Il matrimonio musulmano (an-nikâh)

Un momento della Dabka

Il matrimonio musulmano (an-nikâh)

Il matrimonio e più in generale, il cosidetto “diritto di famiglia” nei paesi islamici è regolamentato da un codice di leggi (qânûn) che si rifà anche e non solo alla Sharî’a.

In quest’ultima o meglio nella sua applicazione giuridica del fiqh, (il diritto musulmano), il matrimonio (an-nikâh) rientra all’interno delle mu’amalat (pratiche e regole sociali) contenute all’interno del ‘Ilm al-Furu al-Fiqĥ (la scienza dei rami del diritto musulmano), ove si vede che il nikâh è regolamentato al pari di un contratto civile (‘Aqd) bay‘ (di scambio) di compravendita privata fra le parti. Il matrimonio islamico è normalmente un’istituto coniugale monoandrico poliginico. Aldilà del fatto che all’epoca della nascita dell’Islàm fosse una cosa normalissima e consuetudinaria, ciò non implica necessariamente che l’oggetto di scambio sia la donna in sé in cambio della dote, ma che il contratto matrimoniale sia regolamentato all’interno di alcune regole ben specifiche comuni ai contratti di compravendita.

Lo statuto personale è dunque una partizione caratteristica dei sistemi giuridici arabi, e più in generale islamici, che si è definita storicamente come l’ambito di massima resistenza opposta dal diritto musulmano ai progetti di modernizzazione, di occidentalizzazione e di riforma giudiziaria e sostanziale.

Il matrimonio islamico, quindi, non ha carattere sacramentale a differenza di quello cristiano.

Il matrimonio che si celebra in un paese che basa le proprie leggi su principi islamici, come il Marocco, la Tunisia, l’Egitto è sempre e solo un’unione civile e religiosa insieme, in quanto, sebbene essa sia sempre prefissata dalla classica formula di rito “nel nome di Dio…” e possieda prescrizioni di origine islamica, l’unione matrimoniale è stipulata unicamente nel campo dei contratti legali fra privati e viene stilata, al pari di altri contratti, davanti ad un ‘adoul, che non è altro che un notaio con funzioni giuridico islamiche, che ne accerta la validità ed il rispetto della normativa vigente e lo registra presso le autorità giudiziarie preposte. L’Islàm non conosce il concetto teologico di sacramento, caratteristico del cristianesimo.

Tanto la donna quanto la sua famiglia sono titolari di un autonomo interesse a un buon matrimonio. Le parti possono apporre al contratto clausole e stipulazioni dirette a modificarne gli effetti tipici, purché non contrastanti con i principi irrinunciabili che lo reggono. Il marito può inoltre promettere di non sposare un’altra donna (clausola di monogamia), o può dare alla donna mandato di autoripudiarsi.

Il matrimonio e più in generale, il cosidetto “diritto di famiglia” nei paesi islamici è regolamentato da un codice di leggi (qânûn) che si rifà anche e non solo alla Sharî’a.

In quest’ultima o meglio nella sua applicazione giuridca del Fiqh, (il diritto musulmano), il matrimonio (an-Nikâh) rientra all’interno delle mu’amalat (pratiche e regole sociali) contenute all’interno del ‘Ilm al-Furu al-Fiqĥ (la scienza dei rami del diritto musulmano), ove si vede che il Nikah è regolamentato al pari di un contratto civile (‘Aqd) bay‘ (di scambio) di compravendita privata fra le parti. Il matrimonio islamico è normalmente un’istituto coniugale monoandrico poliginico. Aldilà del fatto che all’epoca della nascita dell’Islam fosse una cosa normalissima e consuetudinaria, ciò non implica necessariamente che l’oggetto di scambio sia la donna in sé in cambio della dote, ma che il contratto matrimoniale sia regolamentato all’interno di alcune regole ben specifiche comuni ai contratti di compravendita.

