Antico Egitto

Antico Egitto

Con antico Egitto si intende la civiltà sviluppatasi in quella sottile striscia di terra paludosa fertile che si distende lungo le rive del Nilo a partire dalle sue cataratte al confine col Sudan fino allo sbocco nel Mediterraneo, e riconosciuta come entità statale a partire dal 3100 a.C. fino al 1786 a.C. ed è suddiviso in quattro grandi fasi: l’epoca arcaica o protodinastica (3100-2600 a.C.), l’Antico Regno (2600-2200 a.C.), il Medio Regno (2052-1785 a.C.) e il Nuovo Regno (1567-1075 a.C.).

Le tracce di insediamenti lungo il Nilo sono molto antiche e si calcola che l’agricoltura (in particolare la coltivazione di grano e orzo) abbia fatto la sua comparsa in quelle regioni intorno al 3500 a.C.[1] Proprio la presenza del fiume, che rende possibile la vita in una regione peraltro desertica, è il motore primo del precoce nascere della civiltà urbana e del suo persistere quasi immutata, ai nostri occhi, per quasi tremila anni. Le acque del Nilo, con le loro piene annuali, non portano solo fertilità ma anche distruzione se non vengono costantemente controllate, imbrigliate, incanalate, conservate per i periodi di siccità; ed è proprio da questo motivo che nasce la necessità di uno stato organizzato, uno stato che garantisca la manutenzione di quelle strutture da cui dipende la sopravvivenza di tutti.

La necessità di avere una struttura statale per la gestione delle opere (dighe e canali) collegate con le acque del Nilo, ha portato alla formazione di uno dei primi Stati della storia, nel 3300 a.C. Infatti questa esigenza fece sì che le tribù neolitiche imparassero a vivere prima sotto l’autorità di capi locali (fase della formazione dei distretti o nomos). I vari nomos si scontrarono e si allearono tra loro, nell’arco di circa un millennio, fino a formare due regni, l’Alto Egitto a Sud (costituito dalla parte meridionale della valle del Nilo) ed il Basso Egitto a Nord (costituito principalmente dal delta del fiume), che vennero unificati nel 3000 a.C. in un solo impero da Menes (da identificarsi probabilmente con il sovrano egizio Narmer), re dell’Alto Egitto, che inaugurò le trenta dinastie dell’Antico Egitto. Tra i monumenti più famosi dell’Antico Egitto vi sono sicuramente le piramidi, tombe di sovrani dalla III alla XII dinastia.

Le piramidi più famose si trovano presso Giza, vicino alla città moderna del Cairo. La loro imponenza testimonia la potenza dello Stato e l’importanza delle credenze religiose riguardo all’oltretomba. La Grande Piramide, la tomba del sovrano Khufu (conosciuto anche come Cheope), è l’unico monumento sopravvissuto delle sette meraviglie del mondo antico. L’antico Egitto raggiunse l’apice della sua potenza ed estensione territoriale nel periodo chiamato Nuovo Regno (1567 a.C.1085 a.C.), quando i confini dell’impero andavano dalla Libia all’Etiopia al Medio Oriente. L’antico Egitto conobbe anche momenti di debolezza e di polverizzazione del potere come avvenne nei tre Periodi Intermedi, nel secondo dei quali l’Egitto cadde sotto il controllo dei dominatori detti Hyksos.

Storia

Cronologia

La storia egiziana è suddivisa in differenti periodi. Le date degli eventi sono ancora oggetto di studio. Molte di esse sono state ricavate interpolando dati storici, archeologici e astronomici. Sin dall’antichità furono stilati diversi cataloghi delle dinastie che si susseguirono in Egitto.

  • Periodo predinastico (precedente al 3200 a.C.)
  • Periodo arcaico (I – II dinastia) (3150 a.C.2700 a.C.)
  • Antico Regno (III – VI dinastia) (2700 a.C.2160 a.C.)
  • Primo periodo intermedio (VII – X dinastia) (2160 a.C.2055 a.C.)
  • Medio Regno (XI – XII dinastia) (2055 a.C.1790 a.C.)
  • Secondo periodo intermedio (XIII – XVII dinastia) (1790 a.C.1540 a.C.)
  • Nuovo Regno (XVIII – XX dinastia) (1530 a.C.1080 a.C.)
  • Terzo periodo intermedio (XXI – XXV dinastia) (1080 a.C. – 672 a.C.)
  • Periodo tardo (XXVI – XXX dinastia) (672 a.C. – 343 a.C.).

Periodo predinastico

Con Periodo predinastico dell’Egitto si intende la fase precedente alla formazione dello stato unitario egiziano. La fase comincia indefinitamente nella preistoria e arriva fino al 3100 a.C., il paese è suddiviso nei due regni del Basso Egitto e Alto Egitto. Appartengono a questo periodo la Dinastia 00 e la Dinastia 0.

Le prime comunità agricole si stabiliscono presto nel Delta del Nilo e nell’oasi del Fayyum, subendo nel Basso Egitto un eccezionale sviluppo, che porta, dalla metà del V millennio, alla nascita delle prime città. Secondo alcuni studiosi, lo sviluppo delle attività legate all’agricoltura ha permesso un’enorme crescita demografica; secondo altri, invece, è la crescente pressione demografica a portare ad uno sviluppo dell’agricoltura. Aumenta anche la ricerca delle risorse minerarie del Medio e dell’Alto Egitto, soprattutto oro, da parte di coloni che adorano già Osiride e Horo, provocando al contempo un conflitto con le popolazioni meridionali che adorano Seth.

Gli adoratori di Horo, chiamati Seguaci di Horo, e quelli di Seth detti Seguaci di Seth si scontrano dunque e sono i primi a vincere. Si forma così un primo nucleo di regno, con capitale la città di Ieraconpoli. L’Egitto è ora diviso in Alto e Basso Egitto, due regni distinti e separati.

Periodo arcaico (I – II dinastia)

Con Periodo Arcaico o Periodo Thinita (dal nome della città di Thinis forse mutuato sul culto della dea Tanit, probabile città natale dei primi sovrani, Narmer compreso, e capitale della prima nazione egizia unitaria, per poco tempo prima del trasferimento a Menfi[2]) si intende l’arco di tempo coperto dalle prime due dinastie egizie.

Narmer (o Menes)

L’Alto Egitto aveva come capitale la città di Nekhen, chiamata dai greci Ieraconpoli. Il re di questo territorio adorava la dea avvoltoio Nekhbet e veniva raffigurato con un’alta corona bianca. Il Basso Egitto aveva come capitale Buto; il sovrano adorava la dea cobra Uto e cingeva una corona rossa, caratteristica di una dea del delta, Neith. Secondo le antiche leggende l’Alto Egitto, guidato dal dio Horo, sottomise il Basso Egitto, unificando tutto il territorio. Il sovrano del regno del Sud assunse da allora nella sua persona i simboli di entrambi i poteri e cinse la doppia corona.

Tavoletta di Narmer

La tradizione attribuiva il merito dell’unificazione dei due regni a Menes, identificato col faraone Narmer. Studi recenti, tuttavia, associano Menes al suo successore, Aha, re della I dinastia. Narmer e Scorpione, altro re del quale sappiamo molto poco, appartengono a quella che gli studiosi hanno battezzato “dinastia 0”, che avrebbe regnato tra il 3200 e il 3065 a.C. Il nome di Narmer fu il primo ad apparire in un serej, uno dei simboli più antichi della regalità. L’unificazione fu ottenuta con una sola battaglia, così come sembra mostrare la cosiddetta “Tavoletta di Narmer”. Il processo fu lento e comportò prima l’unificazione culturale, e solo più tardi quella politica. L’unificazione dei due regni fu il prodotto di numerose battaglie, come dimostrano le diverse tavolozze del Periodo predinastico che sono giunte fino a noi. I nemici non erano solo gli abitanti del Delta, ma si combatteva anche contro le tribù beduine o i Nubiani, riconoscibili dalle diverse acconciature e dalla barba.

Una volta conseguita la vittoria, l’Egitto stabilì la propria capitale a Menfi, una città nuova, che sarebbe stata fondata dal successore di Narmer. Il nuovo Stato adottò simboli dei due regni, unì le due corone e fece del serpente e dell’avvoltoio le due divinità protettrici del faraone. Narmer fu sepolto nell’Alto Egitto, nella necropoli reale di Abido. La sua tomba, con una camera doppia, una per il defunto e l’altra adibita a magazzino, è una delle più antiche della necropoli.

In questo periodo storico compaiono le tombe a mastaba, ossia coperte da una struttura a forma di gradone che sovrasta la camera funeraria.
Scarse sono le notizie sugli avvenimenti storici del periodo; alcune iscrizioni lasciate in occasione di spedizioni militari sono la prova dell’interesse per la regione del Sinai. Con maggior sicurezza abbiamo notizie sui traffici commerciali con Byblos, grazie al ritrovamento in questa città di resti di stoviglie con iscrizioni geroglifiche. Già in epoca arcaica l’Egitto importa da Byblos i tronchi di cedro usati nelle costruzioni, essendo esso privo di alberi con un legno adatto ad essere ridotto in tavole.

Dal punto di vista archeologico di questo periodo ci rimangono soprattutto sepolture, quasi sempre saccheggiate, e frammenti di statue, stele e false porte provenienti da cappelle funerarie. Per quanto riguarda invece le strutture civili (abitazioni, palazzi) non rimane praticamente nulla soprattutto per la deperibilità dei materiali utilizzati (mattoni di fango, legno, canne).

Antico Regno (III – VI dinastia)

Fin dalle prime dinastie il re si afferma quale dio in terra, con la precisa funzione di conservare maat “l’ordine”, il sistema, anche cosmico, che da lui dipende. Da qui deriva il regime faraonico, autocratico per diritto divino, che accentra ogni funzione dello stato sul re e che, sia pure con alternative e variazioni, si mantenne tale sino alla fine della civiltà egizia. L’affermazione del dogma faraonico si ha nella III dinastia con il sovrano Djoser con la sua piramide a gradoni ed ha la sua massima espressione nell’Antico Regno. Più precisamente nella IV dinastia, quando possiamo prendere a simbolo della straordinaria autorità regale e dell’accentrato interesse sociale sul faraone in questo periodo le piramidi canoniche, cioè i monumenti funerari dei faraoni di quella dinastia: Cheope, Khefren e Micerino.

