Federica Lamonea- Lo spirito ottimistico dell’Expo del 1889 (Ritratto di una classe sociale in ascesa)

IL RACCONTO DELLA BORGHESIA

RITRATTO DI UNA CLASSE  SOCIALE IN ASCESA

LAVORO COLLETTIVO
DELLA V H DEL LICEO GALILEI DI POTENZA

ANNO 2012-13

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Federica Lamonea- Borghesia francese dell’Ottocento:

Lo spirito ottimistico dell’Expo del 1889

Derivante dalla radice tedesca burg- (cittadella fortificata), il termine “borghesia” è utilizzato dapprima in riferimento agli abitanti delle città medievali che godevano di particolari privilegi, e, dopo qualche secolo di permanenza nel dimenticatoio, impiegato nuovamente nella Francia prerivoluzionaria per indicare i gruppi più ricchi e più istruiti del Terzo stato, in opposizione all’aristocrazia. Il termine bourgeois, comunemente utilizzato dopo la Rivoluzione francese, si accompagna con crescente frequenza ad aggettivi che sottolineano il differente peso sociale, economico e politico dei propri rappresentanti: petite bourgeoisie, moyenne bourgeoisie, bonne bourgeoisie.

Il parametro di definizione d’appartenenza alla borghesia è di ispirazione marxiana: il borghese ottocentesco è identificato con il capitalista, in possesso dei mezzi di produzione, dal grande borghese imprenditore al piccolo borghese artigiano o contadino indipendente. Nel corso dell’Ottocento, il “secolo borghese”, la varietà delle professioni si dilata con il dilatarsi delle opportunità che l’industrializzazione offre: accanto alle tradizionali attività artigiane e commerciali, in alcune città trova terreno fertile il settore terziario, in altre le banche e i terminali finanziari delle imprese alimentano la modernizzazione. L’affermazione e la crescita del terziario, con tutti i suoi presupposti e conseguenze, dilatano il numero degli impiegati pubblici, dei dipendenti non operai delle imprese private, e di tutte quelle figure professionali che, nonostante il comune status di lavoratori dipendenti, si distinguono nettamente dai lavoratori manuali per consumi, modelli di vita, aspirazioni.

Il polo urbano è l’immancabile scenario di questa ascesa: alla città-fabbrica si affianca la città dei ministeri e delle università, dei giornali e della politica, “nido” di tradizionali funzioni amministrative e nuove vocazioni. È proprio la nuova città industrializzata a fare da scenario all’ascesa del movimento positivista, in linea con il punto di vista ottimistico della borghesia francese pienamente fiduciosa nel progresso delle scienze e della tecnica, politicamente riformista, nemica del conservatorismo ma ostile al rivoluzionarismo marxista. Inevitabilmente, le arti riflettono i modi di pensiero correnti, e l’architettura è emblema e funge da simbolo di stato in una città “internazionale”.

L’Esposizione Universale parigina del 1889, tra le tante susseguitesi nel corso del secolo, è forse quella più famosa e ricordata, per il gran successo, i grandi mezzi e le grandi eredità. Inaugurata il 6 maggio al Campo di Marte, e terminata il 31 ottobre, viene intitolata “Celebration of the Centennial of the French Revolution”, in onore del tema che celebra il centenario della Rivoluzione Francese, la presa della Bastiglia, e il diciottesimo anniversario della Terza Repubblica. Ha un’estensione di ben 90 ettari e sorge nel cuore della città. Tra le più grandiose costruzioni create per l’occasione, si ricordino il Palazzo dell’Industria e delle Arti, la Galleria delle Macchine (paragonata ad una cattedrale dallo scrittore Huysmans, rimasta una delle più imponenti strutture metalliche d’Europa fino al 1909, anno in cui fu distrutta), il Palazzo dell’Elettricità (utilizzato, oltre che per la sua funzione espositiva, anche per alimentare gli altri padiglioni), il Castello d’Acqua (“un diadema, un ventaglio aperto, la coda di un pavone che fa la ruota”, sulla cui sommità domina il Genio dell’Elettricità, alto più di sei metri), il Palazzo della Meccanica e delle Industrie chimiche e la famosa Torre Eiffel. Posizionata all’entrata della zona espositiva, dopo il Ponte di Iena, è costruita dall’architetto Gustave Eiffel a celebrazione dell’anniversario della Rivoluzione: alta 300 metri, può essere ammirata da qualsiasi punto di Parigi, ed è concepita per stupire, in quanto attrazione principale dell’Expo di quell’anno; sotto la Torre, un giardino zoologico speciale riunisce le “bestie” del Borneo, dell’Amazzonia e del Sahara, attrazioni che l’uomo civilizzato osserva dall’alto della sua posizione di colonizzatore.

L’ambiguità tra conservatorismo e innovazione tipica della borghesia parigina ottocentesca sopravvive nell’Expo del 1889: il pubblico viene a contatto con proposte artistiche e culturali decisamente nuove (si pensi all’architettura moderna della Tour Eiffel), mescolate a richiami osannanti a tradizioni e tecniche antiche (emblematici sono gli oggettini artigianali presentati da Gaugin, Gallè e dai Nabis come autentiche opere d’arte, ed un’intera porta d’ingresso dedicata alla figura del tappeziere). Anche l’artigianato, comunque, rispecchia la logica industriale: l’artista progetta i decori e le tecniche, lasciando agli artigiani l’esecuzione materiale dell’opera (tale è l’iter del design nell’arte vetraria francese). Opinione di Paul Gauguin su “Le Moderniste Illustrè” del 4 luglio 1889: “Evidentemente questa mostra è il trionfo del ferro, non soltanto dal punto di vista delle macchine ma anche per quanto riguarda l’architettura. A ingegneri e architetti appartiene una nuova arte decorativa, fatta di bulloni, audaci angoli di ferro, arabeschi gotici in metallo…”. Industria e arti iniziano ora a collaborare, seguendo anche e soprattutto logiche di mercato, portando all’inevitabile ridimensionamento dell’arte e della figura dell’artista, e anticipando in qualche modo ciò che nel Novecento diventerà design.

La magnificenza e la voglia di stupire dell’Expo, comunque sia, è riflesso dell’ottimismo e della sicurezza dilagante nella società (e in quella classe che della società era maggiore rappresentante all’epoca, ovvero la borghesia) francese: nonchalance, spensieratezza e “joie de vivre” sono frutto del crollo delle barriere sociali e della speranza di una vita migliore per tutti in conseguenza alla rivoluzione industriale, in una considerevole abbondanza culturale di divertimento e frivolezze. La cultura popolare è edulcorata, nel complesso, da un felice disordine di gioia e vitalità. In questa atmosfera, che favorisce la creatività artistica, circoli letterari appaiono e scompaiono in base a coincidenze fortuite, mentre pittori e illustratori diventano sempre più ispirati da questa atmosfera gioiosa, a volte oltraggiosa ma piena di fantasia, che rompe con il precedente rigido classicismo. L’atmosfera combacia perfettamente con l’apparizione dei primi cabaret, come quello del Moulin Rouge nello stesso anno dell’Expo Universale, il 1889.

Nel mezzo di questa effervescenza, la Butte de Montmartre si pone come simbolo. Nel 1891, la Basilica del Sacro Cuore viene inaugurata in pompa magna. Si spera che, con la basilica sulla cima della collina, un po’ di prestigio possa arrivare anche alla zona malfamata della collina (Pigalle, quartiere a luci rosse). Contro tutte le aspettative, la vicinanza del luogo sacro alle pendici infernali dà solo più fascino a questa mecca della vita parigina. Eccentrici, artisti e attori continuano a frequentare i cabaret, le sale concerti e i cafés con grande affluenza, raggiunti dalla borghesia, dagli aristocratici e dalla gente mondana che è sempre più attratta dai piaceri della tarda notte. Le sale musicali diventano il vero simbolo di questo meltingpot sociale e culturale. Lavoratori, artisti, borghesia e aristocratici si riunscono allo stesso tavolo in una gioiosa atmosfera di festa e frivolezza. Qui, ancora, i pittori trovavano la loro ispirazione, tra questi Toulouse-Lautrec, un cliente regolare dell’area, che veniva per immortalare le strane, colorate scene che stavano a metà tra il frenetico intrattenimento e le tragiche vite della classe bassa, in famosi dipinti come Le Chat Noir (il Gatto nero) e La Goulue (La golosa). Il 6 ottobre, ai piedi della Butte de Montmartre, Joseph Oller e Charles Zidler aprono nel Jardin de Paris, il Moulin Rouge, e non passa inosservata. Il pubblico arriva in massa a Place Blanche, per scoprire questo posto stravagante con la sua immensa pista da ballo, specchi dappertutto, e gallerie all’ultima moda in quanto a eleganza, per mescolarsi alla marmaglia e alle ragazze dai facili costumi, in un giardino decorato con un grande elefante nel quale le donne che desiderano possono pagare per girare in groppa ad un asino. C’è una così selvaggia atmosfera che lo spettacolo non è solo sul palco, ma tutt’intorno: aristocratici e zoticoni con il cappello si divertono insieme, in totale euforia. I padroni del luogo soprannominano il loro stabilimento Le Premier Palais des Femmes (il primo Palazzo delle Donne) e scommettono sul suo successo, dichiarando entusiasticamente a chiunque sentisse che il Moulin Rouge diventerà diventato il tempio della musica e della danza.

Un altro evento di principale importanza durante questi anni è la prima proiezione cinematografica: il 28 dicembre 1895, nel salone indiano del Grand Cafe, nel Boulevard des Capucines, a Parigi, 23 ospiti assistono ad uno straordinario spettacolo dei fratelli Lumiere. Ed è l’inizio di una nuova epoca.

Federica Lamonea

Liceo Scientifico Galilei di Potenza- V H

Rif. bibliografico

M. Messori, Borghesia, in Il mondo contemporaneo, a c. di N. Tranfaglia, vol. IX, Politica e società, La Nuova Italia, Firenze 1979

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