Lo statuto personale è dunque una partizione caratteristica dei sistemi giuridici arabi, e più in generale islamici, che si è definita storicamente come l’ambito di massima resistenza opposta dal diritto musulmano ai progetti di modernizzazione, di occidentalizzazione e di riforma giudiziaria e sostanziale.

Il matrimonio islamico, quindi, non ha carattere sacramentale a differenza di quello cristiano.

Il matrimonio che si celebra in un paese che basa le proprie leggi su principi islamici, come il Marocco, la Tunisia, l’Egitto è sempre e solo un’unione civile e religiosa insieme, in quanto, sebbene essa sia sempre prefissata dalla classica formula di rito “nel nome di Dio…” e possieda prescrizioni di origine islamica, l’unione matrimoniale è stipulata unicamente nel campo dei contratti legali fra privati e viene stilata, al pari di altri contratti, davanti ad un ‘Adoul, che non è altro che un notaio con funzioni giuridico islamiche, che ne accerta la validità ed il rispetto della normativa vigente e lo registra presso le autorità giudiziarie preposte. L’islam non conosce il concetto teologico di sacramento, caratteristico del cristianesimo.

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Il matrimonio prevede:

il contratto stabilito fra le due parti;

il consenso;

la consegna del  mahr o dote, che è un dono (oggi simbolico) dal marito alla moglie, che resta di esclusiva proprietà della consorte;

la testimonianza di due musulmani maschi;

la presenza di una figura religiosa che ricorda lo scopo della famiglia e il valore morale del matrimonio;

infine il matrimonio deve essere reso pubblico alla comunità e a questo scopo vengono organizzate le feste o trattenimenti che coinvolgono un gran numero di invitati.

Prima della grande festa (nikha day): katb ktab, il contratto di matrimonio.

Condizioni di impedimento al matrimonio che determinano butlan (nullità)

Resta abbastanza unanime il consenso dei dotti verso le condizioni di proibizione (haram) del matrimonio. Gli impedimenti perpetui sono:

