La corte sveva di Federico II e l’irradiazione della scienza araba in Europa

La corte sveva di Federico II e l’irradiazione della scienza araba in Europa

Nella storia della trasmissione del sapere scientifico arabo all’Occidente si possono individuare tre vie principali: quella che fa affluire soprattutto le opere di medicina che parte dall’Ifriqiya e raggiunge dapprima la Sicilia e poi la scuola di Salerno; quella aperta ad ogni ramo dello scibile che passa attraverso la Sicilia e l’Italia meridionale e si sviluppa grazie alla tolleranza e all’interesse culturale dei re normanni, degli Hohenstaufen e degli Angioini, e infine quella che attraversa la Spagna e il Portogallo e impianta nei centri e nelle scuole di traduzione veri focolai di cultura.

Per quanto riguarda la prima si narra che libri di medicina araba furono portati in Italia e tradotti da un medico e mercante di Cartagine che si convertì prendendo il nome di Costantino e che da quelle opere la scuola di Salerno abbia ricevuto un apporto così significativo da divenire famosa in tutta Europa.

In Italia meridionale è Federico II di Svevia, “stupor mundi”, a catturare gli intellettuali più rinomati. Michele Scoto, illustre traduttore di Toledo, soggiorna a lungo alla sua corte e per lui redige un sommario in latino del De animalibus di Ibn Sina, più noto come Avicenna, e di vari altri testi. Teodoro di Antiochia, forse inviato a Federico dal sultano d’Egitto nel 1236, è per un certo periodo suo segretario e astrologo personale e cura versioni latine del saggio Secretum secretorum dello pseudo-Aristotele e di trattati di falconeria e sui cani, composti dal falconiere arabo di Federico, tal Moamyn. Il matematico Leonardo Fibonacci ha stretti contatti con la corte sveva, composta di “notari e protonotari”, “magistri” e “philosophi”, e dedica ai personaggi della corte imperiale la maggior parte dei suoi scritti. a Michele Scoto è indirizzato il Liber abbaci (1202; 1228), a maestro Teodoro l’Epistola e a maestro Dominicus, forse Dominicus Hispanus, astronomo e astrologo suo contemporaneo, la Practica geometriae (1220) e il Liber quadratorum (1225). Inoltre Leonardo cita spesso, nel corso delle sue opere, studiosi e scienziati incontrati al cospetto di Federico che amava intrattenersi in discussioni e assistere a sfide fra intellettuali. A Teodoro, a maestro Domenico e a Giovanni da Palermo, filosofo dell’imperatore, Leonardo offre la soluzione di problemi di aritmetica e di teoria dei numeri, ad esempio nel Flos e nel Liber quadratorum. Le prefazioni dei suoi scritti sono ricche di particolari interessanti sulla sua formazione culturale nei paesi islamici e il contenuto dei suoi trattati è denso di contributi originali che vanno molto al di là delle conoscenze aritmetiche e algebriche dei greci. Se pure è oggi universalmente riconosciuto il debito culturale che la matematica medioevale e del Rinascimento italiano deve a Leonardo Fibonacci, resta tuttavia ancora in ombra l’ambiente intellettuale e scientifico della corte sveva e di quella angioina. Le cronache dell’epoca ascrivono a Federico II la fondazione dell’Università di Napoli nel 1224 e la creazione nell’Italia meridionale di un centro culturale di grande avanguardia. Secondo lo storico arabo Ibn Wasil fra il 1230 e il 1240 questioni difficili di matematica e di filosofia, fra cui alcune sulla creazione del mondo e sull’immortalità dell’anima, sono poste da Federico a dotti arabi. Lo stesso imperatore scrive un’opera, il De arte venandi cum avibus, che avrà grande diffusione. Pare che anche suo figlio Manfredi fosse dedito agli studi scientifici e che avesse aggiunto alcuni commenti all’opera paterna. Giamàl ad Din che lo incontrò a Barletta riferisce che egli conosceva a memoria gli Elementi di Euclide. Di certo anch’egli amava circondarsi di studiosi e scienziati arabi e per questo fu bollato dal papa come “signore dei saraceni”. Carlo d’Angiò che sconfigge gli Hohenstaufen è noto invece per aver fatto tradurre l’enciclopedia medica di Razi e aver proseguito e consolidato in Sicilia un vero e proprio centro di traduzioni in latino, arabo e italiano che permetterà il diffondersi delle opere greche e orientali.

È però soprattutto in Spagna e in Portogallo che si compie il maggior numero di traduzioni e si concentrano gli sforzi di studiosi cristiani, ebrei e musulmani di tutte le nazionalità. I re e i principi, sia musulmani che cristiani, che governano piccoli o grandi territori, incoraggiano infatti gli studi scientifici e favoriscono le traduzioni dall’arabo. Si assiste alla nascita e al proliferare dei centri di traduzioni nelle città di Cordova, Siviglia, Malaga, Granada, Maiorca, Almeria, Segovia, Toledo, Saragozza, Barcellona, Lisbona e Coimbra. Fra i primi studiosi che accorrono in Spagna per apprendere nuove conoscenze scientifiche, o per fornire versioni in latino, si ricordano il filosofo e matematico Gerbert d’Aurillac, che nel 999 diverrà papa Silvestro II, che cerca di diffondere il sistema di numerazione posizionale, gli inglesi Adelardo di Bath e Robert di Chester che traducono le opere di al-Khwârizmî e gli Elementi di Euclide, e Platone da Tivoli, traduttore del Trattato di astronomia di al-Battani, dell’Opus quadripartitum di Tolomeo, dell’Algebra di Abraham bar Hiyya e del De mensura circuli di Archimede. Gherardo da Cremona si dedica invece all’edizione in latino dell’Almagesto di Tolomeo e di moltissime altre opere di Euclide, Archimede, al-Kindî, Ippocrate, Razi, Ibn Sina, Tolomeo, per un totale di ben ottantasette titoli, al punto da far pensare che dirigesse una scuola di traduzioni. Non mancano pure versioni di opere classiche in lingua ebraica, curate da studiosi ebrei, come i Tibbon, che per generazioni si tramandano questo mestiere. Si ritrovano membri della famiglia operare a Granada, Lunel, Marsiglia e Montpellier; fra i più noti ricordiamo Mosé Tibbon che redige una trentina di traduzioni e Profazio che a Marsiglia cura un Almanacco di astronomia che resterà in uso fino al XVI secolo. Anche in Spagna e in Portogallo principi e regnanti amano circondarsi di intellettuali e talvolta coltivano essi stessi gli studi scientifici. Il più celebre è senza dubbio Alfonso, detto “il saggio”, che nel XIII secolo redige le famose Tavole alfonsine, utilizzate per tutto il Rinascimento dagli astronomi e dai navigatori. Suo nipote Dionigi, che regna in Portogallo, fonda l’Università di Lisbona, che sarà poi trasferita a Coimbra, e si prodiga a far tradurre in portoghese opere arabe, latine e spagnole.

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Categorie:H10- Scienza araba e islamica - Arabic and Islamic Science

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