Crisi economica del 2008 e suoi effetti

Crisi economica del 2008 e suoi effetti

 

La crisi economica del 2008-2013 ha avuto avvio nel 2008 in tutto il mondo in seguito ad una crisi di natura finanziaria (originatasi negli Stati Uniti con la crisi dei subprime). Tra i principali fattori della crisi figurano gli alti prezzi delle materie prime (petrolio in primis), una crisi alimentare mondiale, un’elevata inflazione globale, la minaccia di una recessione in tutto il mondo e per finire una crisi creditizia con conseguente crollo di fiducia dei mercati borsistici. Viene considerata da molti economisti come una delle peggiori crisi economiche della storia, seconda solo alla Grande depressione iniziata nel 1929.

Alla crisi finanziaria scoppiata nell’agosto del 2007 sono seguite una recessione, iniziata nel secondo trimestre del 2008 e una grave crisi industriale (seguita al fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre) scoppiata nell’autunno dello stesso anno – di proporzioni più ampie che nella Grande crisi – con una forte contrazione della produzione e degli ordinativi.[2][3]

L’anno 2009 ha poi visto una crisi economica generalizzata, pesanti recessioni e vertiginosi crolli di Pil in numerosi paesi del mondo e in special modo nel mondo occidentale.[4] Terminata la recessione nel terzo trimestre 2009, tra la fine dello stesso anno e il 2010 si è verificata una parziale ripresa economica.

Tra il 2010 e il 2011 si è conosciuto l’allargamento della crisi ai debiti sovrani e alle finanze pubbliche di molti paesi (in larga misura gravati dalle spese affrontate nel sostegno ai sistemi bancari), soprattutto ai paesi dell’eurozona (impossibilitati a operare manovre sul tasso di cambio o ad attuare politiche di credito espansive e di monetizzazione), che in alcuni casi hanno evitato l’insolvenza sovrana (Portogallo, Irlanda, Grecia), grazie all’erogazione di ingenti prestiti (da parte di FMI e UE), denominati “piani di salvataggio”, volti a scongiurare possibili default.

Cause della crisi

Dalla metà degli anni settanta la deregolamentazione finanziaria, la creazione di nuovi strumenti finanziari, i progressi tecnologici nel campo dell’informatica, l’aumento della liquidità nell’economia internazionale, accanto all’aumento del prezzo del petrolio, hanno prodotto un rafforzamento del ruolo della finanza internazionale all’interno del sistema economico, con perno nelle maggiori piazze borsistiche globali, tanto che oggi il peso economico dei prodotti finanziari supera quello della produzione mondiale di beni e servizi. La costituzione di fondi sovrani (strumenti finanziari a controllo pubblico che dispongono di enormi liquidità), tra cui hedge fund e private equity, attraverso l’impiego delle riserve accumulate dai paesi esportatori di petrolio e da alcuni paesi asiatici grazie ai surplus commerciali, hanno determinato la creazione di forti indotti di liquidità finanziaria utilizzati anche per scopi speculativi.

Grazie alle politiche delle banche centrali, a partire da quelle adottate dalla FED, che favorirono il basso costo del denaro, venne incentivata una più facile erogazione del credito alle famiglie, spinte a indebitarsi in misura crescente per alimentare i consumi, e agli speculatori (banche d’investimento, imprese e fondi finanziari), portati a effettuare investimenti sui mercati finanziari (con la conseguente creazione di bolle speculative, con ricadute poi sull’economia produttiva).

Anche i grossi istituti finanziari, le banche di investimento in particolare, presero a indebitarsi a breve termine per realizzare operazioni speculative. Tutto ciò era favorito, soprattutto con riguardo alle più massicce attività di compravendita azionaria, dalla creazione di “sistemi bancari ombra” (sistemi di intermediazione creditizia costituiti da entità ed attività operanti al di fuori del normale sistema bancario),[7] messi in opera dalle stesse banche, che sfruttavano spazi di contrattazione non regolamentati (le così dette dark pools) e specializzati nella raccolta e nell’investimento di prodotti e sotto-prodotti finanziari strutturati, oltreché derivati finanziari. A ciò va aggiunto il crescente peso esercitato dalle agenzie di rating americane (Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch), spesso accusate di esprimere giudizi di valutazione del credito tendenziosi.

La fine del dollar standard e la liberalizzazione dei mercati finanziari

Crescita del commercio globale tra il 2000 e il 2008, anno di un brusco crollo delle esportazioni.

Tra il 1971 e il 1973, sotto la presidenza di Richard Nixon, gli Stati Uniti abbandonarono il regime di convertibilità del dollaro in oro, adottando un sistema fondato sull’inconvertibilità del dollaro. Gli Stati Uniti decisero quindi di lasciar fluttuare liberamente la moneta secondo la legge della domanda e dell’offerta, operando una serie di svalutazioni monetarie fino al 1973. Ciò favorì un aumento improvviso e repentino della circolazione monetaria e un più forte irrobustimento dei fenomeni inflattivi già verificatisi alla fine degli anni sessanta, complice anche lo shock petrolifero dello stesso 1973 (che vide aumentare di tre volte il prezzo del petrolio). Le teorie keynesiane in quel tempo subirono un rapido declino, sotto i colpi delle critiche e delle accuse di aver provocato stagflazione rivolte dagli economisti monetaristi (convinti, sulla base dell’equazione di Fisher, che fosse il volume di moneta a determinare i prezzi) e neoclassici (tra cui il più influente fu Milton Friedman) alla dottrina keynesiana.

L’aumento dell’inflazione durante gli anni settanta, determinato da shock di natura geopolitica legata a squilibri nell’area mediorientale e dai conseguenti rialzi dei prezzi delle commodities (del petrolio su tutte, che triplicò il suo costo nuovamente nel 1979),[8] dalle rivendicazioni operaie e poi dalla recessione del 1975, l’emergere di teorie a supporto della liberazione da vincoli e posizioni di monopolio (specie statale, connesso ai grandi enti a controllo pubblico) dell’economia, condusse alla ribalta le teorie di matrice liberoscambista, influenzate dalle ricerche dell’Università di Chicago e dalle teorie patrocinate dagli studiosi Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek, Alfred Edward Kahn e lo stesso Friedman.

Negli Stati Uniti il processo di deregolamentazione fu portato avanti dapprima sotto la presidenza Carter, influenzato da Kahn, e poi proseguito in maniera più estesa da Ronald Reagan a partire dal biennio 1980-1981 (e contestualmente dal primo ministro Margaret Thatcher in Gran Bretagna), tanto da far parlare poi di deregulation reganiana. Il Federal reserve board all’epoca procedette ad innalzare al 25% la soglia di realizzo degli istituti di credito sui propri utili e a istituire il ricorso al leveraged buyout (LBO), che subì un vero boom tra 1983 e 1989. Sotto la presidenza Clinton l’amministrazione democratica interruppe nel 1999 la separazione del sistema bancario (abrogando il Glass-Steagall Act, attraverso il Gramm-Leach-Billey Act) tra attività bancaria commerciale e d’investimento (investment banking), legittimando la nascita di grandi conglomerati finanziari (Merrill Lynch, Bear Sterns, Lehman Brothers, Goldman Sachs e Morgan Stanley) e favorendo negli anni successivi la deregolamentazione del trading dei derivati e dei Credit default swap (CDS) (in particolare attraverso il Commodity futures modernization act), e il ricorso alla cartolarizzazione dei titoli obbligazionari.