  • Parentela di sangue (nasab – tra un uomo e sua madre (e nonna), figlia, sorella, zia paterna e materna, nipote figlia della propria sorella o del proprio fratello, e nipote figlia del proprio figlio o della propria figlia; sulla base di Corano An-Nisa’ 4,22-23). Haram fra ascendenti e discendenti e collaterali (non è haram il tabanni cioè vincolo di adozione).
  • Matrimonio tra parenti di coniugi (musahara); il matrimonio è proibito tra un uomo e la madre di sua moglie o la madre della sua ex-moglie (anche dopo la dissoluzione del primo matrimonio tramite divorzio o morte). Un uomo non può sposare la figlia di sua moglie, o della sua ex moglie, a condizione che questo matrimonio sia stato consumato. Se non è stato consumato, l’uomo può sposare la ragazza, a condizione che il matrimonio con la di lei madre sia stato prima sciolto. E’ anche proibito sposare la ex moglie del proprio figlio (o la ex moglie di un nipote), che il matrimonio sia stato consumato oppure no, e anche se si tratti della vedova del proprio congiunto. Così come è proibito sposare l’ex moglie del proprio padre o nonno, sia che si tratti di una divorziata o di una vedova, e che il matrimonio sia stato consumato oppure no.
    E’ anche proibito sposare due sorelle contemporaneamente, o una donna e sua zia contemporaneamente. Ma dopo aver divorziato dalla prima sposa, o dopo la sua morte, l’uomo può sposare la di lei sorella o zia.
  • Nel caso in cui l’uomo e la donna siano stati allattati dalla stessa nutrice, poiché la parentela di latte è assimilata a quella di sangue. Alcune scuole (shafi’i) considerano tale proibizione in caso di allattamento completo fino alla sazietà del bambino, altre (hanafi) anche per solo una poppata. Alcune scuole ritengono anche che, se il latte non venisse succhiato direttamente dal seno, ma venisse, ad esempio, estratto con un ‘tiralatte’ e bevuto dal biberon, la parentela sussisterebbe ugualmente.
  • Ad un uomo è proibito risposare una donna da cui abbia divorziato tre volte, a meno che ella sia stata nel frattempo sposata ad un altro uomo che poi l’abbia divorziata (sulla base di Corano al-Baqara 2,230).
  • Se una delle due parti sa per certo di non poter adempiere i propri doveri biologici o fisici (interpretabile).
  • Quando un uomo non può assolutamente corrispondere le richieste finanziarie che esso impone. Non può sposarsi chi non ha il tasarruf (piena disponibilità dei propri beni) (interpretabile).
  • Una donna sposata non può sposare un altro uomo mentre sia ancora unita in matrimonio a suo marito. Precedente valido vincolo matrimoniale per la donna (o in stato di iddah (periodo di vedovanza) per cui il matrimonio si considera ancora valido quinto vincolo matrimoniale per l’uomo.
  • Non rispetto della iddah della donna (periodo di tre cicli mestruali per la divorziata, quattro mesi e 10 giorni in caso di vedovanza, il parto per la donna incinta (vedova o divorziata), due mesi per la donna divorziata che sia già in menopausa). Termine che rende il primo matrimonio definitivamente sciolto.
  • E’ proibito per un uomo fare proposte matrimoniali ad una donna sposata, affinché essa divorzi dal primo marito per sposare lui.
  • Un uomo musulmano può sposare fino a 4 mogli, previo accertamento delle condizioni prescritte.
  • Uomo musulmano con donna politeista, pagana o miscredente.
  • Donna musulmana con uomo che non sia musulmano. Può essere superato con la conversione dell’uomo all’Islàm.
  • Il matrimonio temporaneo (mut‘a), anche detto a termine (munqati’), è proibito (haram) nell’Islam sunnita (è ammesso solo nell’Islam sciita (shīʿah), in quanto sarebbe stato abolito solo ai tempi del califfo ‘Omar ibn al-Khattab.
  • Un uomo musulmano shi’ita può sposare una donna musulmana shi’ita o una donna musulmana non shi’ita, (ciononostante, se esiste il pericolo di essere fuorviati, allra diventa haram), oppure può sposare una donna ebrea o cristiana solo con muta’a. Non può comunque sposare una donna che si ritenga di alcuna altra fede.
  • Mentre, una donna musulmana shi’ita non può sposare . Una donna musulmana può sposare un uomo musulmano shi’ita, un musulmano non shi’ita, (anche se è meglio non farlo e, se esiste il pericolo di essere fuorviate, ciò diventa haram), non può sposare, invece, un uomo che non sia musulmano, questo conformemente anche all’Islàm sunnita. Può essere superato con la conversione dell’uomo all’Islàm, ma in questo caso la conversione avviene necessariamente verso l’Islàm shi’ita.
  • Laddove manchino formalmente anche e solo una delle condizioni indispensabili per la regolarità del matrimonio descritte di seguente. I vizi di forma, di volontà o di consenso (errore sulla persona, sulle qualità, sullo stato di ikrah, in caso di violenza ecc) sono cause di fasad (annullabilità).


Le condizioni indispensabili al matrimonio

Il matrimonio (an-nikâh) avviene attraverso la presa in carico di determinati fattori:

