Le malattie del mondo rurale antico: malaria

Le malattie del mondo rurale antico: malaria

Una delle questioni più dibattute da storici, demografi e malariologi, rispetto all’andamento periodico e alla gravità delle epidemie malariche in Italia, è se sia stata la presenza della malaria a ostacolare per secoli lo sviluppo economico e a condizionare la vita civile delle popolazioni della Penisola (in particolare nel Mezzogiorno), o se viceversa fossero le situazioni di arretratezza socio-economica e culturale a causare le diffusione della malattia.

Tuttavia, le attuali conoscenze sull’ecologia della malaria umana consentono di affermare che i rapporti causali furono diversi a seconda delle situazioni. In contesti geografici quali il centro e il sud della Penisola, nonché nelle isole, i fattori climatici e idrogeologici erano compatibili con la diffusione di zanzare particolarmente efficaci nel trasmettere i parassiti malarici.

La malattia rappresentava probabilmente, in queste aree, una minaccia stabile per l’esistenza delle popolazioni rurali, e in pratica “cementava” un’organizzazione socio-economica incentrata sull’addensarsi delle popolazioni nelle zone collinari e montane, sul latifondo e sulla coltura estensiva. A loro volta i disboscamenti di colline e montagne (che favorivano la formazione delle paludi) e le migrazioni estive nelle piane malariche, contribuivano a mantenere l’endemia.

Nel nord della Penisola, a parte il litorale veneto, la malaria dipendeva invece da vettori meno adattati all’uomo, e da fattori il cui ruolo poteva sensibilmente attenuarsi con la riduzione delle zone acquitrinose, con il miglioramento delle condizioni abitative e con l’introduzione di nuove tecniche agricole e di allevamento.

Al di là delle recrudescenze epidemiche dovute a cambiamenti climatici, o ad altre condizioni contingenti, i rapporti tra la malattia e le condizioni socio-economiche delle popolazioni, vanno dunque inquadrati soprattutto in relazione ai contesti ecologici che caratterizzavano localmente la trasmissione della malattia.

Durante il lungo periodo del medioevo le notizie sulla malaria vanno diventando sempre più sporadiche e imprecise tanto che le poche descrizioni delle varie febbri che colpirono l’Italia in quel periodo non aiutano a capire con sicurezza se si trattasse di malaria.

Con il crollo dell’Impero Romano si erano estinte anche le scuole mediche in Occidente. Per vedere ricomparire, in modo stabile, dottrine mediche in grado di differenziare empiricamente i diversi tipi di febbre, e riproporre  le antiche strategie terapeutiche, occorrerà aspettare la nascita, nel IX secolo, della Scuola Medica Salernitana. Per il ruolo che assunse nell’insegnamento e nella diffusione delle dottrine mediche, soprattutto nei secoli XII e XIII, questa rappresentò anche il momento di rinascita degli studi medici in Occidente.

Nel VI e VII secolo la malaria grave raggiungeva comunque il nord Italia, e si diffondeva soprattutto nel Veneto, dove le aggressioni longobarde, le guerre tra le città venete e i disboscamenti determinavano carestie, ma soprattutto impaludamenti che favorivano la diffusione dei vettori malarici.

Sia le cronache delle invasioni barbariche, sia quelle delle guerre che si combatterono in Italia durante il VI e VII secolo, registrano gravi epidemie che colpirono gli eserciti, e che in taluni casi furono certamente dovute alla malaria.

Negli ultimi secoli del primo millennio, la malattia rappresentava una minaccia sanitaria grave nel centro-sud, e varie notizie sembrano indicare epidemie di malaria in rapporto alle razzie effettuate dai saraceni e alle campagne di conquista islamiche e normanne.

Per quanto riguarda Roma, nella seconda metà del primo millennio, si ha notizia di una situazione molto grave (anche alcuni Papi e alti prelati morirono a causa della malattia). Del resto, nel 1116, sotto il pontificato di Pasquale II, la curia romana avrebbe adottato la strategia di trasferirsi durante l’estate in zone più sicure, e tale consuetudine si sarebbe mantenuta fino a tutto il XV secolo.

