La fotografia come documento seriale

Maria Teresa Sega,La storia scritta con la luce. La fotografia come fonte

Non c’è dubbio infatti che la fotografia è una forma di conoscenza umana, ma dobbiamo chiederci quale conoscenza. Il paradigma conoscitivo che si basa sulla visione di una realtà frammentata in una quantità di immagini di tipo seriale, che serializzano anche gli avvenimenti sottraendoli a gerarchie di valore, sta sostituendo un paradigma basato sullo scorrere e concatenarsi degli eventi all’interno di una struttura interpretativa unitaria che ne fornisca le chiavi di lettura. Un modello quantitativo-seriale sta sostituendo il modello narrativo dei fatti; ma mentre la narrazione contiene una logica implicita, che è anche la base della formazione temporale, l’avvenimento seriale non ha legami prima-dopo, causa-effetto ricostruibili attraverso operazioni logiche; ciò contribuisce dunque alla perdita di capacità di collegamento e di contestualizzazione dell’avvenimento. Lo scorrere del tempo viene appiattito nell’opposizione prima/dopo, una volta/adesso, dove si perdono di vista le relazioni necessarie per comprendere i cambiamenti e la complessità dei tempi.

La fotografia dunque per essere documento per la storia deve poter essere ricontestualizzata e ricondotta all’interno del processo. Occorre partire dalla sua relatività e poi costruire dei sistemi di relazioni e attivarli con operazioni che permettano di ricavare informazioni il più possibile interrelate e fornire chiavi di lettura; operazioni che riguardano quindi non solo il singolo “testo”, ma il rapporto tra testi diversi e tra testo e contesto. Come per le altre fonti non la singola immagine, ma un insieme di immagini fotografiche è documento per lo storico. E’ nella serie infatti, nell’analisi quantitativa, che si possono cogliere elementi qualitativi relativi al perdurare di convenzionalità e alle loro rotture, ricostruire i tempi dell’immagine e metterli in relazione con i tempi delle durate e dei mutamenti. Per la sua natura di immagine riproducibile all’infinito, per la sua diffusione e popolarità, l’immagine fotografica è fortemente connotata di elementi sociali, collettivi (linguaggio del rito e del mito, del consenso e dell’immaginario, individuale e collettivo), nell’analisi dei quali è il dato quantitativo che produce informazione originale.

Prendiamo, per fare un esempio, la gran quantità di fotografie e cartoline postali con immagini di donne nere nel periodo dell’impresa coloniale italiana in Africa: proprio la quantità permette di rilevare l’uniformità dello sguardo rivolto alla donna nera, la costruzione di stereotipi visivi che poi condizionano il modo stesso di vedere e vivere le cose. Una conferma di questo possiamo trovarla anche negli archivi familiari: in archivi diversi vi sono immagini simili o uguali, per modalità di rappresentazione, che ci danno la misura di come il vissuto individuale sia intessuto di elementi collettivi che rimandano a rituali sociali e a miti generazionali. Molte risposte alle domande emerse dalla lettura della fotografia si trovano dunque al suo esterno, non al suo interno: essa rimanda alle altre fotografie dello stesso genere e della stessa epoca, alla tecnica e all’industria fotografica, ai committenti e ai destinatari.

Raramente un’immagine fotografica contiene tutte le informazioni necessarie a una sua contestualizzazione (data, luogo, autore, occasione, committente). Bisogna ricorrere ad altre fonti, scritte e orali, a testimonianze di persone che, direttamente o indirettamente, hanno una qualche relazione con la fotografia.

Maria Teresa SegaLa storia scritta con la luce. La fotografia come fonte  

http://www.bibliolab.it/labstoria_teoria/fotografie6.htm



Categorie:00E- Storia seriale e quantitativa - Serial and Quantitative History, X20- [LABORATORIO DI ANTROPOLOGIA VISIVA E SONORA]

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