Cheope

Piccola statuetta del faraone Cheope

Cheope, nato da Snefru e da Eteferi, figlia dell’ultimo faraone della III dinastia, fu il secondo faraone della IV dinastia e il grande artefice dell’unificazione territoriale e di un periodo di notevole prosperità per l’Egitto. Le notizie sulla sua vita e sul suo regno sono contraddittorie: infatti, secondo la tradizione, tramandataci dalla storiografia greca antica, Cheope fu un faraone crudele e spietato; i testi a lui contemporanei, invece, ce lo descrivono come un riformatore, capace di accrescere il potere reale.

Durante il suo regno, Cheope avviò all’interno del Paese numerose riforme, destinate ad accrescere il suo potere. Affrontò innanzitutto il riordino dell’amministrazione dello Stato ponendovi a capo il visir che in questo modo assunse un ruolo di primissimo piano, ben al di sopra di tutti gli altri funzionari statali e molto vicino alla famiglia reale: il faraone ottenne così, come primo risultato, quello di aumentare il controllo su tutti i funzionari. In ambito religioso, limitò i privilegi dei sacerdoti scegliendo, inoltre, i sommi sacerdoti delle principali divinità tra i membri della sua famiglia. Per quanto riguarda la sua vita privata, Cheope si sposò tre volte e da queste unioni nacquero tre figlie e sei figli, quattro dei quali gli successero al trono. In politica estera, il suo regno fu caratterizzato dalla convivenza pacifica con i popoli vicini; le uniche spedizioni al di fuori dei confini del Regno, verso il Sinai e la Nubia, furono effettuate con lo scopo di approvvigionarsi di minerali.

Per preparare il suo passaggio nell’oltretomba, diede l’avvio alla costruzione di una monumentale opera, che finì per oscurare tutte le altre: nacquero così la Grande Piramide e il complesso funerario che la circonda, destinato ad accogliere parenti e funzionari.

Chefren

Chefren in una statua

Chefren fu un faraone della IV dinastia, quella di Cheope. Era appunto il figlio del famoso faraone. Dopo la morte di quest’ultimo Chefren combatté contro il fratello Kheper per la successione.

Il suo regno durò per 20 anni.

Le sue opere

La Sfinge a Giza

Chefren costruì certamente alcuni templi, ma le opere per cui è più famoso sono due:

  • La sfinge – La Sfinge rappresenta un leone con la testa del faraone Chefren.
  • La Piramide di Chefren – La piramide che lui edificò è la più grande in assoluto dopo quella del padre Cheope. È l’unica piramide con ancora la decorazione esterna sulla sommità ma é priva di vertice e del Pyramidion[3].

Le piramidi

Il fatto più noto relativo a questo periodo è la costruzione delle piramidi, imponenti monumenti funebri dei sovrani di questo periodo storico.

La piramide fu, molto probabilmente un’evoluzione della mastaba, infatti quella che è considerata la più antica tra esse, la piramide a gradoni di Djoser non è altro che una serie di mastabe sovrapposte.

A questa prima piramide ne seguirono altre, alcune abbandonate prima del termine della costruzione (probabilmente a causa della prematura morte del sovrano).

Un esempio degno di nota è la piramide romboidale del faraone Snefru: a metà della sua edificazione, i costruttori preoccupati a causa del possibile cedimento della struttura (fatto già accaduto) decisero di modificarne l’angolo riducendolo. Il risultato è una strana piramide, la cui cima è improvvisamente inclinata.

Le piramidi più famose sono le tre di cui non venne mai persa la memoria a causa delle loro dimensioni, queste sono i monumenti funebri di Khufu, il Cheope sopra citato, Khefren (a cui si deve anche la Sfinge) e Micerino. La piramide di Khufu, detta anche grande piramide venne considerata già dagli antichi una tra le sette meraviglie del mondo.

La sfinge di Giza, sullo sfondo la piramide di Cheope

Ormai tramontata la teoria, dovuta più che altro ai racconti di Erodoto, dell’utilizzo di migliaia di schiavi catturati in battaglia, per la costruzione delle piramidi è ormai accettato, abbastanza da tutti gli studiosi, che queste costruzioni siano state erette da operai specializzati, che vivevano nei pressi, aiutati durante la stagione dell’inondazione (periodo dell’anno in cui il Nilo allagava i campi rendendo impossibili i lavori agricoli) da contadini che, si dice, provenissero da tutto l’Egitto. I racconti di Erodoto non sono credibili anche per il fatto che l’Antico Egitto, nell’Antico Regno, non intraprese grandi guerre, non catturando quindi, schiavi. Infatti, durante l’Antico Regno vi furono solo 5 dinastie, e ciò sta a rappresentare un regno privo di ostilità verso altri popoli a quei tempi

Nel 1988 lo scienziato francese Joseph Davidovits ha proposto una controversa ma innovativa ipotesi sulla costruzione delle piramidi basata sull’idea che gli antichi egizi fossero in grado di sintetizzare dei geopolimeri utilizzando calcare, calcio, natron e argilla gettati all’interno di casserature costruite man mano sulla piramide. La teoria, la cui validità ancora oggi è oggetto di dibattito, ha il pregio di spiegare aspetti lasciati irrisolti da altre teorie precedenti (ad esempio come fosse possibile ottenere in cava blocchi dal peso di svariate tonnellate e perfettamente combacianti quando messi in opera, o come fosse possibile nutrire la manodopera, che secondo Davidovits sarebbe stata di 1500 unità anziché numeri molto più grandi secondo le precedenti teorie).

Complessivamente si contano più di cento piramidi, tra grandi e piccole, sebbene solo una piccola parte sia tuttora in discrete condizioni.

Nelle sepolture risalenti a questo periodo sono stati rinvenuti i primi esempi di tecnica di imbalsamazione.

I faraoni, figli di Ra

Secondo un racconto popolare conservatoci nel cosiddetto “papiro Westcar”, i primi tre re della V dinastia sarebbero stati figli della moglie di un sacerdote di Ra, il dio solare di Eliopoli, e dello stesso dio Ra: seppure coi colori della novella popolare, il testo è interessante e altri elementi documentari confermano che realmente l’avvento della V dinastia segna un cambiamento, una crisi anche religiosa che si presenta spostando l’importanza sul dio di Eliopoli e con l’edificazione di templi “solari” di cui l’elemento principale è un obelisco su una piattaforma.

Un ulteriore mutamento dinastico portò il faraone Teti sul trono, iniziando così la VI dinastia, ultima dell’Antico Regno.

Rapporti con i popoli vicini

In questo periodo grandi spedizioni commerciali e militari sono inviate in Nubia e in Libia, mentre i rapporti con l’Asia sono assai limitati, eccetto quelli con Byblos, e non hanno comunque scopi imperialistici ma si limitano a scambi commerciali. Dal commercio esterno arrivava in Egitto dalla Nubia l’oro, con avorio e altri prodotti esotici, dal Sinai rame in grande quantità, mentre le spedizioni commerciali in Fenicia procuravano legname, specialmente legno di cedro.

Primo periodo intermedio (dinastie VII, VIII, IX, X)

Con il desiderio d’indipendenza della nobiltà si ha il decentramento, la provincializzazione che caratterizzano i momenti di crisi del potere faraonico. Alla fine della VI dinastia, col lunghissimo regno di Pepi II, termina l’Antico Regno: allora in Alto Egitto sorge una potente nobiltà provinciale, le terre che erano state unicamente proprietà regale vengono frazionate, sempre più larghi privilegi sono concessi ai templi e ai sacerdoti mentre le risorse della cassa regia si esauriscono. Si arriva così al periodo turbolento, uno dei più oscuri della storia egiziana, che è il Primo periodo Intermedio, scarso di testimonianze contemporanee e che giunge fino alla X dinastia.

Un periodo di disagio

In quest’epoca tutto il paese è in disordine: un testo letterario del periodo, le Lamentazioni di Ippuwer, danno un quadro fosco delle condizioni del paese in questo momento, in cui nomadi beduini si sono infiltrati nel Delta, e dovunque in Egitto ci sono lotte fraterne, rivolgimenti sociali, depredazioni, miseria:

I ricchi sono in lutto, i poveri sono pieni di gioia; ogni città dice: Scacciamo i potenti che sono fra noi!”. Grandi e piccoli dicono: “Vorrei essere morto!” e i piccoli bimbi dicono: “Non mi avessero mai messo al mondo”. Davvero il deserto è nel paese, i nomi sono distrutti; gli stranieri sono venuti in Egitto da fuori. Si mangia erba e ci si abbevera d’acqua e non si trovano né grano né erbaggi da uccelli: si prendono i rifiuti dalla bocca dei porci e non si dice: “Questo è meglio per te che per me”, a causa della fame. Ecco, i possessori di vesti preziose sono in cenci, ma chi non tesseva per sé ha ora lini fini. Ecco, chi non si costruiva un battello, ora possiede navi: il proprietario guarda, ma non sono più sue. Ecco, i poveri del paese son diventati ricchi, chi possedeva è ora uno che non ha nulla. E il faraone ci ammira nella nostra tristezza, con il suo lusso e le sue donne“.

Di questi disordini Ippuwer individua la causa principale nella svogliatezza del faraone, che è più impegnato a spendere le ricchezze in suoi lussi personali come donne e molto altro, per la sua noncuranza, giudica il sovrano non all’altezza della sua funzione, questo mostra quanto sia scaduto il concetto di re-dio che era stato alla base del periodo precedente.

Alla fine del primo periodo intermedio, essendo le province tornate alla condizione di piccoli stati indipendenti, si formano dinastie di principi locali, con diritto ereditario al potere, che datano i monumenti coi loro anni, reclutano truppe, e non esitano ad assumere titoli e prerogative reali. La fine di questo periodo è particolarmente felice per la società, nella quale torna sovrana la giustizia.

Medio Regno (dinastie XI, XII)

Verso il 2040 a.C. finisce il primo Periodo Intermedio: il principe Mentuhetep riesce a riunire l’Egitto sotto il proprio potere e diventa fondatore dell’XI dinastia: nessun dubbio che lui e i suoi successori abbiano dovuto penare per riorganizzare l’Egitto, ostacolati dalle tendenze indipendentistiche radicatesi nei monarchi provinciali, ma alla fine riescono a controllare l’intero paese e a ottenere un concentramento del potere politico a Tebe, la nuova capitale. Nella riconquistata unità nazionale, l’Egitto è in grado di riprendere il controllo in Libia e in Nubia, sfrutta di nuovo le sue risorse minerarie e riallaccia il commercio con la Siria. L’ultimo sovrano della XI dinastia è soppiantato dal suo visir, Amenemhat, che con il nome di Amenemhat I inizia la XII dinastia, con cui si apre il Medio Regno.