Ancora, fu probabilmente la malaria la causa della gravissima epidemia che falcidiò l’esercito di Federico I Barbarossa, nell’estate del 1167, mentre accampato sotto le mura Aureliane poneva l’assedio alla città. Le cronache parlano di circa 7.000 soldati morti, lasciati sotto le mura di Roma, e altri 2.000 persi dall’esercito del Barbarossa durante il suo ritiro verso nord.

La storia ci viene in aiuto nel mostrarci i terribili danni che le febbri malariche continuavano ad arrecare nel nostro paese.

Nel 964 le armate dell’imperatore Ottone I furono decimate dalla malaria, la quale colpì anche due suoi figli provocandone in un caso il decesso.

Nel 1022 fu il turno delle armate di Enrico II, fra le quali la malaria fece molte vittime.

Anche uno degli episodi più leggendari della storia d’Italia, la Battaglia di Legnano, combattuta nel 1176 fra la Lega Lombarda e l’imperatore Federico I potrebbe essere stato influenzato dalle conseguenze della malaria che decimò e abbattè nel morale le truppe del Barbarossa.

Se dunque la malaria colpì spesso le truppe straniere che attraversavano la nostra penisola quasi a fare le veci di quegli italici difensori che ormai quasi più non esistevano (come ebbe a dire Goffredo di Viterbo), negli anni a venire la malaria si rese colpevole anche della morte dei nostri grandi poeti: nel 1321 Dante Alighieri morì a Ravenna di malaria e la stessa sorte toccò nel 1374 a Francesco Petrarca.

Il dramma che la malaria rappresentava nel Trecento per la Maremma, la Valdichiana e la Sardegna, fu tra l’altro oggetto dell’attenzione di Dante Alighieri nel XXIX canto dell’Inferno: “Qual dolor fora se degli ospedali / di Valdichiana tra il luglio e il settembre / e di Maremma e di Sardegna i mali / fossero in una fossa tutti insembre”.

Le prime esperienze positive nel nord Italia

Tuttavia, l’idea che andasse incentivata la sistemazione idraulica e la coltivazione dei terreni paludosi, come strategia per contrastare la diffusione delle febbri intermittenti, iniziava a trovare un riconoscimento pratico, soprattutto nel nord della Penisola.

Di fatto, già le popolazioni rifugiatesi sulle isole lagunari venete, che avevano dato vita a Venezia, raggiunta l’indipendenza nell’anno 841 avevano istituito le prime magistrature (Officiales supra canales e Officiales paludum) allo scopo di controllare le acque, vigilare sugli impaludamenti della laguna, evitare gli interramenti e mettere a coltura le terre conquistate all’acqua: tutti interventi volti a prevenire quello che sarebbe stato successivamente definito, proprio dai veneti, “mal aere”.

A partire dal X secolo aveva inoltre cominciato a diffondersi l’enfiteusi, come rapporto tra proprietari terrieri e contadini, assicurando a questi ultimi il diritto di coltivare i terreni se pagavano un canone ai proprietari e apportavano delle migliorie. In tal modo veniva affermandosi un concreto interesse per la coltivazione delle terre, e quindi la lotta alla palude.

Nel XII secolo le sistemazioni idrauliche si estendevano in diverse zone del nord della Penisola. Un ruolo importante nel recupero delle tecniche di bonifica veniva svolto dagli ordini religiosi, soprattutto cistercensi e cluniacensi, che diffondevano  nuovamente le antiche conoscenze sul modo di prosciugare e fertilizzare i terreni, risanando vaste aree paludose dove furono costruite splendide abbazie.

In realtà questa pratica si diffuse anche nel meridione. Per esempio l’Abbazia di Fossanova fu costruita dai monaci cistercensi nel periodo 1187/1208, anno in cui l’altare maggiore fu consacrato dal papa Innocenzo III, e deve il suo nome al “Fosso Nuovo” costruito dai monaci Cistercensi, che nel Medioevo bonificarono la zona posta presso Priverno.

Verso la diversificazione tra nord e sud

Il XV secolo portò una rinascita in tutti i campi, la popolazione riprese a crescere, le condizioni di vita migliorarono, vi furono miglioramenti nell’agricoltura e i terreni lasciati per secoli in abbandono furono bonificati e coltivati, tutto ciò portò ad una decisa diminuzione della malaria che comunque non scomparì mai, basti ricordare che nel 1590 il Papa Sisto V morì di febbri malariche e la stessa sorte tocco solo un mese più tardi al suo successore Urbano VII.

