Kim Young-ha- L’impero delle luci

L'impero delle luci

Kim Young-ha- L’impero delle luci

Kim Young-ha, L’impero delle luci, edizioni Metropoli d’Asia, Milano, pp.300

Quando sentiamo parlare di Corea, di solito la associamo a quella del Nord e alla sua ossessione per la bomba atomica puntata contro gli Stati Uniti. Ma esiste anche una vitale Corea del Sud e una vitale scena letteraria in quel paese. L’esempio più evidente è questo romanzo di Kim Young-ha, “L’Impero delle luci”. Una spia del Nord viene mandata al Sud, e di lui si perde la memoria, fino al momento del richiamo. Ma ormai l’ex spia si è abituato al Sud e ai suoi riti. La prosa è lenta, in alcuni momenti sembra quasi impacciata, ma poi ci accorgiamo che è una perfetta simulazione dell’indecisione del protagonista, della sua dimensione di uomo senza qualità. Molti scrittori orientali non temono di fare i conti con la loro storia e ci evitano inutili giri intorno al proprio ombelico. Hanno forza e probabilmente un futuro. Se ha ancora un senso l’arte del romanzo, forse è lì che bisogna cercarlo.

A.DeL.

LA TRAMA

Kim Kiyong è il tranquillo proprietario di una piccola società di importazione di film stranieri. I suoi affari vanno piuttosto bene, con sua moglie Mari e la figlia adolescente Ayong non ci sono problemi particolari. La sua è la normalissima vita di un cittadino di Seoul. Un giorno apparentemente simile a tutti gli altri, Kiyong si sveglia con una forte emicrania, presagio che qualcosa nella sua quotidianità sta per incepparsi. Tutto inizia nella più opprimente delle routine, ma un messaggio nella sua casella di posta elettronica infrange l’illusione di questa apparente normalità e ci svela un segreto tenuto nascosto per anni con grande abilità: in realtà Kiyong è una spia nordcoreana, mandata a Seoul vent’anni prima e lasciata a se stessa a lungo, tanto da farle credere di essere stata dimenticata dai suoi mandanti. Invece, al Nord qualcuno si ricorda improvvisamente di lui e gli ordina di rientrare a Pyongyang. In meno di ventiquattr’ore. La sua vita si sgretola, mostrandogli che nessuno è quello che sembra, né tra gli affetti più prossimi, né nel mondo dei Servizi segreti.

La storia di Kim Ki-yong è quella del passato che ritorna. Un passato che a cavallo del 38esimo parallelo è doppio. È quello del protagonista ed è quello delle due Coree ultimo avamposto di un tempo che ormai è per tutti andato: la Guerra Fredda.

La trama dell’Impero delle luci (edizioni Metropoli d’Asia, pp.300, 16,30 euro) di Kim Young-ha, prende il via da un’email. Un messaggio di posta elettronica con un indecifrabile haiku del poeta giapponese Matsuo Basho che, come scrive il traduttore Andrea De Benedittis, basta a infrangere l’illusione di un’apparente normalità.

La routine della vita di Kim è quella di un importatore di film, sposato con una figlia. Il messaggio lo riporta alla realtà. Lui è una spia nordcoreana, mandata al Sud vent’anni prima, di fatto abbandonato dal regime che anni dopo con quell’email in codice gli ordina di tornare al Nord.

Entro ventiquattro ore. Il tempo in cui Kim medita sul da farsi, non escludendo l’ipotesi che una volta tornato al Nord possa essere ucciso per qualche motivo ignoto, e ricorda. Ricorda la giovinezza all’ombra della dinastia dei Kim, l’arruolamento come spia e i corsi per imparare a essere sudcoreano e poi l’immersione nella vita a Sud, da straniero in patria.

Il contrasto che stride di più è quello tra le due Coree, tra due Paesi divisi dalle strade ciniche che la Storia a volte imbocca e che, in quest’angolo di mondo, hanno lasciato una profonda cicatrice fisica e ideologica: il 38esimo parallelo”, si legge nella postfazione. Il libro è il racconto di almeno tre Coree: quella del Nord e le due del Sud, quella ancora guidata da un governo autoritario degli anni Ottanta del secolo scorso e quella di oggi. È una storia di spie e delle donne che fanno parte della vita del protagonista -per prime la moglie e la figlia- figure forti e determinate.

Ma è anche la vicenda dei profughi nordcoreani, “comunità sempre più numerosa e complessa”. Quei rifugiati e disertori cui sono destinate scuole per imparare a vivere nel mondo capitalista, ancora di recente saliti alla ribalta per l’arresto del trentaduenne Yoo Woo-sung, accusato di essere in realtà una spia di Pyongyang.

Un caso che ha gettato un’ombra di sospetto sui 25mila nordcoreani fuggiti al Sud. Yoo è il quattordicesimo nordcoreano in cinque anni fermato per questo genere di accuse. Ed è sicuramente la figura di maggior spicco perché impegnato in visite a scuole e collegi per raccontare la propria frustrazione nel vivere sotto il regime di Pyongyang e per essere stato uno dei principali promotori dell’idea della riunificazione.

Un orizzonte verso cui in Corea del Sud cresce l’indifferenza come  ha documentato Tania Branigan del Guardian. Soprattutto tra le giovani generazioni. Nel 1994 il 92 per cento dei sudcoreani considerava necessaria la riunificazione, nel 2007 erano scesi al 64 per cento. Una necessità sentita nel 2010 da appena il 49 per cento dei ventenni, contro il 67 per cento di chi aveva più di cinquant’anni.

L’obiettivo unificazione conta ancora molto sul sentimento nazionalistico dei coreani di entrambe le metà della penisola. Quello stesso nazionalismo che nel libro si dice al Nord potrebbe resistere alla caduta della dinastia dei Kim con la loro l’ideologia del juche e dell’autosufficienza e che al Sud, secondo alcune analisi, basa l’identità nazionale anche sullo sviluppo capitalistico. Il divario nei decenni si è intanto allargato. E non è soltanto economico.

L’AUTORE

Kim Young-ha

Kim Young-ha

Kim Yung-ha (1968) è considerato in Corea e all’estero il capofila della nuova generazione letteraria coreana. Inizia a scrivere i suoi racconti su Internet e nel 1995 pubblica il primo romanzo breve, con cui vince il premio letterario come migliore “Giovane scrittore”. È il primo di una lunga serie di premi (Dongin Literary Award, Isan Literary Award, Yi Sang Literary Award, Hwang Sun-won Literature Award, Won Dong Literature Award) . Intellettuale versatile, laureato in Economia e Commercio all’Università di Yonsei a Seul, ha fatto il DJ e l’attore. Attualmente è docente alla Korea National University of Arts (KUNA) di Seul. Alcuni suoi libri sono stati portati con successo sul grande schermo. E’ tradotto in inglese, francese, tedesco, giapponese, turco.
Lui stesso ha tradotto in coreano “Il grande Gatsby” di F. Scott Fitzgerald.
Young-ha Kim, “Che cosa ci fa un morto nell’ascensore?”, O barra O Edizioni, Milano,2008. Traduzione dal coreano di Imsuk Jung.  Copertina di Paolo Ferrari.
 Prima edizione: Che cosa è accaduto all’uomo incastrato nell’ascensore, traduzione letterale del titolo dal coreano, 1999.

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Categorie:R01- Narrativa contemporanea - Contemporary Fiction

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