La nuova dinastia s’impone ai sudditi, priva com’è di legittimi diritti al trono non può appoggiarsi infatti su diritti divini, con argomenti umani, utilizzando abilmente una propaganda capillare condotta anche attraverso testi letterari. L’avvento del fondatore della dinastia è presentato, in un testo letterario, ispirato alla stessa volontà regale, la cosiddetta “Profezia di Neferty”, come il compiersi di una profezia, emessa nell’Antico Regno, che prometteva il risollevamento dell’Egitto dal disordine. La capitale viene spostata da Menfi alla nuova città di Ity Tawy (Dominatrice delle Due Terre) appositamente fondata nella regione del Fayum anche se il centro del potere si trova nel sud a Tebe.

Sesostri I

Scultura raffigurante il faraone Sesostri I

Il regno di Sesostri I come unico sovrano inizia in modo cruento, con l’uccisione di suo padre Amenemhat I, ma dal momento che il defunto faraone ha governato insieme al figlio per dieci anni, la successione non crea problemi. Durante il regno del padre, Sesostri si è occupato delle questioni militari. Amenemhat viene assassinato infatti proprio mentre lui era nel deserto libico al comando di una spedizione contro le tribù nomadi. Ricevuta la notizia, Sesostri si dirige rapidamente verso la capitale dell’Egitto e si fa incoronare nel 1962 a.C. prendendo così il controllo della situazione.

Il nuovo re governa insieme al figlio Amenemhat II. Prima di morire fa costruire una piramide, a el-Lisht, in cui viene sepolto. Il regno di Sesostri si caratterizza per la politica interna volta a potenziare al massimo la regione di el-Faiyum, continuando in questo modo la linea politica tracciata dal padre. Economicamente il faraone continua lo sfruttamento delle cave di marmo e garantisce il controllo delle miniere d’oro nella zona meridionale. A Nord il faraone guida spedizioni contro le tribù nomadi e mantiene contatti commerciali col porto di Ugarit. La maggior parte degli edifici costruiti da Sesostri non è arrivata ai nostri giorni. Grazie alla sua politica e a quelli dei suoi successori, l’Egitto conosce così un grande periodo di tranquillità economica e politica.

Secondo periodo intermedio (dinastie XIII, XIV, XV, XVI, XVII)

Il secondo periodo intermedio comprende le dinastie XIII, XIV, XV, XVI e XVII. Da un punto di vista cronologico questa fase della storia egizia copre il periodo dal 1790 a.C. al 1530 a.C.

L’invasione degli Hyksos

Il Medio Regno è per l’Egitto antico uno dei migliori periodi della sua storia, sotto l’aspetto politico, economico ed amministrativo; ma subito dopo la morte di Amenemhat III si verifica un declino della prosperità e del prestigio del paese. Durante questo nuovo periodo di decadenza, il Secondo Periodo Intermedio, un’apparenza di potere centrale continuò nella XIII e XIV dinastia, ma sempre più indebolito e limitato alla regione meridionale dell’Egitto.

Infatti, dopo un lungo periodo d’infiltrazione, lenta ma costante, il Delta e anche l’antica capitale dell’Egitto, Menfi, finisce con il cadere nelle mani degli Hyksos, una commistione di differenti genti asiatiche, semiti in prevalenza, ma la cui classe dirigente era probabilmente formata da elementi khurriti, che stabilirono la loro capitale nel Delta Orientale, ad Avaris, l’attuale Tell el-Daba, dove scavi recenti hanno portato novità storiche e archeologiche, come gli stretti rapporti con la Creta minoica.

Questi dominatori di cultura inferiore, assimilarono la civiltà egiziana e, probabilmente impiegando largamente funzionari egiziani, amministrarono il paese con metodi non oppressivi e non dovettero essere malvisti dai loro sudditi, nonostante i foschi colori con cui la contro-propaganda tebana descrive quel periodo. L’Egitto deve agli invasori almeno la conoscenza dei cavalli e dei carri da guerra, fino ad allora ignoti in Egitto.

Sotto gli ultimi re hyksos, Kamose, un sovrano di Tebe della XVII dinastia, decise di attaccare gli stranieri: è il primo segno storicamente certo di un tentativo di cacciare dal delta gli invasori. Della sua “guerra di liberazione” Kamose ha lasciato testi ufficiali epigrafici. L’espulsione degli Hyksos avvenne però in maniera lenta e graduale, con un lento indebolirsi del potere degli Hyksos.[4] Gli invasori furono scacciati in maniera definitiva solo con Ahmose, fratello e successore di Kamose: egli riuscì infatti a superare il delta e a giungere fino in Palestina dove, dopo un assedio durato tre anni, conquistò la città fortificata di Sharuhen, spazzando via definitivamente gli Hyksos[4]. In questo modo ebbe inizio la XVIII dinastia con la quale si aprì il Nuovo Regno.

Nuovo Regno (dinastie XVIII, XIX e XX)

Comprende le dinastie XVIII, XIX e XX e copre gli anni dal 1530 a.C. al 1080 a.C.

L’Egitto ora è di nuovo riunito ed unificato: ha mostrato di saper combattere ed è pronto a un nuovo periodo di splendore. La Nubia viene ripresa, un nuovo senso di politica e di conquista spinge i sovrani della XVIII dinastia alla conquista militare della Siria e della Palestina, specialmente con Thutmose I, primo sovrano imperialista.

Hatshepsut

Statuetta raffigurante Hatshepsut

Dopo la morte di Thutmose I, gli succede al trono il figlio Thutmose II. Alla sua prematura scomparsa sale al trono la moglie di quest’ultimo, Hatshepsut che comincia il suo regno nel 1490, al fianco del nipote Thutmose III, ancora bambino, figlio del defunto faraone e di una concubina. Per sette anni la regina si è adattata a un ruolo politico secondario. Ma l’appoggio dei sacerdoti di Amon, del visir e degli architetti reali permette ad Hatshepsut di proclamarsi faraone, relegando Thutmose III ad altre attività di minore importanza.

Riconosciuta come re, si fa rappresentare in aspetto maschile e adotta il protocollo faraonico, pur modificandolo leggermente. Hatshepsut avvia una vasta attività di costruzione a Tebe, dove spicca il suo tempio funerario a Deir el-Bahari. Per legittimare il suo potere si serve inoltre dei sacerdoti di Amon che, in cambio di una loro maggiore influenza, creano per lei il mito della teogamia. Il dio Amon, possedendo il corpo del faraone Thutmose I, si sarebbe unito alla regina e questa avrebbe concepito Hatshepsut. Con tale spiegazione si attribuisce dunque alla sovrana un’origine divina e quindi il diritto a governare come faraone.

Sotto il suo mandato si compiono dunque spedizioni commerciali verso il sud, alla ricerca di materiali esotici come legno profumato o oro, e organizzate anche campagne militari che permettono di controllare la terza cateratta e di arrivare fino alla sesta. Tali spedizioni sono guidate da Thutmose III, che, nonostante il presunto odio verso la zia “usurpatrice”, non si solleverà mai contro di lei. Durante il regno di Hatshepsut si completano parte dei templi di Ermant e Karnak, si realizzano lavori di costruzione a Buhen e a Beni Hasan, dove la regina ha fatto erigere lo Speos Artemidos.

Piena espansione

L’Egitto, con il regno di Thutmose III ha raggiunto la sua massima espansione: l’impero comprende ora la Nubia e giunge in Asia fino all’Eufrate. L’impero era ben controllato, con funzionari egiziani e presidi militari; i rapporti con i sovrani asiatici di Babilonia, di Mitanni, di Cipro erano fitti e cordiali.

Per il regno di Amenhotep III e per quello di Amenhotep IV siamo particolarmente bene informati grazie all’archivio della corrispondenza ufficiale con quei sovrani: le tavolette d’argilla coi testi accadici ritrovate a Tell el-Amarna.

L’Egitto divenne il paese più ricco del mondo antico; ma l’oro che arrivava in Egitto, dalla Nubia e dall’Asia, in massima parte andava ad arricchire le casse dei templi; Amon di Tebe, al quale i sovrani consacravano gran parte del bottino, vede il suo sacerdozio divenire sempre più potente e il sovrano dipendere da quello.

Akhenaton

L’urto tra il potere del faraone e quello del clero di Amon porta a una crisi violenta e aperta nel regno di Amenhotep IV: i sacerdoti sono cacciati, i templi chiusi e particolarmente Amon e il suo clero sono perseguitati, mentre anche Tebe non è più la capitale. Amenhotep IV fonda una nuova città, Akhetaton (l’orizzonte di Aton) in onore del dio della nuova religione monoteista, Aton, il disco solare.

Il faraone Akhenaton

Il sovrano, che assume ora il nome di Akhenaton forma nuovi quadri amministrativi, sostituendo ai vecchi funzionari gente nuova, che non aveva una formazione amministrativa, ma che deve la sua posizione al fatto di aver abbracciato la nuova fede e di aver appoggiato il re nella sua riforma. Il dio di Akhenaton, di cui il sovrano è profeta e sacerdote poteva avere, in quanto culto puro dell’astro del sole, elementi di cosmopolitismo, come mostra bene un passo dell’Inno ad Aton probabilmente composto dallo stesso faraone:

Come son numerose le tue opere, ciò ch’hai creato e ciò ch’è nascosto, tu, dio un unico che non ha eguale! Hai creato da solo la terra secondo il tuo desiderio, gli uomini, il bestiame e tutti gli animali selvaggi, tutto ciò che esiste sulla terra e cammina coi suoi piedi, tutto ciò ch’è nell’aria e vola con le sue ali, i paesi stranieri di Siria e di Nubia e la terra d’Egitto

La fine dello scisma atoniano e la rivincita degli dei ignorati o perseguitati, soprattutto Amon, si prepara già negli ultimi anni di Akhenaton: alla crisi contribuì anche la situazione in cui era venuta a trovarsi la potenza egiziana in Asia. La corrispondenza dei sovrani asiatici con Akhenaton mostra che continuavano, almeno nei primi anni del suo regno, rapporti diplomatici amichevoli. Invece un quadro del tutto diverso è presentato dalla corrispondenza tra il faraone e i capi e principi siriani, fra i quali si manifesta un certo disagio e una crescente insofferenza per l’autorità egiziana in Siria: alla base c’è sicuramente la mano del re degli ittiti, la nuova potenza minacciosa in Asia, che controlla i movimenti dei ribelli, li coordina e, all’occasione, si appropria delle loro conquiste.