Tragicamente funestato dalla malaria fu il Conclave del 1623 durante il quale morirono a causa della malattia 8 Cardinali e 30 loro segretari.

Le informazioni ricavate dalle cronache e dagli studi demografici mostrano come l’Agro Romano, l’Agro Pontino e la Maremma (ma non meno in zone della Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) siano stati per diversi secoli luoghi inospitali e pericolosi. Località come Ardea, Campomorto (oggi Campoverde), Sermoneta o Nettuno rimasero a lungo semidisabitate per le periodiche epidemie, mentre completamente disabitata era la campagna da Roma a Civitavecchia e il litorale pontino.

La malaria perniciosa delle Paludi Pontine era così temuta, che un grande medico romano del 1600, Gian Maria Lancisi, come risulta dalla sua opera De noxiis Paludum effluviis, si opponeva al taglio dei boschi di Sermoneta e di Cisterna perché riteneva, come tutti i medici di prima del ‘900, che quei boschi costituissero per Roma una difesa dalle emanazioni pestifere provenienti dalle Paludi e trasportate dai venti; nella convinzione che la malaria si contraesse dall’aria e non dalla puntura di un insetto.

Il Prof. Iochmann, tedesco, nel capitolo sulla malaria contenuto nel suo trattato sulle malattie infettive, prima di enumerare le regioni malariche della Terra, per citare un esempio tipico di regione non coltivata, paludosa e devastata dalla malaria, indica proprio le Paludi Pontine.

Tuttavia, come si è già accennato in precedenza, nel nord ma anche nel centro della Penisola, fino a tutto l’Ottocento, furono fatti grossi sforzi organizzati per la gestione dei territori paludosi.

Nel 1501 veniva istituito a Venezia il Magistrato delle Acque, una commissione permanente per la conservazione della laguna e per la vigilanza attiva sul mare e sulle acque dolci, che unificava le funzioni dei Savi delle paludi (1354) e della Magistratura sovrastante ai Lidi (1339). Nel 1556 veniva quindi creato il Magistrato ai Beni Incolti per riscattare i terreni alla palude e metterli a coltura, col duplice scopo di contrastare il “mal aere” e aumenatre le produzione agricola.

Intanto Alfonso II d’Este, ultimo duca di Ferrara, emanava nel 1564 un provvedimento di bonifica per le Valli di Comacchio. Il piani, che sarebbe stato ripreso da Clemente VIII nel 1604, mirava a regolare il corso degli affluenti di destra del Po, dal Reno al mare, che con le loro piene provocavano interramenti e impaludavano la bassa pianura del bolognese e del ravennate.

Nel ‘500 si apriva inoltre un dibattito intorno alle ricadute delle risaie sulle febbri intermittenti, che per diversi secoli avrebbe visto fronteggiarsi coloro che sostenevano il ruolo della risicoltura nella diffusione della malattia e chi, al contrario, negava che tale pratica portasse con sé un aumento delle febbri intermittenti.

Dagli inizi del ‘600, in Piemonte e in Lombardia, furono a tele proposito promulgati diversi editti che stabilivano le distanze delle risaie dai centri abitati e obbligavano a rendere corrente l’acqua delle coltivazioni risicole.

Nello stesso secolo anche nelle regioni del centro-sud della Penisola venivano tentate alcune iniziative di risanamento del territorio, soprattutto grazie all’intervento di alcuni Papi che cercarono di favorire le bonifiche, l’allevamento e al coltivazione nelle campagne romane e nell’Agro Pontino, forzando l’inerzia dei proprietari terrieri.

Innocenzo XI, che fu papa dal 1676 al 1689, approvò un progetto dell’olandese Cornelio Meyer per il prosciugamento delle Paludi Pontine. I lavori furono avviati, e quindi proseguiti sotto Pio VI, con una parziale riduzione dell’immenso stagno; tuttavia, alla morte di Pio VI i lavori vennero interrotti. Sebbene quei lavori ottenessero dei risultati temporanei, come la riapertura di canali o l’eliminazione di impaludamenti, nell’insieme la situazione del centro e del sud della Penisola appariva cronicamente immodificabile.

