L’arte del califfato abbaside: Ukhaydir, Baghdad, Raqqa e Samarra

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L’arte del califfato abbaside: Ukhaydir, Baghdad, Raqqa e Samarra

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La dinastia califfale araba degli Abbasidi, fu al potere dal 750 al 1258 sull’impero islamico. Discendenti da al- ̔Abbas, zio di Maometto, gli Abbasidi sottrassero il califfato ai rivali Omayyadi, con il sostegno degli Alidi e della fazione sciita e aiutati da elementi militari non arabi, soprattutto persiani, provenienti dalle regioni orientali dell’impero (Khurasan).

Con la definizione di arte degli Abbasidi si intende l’arte prodotta in Mesopotamia da questa dinastia, dalla metà del sec. 8° alla sua caduta, causata dall’invasione mongola nel 1258.

Oltre all’uso del laterizio in architettura con decorazioni di legno intagliato, stucco e pittura, in questo periodo fiorirono anche l’arte della lavorazione dei tessuti, dei metalli, del vetro, della ceramica e l’arte del libro. La perdita di gran parte dell’arte mesopotamica ha indotto gli studiosi a prendere in considerazione la produzione artistica delle province periferiche dell’impero islamico, come riflesso di quanto è andato perduto nelle regioni centrali. Se nel corso del sec. 10° l’arte delle province rifletteva ancora in pieno il gusto e le tecniche proprie del centro dell’impero, in seguito essa acquisí sempre più caratteristiche locali e regionali.

È possibile quindi parlare di un’arte abbaside dell’Iran e dell’Africa settentrionale per quanto riguarda il sec. 9°, ma non per quanto concerne l’11° secolo. Oltretutto poco è noto dell’arte degli A. in Mesopotamia dopo il sec. 10°, quando cioè i califfi persero vaste aree del loro impero, in particolare l’Africa settentrionale e l’Egitto, che caddero sotto il dominio dei principi Buwahidi prima e poi dei Selgiuqidi, le cui basi militari si trovavano sull’altopiano iranico.

Data la scarsità di esempi e le attribuzioni dubbie, diviene sempre più difficile isolare la componente abbaside nell’arte generalmente considerata come prodotto della dinastia iranica dei Buwahidi o in quella della dinastia turca dei Selgiuqidi. L’arte abbaside rappresentò uno sviluppo naturale delle tendenze già presenti nell’arte omayyade e non sembra che i committenti abbasidi cercassero di differenziarsi dal punto di vista artistico rispetto ai loro predecessori, tanto faticosamente spodestati.

L’architettura siriaca si avvaleva dell’elegante tecnica a corsi in pietra, mentre gli edifici omayyadi del sec. 8° (per es. Mshattà, in Giordania, o Khirbat al-Mafjar, a N di Gerico) rivelano il progressivo diffondersi dell’uso di tecniche quali le volte di mattoni e la lavorazione degli stucchi, tradizionalmente associate all’architettura iranica e mesopotamica. Oltretutto una predilezione crescente per i tessuti di seta persiana piuttosto che per quelli di lino e di lana e per gli arredi egiziani era già evidente nel tardo periodo omayyade. Quindi, la conquista del potere da parte degli Abbasidi e il trasferimento della capitale dalla Siria alla Mesopotamia non fece che rafforzare tendenze già manifeste nel periodo omayyade.

Non si conosce praticamente nulla circa le antiche capitali che gli A. eressero a Kūfa e nella regione circostante durante i primi decenni del loro regno, a eccezione del fatto che in una di esse si ergeva un palazzo con la sala del trono sopraelevata.

Alla Mecca, il centro spirituale del mondo islamico, i primi Abbasidi intrapresero un programma di ampliamento e risistemazione dell’area circostante la Ka’ba, che li avrebbe impegnati per molti anni. Essi continuarono a far uso di materiali che gli Omayyadi avevano impiegato per opere importanti, quali i marmi per le colonne, i mosaici per i rivestimenti e le travature di teak per i soffitti. Ciò indica che tali materiali non avevano per gli Abbasidi connotazioni regionali o ideologiche, ma erano piuttosto simboli di lusso.

Madīnat al-Salām (Baghdad)

La prima rottura significativa con le tradizioni artistiche del passato si realizzò nel 762, quando il califfo al-Mansūr trasferì la capitale in un centro di recente fondazione, Madīnat al-Salām (Baghdad). Il luogo, non lontano dalla antica capitale sasanide di Ctesifonte, fu scelto per le agevoli comunicazioni fluviali con la Mesopotamia, il golfo Persico e la Siria settentrionale, come pure per le importanti vie di terra che lo collegavano all’altopiano iranico, alla Siria meridionale e allo Hijaz.