La Siria è ora divisa in due fazioni: quelli che restavano fedeli all’Egitto come i principi degli stati siriani costieri, Byblos, principalmente, e Damasco, e quelli che speravano di ottenere vantaggi dal cambiamento, fiduciosi nell’appoggio degli Hittiti, come i principi della zona interna. Akhenaton, benché i principi a lui fedeli abbiano chiesto aiuto diverse volte, non ha mai risposto alle loro preghiere.

Alla sua morte, l’Egitto è pronto a tornare alla condizione che aveva preceduto il tentativo di riforma religiosa monoteista detta “amarniana”.

Tutankhamon

Tutankhamon, detto anche “il faraone bambino” a causa della morte precoce in età adolescenziale, fu il terzultimo faraone della XVIII dinastia; nato come Tutankhaton (“Immagine vivente di Aton”) e rinominatosi successivamente Tutankhamon (“Immagine vivente di Amon”) come simbolo della volontà di riallacciare i rapporti con il clero di Amon e restaurare i culti antichi dopo la cosiddetta “eresia amarniana” condotta dal padre Akhenaton, il “faraone eretico”, la cui storia fu cancellata da tutti i monumenti, così come il culto monoteistico del suo dio Aton, attraverso una massiccia opera di damnatio memoriae, di cui anche Tutankhamon, malgrado i suoi sforzi di recuperare lo status quo pre-amarniano, rimase vittima.

Il piccolo monarca proclama presto il ripristino delle feste e del culto degli dèi precedenti al regno del padre e torna così a riconciliarsi con il clero tebano. La capitale, dopo lo spostamento ad Akhetaton (“Orizzonte di Aton”) ad opera di Akhenaton, viene riportata all’antica Tebe, sede del sacerdozio di Amon. Tutankhamon sposa la giovane Ankhesenamon (“Lei vive per Amon”), nata Ankhesenpaaton (“Lei vive per Aton”), sua sorellastra; la coppia tentò di avere dei figli, come dimostrano le due piccole mummie di feti (uno non sopravvissuto a un parto prematuro, l’altro nato morto), entrambi femmine, ritrovate nella tomba del giovane re. Tutankhamon regna per circa dieci anni e muore all’età di diciannove anni, nel 1325 a.C.

Ay, suo consigliere fidato, ne sposa la vedova, Ankhesenamon, e gli succede sul trono per quattro anni; alla sua morte, il clero appoggia la salita al trono di Horemheb, che non faceva parte della famiglia reale ma si era distinto come generale sotto Akhenaton e Tutankhamon. Con la sua morte, la XVIII dinastia si conclude.

Ay

Ay

Il successore del faraone Tutankhamon fu il suo visir, di nome Ay. Non si è ancora certi di come sia morto Tutankhamon, ma una delle più accreditate teorie è quella in cui lui verrebbe ucciso da Ay.

Il suo regno durò circa cinque anni, uno dei più brevi della storia dell’Antico Egitto. Si era sposato con la vedova del faraone suo predecessore, Ankhesenamon.

Horemheb

La definitiva sistemazione dell’Egitto spetta comunque a Horemheb il quale viene scelto come re dall’oracolo di Amon (in realtà dal suo cedro), come narra egli stesso in una iscrizione.

Ancora generale, dopo la morte di Akhenaton, mostra la sua energia riuscendo a conservare la Palestina all’Egitto con una spedizione fortunata; divenuto faraone, si preoccupa di sanare la deplorevole condizione del paese emettendo un decreto che è uno dei più importanti documenti legislativi lasciati da sovrani egiziani.

Le misure adottate da Horemheb sono in parte legislative (riorganizza i tribunali, reprime gli abusi e le estorsioni ai danni dei contadini, le requisizioni abusive di schiavi ai privati) e in parte amministrative.

Ramessidi

Dopo Horemheb, morto senza eredi, si ha un netto cambiamento: i sovrani della XIX dinastia, di cui il fondatore è Ramesse I, gran visir del precedente faraone, non sono di origine tebana, bensì del delta orientale. Ciò spiega anche perché Seth, il dio locale, sia la divinità protettrice dei membri di questo casato.

La politica religiosa dei primi tre sovrani della XIX dinastia è di favorire altre divinità: Ra di Eliopoli e Ptah di Menfi in modo particolare, così da evitare l’intromissione nel potere da parte del sacerdozio tebano (iniziata con la XVIII dinastia e di cui la netta presa di posizione di Akhenaton, ma già però anche suo padre Amenhotep III dava segni di insofferenza, fu probabilmente la conseguenza[5]) senza tuttavia entrare in conflitto con esso, anzi ufficialmente mostrandosi devoti del dio di Tebe (ricordiamo che il nome Ramses nel cartiglio di Ramses II è affiancato dalla dicitura mery Amon, “amato da Amon”). Sotto il loro comando, l’Egitto conosce un periodo di grande splendore, culturale ed economico.

Ramses / Ramesse / Ramsete II

Statua di Ramses II sul trono

Dopo due anni di regno Ramses I muore e al suo posto sale al trono il figlio, Seti I, già co-reggente: questi regna sull’Egitto per circa diciotto anni, e il suo è un periodo di equilibrio assoluto. Suo figlio e successore è Ramses II (Ramesse II), uno dei più grandi faraoni nella storia d’Egitto.

Ramses dimostra ben presto di essere un ottimo comandante: nei primi anni di regno affronta e sconfigge infatti un gruppo di predoni del mare, denominati Shardana, in seguito inglobati nella sua guardia personale. Ma la sua impresa più memorabile, e senza dubbio la meglio documentata nella storia dell’Antico Egitto, è la Battaglia di Kadesh, combattuta nei pressi del fiume Oronte, nella quale il faraone affronta l’Hatti, equivalente all’impero anatolico, sotto la guida di Muwatalli II. Benché nessuno dei due contendenti vinca la battaglia, Ramses farà larghissima propaganda all’episodio presentando la battaglia di Kadesh come una grande vittoria, per il semplice fatto di aver riportato la quasi totalità dell’armata in patria e di essere riuscito a salvare la patria. Il sentimento del pericolo, comune all’impero ittita e all’Egitto nel suo predominio sulla Siria, dell’affermazione della potenza assira in Asia è certamente alla base del trattato di pace tra Ramses II e Hattusili, fratello e successore di Muwatalli. Il testo dell’alleanza difensiva tra le due potenze era redatto in geroglifico egiziano e in cuneiforme. A suggello della nuova situazione tra i due paesi si ha il matrimonio tra la figlia del sovrano hittita e Ramses II.

Il faraone, però, non è ricordato solo come grande guerriero e come eccellente governante dell’impero egiziano, ma anche come un instancabile costruttore, tanto che molti edifici e opere sono stati creati, modificati o ristrutturati proprio per mano sua: si possono ricordare sia i due templi di Abu Simbel, uno dedicato a sé stesso, l’altro alla moglie Nefertari divinizzata, sia il Ramesseum, la città di Pi-Ramses, sua nuova capitale. Il suo è uno dei regni più lunghi, insieme a quello di Pepi II risalente alla fine dell’Antico Regno: Ramses muore infatti a circa 91 anni, dopo sessanta anni di governo. Padre di numerosi figli, riesce a far salire sul trono solo il tredicesimo, Merenptah, non perché i precedenti non fossero meritevoli di tale titolo, ma perché semplicemente non erano sopravvissuti a lui.

E’ probabilmente contro di lui che Mosè ha scagliato le sue dodici piaghe.

Merenptah e i Popoli del mare

Il figlio e successore di Ramesse II, Merenptah, deve far fronte a una situazione molto grave, che tocca direttamente l’Egitto, e non più soltanto il suo prestigio nelle zone esterne del dominio egiziano: il pericolo è alla frontiera occidentale dell’Egitto ed è costituito dai Libici che fanno pressione per entrare in Egitto e che portano con sé anche truppe appartenenti ai “Popoli del mare“, quelle genti, cioè, della grande ondata indoeuropea che comincia a calare nel Mediterraneo.

Della sua vittoria sui Libici e sui loro alleati, Merenptah dà un ampio resoconto in una iscrizione a Karnak e in una stele, nota come “stele di Israele” perché Israele vi figura menzionata nell’inno che conclude questo testo ufficiale:

I re sono abbattuti e dicono: “Pace”, nessuno alza la testa dei Nove Archi: la Libia è devastata, gli Hittiti pacificati, Canaan è distrutta con ogni male, Ascalon conquistata, Gezer è presa, Yenoam annientata, Israele è desolata e non esiste il suo seme. La Palestina è divenuta una vedova a causa dell’Egitto, tutti i paesi sono uniti, tutti pacificati”.

Ramses III e la crisi del Nuovo Regno

Durante il regno di Ramses III (che può considerarsi l’ultimo grande sovrano del Nuovo Regno), il Delta egiziano fu di nuovo in pericolo per gli attacchi ripetuti dei Libici, ancora alleati con elementi dei “Popoli del mare” e per l’attacco nel Delta Orientale, per terra e per mare questa volta, di orde di “Popoli del mare”, ma Ramses III riuscì a proteggere il confine egiziano. Lunghi testi e scene scolpite sulle pareti del suo tempio funerario a Medineth Habu commemorano gli episodi delle imprese belliche del sovrano e le sue vittorie.

Ramses III riesce a conservare la Palestina, ma dopo di lui l’Egitto non ha più la forza di mantenere la sua supremazia in Asia. La crisi appare infatti evidente verso la fine del suo regno: l’Egitto soffre di una gravissima situazione economica che porta all’inflazione; tra gli operai della necropoli tebana si verificano veri e propri scioperi di protesta per le paghe che non sono date e ancora durante il regno di Ramses IX è attestato un altro grave sciopero nello stesso ambiente; bande di ladroni depredano le ricche tombe dei faraoni nella Valle dei Re.