Ed infatti, l’infezione, dopo continue oscillazioni di recrudescenze e attenuazioni, entra, con la metà del ‘500, in una fase ascendente che durerà fino alla bonifica. La cosa paradossale è che, mentre Roma si arricchiva di edifici e si accresceva di popolazione, la campagna diventava ogni giorno più squallida, e a nulla valevano i provvedimenti adottati, per cercare di limitare almeno il contagio.

Le prime esperienze positive

I primi segni di una evoluzione positiva della malaria si ebbero tra il XVIII e il XIX secolo, soprattutto nelle regioni nord europee e, anche se in modo meno significativo, nell’Italia settentrionale, in relazione al miglioramento della situazione socio-economica delle popolazioni.

Nel nord Europa il declino della malaria fu legato soprattutto alle innovazioni agricole, ai nuovi metodi di allevamento del bestiame e alle migliori condizioni abitative: in pratica grazie all’intervento di fattori che diminuivano la probabilità di contatto tra i vettori malarici (deviati verso gli animali) e l’uomo.

Nel nord Italia, il declino della malattia fu anche “favorito” dalla diffusione progressiva delle risaie. Se da un lato l’estensione delle risaie aveva comportato un temporaneo incremento della “terzana primaverile”, tuttavia, le nuove tecniche di coltivazione del riso (che implicavano un controllo del regime delle acque), l’aumento del reddito medio e il miglioramento delle condizioni abitative e igieniche, abbatterono, nel complesso, la gravità dell’endemia.

Inoltre, nel XVIII secolo venivano stabiliti i principi della bonifica idraulica. Nel 1703, nella Valle di Chiana, era introdotta la manutenzione sistematica dei canali con ripulitura annuale, nonché la sistemazione dal punto di vista idraulico e la coltivazione delle terre sottratte all’acqua.

Nel 1740 il matematico Bernardino Zendrini veniva incaricato dalla Repubblica di Lucca di studiare la possibilità di far sfociare a mare i canali di scolo intorno a Viareggio e di impedire il riflusso delle acque marine. Zendrini fece costruire delle cateratte a bilico che si aprivano automaticamente quando il livello dell’acqua nei canali era superiore a quello della marea e si chiudevano nella situazione opposta. Il dispositivo si rivelò perfettamente funzionante e consentì sia lo sviluppo delle risaie sia la riduzione della malaria.

La situazione nell’Ottocento

La Penisola, che durante l’Ottocento si avviava verso la sua unificazione politica, era tuttavia  ormai segnata da una manifesta diversificazione degli assetti economici e demografici tra il nord e le zone del centro-sud e delle isole, anche in relazione al diverso peso che la malaria aveva avuto nei due diversi contesti. Al di là delle diversità locali, durante l’Ottocento si registrò un progressivo aumento della mortalità dovuta alla malaria, che toccò le punte  più alte tra il 1872 e il 1881, inducendo Angelo Celli a parlarne come della “più alta pandemia malarica dei tempi nostri”.

I fattori che concorsero a questa recrudescenza furono da un lato le particolari condizioni meteorologiche di piovosità e umidità (che favorirono la riproduzione delle zanzare), dall’altro i movimenti delle popolazioni che dalle zone collinari salubri si recavano nelle aree malariche per i lavori pubblici di bonifica e costruzione delle linee ferroviarie (lavori che comportavano scavi e allagamenti provocando un ulteriore aumento della densità dei vettori), nonché per l’accentuarsi del disboscamento nelle zone collinari e montane.

Proprio le migrazioni temporanee e le trasformazioni irrazionali dell’ambiente caratterizzavano la parte centro-meridionale della Penisola, contribuendo a mantenere un grave squilibrio di risorse umane ed economiche tra le zone salubri (collinari e montane) e quelle malariche (a valle).

Mentre nel nord del Paese si assisteva a un progressivo ritorno in pianura delle popolazioni, (ritorno consentito anche da una predominanza delle forme lievi della malattia), nel centro-sud e nelle isole la colonizzazione della pianura continuava ad essere praticamente impossibile.