La città, a pianta circolare, con m. 2700 di diametro, era circondata da un doppio ordine di mura, con quattro porte che si aprivano nei quattro punti intercardinali, da cui si dipartivano le strade dirette verso le quattro regioni dell’impero. Al centro della cinta muraria era un grande spazio aperto entro il quale si trovavano il palazzo e la moschea congregazionale, entrambi materialmente e spiritualmente separati dagli alloggi militari e dagli uffici disposti lungo le mura. Costruiti in laterizio, rispecchiavano una concezione grandiosa risolta tuttavia modestamente: la moschea aveva colonne di legno e non era voltata, ma a copertura piana. Soltanto la residenza del califfo aveva qualche pretesa architettonica: il palazzo si trovava al centro esatto della città (e dell’impero) e aveva una sala del trono sopraelevata coperta da una cupola sormontata da una figura mobile di cavaliere che simboleggiava la città e i suoi governanti. Al di sopra di ciascuna delle porte della città il califfo si era riservata una serie di ambienti voltati simili alle sale del trono, ma più piccoli, per i propri svaghi o ricevimenti.

Ben poco rimane delle arti applicate di questo periodo, a eccezione dei tessuti recanti iscrizioni (ṭirāz), che i califfi Abbasidi, come i loro predecessori Omayyadi, continuavano a concedere in segno di favore ai cortigiani.

Ukhayḍir

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Ukhayḍir, un lussuoso palazzo nella steppa a N-O di Kūfa attribuito al nipote di al-Manṣūr, ‘Īsā b. Mūsā, e risalente alla fine del sec. 8°, offre un esempio dell’architettura dell’epoca e delle relative decorazioni.

Posto entro un’imponente cinta di mura, si elevava su tre piani intorno a un ampio cortile centrale; era composto da diversi spazi pubblici e privati, ivi compresa un’ampia sala quadrata preceduta da un īwān e da un pīshṭāq (‘incorniciatura’ rettangolare dell’arco), un accostamento che sarebbe divenuto caratteristico dell’architettura dei palazzi. Le sue pareti erano costruite con sottili lastre di calcare, allettate con spessa malta; le volte erano, in qualche caso, costruite in mattoni, che sovente erano disposti secondo schemi che formavano complessi disegni decorativi; stucchi minuziosamente modellati decoravano alcune delle volte, formando disegni a imitazione dei mattoni. Entrambe queste tecniche ebbero una notevolissima diffusione anche nell’architettura iranica più tarda.

Samarra

L’agglomerato urbano di Baghdad si estese con estrema rapidità oltre la cinta muraria originaria, non appena cominciarono a sorgere sobborghi lungo il Tigri e i canali. Nell’836, tuttavia, il califfo al-Mu’ṭasim decise di abbandonare Baghdad e la capitale fu trasferita a Samarra (arabo: سامرّاء, Sāmarrā’), lungo il corso del fiume, km. 120 a N. Vi rimase per cinquantasei anni, finché la corte non ritornò nuovamente a Baghdad, tuttavia il luogo non fu completamente abbandonato prima di un secolo.

I lavori di scavo nel sito, un’immensa distesa di rovine che si estende per km. 35 lungo le rive del Tigri, ebbero inizio prima della prima guerra mondiale, portando immediatamente alla luce una grande quantità di reperti artistici e vestigia dell’architettura abbaside. Dopo la guerra gli scavi furono continuati dal Dip. per le Antichità dell’Iraq, ma gran parte dei risultati e dei materiali recuperati attende ancora oggi di essere pubblicata integralmente.

Nel corso dei decenni di residenza a Samarra i califfi costruirono una serie di palazzi immensi, anche se poco sviluppati in altezza, i più noti dei quali sono quelli conosciuti oggi come Jawsaq al-Khāqānī e Balkuwārā. Entrambi erano vastissimi complessi residenziali che gravitavano intorno a quelli che sono stati ritenuti gli appartamenti ufficiali del califfo destinati ai ricevimenti, costituiti da un organismo unitario quadrangolare probabilmente con volta cupoliforme, affiancato da sale longitudinali precedute da una serie di cortili.