La progressiva debolezza del potere centrale, i disagi economici, la scomparsa di un vero e proprio impero egiziano, tutto porta alla rovina dell’Egitto, che conosce disordini e carestie finché alla fine della XX dinastia l’unità del regno delle Due Terre si sfascia, quando un debole faraone regna nel Delta, con capitale a Tanis, mentre in Alto Egitto domina Herihor, il quale ha riunito nelle sue mani la funzione di visir dell’Alto Egitto e quella di sommo sacerdote di Amon a Tebe.

Terzo periodo intermedio (dinastie XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV)

Dopo Herihor, l’Egitto entra in una fase decisa di decadenza. La Nubia si stacca dal regno, e a Napata, la città eletta capitale, saliranno al trono sovrani di cultura in qualche modo egiziana che si considereranno eredi dei faraoni. La Libia e la Siria sono ormai sottratte all’influenza egiziana. Anche l’Alto Egitto si separa praticamente dal resto del paese, e si costituisce come stato autonomo dominato dai sacerdoti di Amon.

Guerrieri assiri

Verso il 959 a.C., dall’ambiente delle colonie militari libiche che negli ultimi tempi sono state accettate in Egitto, sale sul trono del faraone una dinastia libica, la XXII; Tebe e l’Alto Egitto restano in mano al sacerdozio ammoniano. Uno dei sovrani libici, Sesonchis, tenta di riprendere la politica asiatica, ma ben presto il paese ricade nell’inerzia e nella disorganizzazione.

L’unità dell’Egitto viene ricostituita intorno al 730 a.C. da sovrani del lontano regno di Kush: appoggiandosi al sacerdozio tebano, Piankhi prima, poi suo fratello Shabaka conquistano l’Egitto, sottomettendo i principi locali che, specialmente nel Delta, erano fortemente indipendenti e bellicosi. La nuova dinastia, la XXV, dà quindi all’Egitto, con l’unità, un nuovo impulso: estremamente pii, i sovrani di Kush restaurano templi e ne edificano di nuovi, e la devozione ad Amon, loro dio, è al centro della loro pietà. La pietà religiosa, venata di un certo arcaismo di tipo ortodosso, porta i sovrani etiopici a prendersi cura dei templi e dei culti antichi.

La vera debolezza della XXV dinastia sta nel fatto che la capitale del regno era lontanissima da Kush, dove, dopo la conquista, i sovrani sono ritornati, lasciando libertà di manovre indipendentistiche ai principi locali delle città egiziane. Ma la dissoluzione dell’unità egiziana viene dall’esterno: gli Assiri, la nuova grande potenza assoluta in Asia, penetrano in Egitto e, saccheggiando e distruggendo, arrivano a Tebe: Assurbanipal riduce l’Egitto a una sorta di protettorato assiro che designa come capi locali i principi egiziani del Delta educati a Ninive.

Epoca Tarda

Quando l’Assiria conosce però la crisi, l’Egitto, sotto una nuova dinastia, la XXVI, ha di nuovo un periodo d’unità: Psammetico, principe di Sais e vassallo dell’Assiria, si allea con la Libia e caccia gli Assiri dall’Egitto. La dinastia saitica (di origine libica) regna per più di un secolo restituendo al paese un ultimo periodo di rinascita: il potere è accentrato, Tebe è sotto controllo da quando Psammetico I fa adottare come “Divina Adoratrice” la propria figlia, i contatti commerciali ed economici con la Grecia portano all’Egitto vantaggi commerciali ed economici poiché, commerciando adesso con i Greci, gli egiziani sono affrancati nel Mediterraneo dalla necessità di mediazione dei fenici.

È piuttosto una politica africana quella che l’Egitto conduce adesso militarmente, in Nubia, a Cirene, e i tentativi di intervento militare in Siria e in Palestina si risolvono in sconfitte. I sovrani saitici assumono largamente mercenari greci, benché questa preferenza sia causa di difficoltà interne per la rivalità tra egiziani e Greci: ma i Greci sono adesso gli alleati dell’Egitto contro la nuova potenza asiatica che minaccia l’equilibrio del Mediterraneo: la Persia.

La conquista persiana

Stele raffigurante il re Dario I con alcuni servitori

L’ultimo faraone della XXVI dinastia, Psammetico III, è sconfitto e catturato dal re persiano Cambise, figlio di Ciro, nella battaglia di Pelusio. L’Egitto, con Cipro e la Fenicia, entra a far parte dell’impero achemenide, sesta delle venti divisioni amministrative, o satrapie. La XXVII dinastia comprende Cambise, morto nel 522 in Siria sulla via del ritorno in Persia e, in successione, Dario I, Serse, Artaserse I, Dario II e Artaserse II, che viene riconosciuto in Egitto come faraone almeno fino al 402.

Per intensificare i rapporti della Persia con la satrapia d’Egitto, Dario I realizza il raccordo con il Mar Rosso dell’antico canale nilotico che sboccava nel Lago Timsah, l’odierno Ismailia per poi attraversare i Laghi Amari e che in quattro giorni di navigazione permetteva di andare da Bubasti fino al Mar Rosso. Lungo il canale Dario I fa erigere la sua stele celebrativa, di dimensioni colossali con testi geroglifici, cuneiformi ma anche bilingui. Nello stesso spirito si realizza anche la grande statua di Dario I in abito persiano, coperta d’iscrizioni geroglifiche e cuneiformi, scoperta nel 1972 a Susa, eseguita in Egitto e trasferita in Persia probabilmente da Serse.

L’Egitto recupera la sua indipendenza in seguito alla guerra condotta da Amirteo di Sais, primo e unico rappresentante della XXVIII dinastia. La guerra è proseguita da Nepherite di Mende, fondatore della XXIX dinastia. L’ultimo faraone dello stato egiziano indipendente è Nectanebo II, della XXX dinastia, al quale si deve una notevole attività edilizia nel Delta. Nectanebo organizza il proprio culto, in vita, sotto le sembianze del dio falco Horo. La sua opposizione ai rinnovati attacchi persiani sono però inutili e, nel 343, vinto da Artaserse III, è costretto a fuggire in Nubia.

La seconda dominazione persiana dura appena dieci anni; dopo la battaglia di Isso nella quale viene sconfitto Dario III, l’Egitto è costretto ad essere inserito nell’impero di Alessandro Magno.

Società

Il faraone

Il faraone è il sovrano potente e incontrastato, apice della piramide sociale che regge l’Egitto. Più dio che uomo, incarnazione di Horo, figlio di Osiride, colui che sconfisse il male, rappresentato da Seth, il faraone nasce con l’avvento di Narmer e l’unificazione delle Due Terre sotto un unico scettro.

La corona blu “Khepresh”

La parola faraone, desunta dalla Bibbia, è però anacronistica per gran parte della storia egiziana. Il termine originario pr-c3 (pronuncia per-‘ao) significa “grande casa” e indicava la residenza reale e venne usato per indicare il monarca a partire da Thutmosis III. Per quanto riguarda i nomi personali sono indicati da una titolatura con cinque nomi, che spesso comprendono lunghi epiteti riferiti ad un programma o ad una realizzazione del re, ad esempio: “Colui che tiene unite le Due Terre“.

I sovrani dell’Egitto unito portano la cosiddetta “Pa-sekhemty“, unione della corona “Deshret“, la rossa, simbolo del Basso Egitto, e della bianca, “Hedjet“, simbolo dell’Alto Egitto, poiché signori delle Due Terre Unite. Nel Nuovo Regno e principalmente durante l’epoca del faraone Ramesse II, grande guerriero, il faraone era solito portare il cosiddetto “Khepresh“, la corona di guerra, un casco blu con piccole decorazioni circolari. Queste corone erano tutte accomunate dall'”Ureo“, la dea cobra, protettrice dei faraoni.

La burocrazia e gli scribi

L’Egitto ebbe la più articolata amministrazione dell’antichità. Agli ordini diretti del faraone c’era una specie di primo ministro, il visir, cui faceva capo l’intero apparato amministrativo: egli controllava la gestione della giustizia, il tesoro e le entrate fiscali, sovrintendeva ai lavori pubblici. Il visir aveva al proprio servizio numerosi funzionari, distribuiti in ordine gerarchico negli uffici centrali e in tutti i distretti del paese. Dato che tutti gli atti pubblici venivano accuratamente registrati e archiviati, gli scribi formavano l’ossatura della burocrazia egiziana: presenti a corte come nei più lontani uffici periferici, nelle esattorie delle imposte, nei campi e censire il bestiame o a misurare i raccolti, avevano un ruolo primario e insostituibile, che garantiva loro prestigio e privilegi. La complessità della scrittura geroglifica richiedeva del resto lunghi anni di studio, e solo pochi la apprendevano.

Il faraone, come possiamo vedere sia nelle pitture murali che nei sarcofagi, regge due scettri: il pastorale, Hekat, simbolo del sovrano “pastore del gregge”, e dunque guida, e il Nekhekh, simbolo di potere e fonte di timore per nemici e ribelli. Durante le cerimonie ufficiale si soleva reggere anche il Uas, lo scettro degli dei, un lungo bastone la cui parte superiore aveva la forma di animale mitico.

La casta sacerdotale

La casta sacerdotale aveva un ruolo importante nella gestione del potere, affiancando i Faraoni e minacciandone a volte la supremazia, basti ricordare lo scontro fra Akhenaton e il clero di Amon.

Il sacerdote aveva il compito di officiare i numerosi e complicati riti imposti dagli dei. Poteva inoltre avere l’accesso alla parte più interna del tempio, quella in cui era conservata la statua del dio, dopo preventive pratiche purificatorie.

La circoncisione, la rasatura del corpo, l’astensione da cibi come le verdure a foglia verde o i pesci di mare, il divieto periodico di rapporti sessuali (ai sacerdoti era consentito sposarsi) costituivano la regola.

L’esercito

Durante l’Antico Regno non vi fu necessità di un esercito permanente. Quando vi era bisogno di affrontare un’incursione beduina o la necessità di un bottino, si organizzava una leva; venivano dunque reclutati giovani che, una volta terminata la guerra, tornavano al loro lavoro abituale. Molto più comune era però il reclutamento di mercenari, in particolare Libici e Nubiani. Questi ultimi erano molto apprezzati come arcieri. L’esercito assunse un ruolo importante a partire dal Medio Regno, giungendo al proprio apice nel Nuovo Regno, periodo di grandi spedizioni militari.