Infatti, si era determinato in queste regioni un “circolo vizioso” tra l’assetto economico-demografico-sanitario delle zone collinari salubri e quello delle zone malariche. Il concentrarsi delle popolazioni nelle zone collinari produceva un eccessivo sfruttamento delle risorse e disboscamenti, che contribuivano alla formazione di paludi a valle, ma soprattutto rendeva necessaria la ricerca del lavoro nelle zone malariche. L’economia di queste ultime restava quindi basata sulle immigrazioni che si verificavano nei periodi estivi e su un assetto fondiario praticamente “feudale”, che favoriva la permanenza della malaria. La malattia, a sua volta, impediva la stabilizzazione di nuove colonie nelle zone di valle, respingendo la popolazione nelle aree collinari.

Tipici in tal senso furono i rapporti economico-demografici tra le zone appenniniche del centro-sud (Umbria, Marche e Abruzzi soprattutto) e la Maremma , il litorale laziale e le aree latifondistiche del Mezzogiorno.

L’arretratezza economica e civile del Mezzogiorno impedì, in pratica, che gli avanzamenti delle conoscenze mediche ed igieniche avessero successo nel ridurre la mortalità dovuta alle malattie infettive, come invece stava accadendo al Nord.

I primi dati omogenei, riguardanti l’intero territorio nazionale, sulle condizioni sanitarie e quindi anche sulla diffusione della malaria e sui contesti sociali ed economici a cui era associata, emersero da una serie di inchieste realizzate dopo l’unificazione del Paese, in particolare, l’Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola in Italia, presieduta da Stefano Jacini (1877), l’Inchiesta sulle strade ferrate, condotta da una commissione ferroviaria presieduta da Luigi Torelli (1879-80), e l’Inchiesta sulle condizioni igieniche e sanitarie dei comuni del Regno avviata da Agostino Bertani (1880).

Presentando i primi risultati nel 1881, Jacini tracciava un quadro del problema agrario a cui si affiancavano alcune significative considerazioni sulle condizioni socio-sanitarie delle classi rurali. Il parlamentare insisteva sui gravi disagi delle classi rurali e sulla necessità di un “codice sanitario” che imponesse alcuni “preservativi igienici”, essenziali soprattutto nelle località più insalubri e in quelle in cui infieriva la malaria. Una parte dell’Inchiesta Jacini era specificamente dedicata allo “Stato sanitario” e includeva un’analisi delle “Febbri palustri” e delle “Probabili cause delle febbri palustri: se cioé, ed in quanto si credano dipendere dal vitto, dalle abitazioni, o da talune speciali colture”.

Nel 1879-80 la “Commissione d’inchiesta per l’esercizio ferroviario” presieduta dal senatore Luigi Torelli, analizzava direttamente le condizioni igieniche lungo le linee ferroviarie, al fine di intervenire nella protezione dei dipendenti delle ferrovie, constatando che su 8.331 km di strade ferrate (al 1° gennaio 1879), ben 3.762 si trovavano in zone malariche e, di questi, 1.231 in zone di malaria grave.

A testimonianza della diffusione della malaria in quel periodo si riporta una riga da Il Piacere di D’Annunzio:

“Tre o quattro uomini febbricitanti stavano intorno a un braciere quadrato, taciturni e giallastri.”

Questa fu l’immagine che si offrì agli occhi di Andrea ed Elena quando i due personaggi dannunziani entrarono nell’osteria romanesca appena fuori le mura della capitale.

La giovane coppia non sembra rimanerne in alcun modo stupita e tanto meno dovevano rimanerne stupiti quei viaggiatori che sul finire del secolo scorso attraversavano le campagne d’Italia.

Quindi i primi anni seguenti l’unità d’Italia sono caratterizzati da una fase di recrudescenza della malaria. Le cause vanno cercate nell’incontrollato disboscamento e nella costruzione della ferrovia che contribuirono al dissesto del territorio che causò il formarsi di stagni e paludi. Alle cause umane vanno poi ad aggiungersi quelle naturali, tra il 1850 e il 1950 si ha il cosiddetto “secolo caldo” che portò ad un aumento delle temperature estive, a tutto favore della malaria.

I primi dati sulla diffusione della malaria nell’Italia unita sono del 1887 e per quell’anno ci parlano di 21.000 morti.

Questa cifra ci fa subito capire come la malattia, diffusa in 63 province su 69, fosse compagna di vita di un gran numero di italiani e si trovasse in gran parte della penisola.