Le politiche di liberalizzazione finanziaria avviate nel mondo anglosassone furono immediatamente recepite dal resto del mondo sviluppato, come l’Unione Europea dove vennero compiute tra il 1985 e il 1990. Le banche centrali furono sollevate dall’obbligo di finanziare i debiti pubblici (e rese indipendenti dal potere esecutivo); allo stesso tempo banche, fondi finanziari e fondi pensione furono liberalizzati, venendo acquisite da soggetti privati; fu liberalizzata la circolazione internazionale dei capitali, non più sottoposti a controlli preventivi o a regole di movimentazione, mentre gli afflussi di capitali si fecero più massicci e si avviarono rimozioni di vincoli, come quello dei massimali di credito (divieto di erogare credito oltre certe soglie) o dell’obbligo di acquistare quote di titoli di debito nazionale per le istituzioni economiche controllate dallo stato.

Questi fenomeni di deregolamentazione si accompagnavano a eventi che preparavano una vera rivoluzione in senso finanziario dell’economia. La crescita dei commerci internazionali, la mondializzazione dei flussi finanziari, l’avvento di una industria proiettata nel post-fordismo (il superamento del modello produttivo fordista-taylorista fondato sulla grande impresa, sull’organizzazione del lavoro e sulla catena di montaggio, sostituito dalle industrie fondate sui distretti e sulle reti produttive, sulla “ri-specializzazione” del lavoro e sul know-how), la teoria del just in time, la velocizzazione dei flussi informativi, monetari e informatici, il decentramento della produzione, la flessibilità del lavoro aprirono una fase “post-industriale” in cui gli investimenti di natura finanziaria, oltre ad apparire spesso preferibili rispetto a quelli produttivi, acquisivano importanza crescente non solo in relazione alla funzione stessa della produzione e del capitalismo classico, ma anche con riferimento a quella degli Stati nazione (che apparivano vulnerabili di fronte alla rapidità, alla natura e alla dimensione dei movimenti finanziari, spesso diretti a colpire con finalità puramente speculative direttamente i debiti sovrani) e dei soggetti risparmiatori e lavoratori.

La scintilla dei sub prime

Accanto ai CDS, il cui valore raggiunse la cifra dei 60.000 miliardi di dollari nel 2008, cresceva anche l’esposizione al credito delle banche, delle imprese, e delle stesse famiglie (ai fini del consumo), favorita dai tassi d’interesse ridotti e dalla facilità nella concessione dei prestiti. Il ricorso alla sottoscrizione dei mutui a basse garanzie (sub prime), sottoscritti anche da persone agiate che confidavano in consistenti guadagni, si fece sempre più frequente, venendo concessi dalle banche spesso con la consapevolezza di non poter essere rimborsati: il trading dei sub prime crebbe dal valore di 145 miliardi nel 2001 ai 635 miliardi del 2005.

Nel giro di due anni, tuttavia, i tassi di riferimento furono portati tra il 2005 e il 2007 dall’1,5% al 5,25% per intervento della FED, nel tentativo di frenare la speculazione e drenare liquidità dal sistema economico. Nel 2006, come effetto immediato, il numero dei pignoramenti e delle insolvenze si moltiplica, soprattutto per quanto riguarda gli acquirenti di sub prime, colpiti in particolare dall’aumento improvviso delle rate dei fidi. La bolla immobiliare a quel punto esplose facendo precipitare il prezzo delle case e innescando un’ondata di vendite che mandarono in rovina numerosissimi soggetti tra risparmiatori e istituti di credito (oberati anche dai prestiti ponte elargiti alle private equity perché operassero operazioni di leveraged buylout), provocando un blocco del sistema finanziario americano.

Andamento storico del mercato petrolifero

Agli inizi degli anni sessanta gli Stati Uniti, che fino ad allora erano stati fornitori marginali di greggio, ovvero in grado di esercitare influenza sui prezzi ed equilibrare il mercato intervenendo sui volumi di forniture, videro erodere la propria capacità inutilizzata di petrolio. Successivamente, gli shock petroliferi del 1973 (Guerra del Kippur) e del 1979 (Rivoluzione iraniana) – con improvvise difficoltà di approvvigionamento energetico -, conseguenze di consistenti abbassamenti dell’offerta e della capacità operativa dell’OPEC (di cui fanno parte tredici paesi esportatori di petrolio, principalmente mediorientali e africani), crearono ulteriori turbolenze nel mercato petrolifero e una impennata inflazionistica generalizzata, che colpì soprattutto i paesi dell’Europa occidentale e il Giappone. L’aumento conseguente delle quotazioni del greggio causò una marcata flessione della domanda mondiale, specialmente nei paesi OCSE, inducendo alcuni paesi esterni all’OPEC ad accrescere l’offerta di petrolio. Ciò indebolì il controllo dell’Organizzazione, favorendo un progressivo calo delle quotazioni.

I prezzi del greggio, tuttavia, sono tornati a essere sensibilmente più instabili dalla seconda metà degli anni novanta e sono cresciuti a un ritmo sempre più sostenuto fra il 2004 e la metà del 2008. Le prospettive future per l’offerta di petrolio indussero timori a livello internazionale, a causa del fatto che dalla fine del 2004 la crescita della produzione petrolifera nei paesi non appartenenti all’OPEC si mantenne praticamente nulla, come conseguenza di limiti di natura geologica. La stasi economica nei principali paesi avanzati e l’avvio della crisi finanziaria nel biennio 2007-2009, con la successiva drastica contrazione dell’attività economica mondiale (2009), provocarono il rallentamento della domanda di greggio nelle economie emergenti e il consequenziale crollo dei prezzi petroliferi.

Impennata dei prezzi delle materie prime industriali

Andamento del prezzo del petrolio tra gennaio 2003 e dicembre 2008.

La decadenza economica degli anni 2000 si è cominciata a manifestare a partire dall’incremento dei prezzi delle materie prime, alimentari e industriali, che ha seguito una riduzione dei costi delle stesse nel precedente periodo 1980-2000. Nel 2000 il costo del greggio (che esercita un ulteriore impatto influenzando i prezzi di altre fonti energetiche, soprattutto il gas naturale e il carbone) subì un aumento del 45% circa, con una oscillazione da 26 dollari a 34 dollari nel corso dell’anno, mentre dal 2001 (anno dell’attentato alle Torri Gemelle) al 2003 il prezzo si conservò pressoché invariato, oscillando intorno ai 20 dollari. Nel 2004, a fine anno si ebbe un forte innalzamento pari al 100%, con il raggiungimento dei 40 dollari al barile.

L’area euro, fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio in percentuale vicina al 100%, ha risentito non solo a livello produttivo, ma anche sui prezzi al consumo, con conseguenze non indifferenti in termini di Pil, consumi privati, investimenti e esportazioni.[21] Gli effetti sull’economia possono variare fra i paesi in base non solo alla dipendenza dall’importazione delle materie prime e alla loro intensità di utilizzo, ma anche in relazione al fatto che il rialzo delle quotazioni è indotto da una contrazione dell’offerta o da un eccesso di domanda.