L’esercito egizio era perfettamente organizzato, e alla guida delle truppe stava sempre il faraone, sul quale ricadeva il comando assoluto. Malgrado questa concentrazione di potere, egli, come avveniva col suo potere religioso, delegava le sue funzioni ai generali. Vi sono però molti faraoni, primo fra tutti Ramesse II, che accompagnavano le truppe in battaglia e spesso combattevano al loro fianco. Le truppe erano composte da corpi di arcieri, di fanteria e di cavalleria, o per meglio dire “carreria”, quest’ultima riservata principalmente agli aristocratici.

Spessissimo nelle armate egiziane la truppa sui carri era la più numerosa. Erano carri leggeri, differenti (per esempio) da quelli ittiti, e veloci. Erano spesso usati come truppa di sfondamento negli eserciti egiziani. Sul carro c’era un arciere ma soprattutto un soldato armato di una lunga lancia da guerra. Dei carri egiziani si può dire che costituivano la “cavalleria leggera” dell’armata, appunto perché erano veloci e versatili. Gli egizi avevano conosciuto il carro da guerra dal popolo invasore Hyskos.

Funzionari di stato

Statua di scriba

Per amministrare l’Egitto il faraone ricorreva all’aiuto di suoi rappresentanti, con un ampio sistema di funzionari, dei quali il più elevato era il “visir”. Fino alla XVIII dinastia vi fu un solo visir per tutto l’Egitto, ma nel regno di Thutmose III la funzione si sdoppiò e vi fu un visir del sud che risiedeva a Tebe e un visir del nord che aveva la sua sede a Eliopoli. Al visir facevano capo tutte le branche amministrative dell’Egitto ed era inoltre quel che oggi chiameremo ministro della guerra, ministro degli interni, capo della polizia egiziana, ministro dell’agricoltura e ministro di grazia e giustizia. Vi erano comunque molti altri tipi di funzionari come ad esempio i “grandi maggiordomi”, dediti ad amministrare le terre di proprietà del faraone, comandanti militari, architetti reali, come ad esempio il famoso Imhotep che venne divinizzato dopo la morte e, tra i funzionari meno conosciuti, i sementi, addetti alla ricerca dell’oro e pietre preziose.

L’Egitto riusciva inoltre a conservare la propria economia grazie all’aiuto di funzionari, trascrittori di tutte le derrate alimentari, delle importazioni e delle esportazioni, del numero di capi di bestiame, di vino o altri prodotti che entravano nei magazzini: erano gli scribi. Chiunque poteva diventare scriba, sebbene generalmente fosse un mestiere che veniva tramandato di padre in figlio. Durante l’Antico Regno era lo scriba a insegnare personalmente al proprio figlio; tuttavia, a partire dal Medio Regno, in alcune città comparvero le prime scuole degli scribi dette “case della vita“. I bambini vi entravano all’età di quattro anni e il loro apprendistato finiva verso i dodici. Iniziavano copiando frammenti di calce o ceramica, o di legno ricoperto di gesso, dato che il papiro era un materiale molto costoso. Oltre a saper scrivere dovevano anche conoscere le leggi e avere nozioni di aritmetica per calcolare le imposte. Questa casta era talmente importante da avere una propria divinità tutelatrice: il dio Thot. Questi, rappresentato sia come babbuino che come ibis, nel poemetto imprecatorio scritto da Ovidio, era ritenuto inventore della scrittura e del calendario, scriba supremo, presenziava personalmente alla cerimonia del giudizio dell’anima, trascrivendo le dichiarazioni come in un qualsiasi processo.

Il popolo

La massa della popolazione era formata principalmente da contadini che lavoravano per i privati, o per i domini regi o i templi, con un contratto di lavoro, registrato in un ufficio statale, che definiva esattamente le prestazioni cui i lavoratori si impegnavano e alle quali i datori di lavoro dovevano attenersi, a rischio di essere citati ai tribunali locali; c’erano inoltre gli affittuari, che prendevano a lavorare, con un contratto scritto, una certa terra pagando un tanto.

C’erano poi gli operai dello stato, addetti alle cave e alle miniere. C’era anche la classe artigiana, essenzialmente urbana, formata da gente libera: falegnami, lavandai, fornai, vasai, muratori. C’erano i commercianti e, soprattutto nelle città del Delta, c’erano i marinai, che esercitavano il commercio marittimo verso Creta, Cipro, il Libano, esportando e importando.Aiutano il faraone.

C’era anche un’altra classe, la più bassa, formata da persone che appartenevano al re o ai templi, o ai privati: uomini addetti soprattutto al lavoro dei campi e donne addette specialmente alle case.

Agricoltura

Il contadino egizio dedicava gran parte della giornata a curare i campi e a difenderli dalla siccità e dalle calamità. Arava e seminava il terreno in autunno, quando non era ancora impregnato d’acqua, in modo da poter utilizzare al meglio i primitivi strumenti di cui disponeva. Il successivo compito era quello di curare l’irrigazione dei vari appezzamenti, dal momento che l’abbondanza del raccolto dipendeva dall’acqua che vi arrivava; doveva quindi sorvegliare che le dighe e i canali portassero regolarmente acqua ai campi. Nei luoghi dove non era possibile far arrivare l’acqua con i canali, utilizzava altri sistemi di trasporto o stoccaggio come le cisterne.

Le coltivazioni più importanti erano quelle del lino e dei cereali, dalle quali si ricavavano due raccolti: il principale avveniva alla fine dell’inverno e l’altro, meno abbondante, in estate. Una volta cresciute le spighe, era necessario mieterle. Il lavoro del contadino era controllato dagli scribi, che curavano di riscuotere le tasse a seconda del rendimento ottenuto e di punire chi non rispettava le prescrizioni. Il grano era custodito in silos e nei magazzini i quali dipendevano, per la maggior parte, dallo Stato e dai templi. I granai dovevano essere pieni per far fronte ai periodi di cattivo raccolto e per approvvigionare l’esercito e i funzionari.

Allevamento

Scena di allevamento bovino, Museo del Cairo

L’allevamento del bestiame rivestiva una notevole importanza. Sin dai tempi del neolitico veniva praticato nel territorio, come testimoniano le varie decorazioni delle tombe dell’Antico Regno, che ne mostrano alcune scene.

Venivano allevati soprattutto bovini, sia caratteristici della zona come il bue che altri. Si allevavano anche asini, capre, pecore, diversi tipi di uccelli e maiali, in seguito i cavalli, i cammelli e i gallinacei. Gli Egizi riuscirono anche ad addomesticare alcuni animali solitamente selvatici come antilopi e carnivori.

Molti furono semplicemente animali da compagnia, che potevano dimostrare il rango sociale del loro padrone.

Altri animali come l’ibis, le gazzelle e i leoni, potevano costituire animali da compagnia, per dimostrare l’elevato stato sociale di chi possedeva tale rarità. Lo stesso faraone Ramesse II ne possedeva uno.[6] Altri furono usati nella caccia, come nel caso delle iene.

Caccia

A partire dal neolitico la caccia assunse un ruolo sempre più importante; anche se si hanno pochi reperti di queste epoche antiche, dalle varie rappresentazioni si comprende come gli animali cacciati con lance, arpioni e boomerang erano leoni, leopardi e ippopotami. Durante l’epoca faraonica, la caccia divenne anche un’attività per classi privilegiate. Era un mezzo per dimostrare la loro forza e spesso arrivavano a farsi rappresentare in tale guisa nelle loro tombe; prove di questo sono state rinvenute proprio grazie alle pitture funerarie. Si narra delle imprese di Amenhotep III, che aveva catturato 200 leoni in 10 anni[7] e di Seti I alle prese con un’unica arma, una lancia, contro un leone.

Era uno sport individuale ma i potenti avevano una compagnia che gli era utile nel trasporto sia di armi che di prede. La caccia rimaneva comunque un mezzo per procurarsi del cibo e si utilizzavano trappole con rete e buche scavate dal terreno. Alla fine della caccia una parte delle prede veniva sacrificata come ringraziamento.

Si cacciavano soprattutto ippopotami; durante la caccia veniva inizialmente lanciato un arpione, fatto di legno con un gancio metallico e una corda, che veniva lanciato per colpire l’animale.

Nel deserto dai tempi di Thutmose IV, si cominciò ad utilizzare un carro trainato da cavalli; un uomo appostato sopra al carro armato di frecce colpiva la preda. In egual modo venivano catturati i tori selvatici.

La casa egizia

La casa del funzionario era costituita da 3 piani: il piano terra per le attività commerciali, il primo piano per ricevere eventuali ospiti mentre al secondo piano si trovavano le stanze da letto e gli alloggi per le donne. Tutti i piani erano collegati da scale.

Grazie a scavi archeologici ad Amarna, si sono ritrovate prove di abitazioni con vasti cortili e con piscine non per nuotarvi ma come abbellimento, piene di pesci e piante acquatiche galleggianti.

L’arredamento della casa egiziana, anche quella signorile, mirava all’essenziale. Nella cucina si ritrovavano bracieri, forni in muratura e ceste che contenevano vivande; si preferiva mangiare seduti su stuoie. Nelle sale addette alle udienze vi erano sedili pieghevoli senza spalliera e troni, anche con rifiniture in oro e pietre preziose, con spalliera e braccioli.

Cofanetti e bauli venivano utilizzati per depositare e contenere abiti e oggetti da toilette. Per far luce si utilizzavano delle ciotole di ceramica: esse venivano riempite di olio e ci si immergeva uno stoppino solitamente di fibra vegetale che galleggiava.

Commercio e monete

Al mercato era frequente il baratto: le eccedenze agrarie venivano scambiate con manufatti degli artigiani liberi, compreso l’oro.

Durante l’Antico Regno iniziò la diffusione delle monete: si trattava di pezzi metallici (d’oro, argento o rame) con nomi e valori diversi, a seconda della quantità di metallo utilizzato per coniarli. I valori equivalenti erano stabiliti ponendo come base un lingotto o una moneta di calcolo, chiamata shat, di 7,5 grammi d’oro, peraltro poco utilizzata dal popolo.

A tutto veniva dato un valore espresso in shat, e la vendita avveniva o in oro o tramite baratto ma in tal caso i vari prodotti venivano stimati in shat.

A partire dalla XVIII dinastia, allo shat successe il deben (che pesava circa 91 grammi[8] ed era completamente di metallo), equivalente a due shat circa. I due sistemi di compravendita, l’utilizzo delle monete e il baratto vissero in sintonia fino al periodo persiano, per decisione del re Dario I.

I pasti e le bevande

L’Egitto era un paese agricolo e offriva molte tipi di cibi:grano, orzo, farro, sesamo, agli, fave, lenticchie, cipolle, fichi, datteri, melagrane e uva. Il pane, invece veniva impastato con farina di farro o di orzo, che era l’alimento essenziale. Poiché veniva impastato all’aperto si mescolava alla sabbia portata dal vento, perciò consumava i denti e causava le carie. Esso veniva consumato semplice o arricchito con grasso e uova, oppure addolcito con miele e frutta. Per questo motivo si hanno fonti di medici egizi che avevano sviluppato diverse tecniche per curare la dentatura. I contadini non mangiavano molta carne, ma i ricchi ne consumavano in abbondanza, particolarmente lessa o allo spiedo e i pezzi migliori andavano a loro. Il Nilo poi offriva un buon numero di pesci di fiume, per poi che cucinarlo e mangiarlo. Con l’orzo gli Egizi ottenevano la birra, che era la bevanda dei poveri, mentre il vino era riservato ai ricchi. Gli egizi facevano tre pasti al giorno. La cena era quello principale. A tavola non usavano né coltello (che però esisteva) né forchetta(che era del tutto sconosciuta): si portavano il cibo alla bocca con le mani. Pentole e padelle erano di coccio, piatti, ciotole e bicchieri di terracotta.

L’abbigliamento

Dall’inizio del mesolitico e fino al Medio Regno il clima dell’Egitto era molto più caldo rispetto a quello attuale e consentiva quindi di vestire poco e assai semplicemente. Nell’Antico Regno gli uomini usavano un perizoma oppure un gonnellino dall’estremità sovrapposte che durante le dinastie del Medio Regno si trasformò allungandosi fino alle caviglie e caratterizzato da pieghe e trasparenze. Il torace era coperto con una stola di tessuto: molto usato era il colore bianco e il tessuto di lino mentre la lana non era gradita per motivi religiosi, in quanto la pecora come animale vivo era considerato impuro. I nobili usavano adornarsi con gioielli e usavano sandali in papiro o legno di palma con lacci di cuoio, come quelli recentemente trovati nella tomba di Henu. Le donne usavano tuniche aderenti lunghe con una o due bretelle. Successivamente divennero ornate di complessi disegni e colorate ma la maggior caratteristica fu l’impiego del sottilissimo trasparente lino, chiamato bisso, e delle cinture. Sempre durante il Medio Regno si incrementò l’uso di gonne lunghe e di stoffa a pieghe sul busto lasciando le braccia scoperte. Fu proprio durante il Medio Regno che l’abito, divenuto più complesso, acquisiva svariate fogge atte ad individuare la classe sociale di appartenenza come si evidenzia nelle immagini funebri. Le donne sono rappresentate sempre a piedi nudi al contrario degli uomini che invece portano i sandali. Entrambi usavano nelle cerimonie un cono profumato sulla testa e le donne si ornano con un fiore di loto. Anche il sovrano portava sia il gonnellino che la gonna lunga ma di suo uso esclusivo era il copricapo nemes. Poteva portare pettorali in oro con pietre e smalti, la corona e lo scettro. I sacerdoti usavano una veste di lino e la caratteristica pelle di leopardo. La testa era rasata e spesso coperta con copricapo di cuoio. I militari usavano un perizoma con una protezione triangolare in cuoio pesante davanti all’addome. La testa era protetta dal sole con un copricapo di stoffa e in caso di battaglie con semplici elmi di cuoio. Stavano generalmente a torso nudo ma per proteggersi potevano indossare una camicia. Il popolo ovviamente si abbigliava in maniera diversa dai nobili, sia per motivi economici che pratici. Semplici calzoni, gonnellini, quando addirittura non lavorassero nudi, sia uomini che donne. I giovani fino alla pubertà erano nudi e con la caratteristica treccia di capelli laterale. È da notare che la nudità, di adulti e ragazzi, era costume abituale come ancora oggi avviene in molte etnie.

Le pettinature

Gli egizi erano attenti alle loro acconciature; i bambini portavano i capelli molto corti o rasati con l’eccezione di una parte che veniva raccolta in un ciuffo per poi farlo ricadere sulla spalla destra; così facendo veniva coperto l’orecchio.

Il ciuffo veniva poi tagliato all’età di dieci anni, quando diventavano adulti; le bambine portavano semplicemente i capelli corti.

Gli alti dignitari avevano piccoli ricci che coprivano le orecchie formando una curva dalle tempie alla nuca. Le donne portavano inizialmente i capelli molto corti, poi le acconciature si allungarono sempre di più. I sacerdoti avevano l’obbligo di radersi completamente testa e corpo: un segno di purificazione necessaria per l’accesso ai sacri templi.

Venivano utilizzati oli e profumi per la cura dei capelli e tinture per nascondere i capelli bianchi. Dai rilievi delle tombe rinvenute si osserva come la caduta dei capelli fosse ritenuta un problema. La perdita iniziava dalla zona frontale della testa e con il passare del tempo si arrivava fino alla parte posteriore.

Tipica acconciatura a treccioline

Come ipotetici trattamenti, rinvenuti nel papiro medico o Papiro Ebers, venivano utilizzati i grassi di molte specie di animali (leone, ippopotamo, coccodrillo, gatto, serpente e stambecco) e provate diverse misture, come quella a base di miele e dente d’asino.

L’utilizzo di parrucche semplici si diffuse a partire dalla V dinastia presso i dignitari e le loro famiglie. In seguito divennero sempre più comuni, cambiando anche il modello; nel Medio Regno ad esempio si portava un modello più lungo, con due ciuffi a ogni lato, di cui uno era lasciato ricadere sulla spalla. Le parrucche divennero successivamente sempre più elaborate.

Erano composte o da sottili treccine di capelli veri, che venivano raccolte utilizzando spilloni di vario materiale come legno, osso o avorio, oppure erano formate da fibre vegetali; vi si aggiungevano poi degli ornamenti ed erano in ogni caso espressione del rango sociale di appartenenza.

Anche la lametta per la barba cambiò materiale con il passare del tempo: inizialmente costituita da una selce con manico in legno, divenne poi di bronzo.

Il trucco

La malachite verde del Sinai e la galena nera, erano utilizzate per il trucco, dopo averle impastate con l’acqua.

Con un estratto dalle foglie di ligustro le donne si dipingevano unghie e capelli, mentre come ombretto erano solite utilizzare il nero dell’essenza estratta dalla galena. Era diffusa l’arte di truccarsi gli occhi e, grazie all’uso di particolari bastoncini o cucchiaini, potevano scurirsi sopracciglia e ciglia.

Le classi sociali

Il faraone era il sovrano più potente dell’antico Egitto, era in cima alla classe sociale, al secondo posto vi erano i sacerdoti che erano coloro che avevano il compito di prevedere ciò che dicevano gli dei e riferirlo al faraone. Spesso le due classi sociali erano in contrasto e si pensa che alcuni faraoni siano morti avvelenati dai sacerdoti. Al terzo posto vi sono gli scribi: essi avevano il compito di registrare su fogli di papiro (con scrittura geroglifica) tutti gli avvenimenti, le guerre, i dati sull’agricoltura, ecc. Al quarto posto, vi sono i militari: coloro che dovevano combattere per difendere la patria anche a costo della loro stessa vita. A seguire vi sono i contadini che (molto disprezzati dalle altre caste) dovevano lavorare per il faraone perché ogni settimana veniva riscosso il loro raccolto; all’occorrenza, però, venivano usati come aiutanti degli schiavi per costruire piramidi o monumenti ordinati dal faraone. Subito dopo questa casta vengono gli schiavi: erano persone che lavoravano costretti dai militari senza alcun diritto e tutti morivano dalla fatica. Per la costruzione di templi e piramidi veniva utilizzata la manodopera fondamentale di operai specializzati, regolarmente stipendiati e residenti spesso in piccoli villaggi nelle immediate prossimità dei loro “luoghi di lavoro”.

Religione

La religione dell’antico Egitto mostra un’estrema complessità di credenze e una moltitudine di divinità, in un politeismo spesso confuso e contraddittorio. Questa complessità si spiega con le molte generazioni che hanno fatto, per secoli, aggiunte alle primitive credenze. Ciò che appare contraddittorio nelle concezioni teologiche e religiose si spiega con la singolare mentalita egiziana che non rifuggiva dal contraddittorio e con la tendenza al sincretismo che assimilava divinità diverse e spesso tra loro lontanissime. All’interno di questa pletora politeistica si distinguono alcune correnti come quella del culto degli animali.Alcune divinità hanno maggiore importanza in determinati periodi storici.divinità vengono create di sana pianta e in seguito cancellate dalla storia egiziana (basta ricordare il dio di Akhenaton). Alcuni dèi vengono estrapolati da culture orientali, in particolare quando l’Egitto ha rapporti e scambi personali con l’Asia minore, e fra di essi bisogna ricordare Baal, Astarte e Anat.

Divinità

Il dio Benu

  • Anubi, dio delle necropoli; presiedeva alla mummificazione.
  • Ra, dio del sole.
  • Horus, figlio di Osiride e protettore del faraone.
  • Amon, dio guerriero; il significato del nome è “nascosto”; il sacerdozio aveva sede a Tebe.
  • Ptah, dio creatore; era il dio di Menfi.
  • Sobek, dio dell’acqua; ha testa di coccodrillo.
  • Bes, dio del sonno e della famiglia.
  • Hapy, dio del Nilo.
  • Api, toro, oracolo di Ptah.
  • Iside, moglie di Osiride e madre di Horus.
  • Osiride, dio dell’aldilà e della resurrezione.
  • Seth, dio del deserto e delle tempeste di sabbia provocate dal vento e di tutto ciò che è maligno o ingiusto.
  • Gebka, una delle divinità della Duat.
  • Khnum, il creatore degli uomini per la religione
  • Nut, dea del cielo.
  • Geb (si legge Gheb), dio della terra.
  • Maat, moglie e figlia di Ra; incarnazione della giustizia, della rettitudine e dell’ordine.
  • Aton, dio sole adorato prevalentemente da Akhenaton.
  • Toth, dio ibis protettore degli scribi e delle scienze; dio della luna
  • Hathor, dea della danza e della musica.
  • Sekhmet, dea leonessa della guerra. Moglie di Ptah.
  • Bastet, dea gatto.
  • Tueris, dea delle partorienti.
  • Shu, dio fatto nascere dallo sputo di Atum. È il padre del cielo e della terra.
  • Aker, l’orizzonte.
  • Imhotep, architetto che costruì la piramide del faraone Djoser. Fu mitizzato fino ad assurgere a divinità in epoca tolemaica.
  • Ammit (più noto come la Divoratrice), mostro dalla testa di coccodrillo, corpo anteriore di leone e corpo posteriore di ippopotamo; divorava il cuore del defunto (secondo la religione) nel caso fosse stato perfido in vita, annientandone la sopravvivenza nell’aldidà.
  • Renpet, il tempo e soprattutto l’anno.
  • Menchit, dea guerriera (in origine straniera).
  • Huh, dio dell’infinito. È stato adorato soprattutto nell’Antico Regno.
  • Hershef, uno dei molti dei creatori Egizi.
  • Onuris, dio della caccia.
  • Benu, dio che rappresentava la resurrezione (come Osiride).
  • Mafdet, dea animale che proteggeva dal morso dei serpenti.
  • Min, dio itifallico venerato specialmente a Coptos. Nei suoi rituali, gli veniva sacrificato un toro e della lattuga.
  • Mertseger, dea chiamata anche Colei che ama il silenzio.
  • Apopis, un serpente che affronta Amon di notte, nella Duat.
  • Astarte, dea legata alla fertilità.
  • Ra – Harakhti, dio fuso tra il dio Ra e Harakhti.
  • Atum, come Ptah e Amon, veniva adorato come dio creatore.
  • Pateco, dio deforme, rappresentato sugli amuleti e sulle collane.
  • Bat, dea bovina, che rappresentava la Via Lattea.
  • Heket, dea con la testa di rana, sposa di Khnum (secondo alcune persone di Antione) e dea delle nascite.
  • Amonet, forma femminile del dio Amon, nominata nei testi delle piramidi.
  • Anti (chiamato anche quello con gli artigli), dio falco di Anteopoli.
  • Hu, personificazione della parola.
  • Heikaib, dio adorato ad Elefantina.
  • Anhur, dio che, secondo la religione, aveva riportato in patria la dea Tefnet
  • Iah, la luna, che sfidò Toth in un gioco simile agli scacchi (probabilmente il senet), perdendo sempre
  • Seshat, moglie di Ptah o Toth, dea della sapienza.
  • Harakhti, una raffigurazione di Ra.
  • Hehu, due divinità che aiutano Shu a sostenere Nut.
  • Taten, divinità menfita.
  • Khonsu, figlio di Amon e Mut.
  • Qadesh, sposa di Amurru.
  • Nunet, controparte femminile di Nun.
  • Kebechet, aiutava a fare la mummie con Anubis.
  • Selkis, dea con in testa uno scorpione
  • Grande gatto di Eliopoli, dio gatto che assiste Ra negli attacchi di Apopi.
  • Tait, protettrice della regalità.
  • Ihi, figlio di Hator.
  • Khentamentyu, dio simile ad Anubi; veniva considerato protettore dei morti.
  • Hor sa Iset, dio che assisteva al rito apertura della bocca.
  • Harmakis, la sfinge.
  • Nepri, protettrice del grano.
  • Sokar, dio arcaico di Menfi.
  • Upuaut, dio della guerra.
  • Figli di Horo,le quattro divinità preposte alla protezione degli organi interni dopo la mummificazione.

Cosmogonia

Riguardo alle teorie sulle origini dell’universo esistono versioni differenti, a seconda della località in cui sono nate e delle necessità del clero locale. La prima, nativa di Eliopoli, narra come Atum-Ra, in seguito a masturbazione ed espettorazione, abbia generato una coppia primordiale, Shu (l’aria) e Tefnet (l’umidità). Costoro generarono successivamente Geb (la terra) e Nut (il cielo) che, decisi ad unirsi, vennero divisi dal padre Shu che, di conseguenza, riuscì a mantenere l’ordine cosmico ed a cancellare il Caos.

Un’altra versione della cosmogonia ha origine in Ermopoli dove all’origine esistevano otto entità, quattro maschili e quattro femminili, quali Nun e Nunet (il caos delle acque primeve), Kuk e Keket (l’oscurità), Huh e Huhet (l’illimitatezza), Amon e Amonet (l’aria e il vento), che generarono, tutti insieme, dalla collina primordiale, un uovo dal quale sarebbe poi uscito il Sole dando così inizio alla creazione.

La terza teoria è desunta invece da frammenti provenienti da Menfi, la città il cui patrono era Ptah, il demiurgo. Costui creò il mondo attraverso la voce e il cuore. In seguito diede vita agli uomini che volle guidare come un gregge guidato da un pastore, creandoli tutti uguali. Essi però, in seguito all’avvento del male, decisero di creare gerarchie e di divenire l’uno diverso dall’altro. Da quel momento in poi Ptah e gli altri dei sarebbero rimasti nel cielo a osservare l’avvicendamento degli eventi umani fino alla fine dei tempi.

L’ultima, detta cosmogonia tebana, aveva come unico dio creatore Amon, era la sintesi delle tre precedenti teorie e divenne la più popolare a partire dalla XI dinastia.

Vita dopo la morte

Secondo gli egizi il corpo era costituito da diverse parti: il ba o anima, il ka o forza vitale, l’aj o forza divina ispiratrice di vita. Per ottenere la vita dopo la morte, il ka aveva però bisogno del corpo del defunto che doveva dunque rimanere intatto, e ciò era possibile solo grazie alla tecnica della mummificazione.

Mummia conservata al Louvre

Il tipo di mummificazione variava secondo la classe sociale alla quale apparteneva il defunto. Vi erano sacerdoti addetti a queste pratiche, conoscitori dell’anatomia umana, dovevano essere cauti nell’estrazione degli organi del defunto poiché avrebbero potuto danneggiarli e quindi cancellare la vita ultraterrena del defunto. Durante il processo di mummificazione, i sacerdoti collocavano una serie di amuleti in mezzo alle bende, sulle quali erano scritte formule destinate ad assicurare la sopravvivenza del defunto nell’aldilà.

Una volta preparato, il cadavere veniva deposto nel sarcofago, quindi si formava il corteo che lo avrebbe condotto alla tomba. Il sacerdote funerario era in testa, seguito da alcuni che portavano gli oggetti appartenuti al defunto che gli avrebbero garantito una confortevole vita ultraterrena. Il sarcofago era trainato da una slitta, mentre una seconda slitta trasportava i vasi canopi.

Quando la processione arrivava alla tomba, il sacerdote eseguiva il rito dell’apertura della bocca, per mezzo del quale, secondo la tradizione, la mummia avrebbe ripreso vita. Tutto il corredo funebre, insieme al sarcofago e alle offerte, era depositato nella tomba, che in seguito veniva sigillata affinché nessuno potesse turbare l’eterno riposo del defunto.

Dunque questi iniziava un lungo viaggio attraverso il mondo dell’oltretomba. Il defunto veniva condotto da Anubi, il dio dei morti, nella cosiddetta Sala delle Due Verità. A un’estremità c’era Osiride, seduto su un trono e accompagnato da altre divinità e 42 giudici. Al centro della sala era posta la bilancia, le cui assi erano misurate attentamente da Thot, dio degli scribi, sulla quale veniva pesato il cuore del defunto. Davanti alla divinità e ai giudici, il defunto doveva pronunciare la confessione negativa: la sua dichiarazione di innocenza. Dopodiché, se il piatto sul quale giaceva il cuore si fosse inclinato più di quello sul quale giaceva la piuma, simbolo della giustizia, questi sarebbe stato divorato da Ammit, un mostro metà ippopotamo e metà leonessa. In caso contrario il defunto sarebbe potuto entrare nel regno di Osiride e raggiungere così i campi di Iaru, una sorta di paradiso, dove gli ushabti, ometti di legno costruiti appositamente, avrebbero lavorato per soddisfare le sue necessità.

Prima di raggiungere però la gradita meta, l’anima del defunto doveva superare diversi ostacoli. Sulla barca del dio Ra, si doveva oltrepassare un lago infuocato, sorvegliato da quattro babbuini, affrontare coccodrilli, serpenti e il perfido Apofi, gigantesco mostro condannato in eterno a minacciare l’affondamento della barca di Ra. Unico aiuto per il defunto erano gli amuleti e le formule posti dai sacerdoti durante la mummificazione.La religione egizia è l’insieme delle credenze religiose, dei riti e delle relazioni con il sacro degli Egizi, fino all’avvento del Cristianesimo e dell’Islam.

Templi

Un tempio egizio poteva essere grande (ad esempio il tempio di Abu Simbel) o piccolo. Alcuni templi sono: quello di Ptah a Menfi, l’Osireon (un tempio dedicato al dio Osiride), il tempio di Dendera e Luxor; esiste anche il complesso di Karnak. Spesso vi erano raffigurazioni di dèi e faraoni egizi, vicino a file di sfingi.

Fonti storiche

Le fonti storiche delle dinastie egizie sono:

  1. il Papiro dei Re, redatto durante il regno di Ramesse II, che riporta i nomi di tutti i sovrani, compresi quelli minori e quelli considerati usurpatori;
  2. la cronaca di Manetone, un sacerdote egizio contemporaneo dei primi due Tolomei. Nella sua opera tutta la storia egizia era stata suddivisa in XXXI dinastie, che inizano con Menes e finiscono con la conquista di Alessandro Magno nel 332 a.C. Di essa non è pervenuto a noi nessun originale. Rimane un riassunto nelle opere dei cronografi cristiani Sesto Giulio Africano (inizio del III secolo d.C.) e Eusebio di Cesarea (inizio del IV secolo d.C.);
  3. la Tavola di Abydos, un elenco di 76 antenati di Sethi I inciso sulle pareti del tempio della città;
  4. la Tavola di Saqqara, che conserva i cartigli di 57 sovrani omaggiati da Ramesse II;
  5. la Tavola di Karnak, risalente al regno di Tutmosi III, incisa nel grande tempio di Luxor, che contiene 61 nomi;
  6. la Pietra di Palermo, che contiene una lista dei re, dei nomi delle loro madri e, di anno in anno, il livello raggiunto dalla piena del Nilo.

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  • Christiane Desroches Noblecourt, Tutankhamon, Silvana Editrice
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Fonte: Wikipedia



Categorie:D02- Egittologia

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