Novella Gianfranceschi- Frankenstein e Darwin, borghesi nell’Ottocento (Ritratto di una classe sociale in ascesa)

IL RACCONTO DELLA BORGHESIA

RITRATTO DI UNA CLASSE  SOCIALE IN ASCESA

LAVORO COLLETTIVO
DELLA V H DEL LICEO GALILEI DI POTENZA

ANNO 2012-13

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Novella Gianfranceschi- Frankenstein e Darwin, borghesi nell’Ottocento

In una soffitta, adibita a laboratorio, Victor Frankenstein si accingeva a concludere, dopo anni di fallimenti, la sua creatura. Un mostro alto circa 30m dalle sembianze umane. Ora, in punto di morte, lo scienziato, raccontando la sua storia mette in guardia il capitano della nave, Robert Walton, che lo ha solo momentaneamente tratto in salvo. Walton naviga nell’ignoto dei ghiacci artici così come Frankenstein navigò nell’ignoto della conoscenza, superandone i limiti.

Pubblicato nel 1817  Frankenstein, romanzo di Mary Shelley, non impedì alle scoperte scientifiche di svilupparsi sempre più velocemente in quello che fu il secolo della fede nella scienza: l’Ottocento; e la rivoluzione capitalistica-industriale non fece che incrementare la ricerca e la fiducia nel progresso. E Così come il Settecento fu il secolo della ragione che mitizzava la figura del filosofo, nell’Ottocento il mito non può che essere lo scienziato. A dispetto di ciò che criticava il romanzo della Shelley, scienziati come Frankeinstein ce ne furono tanti, anche se le scoperte scientifiche, non apparvero mai ai loro occhi, come mostri indomabili. Paradossalmente, l’unico che ne vide di mostri fu proprio lo scienziato per eccellenza del positivismo ottocentesco: Charles Darwin, che dopo essere giunto a un così rivoluzionaria verità, quella del divenire del mondo organico, non si sentì affatto un vincente. Nel suo diario scrisse: “Mi sono sentito come un assassino”. Ma il tormento di Darwin venne ,e viene, spesso tralasciato anche nelle biografie. Lo scienziato inglese, però, fu continuamente angosciato dal fatto che le sue scoperte avevano negato le verità di fede in cui credeva. L’epoca in cui viveva lasciava, però, poco spazio ai conflitti interiori, ciò che contava (allora come oggi) era il progredire della scienza e della società. Ideologia tipicamente borghese, di quella borghesia industriale che, investendo il proprio denaro e guadagnandone altro, ha l’illusione materiale del progresso. Ci fu sì un miglioramento in campo tecnico-scientifico, è nell’Ottocento che si scoprirono i fenomeni elettromagnetici che migliorarono le condizioni di vita di gran parte della popolazione; ma la borghesia liberale inglobò nel progresso scientifico anche il progresso umano, facendo del positivismo la filosofia della moderna  società industriale. A ben vedere, infatti, l’ideologia positivistica si adattava bene all’uomo borghese: come la scienza è capace di dominare l’ostilità della natura, così l’uomo può, con la sua forza (e il suo denaro), emergere nella società. Natura e società, in modo parallelo, possono essere subordinate alla volontà dell’uomo e, con l’estensione del metodo scientifico a tutti gli aspetti del reale, si giungerà alla liberazione dell’umanità dai mali fisici e dai mali sociali.

Evidentemente però la capacità della scienza di risolvere tutti i problemi fallì proprio con chi nella scienza ci credeva davvero, Darwin e Frankenstein, scienziati che morirono assaliti dalla follia e dai rimorsi. Forse perché Charles Darwin, in realtà, non visse mai secondo i canoni che la borghesia adottava a quel tempo. Si dice spesso, col senno di poi, che un uomo riveli già da bambino ciò che sarebbe diventato da adulto. Benché questo non sia sempre vero, sicuramente lo è nel caso di Charles Darwin, che nella sua Autobiografia ricorda di aver mostrato fin dalle elementari uno spiccato interesse perla storia naturale, una precoce mania di collezionismo e una strana inclinazione alla passeggiata solitaria. Essendo dunque un naturalista nato, mal sopportava gli studi astratti e al chiuso: preferiva cacciare topi e uccelli e sognare viaggi esotici e remoti, tanto che il padre temeva che sarebbe diventato “una disgrazia per sé e per la famiglia”. Probabilmente, alla fin fine Darwin diventò più una disgrazia per sé, che per la sua famiglia. Infatti tornato in Inghilterra, dopo il viaggio intorno al mondo sul brigantino Beagle, rimase praticamente confinata a Down per quarant’anni, fino alla morte nel 1882, vedendo solo i cari amici che non lo facevano letteralmente vomitare e dedicandosi alle sue ricerche. E come disse egli stesso. “Non ho altro da ricordare,relativamente al resto della mia vita, che la pubblicazione dei miei libri”.

Ma in quei momenti d’angoscia e di sconforto dov’era il progresso che la scienza avrebbe dovuto portare all’uomo? Perché uomini che erano riusciti a svelare le verità più nascoste vivevano in modo infelice?

Indubbiamente l’errore sta nel fatto che progresso scientifico non equivale certamente a progresso umano. Errore, questo, compiuto anche e soprattutto da uno dei teorici del positivismo, August Comte, ciecamente convinto che il pieno sviluppo della società industriale e l’uso sempre più consapevole della scienza avrebbero necessariamente condotto a quello che egli stesso chiamava “stadio positivo”, in cui l’umanità sarebbe stata in grado di risolvere ogni forma di antagonismo e di conflittualità. Il progresso viene così elevato a “dogma fondamentale della saggezza umana”, un progresso che non è solo accrescimento del benessere materiale e del dominio tecnologico della natura, ma anche perfezionamento spirituale, morale e sociale del genere umano. Lo stesso Comte scrive nel Sistema di politica positiva che la nozione di progresso è appunto un “dogma fondamentale”. Ma si sa i dogmi non vanno mai presi troppo alla lettera (anche se così richiederebbero), paradossalmente, però, è quello che fecero proprio coloro che ritenevano che l’unico vero sapere fosse quello basato sul metodo scientifico.

Victor Frankenstein avverte così il capitano della nave su cui è stato salvato: “Avete senz’altro capito, capitano Walton, che ho sofferto grandi e singolari disgrazie. Voi siete alla ricerca della conoscenza e della saggezza, come anch’io ho fatto in passato, e spero con tutto me stesso, che l’appagamento dei vostri desideri non si trasformi , come è accaduto per me, in un serpente che vi si rivolti contro.” Ma il capitano Walton potrebbe benissimo essere un qualsiasi moderno borghese di metà Ottocento e, sebbene grazie a molti di loro il sapere tecnico-scientifico è progredito, ciò che è rimasto immutabile; che sia Darwin, Frankenstein o Comte; è la condizione umana, che spinge gli uomini  verso una continua ricerca che, più che verità scientifiche, riguarda il mistero della propria esistenza.

Spesso, però, generalizzando tale ricerca, a furia di studiare gli uomini, si finisce per perdere di vista l’uomo, cadendo nell’illusione che, di epoca in epoca, gli uomini mutino.

Al di là dell’apparente progresso scientifico e tecnologico, che la borghesia aveva incentivato, l’uomo rimane sottoposto alle leggi immutabili della natura, che non ammettono alcun progresso effettivo. L’umanità non marcia verso un mondo migliore, ma ripete all’infinito lo stesso dramma: ogni individuo, indipendentemente dall’epoca storica in cui vive, sperimenta l’eterna e identica vicenda della vita, della sofferenza e della morte.

Novella Gianfranceschi

Liceo Scientifico Galilei – Potenza- V H

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Categorie:W16- Il racconto della borghesia [V H 2012-13]

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