  • L’unione coniugale è regolamentata solamente fra individui di sesso opposto fra loro. (Per quanto si possano fare numerose considerazioni sulla legittimità o meno dei rapporti omosessuali nell’Islàm, la sfera giuridico-islamica del nikâh riguarda esclusivamente coppie eterosessuali).
  • L’impegno nell’intenzionalità. Entrambi i coniugi si impegnano, davanti a Dio e verso la vita stessa, con un contratto legale (che deve essere valevole nel paese di celebrazione), nei confronti dei propri doveri reciproci e nel mantenimento dei rispettivi diritti responsabilmente. E’ un impegno che gli sposi prendono  l’uno verso l’altro e nei confronti dell’Altissimo e nei confronti delle istituzioni.
  • Obbiettivo: reciproco completamento, aiuto, realizzazione, amore, pace, compassione, tenerezza, generosità, serenità, conforto e speranza e protezione della propria donna. (vedi Corano An-Nisa’ 4,19)
  • Pubblicizzazione della cerimonia. Elemento essenziale è dare al contratto matrimoniale una dovuta pubblicità, una specie delle nostre pubblicazioni di matrimonio, in quanto è proprio la pubblicità che distingue l’unione legittima da quelle non legittime. Questa pubblicizzazione è rimasta come tradizione nelle classica festa che si celebra, ma al giorno d’oggi, in realtà, anche la registrazione dell’atto presso il tribunale è elemento fondamentale per la pubblicizzazione uffciale delle nozze, per cui ogni atto non pubblicato, non registrato presso le istiuzioni, anche islamicamente non è valido.
  • Il consenso della sposa (per shafi’iti, la volontà della donna non è rukn (essenziale) per i malikiti, invece la volontà della donna è rukn).
  • I testimoni (sono necessari almeno due testimoni musulmani maschi, oppure un uomo musulmano e due donne musulmane. Tutti debbono aver raggiunto la pubertà ed essere sinceri)
  • Il mantenimento economico della famiglia (nafaqa), generalmente, spetta all’uomo, ove possibile. E’ responsabilità del marito provvedere a tutti i bisogni economici della moglie. In un contesto moderno è possibile che avvenga il contrario. (vedi Corano at-Talaq 65,7)
  • La dote (donatio propter nuptias). La donna ha diritto a ricevere la dote (mahr o sadaq) che deve essere pattuita in comune accordo fra gli sposi e viene certificata all’atto del matrimonio, come condizione indispensabile alla legittimità. Viene donata alla sposa e solo a lei (non alla famiglia) e rimane per sempre sua, anche in caso di scioglimento (sulla base di Corano An-Nisa’ 4,4). La dote deve essere ponderata sulla base delle possibilità economiche, del reddito in particolare, ma bisogna tener presente che nell’atto la donna dichiara di aver ricevuto quella somma ed è sua a tutti gli effetti. Mentre la cifra deve essere pattuita o cmq decisamente da entrambi preventivamente, l’utilizzo di quella somma dopo la firma dell’atto è solo a discrezione della donna.  Inoltre, in alcuni casi, non tanto in Marocco, ma in altri paesi islamici, la cifra può esser scritta nell’atto, ma non ricevuta dalla donna, con la clausola d’impegno di versamento in caso di divorzio. In ogni caso la risoluzione del vincolo coniugale prevede il versamento da parte dell’uomo. Nel caso (raro) in cui il contratto non prevedeva una clausola specifica a proposito della sadaq, allora la moglie ha diritto ad un mahr equivalente a quello di altre donne che siano considerate della sua stessa condizione sociale. La dote, inoltre, deve essere manfa‘ (utile- ciò che non si può vendere non si può dare in mahr).
  • Il divorzio è detestabile/riprovevole (makrūh) è stato definito dal Profeta come il più detestabile fra le cose legali alla vista di Dio. Le donne generalmente devono osservare un ritiro della durata di 3 cicli mestruali. E’ incevato il tentativo di riconcigliazione. (Corano medinese al-Baqarah 2,228). Mai usare la forza e costringere il/la proprio/a compagno/a (Corano medinese al-Baqarah 2,231). E’ consentito max 2 o 3 volte, dipende dalle interpretazioni.
  • La presenza di un walī (tutore matrimoniale). Tale presenza, (che generalmente è associata al padre della sposa, se in vita, altrimenti un parente maschio), sembra, in realtà, sia una questione puramente tradizionale: sebbene molte scuole ritengano ancor oggi sia una condizione indispensabile sulla base di alcuni ahadīth riportati e trasmessi da at-Tirmidhī, Abū Dāwūd, Abū Hurayra, Ibn Māja e al-Dāraqutnī, secondo cui il matrimonio non sarebbe valevole senza wali, altri invece, come Abū Hanīfa e Abū Yūsuf non considerano obbligatoria, ma solo “raccomandabile” (mustahabb) , la presenza del wali in rappresentanza della sposa, e, più recentemente, nella moudawana (codice civile di famiglia marocchino) del 2004, è stato abolita l’obbligatorietà della presenza del wali, sulla base proprio di una libera interpretazione (ijtihād), del diritto malikita.
  • Diritto all’eredità secondo shar’īah.
  • Il nikah è un negozio formale, non si può perciò indagare sulla niyya (intenzione).