I prezzi delle materie prime sono cresciuti vertiginosamente negli ultimi anni, per poi arretrare in misura marcata a partire da metà 2008 allorché, in conseguenza della crisi finanziaria, sono state riviste al ribasso le aspettative sulla crescita futura della domanda. Nel gennaio 2008, il prezzo del petrolio superò i 100 dollari al barile per la prima volta nella sua storia, continuando a salire nei mesi successivi, fino ad arrivare ai 147 dollari a barile (qualità Brent), in rialzo del 470% rispetto all’inizio del 2000, per poi scendere a settembre.

Nel caso del greggio, l’incremento fu dovuto all’effetto congiunto della crescente domanda mondiale, in particolare a causa della forte espansione delle economie emergenti (Cina, India e Medio Oriente in particolare), dell’aumento della frequenza delle interruzioni di fornitura e delle revisioni al ribasso apportate alle aspettative sugli approvvigionamenti futuri.Anche altre materie essenziali nella catena della produzione, come l’acido solforico e la soda caustica, hanno visto un forte incremento del loro prezzo fino al 60%. La crisi dell’aumento del costo del petrolio e di alcune altre sostanze alimentari sono state oggetto di dibattito nel 34° vertice del G8 tenutosi in Hokkaido nel luglio 2008. Le cause di questi repentini rialzi sono plurime (picco di Hubbert) e sono state individuate oltre che nei problemi di instabilità geopolitica (seconda guerra del Golfo), anche nella crescita delle potenze asiatiche, nella svalutazione del dollaro, nella carenza di investimenti tecnologici (rischiosi) nel campo dell’industria estrattiva, nell’impennata della domanda mondiale (2001-2007), con un potenziale di crescita ancora rilevante, nelle politiche di offerta di alcuni produttori, e, in ultima analisi, nella speculazione finanziaria (finanziarizzazione dei mercati delle materie prime).

Aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità

Solo dal 2008 l’incremento dei prezzi delle commodity, in particolare il rialzo del prezzo del petrolio grezzo e di alcuni cereali, si è fatto sentire a tal punto da cominciare a creare serie conseguenze economiche e frenare gradualmente l’attività economica, minacciando il terzo mondo con l’aumento del rischio della fame, producendo stagflazione e ponendo ostacoli al commercio globale (a causa dell’aumento dei costi di trasporto, cresciuti parallelamente all’aumento del costo del greggio). Tutto ciò causò ripercussioni dirette sul fenomeno della globalizzazione, accanto a un’ondata generalizzata di ribassi nelle borse di tutti i continenti. L’aumento dei prezzi delle materie prime si tradusse poi nell’aumento dei costi finali di produzione dei beni di consumo, con conseguenze sulle fasce più deboli della popolazione mondiale.

Nel 2007, inoltre, di fronte alle prime avvisaglie della crisi dei subprime, e poi in misura più ampia con l’esplosione della crisi, una enorme massa di liquidità finanziaria è stata diretta all’investimento nel settore dei beni rifugio (oro, petrolio, materie prime, prodotti alimentari), contribuendo, assieme a fenomeni di natura climatica, come la siccità in Russia, all’aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità per milioni di persone, condotte sotto la soglia di povertà. A cavallo tra 2010 e 2011 il carovita ha spinto le popolazioni colpite alla rivolta contro le autorità costituite, come accaduto nel corso della Primavera araba, determinando il rovesciamento di regime decennali (in Egitto, Libia, Yemen, Tunisia).

Crisi dei sub-prime negli Stati Uniti

Crisi del mercato immobiliare statunitense

Andamento del mercato dei subprime tra il 1997 e il 2007

La crisi imprevista dei mutui sub-prime, mutui a basse garanzie (perché sottoscritti da contraenti con reddito inadeguato o con passato di insolvenze o fallimenti) concessi dalle banche d’investimento americane (istituti che concedevano finanziamenti chiedendo tassi d’interesse variabili e crescenti nel tempo ottenendo una compensazione del rischio con il rendimento dei prestiti), inizia a manifestarsi nel 2006 per scoppiare nel 2008. La crisi raggiunse il punto di non ritorno quando i risparmiatori americani cominciarono a non ripagare più i mutui dando avvio a un massiccio aumento dei pignoramenti (1,7 milioni di case coinvolte nel solo 2007).

All’origine di questo fenomeno la vertiginosa crescita del mercato immobiliare americano (picco 2004-2006), con il forte aumento dei prezzi delle abitazioni e la successiva espansione degli investimenti nel settore. Tale “bolla” speculativa si espanse di pari passo col costante apprezzamento delle case. Essa tendeva a raggiungere, attraverso l’aumento costante della destinazione di risorse nel settore, l’espansione permanente del mercato. L’indebitamento delle famiglie americane provocò nel 2006 l’esplosione dei prezzi delle attività, e in particolare di quelli immobiliari; l’indebitamento aumentava via via che cresceva il valore delle proprietà immobiliari. La caduta dei prezzi nel 2007 provocò l’esplosione del valore dei mutui a livelli superiori alla consistenza stessa del valore delle abitazioni. Le famiglie più fortemente indebitate avevano scommesso sul protrarsi della crescita, ignorando il rischio di un rovesciamento del mercato.

(EN) Diagramma storico dell’andamento della crisi del mercato dei subprime.

L’esplosione della bolla dei mutui fu amplificata dal fatto che le banche statunitensi, al fine di ridurre l’esposizione rispetto a questi prodotti finanziari altamente rischiosi, vendevano a terzi i mutui stessi attraverso diversi strumenti finanziari, parcellizzandoli e riassemblandoli con altri prodotti (CDO, CMO, CLO, ABS). In questo modo le banche scaricavano su altri soggetti (inizialmente investitori istituzionali, ma poi anche banche e risparmiatori) i rischi corsi concedendo tali finanziamenti. La cartolarizzazione dei mutui subprime (ovvero la creazione di titoli garantiti dai mutui ipotecari), sempre più diffusa, moltiplicava spesso i rendimenti in quanto chiedeva un ulteriore surplus ai soggetti a cui si rivendevano i derivati dei mutui secondari. Tali processi hanno reso infetto l’intero sistema finanziario mondiale di questi titoli, a un certo punto della crisi conosciuti, con un’espressione peggiorativa ma efficace, come “tossici”. La cartolarizzazione e il successivo “impacchettamento” dei titoli in sempre nuovi prodotti nei quali doveva essere assemblato, assieme a una parte di titoli garantiti, un certo quantitativo di titoli tossici, aveva lo scopo di fare alzare il giudizio di affidabilità delle agenzie, cosicché a un rapporto maggiore di titoli sani rispetto a quelli tossici nello stesso “pacchetto” sarebbe corrisposta una qualità del rating superiore (A, AA, AAA ecc.).