Questa identificazione è stata confortata dalla scoperta di ceramiche a lustro, piastrelle per rivestimenti parietali di vetro ‘millefiori’ e frammenti di stucchi dipinti, che sembrano indicare che quest’area era più riccamente decorata rispetto ad altre. La raffigurazione di bevitori, danzatori e animali in queste pitture murali è segno del permanere, a un livello sociale elevato, del gusto per la decorazione con rappresentazioni di carattere privato che era comparsa per la prima volta nel corso del periodo omayyade.

Molto più comuni, tuttavia, e in ultima analisi molto più importanti per la storia successiva della decorazione islamica, furono le migliaia di metri quadrati di stucchi intagliati e modellati a stecca che ricoprivano e proteggevano i mattoni crudi, relativamente fragili, con cui era costruita la gran parte degli edifici di Samarra. I pannelli di stucco conservatisi sono stati distinti in tre gruppi stilistici, che tuttavia sembrano essere coevi. Mentre due di essi mantengono la distinzione figura-sfondo e il rapporto tra il bordo e il campo già presente nella decorazione omayyade, il più ‘evoluto’ fra i tre stili di Samarra è quello che sfrutta intagli obliqui praticati nello stucco, il c.d. stile ‘a incisione obliqua’.

Questo stile è caratterizzato da un’ambiguità voluta tra la figura e lo sfondo, così come da una proprietà di espansione infinita in senso orizzontale e verticale. Le sue origini sono state oggetto di discussione; la sua duttilità ne rese possibile, in epoca medievale, la capillare diffusione in tutte le regioni dell’Islam, dall’Egitto all’Asia centrale, non solo nella lavorazione dello stucco, ma anche per altri materiali quali il legno e il vasellame di vetro molato. Un esempio degno di menzione in relazione agli impieghi disparati di questo stile è la piccola moschea abbaside di Balkh, in Afghanistan, la cui datazione al sec. 9° è stata ricavata proprio in base alle decorazioni in stucco. In linea di massima, le prime moschee abbasidi perpetuarono le regole di progettazione che erano state fissate in precedenza, nel corso del periodo omayyade, sebbene qua e là venissero operati tentativi per eliminare quelle che erano considerate innovazioni omayyadi, come il minbar (pulpito) elevato o la maqṣūra, uno schermo che separava il signore dai fedeli all’interno della moschea.

La moschea ipostila semplice e disadorna di Raqqa, in Siria e la moschea Tārik-Khāna di Dāmghān in Iran costituiscono esempi tipici di questo primo periodo. Risulta ancor più sorprendente, quindi, che gli albori del sec. 9° vedano l’introduzione della torre nella moschea. L’idea di una torre alta affiancata a una moschea si diffuse rapidamente dalla Mesopotamia all’Africa settentrionale, all’Iran, all’Asia centrale, coniugandosi con una tradizione indigena di torri che avrebbe dato vita alla varietà di tipi di minareti oggi nota.

Raqqa

Fondata da Alessandro Magno, ebbe il nome di Niceforio, mutato poi in Callinico (sec. III) in onore di Seleuco II Callinico. Nel sec. VIII divenne la capitale di Harūn ar-Rašīd.  La città abbaside aveva una doppia cinta di mura di argilla, alte fino a 10 m, fiancheggiate da piccole torri rotonde. Si conserva ancora la porta di Baghdad, con uno splendido arco acuto a quattro centri, che ebbe un’enorme diffusione in seguito, soprattutto nell’Iran.

Assai rovinata è invece la Grande Moschea di al-Mansūr (restaurata nel sec. XII da Nūr ad-Dīn). Del palazzo di Harūn ar-Rašīd si è conservato solo un angolo di stanza, ove compare il primo esempio di decorazione a muqarnas.

Fra il 1171 e il 1259 a Raqqa si produsse una ceramica di lusso, nel cui ambito sono notevoli le lampade traforate, le piccole mattonelle per pavimenti (decorate con incisioni e con macchie di smalto verde-turchese), le ciotole e le giare decorate con motivi floreali originalissimi, scene di caccia o caratteri della scrittura nashī.

Il minareto in pietra grezza della Grande moschea di Kairouan, risalente all’836, è costruito all’incirca secondo il modello di un faro romano. La torre, a base quadrata, aggiunta alla metà del sec. 9° alla parte settentrionale della moschea omayyade di Damasco, ricalca, senza dubbio, antiche torri tradizionali siriache.