Lo Stato unitario si rese subito conto della gravità della situazione e vennero ben presto prese iniziative atte a combattere la malattia, già nel 1870 si diede il via al primo esperimento di bonifica dell’Agro Romano.

Ottenuta dalla Camera l’autorizzazione a compiere un’inchiesta sulla diffusione della malaria, Torelli raccoglieva attraverso i 259 Consigli di Sanità e le amministrazioni locali le informazioni per realizzare la prima “Carta della Malaria in Italia”, pubblicata e commentata dallo stesso Torelli nel 1882. Il parlamentare valtellinese richiamava l’attenzione sul fatto che la malaria fotografava “due Italie”, quella settentrionale dove (a esclusione del litorale veneto) prevaleva la malaria lieve, e quella meridionale (incluse la Maremma e il litorale laziale) dove infieriva la malaria grave.

L’inchiesta condotta dall’igienista e deputato radicale Agostino Bertani, interrotta dalla sua prematura morte nel 1886, mostrava che i territori maggiormente colpiti dalla malaria grave erano soprattutto quelli vicini alle spiagge.

Esaminando per ogni circondario le peculiari condizioni di diffusione e gravità della malattia, venivano divise le zone costiere della Penisola dalle zone interne, dove la malaria si manifestava in forma più leggera. Bertani riteneva che i dati raccolti nel corso della sua inchiesta confermassero l’ipotesi che il suolo malarico trasmetteva l’infezione all’atmosfera, dalla quale il “germe” poteva essere respirato passando prima attraverso i polmoni e quindi nel sangue degli individui. I “Provvedimenti” indicati non andavano al di là di generici suggerimenti riguardanti le bonifiche, le opere idrauliche, il divieto di colture nocive alla salute dei lavoratori (come ad esempio la coltivazione del riso) e l’assistenza e la previdenza delle classi rurali.

La prima statistica sanitaria del Regno veniva effettuata sull’intero territorio nel 1887. La malaria risultava essere ancora diffusa su circa un terzo della Penisola; i morti in un anno erano oltre 20.000 e il numero totale dei casi poteva essere stimato nell’ordine di circa 2 milioni, su una popolazione complessiva di 30 milioni di persone. La malattia colpiva in modo diverso le province del Regno, essendo diffusa maggiormente nel centro, nel sud e nelle isole.

Nel Mezzogiorno, su una popolazione di circa 11 milioni, 8 erano a rischio di contrarre l’infezione malarica. circa il 10% della popolazione viveva stabilmente in zona malarica e più del triplo vi si stabiliva stagionalmente per lavoro (i braccianti). In alcune zone della Calabria, della Basilicata, della Sicilia e della Sardegna la letalità oscillava tra il 20 e il 30%.

Gravi erano le ricadute per l’economia del paese, dal momento che la malaria impediva la coltivazione di oltre 2 milioni di ettari e colpiva in modo pesante i lavoratori agricoli.

Tuttavia, lo Stato liberale non fece praticamente nulla per risolvere questa vera e propria emergenza sanitaria, se non quelle inchieste appena menzionate.



Categorie:M01- L'evoluzione della Medicina - The Evolution of Medicine

Tag:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

SCIENZA E CULTURA - SCIENCE AND CULTURE

Lo stato dell'arte tra storia e ricerche contemporanee - State of the art: history and contemporary research

ORIENTALIA

Studi orientali - Études Orientales - Oriental Studies

NUOVA STORIA CULTURALE / NETWORK PHILOSOPHY

NUOVA STORIA CULTURALE / NEW CULTURAL HISTORY

TEATRO E RICERCA - THEATRE AND RESEARCH

Sito della Compagnia Lost Orpheus Teatro

LOST ORPHEUS ENSEMBLE

Modern Music Live BaND

Il Nautilus

Viaggio nella blogosfera della V As del Galilei di Potenza

Sonus- Materiali per la musica moderna e contemporanea

Aggiornamenti della Rivista "Sonus"- Updating Sonus Journal

The WordPress.com Blog

The latest news on WordPress.com and the WordPress community.

Antonio De Lisa - Scritture / Writings

Teatro Musica Poesia / Theater Music Poetry

In Poesia - Filosofia delle poetiche e dei linguaggi

Blog Journal and Archive diretto da Antonio De Lisa

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: