie all’artigianato locale che nel corso dei secoli ha prodotto la complessa architettura del Barocco leccese. Esempi significativi sono i fregi, i capitelli, i pinnacoli e i rosoni che decorano molti dei palazzi e delle chiese di Lecce, come ad esempio il palazzo dei Celestini e l’adiacente Chiesa di Santa Croce, la Chiesa di Santa Chiara e il Duomo.

La natura stessa della pietra la rende molto sensibile all’azione meccanica degli agenti atmosferici, all’umidità di risalita del terreno, alla stagnazione di acqua e allo smog. Per rendere il leccisu più resistente alle intemperie, i maestri scultori dell’epoca barocca usavano trattare la roccia con del latte. Il blocco di pietra leccese veniva spugnato o immerso interamente nel liquido; il lattosio, penetrando all’interno delle porosità, creava uno strato impermeabile che preservava la pietra fino a portarla, quasi inalterata, ai giorni nostri.

Nota sin dall’antichità, nella Terra d’Otranto si ritrovano dolmen, menhir, statue e costruzioni romane fabbricati in leccisu. I suoi primi studi geologici risalgono alla seconda metà del XVI secolo, ma si deve a Gian Battista Brocchi, nel suo studio sulla configurazione geologica salentina (1818), l’identificazione, la prima datazione (fra Secondario e Terziario) e l’origine del nome della pietra leccese. Al suo interno, cavatori e paleontologi hanno rinvenuto fossili rilevanti di cefalopodi, delfini, capodogli, denti di squali, pesci, tartarughe e coccodrilli. Attualmente, l’artigianato della pietra leccese produce souvenir e opere d’arte.



Categorie:O01.01- Pietra e marmo - Stone and marble

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