Il contratto tra gli sposi, che precede le cerimonie pubbliche, viene generalmente fatto a casa della sposa, in presenza di funzionari giuridici islamici e di una figura religiosa (shaik). Questa parte del rito non prevede altra presenza che quella degli stessi interessati, ma non e’ raro che a presenziare vengano invitati alcuni membri maschi della famiglia, a testimonianza dell’avvenuto legame tra gli sposi e le loro famiglie. La sposa non partecipa a questa fase poichè non ne ha il diritto: sarà il suo tutore (in genere il padre) a rappresentarla, dietro consenso della sposa, e a firmare il contratto. Poichè questa fase é riservata ai parenti stretti e ai nubendi, agli ospiti ammessi verrà offerto un rinfresco e servito il caffè arabo. Nella tradizione questo è ciò che corrisponde al katb ktab in senso stretto e la festa che ne segue è destinata allo sposo e a tutti i membri maschi della famiglia di lui e della sposa. Generalmente, quindi, il katb ktab ha luogo un giorno prima della festa di matrimonio pubblica, anche se non è raro che si tenga molti mesi prima.

Dopo il katb ktab, a contratto stipulato, lo sposo ha il permesso di vedere la sposa senza il velo (mentre prima non gli era consentito) e possono incontrarsi, parlare e passeggiare in luoghi pubblici, osservando comunque un comportamento rispettoso e decoroso. Tuttavia, in questa fase non è ancora permessa la convivenza. Solo dopo la grande festa finale, quando gli sposi verranno presentati a tutta la comunità come marito e moglie, sarà possibile vivere insieme come un nucleo familiare. Oggi non è raro che il katb ktab venga fatto lo stesso giorno della festa di nozze, dipende dalle esigenze delle famiglie degli sposi. Questo significa che, se la coppia ha avuto la possibilità di frequentarsi o le famiglie si conoscono da tempo, il katb ktab può essere festeggiato lo stesso giorno del grande pranzo nuziale. Al contrario, se la coppia non ha avuto modo di frequentarsi, perchè non vive nella stesso paese o per costumi particolarmente “rigorosi”, allora il katb ktab viene fatto anche un anno prima, per dare modo alla coppia di incontrarsi.

Per il katb ktab lo sposo viene raggiunto a casa da un festante gruppo di suonatori di strumenti a fiato e percussione: vengono intonati canti augurali e di buon auspicio, tra saltelli ritmati e allegri coretti. La famiglia dello sposo assiste al rito e si unisce ai cori, spesso anche la gente per le strade si sofferma a osservare la scena e viene facilmente coinvolta da tanta allegria.

Molto suggestive sono le danze per il Katb Ktab, chiamate dabka. Tutti i tipi di dabka si danzano in gruppo: i danzatori si dispongono in cerchio o semicerchio e procedono in fila indiana, ognuno con la mano destra nella mano del danzatore precedente e la sinistra (tenuta di solito dietro la schiena) al danzatore seguente. Il primo della fila (di solito il più esperto nella danza) è il conduttore del ballo: tutti gli altri lo seguono nelle mosse e nelle variazioni che egli decide al variare del ritmo della musica, sempre accompagnata da strumenti a percussione classici arabi come la Darabukka.