Il più sorprendente di tutti i minareti abbasidi, la torre di mattoni a spirale alta m. 50 affiancata all’immensa moschea di al-Mutawakkil a Samarra, non era, come spesso erroneamente si crede, l’imitazione di più antiche ziggurat (che in ogni caso erano scomparse da lungo tempo), ma era destinata a dotare una grande moschea di una torre di altezza appropriata.

La moschea di Kairouan offre inoltre altri raffinati esempi di arte del sec. 9°: il minbar di teak era presumibilmente realizzato con pannelli importati dall’Iraq. Il loro stile attardato, nel quale non si rivelano segni dell’influenza dello stile ‘a incisione obliqua’, ben si confronta con altri pannelli di legno intagliato la cui provenienza da Takrīt è nota.

Lo stile ‘a incisione obliqua’ fu accolto con entusiasmo in Egitto, come attestano numerosi pannelli di stucco o di legno provenienti dalla moschea di Ibn Ṭūlūn (876-879). Il minbar della moschea di Kairouan, delimitato da pannelli scolpiti di marmo d’importazione, è incorniciato con piastrelle di ceramica a lustro disposte a imitazione del diaspro, in modo che risulti raddoppiata la superficie coperta da questi preziosi materiali importati dall’Iraq.

Oltre a una grande quantità di ceramiche, non smaltate o smaltate in modo rudimentale, prodotte per l’uso quotidiano, sono stati attribuiti alla produzione dei secc. 9° e 10° in Iraq alcuni tipi di ceramiche di lusso, quali vasi smaltati a rilievo o decorati a macchie di colore, vasi a vernice stannifera dipinti in blu o in verde e vasellame a lustro policromo o monocromo. Si ritiene che i vasi smaltati a rilievo rappresentino un genere noto fin dall’Antichità; tanto i vasi decorati a macchie quanto quelli a vernice stannifera rivelano l’influsso delle forme e degli smalti cinesi sulle ceramiche islamiche e soltanto i vasi lavorati a lastre rappresentano una creazione veramente islamica. La tecnica della invetriatura a lustro ebbe origine in Iraq o più probabilmente in Egitto. L’oggetto smaltato veniva dipinto con ossidi metallici e quindi cotto una seconda volta con un procedimento ‘a riduzione atmosferica’ altamente controllato. Si ritiene, per quanto strano possa sembrare, che i vasi policromi verniciati a lustro per i quali si usavano vari ossidi metallici abbiano preceduto la serie monocroma. Numerosi frammenti sono stati ritrovati a Samarra, dove si pensa che la loro produzione sia continuata fino al sec. 10° inoltrato, quando il centro della ceramica invetriata si trasferì in Egitto, sotto il regno fatimide. La decorazione delle ceramiche abbasidi consisteva in un accostamento di disegni geometrici e fitomorfi, di epigrafi, di figure che acquistavano spesso armonia in una forma vegetale geometrizzata, generalmente nota come ‘motivo ad arabesco’. Figure singole di animali o umane dipinte con vernice lucida monocroma erano talvolta accompagnate da brevi iscrizioni che invocavano il favore divino sul possessore del vaso.

I vasi di metallo attribuibili con sicurezza agli A. e quelli che possono documentare le fonti cui essi attinsero per la lavorazione dei metalli sono pochi. Mentre opere in metallo di genere tradizionalmente mediterraneo continuavano a essere prodotte in Siria e in Egitto, lavori riconducibili a tipologie tradizionalmente sasanidi venivano prodotti nelle regioni islamiche orientali. Un gruppo significativo di vasi d’argento decorati a rilievo con figure tratte dal repertorio tradizionale di immagini regali sasanidi è definito comunemente ‘post-sasanide’, giacché tali vasi furono prodotti fino al sec. 10°, quando cominciavano a diffondersi tipologie chiaramente islamiche, come dimostrano le nuove forme, le decorazioni ad arabesco e le iscrizioni in arabo.

Descrizioni contemporanee o poco più tarde della vita di corte narrano dei lussuosi tessuti di seta a disegni e dei ṭirāz di lino e di lana che i califfi ancora usavano donare. Queste stoffe tessute finemente (decorate con medaglioni contenenti immagini di creature fantastiche, cacciatori e talvolta iscrizioni) continuavano la tradizione della manifattura tessile sasanide. Alcune delle sete c.d. ‘buyidi’, disseminate fra i maggiori musei europei e statunitensi, potrebbero essere attribuite agli Abbasidi.

Khaṭṭ al-manṣūb, ‘scrittura proporzionata’

In origine i caratteri c.d. cufici, uniformati per la prima volta nel corso del periodo omayyade, continuarono a essere di rigore per le trascrizioni del Corano su pergamena e per iscrizioni di qualsiasi genere. Molti frammenti di pergamene che riportano passi del Corano, conservate nei musei e nelle biblioteche di tutto il mondo, testimoniano lo straordinario sviluppo delle qualità estetiche dei manoscritti arabi durante il periodo abbaside. Inoltre, nei secc. 9° e 10°, si arrivò alla progressiva regolarizzazione degli scritti in corsivo, che da lungo tempo venivano usati per altri scopi da maestri calligrafi quali Ibn Muqla e Ibn al-Bawwāb, che inventarono e divulgarono il Khaṭṭ al-manṣūb, ‘scrittura proporzionata’, che determinava la misura delle lettere in funzione della larghezza del tratto.

Un piccolo Corano conservato a Dublino (Chester Beatty Lib., K. 16; 1431) fu trascritto e illustrato da ‘Alī b. Hilāl (Ibn al-Bawwāb) a Baghdad nel 389 a.E. (999-1000). Scritto in un corsivo semplice ma elegante, è uno dei più antichi manoscritti del Corano datati e firmati di cui si abbia conoscenza. Il colophon non specifica se si trattasse di un’opera su commissione, sicché si potrebbe pensare che fosse destinata al vivace mercato di manoscritti calligrafici e libri che fiorì nella Baghdad abbaside.

Manoscritti islamici illustrati

Lo sviluppo di una tradizione di manoscritti islamici illustrati può essere fatto risalire al sec. 9° – quando la cultura e la scienza greche rifluirono nelle accademie – incoraggiato dal patrocinio dei califfi A. che richiedevano opere letterarie, scientifiche e filosofiche dall’Egitto, dalla Siria e da Bisanzio. Sebbene si abbia notizia di manoscritti illustrati risalenti al sec. 8°, i più antichi esemplari tuttora esistenti, a eccezione di un frammento di papiro proveniente dall’Egitto che illustra una leggenda popolare, risalgono soltanto al sec. 11°, quando cominciò a diffondersi l’uso della carta, introdotta per la prima volta dai fabbricanti cinesi a Samarcanda.

Il Libro delle Stelle Fisse di ‘Abd al-Raḥmān al-Ṣūfī (Oxford, Bodl. Lib., Marsh 144) fu trascritto nel 1009-1010, probabilmente a Baghdad, da una copia autografa eseguita cinquanta anni prima. Le illustrazioni lineari delle costellazioni trasformano una rappresentazione classica in una islamica, già vista nelle pitture murali di Samarra, così come lo stesso al-Ṣūfī trasformò il contenuto classico dell’Almagesto di Tolomeo grazie all’aggiunta di conoscenze scientifiche tradizionali proprie degli Arabi e dei Beduini.

Parimenti il manoscritto del De Materia Medica di Dioscoride, che fu trascritto nel 1083 probabilmente a Samarcanda (Leida, Bibl. der Rijksuniv., Or. 289) è la versione illustrata più antica che si conosca del testo, benché il colophon dichiari che esso è stato copiato da un manoscritto risalente al 380 a.E. (990-991).

Nei due secoli seguenti altri manoscritti di carattere scientifico, come quello di al-Jazarī, Automata, il Libro degli Antidoti dello pseudo-Galeno e Le Meraviglie della Creazione di al-Qazvīnī, oltre a opere letterarie come il Maqāmāt di Ḥarīrī, apparvero in edizioni profusamente illustrate prodotte nelle regioni settentrionali mesopotamiche e in Iraq.

Nulla rimane, praticamente, dell’architettura abbaside di questi secoli che precedono l’invasione dei Mongoli e il sacco di Baghdad del 1258, a eccezione del c.d. ‘palazzo abbaside’ e della madrasa Muṣtansiriyya, المدرسة المستنصرية, un istituto per studi teologici costruito a Baghdad nel 1233.

La madrasa Mustansiriya a Baghdad

La madrasa Mustansiriya a Baghdad

Non soltanto nella pianta con ampi iwān assiali a volta che si aprono all’esterno su un cortile centrale, ma anche nelle decorazioni di mattoni disposti a formare disegni geometrici, questa costruzione, come le contemporanee miniature dei manoscritti, annuncia molti degli sviluppi artistici dell’Iran nel corso del 14° secolo.

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Fonte: Enciclopedia dell’ Arte Medievale (1991) – Treccani



Categorie:H07- Arti musulmane - Islamic Art

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