La festa matrimoniale tradizionale, ancora oggi mantenuta presso molte famiglie arabe, è un tripudio di colori, musiche e canti arabi. I festeggiamenti per il matrimonio sono molto importanti in Medio Oriente, e coinvolgono tutta la comunità, secondo il detto del Profeta : “Partecipate alle feste di matrimonio e onoratele in maniera conveniente. La differenza tra un’unione lecita e una illecita risiede nei festeggiamenti“. Per il mondo islamico, accettare l’invito per i festeggiamenti è un dovere morale e religioso ed è un atto ammirevole prendere parte ai banchetti e congratularsi con i neo sposi.

Quando il giorno della festa è alle porte, le famiglie dei futuri sposi si dedicano con estrema attenzione ai preparativi perchè tutto sia organizzato e allestito nel modo più conveniente e nel rispetto delle leggi islamiche. A quel punto, si è già entrati nella calda atmosfera del lieto evento e le famiglie dei futuri sposi attendono con ansia la grande festa.

Il giorno fissato per la grande festa, lo sposo va a prendere la sposa che lo attende a casa dei genitori, insieme alle amiche e ai parenti più stretti. Le spose arabe amano indossare l’abito bianco, del tutto simile agli abiti da sposa occidentali, ma in alcuni casi rivisitato e corretto per ottenerne una versione piu’ “castigata”. Singolare è il rito della “vestizione” della sposa, la quale prima di indossare l’abito bianco verrà spalmata di oli profumati e creme ammorbidenti. In Libano e Siria, a differenza dei paesi del Golfo, non esiste il rito dell’Hennè. Spesso le spose indossano i gioielli regalati dallo sposo in occasione della loro unione, anche se è preferibile ispirarsi alla massima semplicità sulla base degli insegnamenti coranici. Una volta pronta, la sposa aspetta lo sposo tra un nugolo di ragazze vestite a festa, al suono del particolare “ululato” (zalghouta) emesso dalle donne in segno di allegria e di buon auspicio. Lo sposo raggiunge la sposa, la saluta, spesso fa un omaggio floreale mentre gli ospiti lanciano del riso e petali di fiori. Poi, tutti insieme ci si reca presso il locale in cui si terrà la grande festa e capita -per lo più – che per la coppia giunga il momento di separarsi: la sposa si recherà con tutte le donne invitate presso la sala che accoglierà le donne, mentre lo sposo raggiungerà la sala “per gli uomini”. Addirittura in qualche caso si tratta proprio di due locali completamente differenti e locati ai lati opposti della città! Quando si ha la fortuna di essere nello stesso ristorante ma in “stanze separate”, a un certo punto della festa una voce annuncia alle donne che sta per arrivare lo sposo per salutare la sua sposa e fare un ballo con lei. A questo punto, le ragazze che si erano sfilate il velo e si trovavano in abito da sera, si ricoprono, si sistemano il velo e attendono l’ingresso del marito della sposa … Al centro della sala, la coppia inizia a danzare mentre le invitate applaudono festanti. Si assiste poi al taglio della torta nuziale, che nei paesi arabi viene effettuato con la spada o la scimitarra araba.

Bomboniere e regalini per gli invitati di solito vengono consegnati giorni prima del matrimonio,insieme al biglietto di invito, facendo personalmente visita ai parenti e agli amici o ricevendoli presso le proprie famiglie.

Questo è il matrimonio classico, naturalmente a seconda delle famiglie si può assistere a festeggiamenti “misti” del tutto simili a quelli occidentali, con sale gigantesche addobbate in modo ricco e sontuoso, con invitati di entrambi i sessi che vengono intrattenuti da danzatori e danzatrici, musicisti e cantanti. Tuttavia questo stile si allontana parecchio dagli insegnamenti islamici e non è raccomandato.

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Categorie:F04- Islamistica- Cultura Politica e Società, H05- Diritto islamico - Islamic Law

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