La forte svalutazione di questi strumenti innescò difficoltà gravissime in alcuni fra i più grandi istituti di credito americani. Bear Sterns, Lehman Brothers e AIG vennero ridotti al collasso e poi messi in sicurezza dall’intervento del Tesoro statunitense di concerto con la FED. Anche banche europee, come la britannica Northern Rock (quinto istituto di credito inglese), e grossi istituti finanziari (la svizzera UBS, la belga Fortis, la franco-belga Dexia -questi ultimi due parzialmente nazionalizzati dai governi francese, belga e lussemburghese-, la tedesca Hypo Real Estate e l’italiana Unicredit), furono investiti dalla svalutazione dei titoli immobiliari, venendo successivamente o nazionalizzati o costretti a ricapitalizzarsi. Dopo diversi mesi di debolezza e perdita di impieghi, il fenomeno è collassato tra il 2007 e il 2008 causando la bancarotta di banche ed entità finanziarie e determinando una forte riduzione dei valori borsistici e della capacità di consumo e risparmio della popolazione (con effetti immediatamente recessivi sull’economia).

Crollo delle borse e crisi di fiducia

Il rapido crollo del mercato immobiliare fu reso più devastante dal graduale rialzo del tasso di sconto operato dalla FED negli anni dell’esplosione della crisi dei mutui. Gli Stati Uniti, l’economia più grande del mondo, entrati in una grave crisi creditizia e ipotecaria patirono anche lo svilimento del valore del dollaro molto basso rispetto all’euro e ad altre valute.

Il peggioramento delle borse, segnato dalle fortissime vendite sul mercato bancario, fu immediato. A causarlo la radicale crisi di fiducia dei depositanti e degli azionisti verso le banche. L’indice S&P500 di Wall Street, termometro dello stato di salute della finanza mondiale, nel periodo a cavallo tra settembre e ottobre 2008 segnò una flessione del 25,9%, con ondate di vere e proprie vendite da panico (panic selling) in alcuni giorni che riportarono alla memoria crolli storici del mercato come quelli del martedì nero 29 ottobre 1929 e del lunedì nero 19 ottobre 1987. A ciò si accompagnò una crisi del credito, determinata dal clima di pessimismo e di diffidenza tra le stesse banche (forte aumento dei tassi interbancari), che portò in breve tempo alla carenza di liquidità nel sistema economico.

La crisi dei mutui in pochi mesi colpì anche l’economia reale provocando recessione, caduta degli investimenti e dei redditi e crollo dei consumi. La risposta più immediata alla crisi del credito e alla crisi di fiducia apparve il massiccio intervento degli stati e delle banche centrali che provvidero a tagliare i tassi d’interesse e a immettere liquidità nel sistema economico, cercando di incentivare gli investimenti e la rimessa in moto dell’economia. Altre misure di intervento ponderate furono la sospensione delle contrattazioni nelle piazze azionarie per impedire danni su scala mondiale e la proibizione, da parte delle commissioni di vigilanza delle piazze azionarie, delle vendite allo scoperto (ovvero quelle effettuate senza il reale possesso di titoli) su titoli finanziari e assicurativi.

Intervento del Tesoro americano sul sistema bancario e finanziario

George W. Bush e Henry Paulson

L’aggravarsi della crisi spinse il governo americano a intervenire. Il segretario all’economia Henry Paulson patrocinò l’attuazione di un corposo piano di salvataggio del sistema finanziario americano, approvato il 3 ottobre 2008 (dopo essere stato bocciato il 29 settembre alla Camera) dal Congresso degli Stati Uniti, venendo in soccorso dei grandi istituti di credito e delle banche americane ridotte al rischio di fallimento.

Il cosiddetto Tarp (Troubled asset relief program) prevedeva un programma di interventi statali in più fasi nel cuore dell’economia Usa, ponendo fine al modello economico della deregulation reganiana impiegato negli Stati Uniti durante gli anni seguiti alla caduta del muro di Berlino e alla fine della Guerra Fredda. Gli ingenti piani di nazionalizzazione e di intervento nel sistema economico americano ponevano fine a un’epoca in cui l’amministrazione americana, soprattutto negli anni novanta (presidenza Clinton), aveva esercitato pressioni sulle banche semipubbliche perché concedessero più credito ai ceti meno abbienti, alimentando le speranze dell'”american dream” e in una sostanziale continuità con le politiche della destra repubblicana, sulla scia del reaganismo.

Il piano di intervento, che all’inizio prevedeva una soglia nominale massima non superiore ai 700 miliardi di dollari, complessivamente ammontò a 7.700 miliardi di dollari. Tale quantitativo di liquidità venne immesso sul mercato bancario a tassi vicino alla zero dalla Federal Reserve, a sostegno delle banche non solo americane, ma anche europee (come Royal Bank of Scotland e UBS) durante il biennio di crisi 2007-2009. Istituti come Bear Stearns, quasi fallita, (acquisita da J.P. Morgan Chase), Freddie Mac e Fannie Mae (queste ultime poste sotto il controllo governativo tramite la neonata Federal Housing Finance Agency), Merrill Lynch (assorbita da Bank of America), AIG (società nazionalizzata per l’80% degli attivi e sostenuta con un prestito di 85 miliardi di dollari), Morgan Stanley, Citigroup, State Street e Wells Fargo giovarono dell’intervento del Tesoro americano e della Fed oppure vennero acquisite da altri gruppi bancari americani di maggiori proporzioni (Goldman Sachs, J.P. Morgan Chase, Bank of America), costituendo in questo modo forti posizioni di monopolio.

I 600 miliardi di asset tossici posseduti da Fannie Mae e Freddie Mac vennero acquisiti dalla Federal Reserve, impedendo il fallimento delle due banche. La decisione della Fed arrivò dopo un altro intervento in favore di Citigroup, beneficiaria dal dipartimento del Tesoro e dalla Federal Deposit Insurance Corporation (l’equivalente della Cassa Depositi e Prestiti) di garanzie per 306 miliardi di dollari, legate ad asset correlati al mercato immobiliare. Aig, allora la più grande compagnia assicurativa del mondo, già colpita dal giudizio negativo delle agenzie di rating, subì fortissime perdite economiche a causa della caduta del settore immobiliare e cadde in crisi di liquidità. Il 17 settembre 2008, il Federal Reserve System mise in atto una linea di credito, legata anche all’intervento di investitori privati, del valore 85 miliardi di dollari in favore di Aig in cambio di una quota del 79,9% del capitale della compagnia, realizzando il più importante salvataggio di una compagnia privata nella storia degli Stati Uniti. Il 9 ottobre 2008 la Fed attivò un ulteriore prestito da 37,8 miliardi di dollari in favore della compagnia.

La bancarotta di Lehman Brothers

Sede centrale di Lehman Brothers a Times Square, New York

Il fallimento di Lehman Brothers fu il più grande della storia degli Stati Uniti e fece precipitare nel panico le borse mondiali con effetti devastanti sull’intero sistema economico-finanziario mondiale. La bancarotta superò per grandezza quelle di gruppi come Worldcom o Enron (fino ad allora i più grandi fallimenti della storia degli USA). Prima che Lehman Brothers annunciasse bancarotta la Federal Reserve e il governo americano avevano cercato di pattuire l’acquisizione della banca d’affari da parte di Barclays o di Bank of America, che tuttavia avevano opposto il loro rifiuto al tentativo di fusione. La logica del too big to fail in questa circostanza non venne rispettata. Le agenzie di rating, nonostante la condizione di serio dissesto dell’istituto, mantennero rating più che discreti sul titolo Lehman Brothers fino al giorno della bancarotta (“A” Standard & Poor’s, “A2” Moody’s, A+ Fitch).

La banca d’investimento, all’epoca il quarto istituto di credito americano, non ricevette l’erogazione dei fondi statali né l’intervento di capitali esterni, venendo costretta a iniziare le procedure fallimentari il 15 settembre 2008 (facendo ricorso al “chapter 11”, ossia alla norma statunitense per la bancarotta con liquidazione controllata) con un indebitamento di 613 miliardi di dollari. Lehman Brothers nel 2007 aveva chiuso i bilanci con ricavi di 19 miliardi di dollari e un utile netto di 4,19 miliardi. Solo il 10 settembre dell’anno successivo, cinque giorni prima del fallimento, alla fine del secondo trimestre, i ricavi del gruppo apparivano negativi per 2,9 miliardi di dollari, mentre gli utili per 3,9 miliardi. La causa del rapido tracollo erano stati i debiti contratti sui mutui ad alto rischio, le massicce svalutazioni dei titoli seguite al crollo del mercato immobiliare e le contemporanee esposizioni che il gruppo aveva accumulato nel mercato dei credit default swap. Come conseguenza immediata del fallimento, in una sola giornata le borse mondiali videro cancellati 1.200 miliardi di dollari di capitalizzazione (quasi 900 miliardi di euro), oltre l’intera capitalizzazione della sola borsa di Milano, mentre le perdite europee complessive si attestarono a 125 miliardi.

Tra coloro che sono ritenuti, a vario titolo, in quanto ricoprenti incarichi di rilievo nelle grandi banche d’affari, tra i responsabili principali della bolla speculativa, molti hanno successivamente riassunto nuovi incarichi o non sono stati per nulla sottoposti al giudizio della magistratura americana. Tra questi figurano:

  1. Dick Fuld, amministratore delegato di Lehman Brothers, fallita il 16 settembre 2008, processato dal congresso, iniziò in proprio una nuova attività.
  2. Ralph Cioffi e Matthew Tannin, gestori di fondi della Bear Stearns, accusati di aver mentito ai propri clienti, nel loro vano tentativo di contenere le perdite legate alle speculazioni dei subprime, rischiarono venti anni di reclusione, ma senza mai venire condannati; il 10 novembre 2010 vennero assolti dalle accuse.
  3. Angelo Mozilo, amministratore delegato di Countrywide, accusato di aver nascosto l’entità delle perdite nel portafoglio immobiliare della sua società.
  4. Ken Lewis[61], numero uno di Bank of America, accusato di aver ingannato i suoi azionisti e lo stato sull’entità delle perdite della banca di investimento Merrill Lynch, che Bank of America acquisì nel 2008, si collocò in quiescenza con una liquidazione di 50 milioni di dollari.
  5. Lloyd Blankfein, elemento di spicco di Goldman Sachs, dovette accettare una transazione record da 550 milioni di dollari che la banca versò il 16 aprile 2010 alla Sec e una multa da 267 milioni di dollari comminata dalla Fsa britannica per non aver reso pubblica la notizia di essere sotto inchiesta da parte della stessa Sec.
  6. Joseph Cassano, membro di Aig, la cui gestione sarebbe costata 180 miliardi dollari ai contribuenti americani a causa delle manovre speculative che avrebbe attuato attraverso Credit default swaps (contratti assicurativi sulle perdite sui titoli legati alle ipoteche sui subprime) che la divisione di Cassano aveva stipulato con eccessiva facilità.
  7. John Thain, amministratore delegato di Merrill Lynch, venduta a Bank of America, accusato di aver lasciato l’istituto in uno stato deficitario, venne nominato nel febbraio 2012 a capo di Citigroup.

Crisi finanziaria in Europa

Il salvataggio delle banche da parte dei governi europei

15 settembre 2007: file di risparmiatori davanti ad una sede della Northern Rock per ritirare i propri depositi

Salvataggio del sistema bancario in Gran Bretagna

La generalizzata presenza nelle banche di asset “tossici” favorì l’allargamento della crisi, intaccando direttamente anche diversi paesi europei: le borse del vecchio continente accumularono sin dallo scoppio della crisi molteplici perdite. La crisi dei mutui toccò per prima la Northern rock, quinto istituto di credito britannico, specializzato nei mutui immobiliari. A metà settembre del 2007, la diffusione della notizia che la banca non sarebbe stata in grado di ripagare i suoi clienti a causa dell’impossibilità di rifornirsi sul mercato interbancario, innescò il panico tra i risparmiatori che presero d’assalto gli sportelli nel tentativo di recuperare i propri depositi.

La Banca d’Inghilterra e l’FSA, l’ente che controlla il settore creditizio, diffusero proclami che invitavano alla calma i correntisti. Secondo i quotidiani britannici Northern rock aveva continuato tuttavia a concedere ai clienti prestiti sino a cinque volte l’ammontare dei salari e fino al 125% del valore delle case, nonostante tutti gli avvertimenti sull’instabilità economica e il possibile crollo delle quotazioni degli immobili. La Banca centrale britannica procedette d’imperio quindi alla nazionalizzazione dell’istituto impegnando circa 110 miliardi di sterline. L’intervento della Banca d’Inghilterra si è però allargato all’intero sistema bancario, attraverso interventi di ricapitalizzazione e acquisti ingenti di bond. La Bradford & Bingley venne anch’essa tratta in salvo e nazionalizzata, mentre vennero acquistate anche azioni di Hbos, Lloyds Tsb e Royal Bank of Scotland. Il governo inglese in alcuni casi ha acquisito il diritto alla nomina dei vertici e alla deliberazione di decisioni importanti per le banche beneficiarie, imponendo più severe regole di governance.

Piani di salvataggio nel resto d’Europa

A beneficiare degli aiuti di stato sono stati anche altri due grandi gruppi: Dexia e Fortis. Dexia, banca specializzata nei prestiti alle collettività locali, finanziandosi in gran parte a breve termine, vendendo obbligazioni agli investitori o indebitandosi verso altre banche, si trovò particolarmente esposta alla crisi del credito e al clima di sfiducia tra gli istituti finanziari non più disposti a prestarsi denaro tra loro. Il governo belga intervenne per primo iniettando liquidità per 3 miliardi di euro insieme agli azionisti belgi. Anche il governo francese, in parte attraverso Cdc, la Cassa Depositi transalpina a controllo statale, intervenne riservandosi una parte consistente del capitale della banca. Il Lussemburgo partecipò al piano di salvataggio con una relativamente piccola quota di capitale. Anche il gruppo bancario belga-olandese Fortis subì una parziale nazionalizzazione. Pesantemente danneggiata a fine settembre dal crollo della borsa, ricevette il soccorso dei governi di Belgio, Olanda e Lussemburgo. Il contributo più importante fu quello belga; di proporzioni inferiori quello del governo olandese, mentre quello lussemburghese fu il più ridotto.

La valutazione al ribasso delle stime sulla solidità di Hypo Real Estate e la conseguente richiesta di rifusione da parte dei creditori causò il rischio di tracollo dell’istituto tedesco. Guidata dal governo di Berlino, dalla Banca centrale tedesca e dalla BaFin, l’authority tedesca di controllo dei mercati finanziari, il piano di salvataggio della HRE fu il più grande della storia tedesca. Il governo tedesco intervenne anche su Sachsen Lb, West Lb e Ikb, optando per una strategia diretta ad assicurare la capitalizzazione di banche e compagnie assicurative e la garanzia sui titoli di nuova emissione. Altri piani di salvataggio vennero predisposti da Svezia, Danimarca, Portogallo, Grecia e Olanda.

Effetti della crisi finanziaria nel mondo

La crisi colpisce l’economia reale

Complessivamente, nella prima metà del 2008 si assistette a un rallentamento deciso delle principali economie del pianeta e all’aumento repentino dell’inflazione, che sarebbe stata spinta dall’aumento dei prezzi delle commodity, anche se altri studi affermano che i prezzi più elevati delle materie prime non avrebbero generato ripercussioni consistenti sull’inflazione. La parte finale dell’anno vide il manifestarsi di una pesante recessione, seguita all’aggravarsi dopo l’estate della crisi finanziaria e creditizia. Sintomo della grave situazione di crisi l’abbassamento in picchiata dei prezzi delle materie prime e del greggio, che scese fino a toccare i 40 dollari al barile (WTI e Brent). Il fallimento di Lehman Brothers e l’aggravarsi della crisi finanziaria e economica, spinse le principali banche centrali, tra cui la BCE e la FED (dopo aver in estate scelto di non operare ribassi dei tassi d’interesse per contrastare l’alta inflazione) a intervenire riducendo i tassi di sconto e immettendo grosse dosi di liquidità a sostegno del sistema bancario al fine di evitare una crisi del credito, come non era mai stato fatto dai tempi del dopoguerra.

Conseguenze nel mondo

Crescita del prezzo del Brent tra il 1987 e il 2011. Si noti il crollo seguito alla recessione iniziata nel 2008.

La bolla immobiliare americana ed il successivo fallimento di Lehman Brothers provocarono ripercussioni economiche a livello mondiale. La produzione industriale in Europa a partire dall’autunno del 2008 calò bruscamente, per ridursi ulteriormente l’anno successivo con una pesante recessione che colpì l’intero mondo occidentale, mentre le economie emergenti (Cina, India, Brasile) accusarono solo lievi o poco consistenti flessioni del Pil. Il rapido contagio tra le economie del pianeta mise a nudo un’evidente dipendenza dei modelli di sviluppo dal commercio estero. In America Latina la crescita si attestò al 4,6 rispetto al 5,8% del 2007; i paesi più colpiti furono quelli dell’America centrale, esportatori di materie prime. L’economia cinese vide ridotta la crescita dal 13 al 9% con una riduzione dell’export, mentre i consumi privati mantennero un buon livello. L’India crebbe invece del 7,3 rispetto al 9,3% del 2007. Anche l’Europa orientale, che pure aveva sperimentati tassi di crescita sostenuti, conobbe grosse difficoltà legate soprattutto alla frenata della domanda della Germania, maggior partner delle economie della zona. Particolarmente colpiti furono i paesi dell’area baltica, penalizzati dal blocco improvviso del credito che aveva eccitato i consumi di famiglie e incentivato gli investimenti. La Russia mantenne invece un dinamismo costante con uno sviluppo complessivo nel 2008 del 5,6%, venendo penalizzata soprattutto nella seconda parte dell’anno dalla caduta del prezzo del petrolio e dalla svalutazione del rublo.

Altri paesi soffrirono gravi effetti immediati dall’esplosione della crisi finanziaria americana: la Danimarca entrò in recessione (sei mesi consecutivi di crescita economica negativa) nel primo trimestre del 2008, colpita soprattutto dalla crisi del mercato degli immobili, da una forte disoccupazione e dalle difficoltà nel settore bancario che porteranno al fallimento di 11 istituti di credito. Nel periodo luglio-settembre del 2008, l’insieme delle economie dell’eurozona si contrasse dello 0,2%, mentre nel quarto trimestre si toccò la cifra dell’1,6%. La produzione industriale dell’area euro evidenziò nei mesi conclusivi del 2008 una riduzione del quasi 3%; particolarmente colpita fu la produzione manifatturiera tedesca. Ancor peggio l’Islanda, la cui fragile economia fu messa in crisi dal fallimento quasi contemporaneo delle tre maggiori banche del paese e da una massiccia svalutazione della corona, accompagnata a tassi di disoccupazione e inflazione a due cifre. L’Islanda, che aveva ricevuto il sostegno finanziario del Fondo Monetario Internazionale (FMI), di stati europei e degli USA, rifiutò però la restituzione di quattro miliardi ai risparmiatori inglesi e olandesi colpiti dal fallimento della banca Icesave. Il presidente islandese, Ólafur Ragnar Grímsson, pose un netto rifiuto all’accordo con Gran Bretagna e Olanda per rimborsare 4 miliardi ai circa trecentomila risparmiatori della banca Icesave, controllata da Landsbanki, fallita nel 2008, determinando un forte raffreddamento delle relazioni con i due stati.

Se fino ai mesi estivi le prospettive di espansione economica non sembravano compromesse, alla fine dell’estate l’allargamento della crisi creditizia si fece più marcato e più profonda si avvertì la recessione. Il Pil degli Stati Uniti sul finire dell’anno, nel quarto trimestre, si contrasse del 6,3% (su base congiunturale), mentre la produzione industriale si ridusse complessivamente nel 2008 del 2,2% e la disoccupazione passò dal 4,9 al 7,2. Segnali ugualmente negativi si ebbero per i prezzi al consumo e quelli del mercato immobiliare, che raggiunse livelli minimi mai raggiunti. Nel periodo ottobre-dicembre il Pil del Giappone, sebbene la sua economia fosse meno esposta rispetto alle turbolenze del settore finanziario, si ridusse del 3,2%; a fine anno il saldo della bilancia dei pagamenti fu negativo per la prima volta dal 1996. Anche il Regno Unito, ugualmente esposto alla crisi del settore immobiliare e bancario come gli Stati Uniti, risentì di un forte rallentamento dell’economia con una crescita nel 2008 dello 0,7% rispetto al 3% dell’anno precedente.[80] La Bank of England nel tentativo di contenere l’inflazione diminuì per ben 5 volte nel 2008 i tassi di riferimento (dal 5,5 al 2%).

Recessione del 2009

Variazioni del Prodotto interno lordo nella recessione del 2009

Nel 2009 l’economia mondiale risentì pienamente degli effetti della crisi finanziaria originatasi negli Stati Uniti e acuitasi nell’ultima parte del 2008. Radicale fu la contrazione dell’attività economica in tutti i principali paesi del mondo, raggiungendo il punto di massima contrazione nel primo trimestre dell’anno, tanto che quella del 2009 è stata considerata come la peggiore recessione dal 1929. La crisi generalizzata determinò un aumento verticale della disoccupazione che compresse la capacità di spesa delle famiglie, favorì la propensione al risparmio, indebolendo la domanda aggregata. Nell’aprile 2009, per la prima volta in Europa, il tasso di disoccupazione maschile superò quello femminile, mentre la disoccupazione giovanile (al di sotto di 25 anni), subì fortemente le conseguenze della fase recessiva, con una crescita costante che raggiunse il 18,7% ad aprile 2009.

In Europa la recessione determinò effetti profondamente negativi con forti riduzioni di Pil in Irlanda (-5,0%), nel Regno Unito (-2.8%), e in Germania (-2.3%), Olanda e Spagna (-2,0%), Belgio (-1,9%), Francia (-1,8%). Solo la Slovacchia, appena entrata nell’euro, registrò ancora una crescita significativa (2,7%), ma comunque in netta frenata rispetto alla stima del 2008 (7,1%) e il 10,4% dell’anno precedente. Dati ancora peggiori si registrarono nell’Europa dell’est, dove la crescita a cavallo tra metà 2008 e 2009 accusò sensibili cali: Lettonia (-6,9%), Estonia (-4,7%), Lituania (-4,0%), Polonia (-2,0%), Italia (-3,1%). L’inflazione dell’eurozona, nel periodo tra il maggio 2008 e 2009 rimase invece stazionaria per la politica di contenimento adottata dalla BCE diretta da Jean-Claude Trichet.

La sede della Banca centrale europea, comunemente chiamata “Euro Tower” a Francoforte

Le difficoltà della ripresa furono determinate anche da una troppo fragile condizione del sistema creditizio, appesantito dalle conseguenze della crisi di fiducia dei mesi precedenti. L’export delle economie meno sviluppate, risultato della riduzione del prodotto e dei consumi nei paesi più avanzati, segnò una brusca riduzione, nell’ordine del 12,3%. L’interscambio ha poi iniziato a riattivarsi nei mesi estivi del 2009. Il segno di una ripresa, già in corso nel 2009, fu il rialzo deciso dei costi delle materie prime (nel 2009 quelle industriali del 27%, quelle alimentari del 15%), la cui discesa era stata più alta per quelle industriali che per quelle alimentari. Essa fu però più decisa nelle economie emergenti e più stentata in quelle avanzate; più dinamica apparve la ripresa degli Stati Uniti in confronto all’Europa, dove la minore consistenza delle misure adottate per l’uscita dalla crisi e una maggiore tutela a beneficio dell’occupazione hanno comportato più alti costi a carico delle imprese, non in grado di attuare sin dall’inizio dei piani di riconversione. Da poco più di 40 dollari a barile, il prezzo del Brent, il greggio di riferimento per i mercati europei, è salito fino ai 70 dollari in giugno. A partire da ottobre, le quotazioni del petrolio hanno fluttuato all’interno di un andamento compreso tra i 70 e gli 80 dollari a barile.

Nella prima parte del 2009 la Banca Centrale Europea proseguì la fase di ribassi dei tassi di interesse ufficiali che aveva iniziato nell’ottobre dell’anno precedente. L’istituto centrale continuò inoltre ad attuare interventi “non convenzionali”, introdotti nell’ottobre del 2008, finalizzati a favorire il funzionamento del mercato interbancario, a sostenere i bilanci delle banche e ad allentare le condizioni di finanziamento al settore privato e promuovere l’ulteriore riduzione degli spread nel mercato monetario e ad incoraggiare l’attività di prestito delle banche alle imprese ed alle famiglie.[83] A fine anno, nella riunione del 3 dicembre 2009, il consiglio direttivo della BCE decise, in seguito ai miglioramenti delle condizioni reali e finanziarie, di avviare sin dall’inizio del 2010 un graduale rientro dalle misure non convenzionali.

L’andamento dei mercati azionari e obbligazionari manifestò un miglioramento delle prospettive economiche a partire dal secondo trimestre del 2009. Nel primo trimestre dell’anno era proseguita la discesa delle quotazioni azionarie che aveva avuto inizio alla fine del 2007. A partire dal secondo trimestre del 2009, invece, le condizioni dei mercati finanziari subirono un significativo miglioramento, stabilizzandosi negli ultimi tre mesi dell’anno.

Parziale ripresa economica (2010-2011)

Nel corso del 2009 la caduta dell’economia negli Stati Uniti, dopo aver raggiunto il picco negativo nel primo trimestre, periodo in cui il PIL si flettè del 6,4%, ha in seguito evidenziato una decisa risalita, tanto da far registrare una variazione positiva del 5,6% negli ultimi tre mesi dell’anno.[81] Nel primo trimestre del 2010 si verificò un aumento di prodotto interno lordo del 2,2%, favorito soprattutto dall’aumento dei consumi e dall’accumulo di scorte; sul fronte dell’occupazione, la percentuale dei senza lavoro non accusò miglioramenti, rimanendo nel 1º trimestre pari al 9,7% (15 milioni di disoccupati). Positivi si registrarono i contributi delle esportazioni nette (1,1 punti percentuali) e della spesa pubblica, beneficiata dagli effetti della manovra di 787 miliardi di dollari fortemente espansiva approvata dal governo americano guidato da Barack Obama. Anche l’eurozona dopo aver seguito un andamento negativo nella prima parte dell’anno, tornò a percentuali di sviluppo positive nel 3º trimestre, non registrando alcuna variazione nel trimestre successivo. Tra i paesi avanzati il Giappone risentì maggiormente del ciclo economico negativo internazionale. Le economie emergenti dell’Asia, dopo essere state colpite duramente nella prima parte dell’anno, tornarono a evidenziare un’accelerazione grazie soprattutto alla ripresa cinese, che guidò il recupero degli scambi commerciali. Singapore e Taiwan evidenziarono un calo particolarmente accentuato, con una caduta dell’export tendenzialmente superiore al 9%. Nel secondo trimestre Indonesia, Singapore, Taiwan e Hong Kong subirono anch’esse contrazioni in termini di Pil. La Cina riuscì a limitare le conseguenze congiunturali attestandosi su una crescita dell’8,7%, dopo aver toccato nel primo trimestre dell’anno il tasso di crescita minimo dal 1990 (6,1%).

Dopo una dura contrazione del pil e del commercio mondiali nei primi due trimestri del 2009, a partire dal terzo trimestre si verificarono segnali di ripresa economica (crescita del commercio mondiale del 12,4% nel 2010 rispetto al 10,9 del 2009). Complessivamente nel 2010 il pil mondiale crebbe del 5%, pur distribuendosi in maniera molto eterogenea nelle diverse aree del pianeta (più stentata in Europa, ad eccezione della Germania, più dinamica in USA e Giappone). Si registrò mediamente una sostenuta ripresa nei paesi sviluppati, ed un’ancor più forte nei paesi emergenti, dove le economie mostrarono un rapido e deciso recupero (Cina e India in media del 10%). Questa fase di recupero si trascinò, sebbene subendo un certo rallentamento (il pil Usa 2011 ebbe una crescita dell’1,7%, valore minore rispetto a quello del 2010 del 3%) nel 2011, per arrestarsi verso fine dello stesso anno (terzo e quarto trimestre), a partire dal quale si accusò un calo deciso delle economie, con sensibili riduzioni del pil. Il pil italiano in particolare, dopo la crescita del primo e secondo trimestre 2011, calò per un intero semestre, proseguendo nella discesa anche nel 2012 e documentando lo stato di recessione dell’economia del paese.

Le conseguenze sociali della crisi

La rete di protezione sociale sviluppata dopo la crisi del 1929 – principale discriminante in termini di ripercussioni sociali – negli stati più avanzati ha segnato la differenza di incidenze della grande fase di contrazione dell’economia nel mondo occidentale sulla condizione dei redditi delle famiglie.[3] L’impatto di breve periodo, tenuto conto della caduta dell’attività produttiva, sarebbe stato complessivamente contenuto. Suscettibile di variazione appare quello nel lungo periodo, sulla base dei provvedimenti che i singoli stati adotteranno per contenere gli effetti degli squilibri portati dalla recessione, soprattutto in relazione al forte indebitamento di alcuni stati, cresciuto verticalmente in numerosi paesi del mondo e in particolare in occidente, date le conseguenze più pesanti della recessione. Ciò nonostante, soprattutto nelle famiglie con figli (ove il capofamiglia ha meno di 40 anni e soprattutto tra i 40 e i 64 anni), la condizione di povertà si sarebbe aggravata; i redditi lordi dei lavoratori autonomi sono calati repentinamente, mentre i redditi dei pensionati e quelli dei lavoratori dipendenti avrebbero continuato lungo i rispettivi trend pre-crisi.

L’anno 2012 tra recessione e ripresa

Le stime preliminari della crescita del Pil del quarto trimestre 2011 certificavano che l’economia europea era entrata in recessione (dopo due contrazioni congiunturali consecutive). Per la Germania, il quarto trimestre 2011 mostrò segnali di crisi, mentre solo la Francia, in controtendenza rispetto agli altri grandi paesi europei, continuava a mostrare una crescita del Pil moderatamente positiva anche nel quarto trimestre.[93] Italia, Spagna, Portogallo e Grecia apparivano invece già in recessione, come anche Belgio e Olanda. L’Italia presentò il dato peggiore di tutti i paesi, fatta esclusione della Grecia, destinata assieme al Portogallo ad essere fanalino del continente.

Nel primo trimestre 2012 in termini congiunturali il Pil aumentava in Giappone, negli Stati Uniti e in Germania, mentre si manteneva stazionario in Francia e diminuiva in Italia e Regno Unito. Nei mesi successivi, in termini congiunturali il quadro non mutava: il prodotto interno lordo registrava un incremento in Giappone, negli Stati Uniti e in Germania, mentre diminuiva nel Regno Unito ed rimaneva stabile in Francia, collocandosi a livello stazionario rispetto al 2011 su scala europea. Particolarmente colpite dalla crisi del settore industriale Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, con sensibili riduzioni degli ordinativi e perdita di interi settori produttivi, cali profondi del pil che annullavano gli effetti della ripresa a cavallo tra 2009 e 2010, e aggravamento della disoccupazione, specie giovanile. Secondo le stime dell’Ocse nell’insieme il Pil aggregato del G7 per il 2012 si incrementava dell’1,4%, ma in maniera molto difforme: se la Germania accumulava una crescita dello 0,8, la Francia non registrava alcun aumento, la Gran Bretagna subiva un calo dello 0,7%, mentre USA e Giappone cresevano del 2,3 e del 2,2. Se il Pil europeo rimaneva fermo, il Pil mondiale si portava invece sul 3,5, con un forte timore del blocco della domanda aggregata mondiale a causa delle previsioni negative per le economie emergenti.[99] Per la seconda volta nel giro di tre anni, la zona euro entrava così in recessione: dopo aver registrato una crescita nulla nel corso dei primi tre mesi del 2012, i due trimestri successivi mostravano una passività complessiva (rispettivamente, -0,1% e -0,2%). A differenza di Italia e Spagna, il Pil di Germania e Francia rimaneva leggermente superiore allo zero.

Il rallentamento economico riguardava anche le economie dei BRICS, con una crescita attestata sui 3 punti percentuali per quanto attiene il Brasile, e uno sviluppo rispettivamente del 7,5, del 6,6 e del 4, relativamente a Cina, India e Russia. A ciò va aggiunto che i costi del greggio di qualità Brent apparivano instabili (con una discesa dei prezzi arrestatasi solo a novembre, a fronte di un picco raggiunto a marzo), a causa dal peggioramento del quadro congiunturale globale, dalle politiche espansive delle banche centrali (che provocavano un aumento della domanda e delle quotazioni dell’oro), e del persistere di tensioni di natura geopolitica sull’offerta (guerra civile siriana e libica, problemi produttivi nel Mare del nord, minaccia di attacco israeliano all’Iran). All’interno di questo quadro, la Cina, dopo aver commerciato in yuan con Giappone e Iran lo scorso giugno, il 6 settembre 2012 decise di pagare le forniture di greggio provenienti dalla Russia con la propria valuta senza ricorrere al dollaro.

Crisi greca

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Crescita del debito pubblico greco tra il 1999 e il 2012 nel confronto con gli altri paesi della zona dell’euro

La Grecia, nella prima parte del 2009, sembrava avere attraversato la fase di crisi internazionale in maniera relativamente meno negativa, supportata dalla capacità di resistenza delle sue esportazioni e da consistenti aumenti salariali. Negli anni precedenti la Grecia aveva conosciuto uno sviluppo economico sostenuto (fino alla recessione del 2008 nel 2006 il pil cresceva del 5,6%, nel 2007 del 4,28%). Nell’ultima parte del 2009 la situazione però peggiorò drasticamente (il pil nel 2009 calò del 2,04%).

A ottobre il nuovo governo a guida socialista di George Papandreou rese noto che il deficit di bilancio nel 2009 avrebbe raggiunto il 12,7% del Pil: più del triplo di quanto previsto dall’amministrazione precedente. Il governo Karamanlis aveva nascosto un buco di bilancio nei conti di Atene sconosciuto alle autorità europee. Gli effetti di tale annuncio, avvenuto in concomitanza con la crisi del settore immobiliare a Dubai e l’avvio della discussione su una futura exit strategy da parte della BCE, si concretizzarono nel declassamento dell’affidabilità finanziaria della Grecia sul suo debito da parte delle maggiori agenzie di rating, suscitando forti preoccupazioni circa la possibilità di default della Grecia.

Il governo Papandreou sceglie una linea di intervento che punta ad attuare una serie di tagli della spesa pubblica insieme a provvedimenti profondamente impopolari, stridenti peraltro con il suo programma politico. La diffusione della reale situazione economica delle Grecia gettò l’allarme sui mercati finanziari. Il 16 dicembre 2009 Standard & Poor’s tagliò il rating sul debito di Atene a BBB+; dopo pochi mesi, il 27 aprile, la stessa agenzia opererà taglio di rating sul debito greco di altri tre livelli declassandolo a BB+, ossia al livello di “obbligazione spazzatura” (junk bond). Emerse, a giudizio degli osservatori, il rischio di un “contagio” che toccasse anche altri stati della periferia europea come Portogallo, Spagna e Irlanda.

Il segno della debolezza dell’UE risiedeva nell’assenza di un meccanismo che consentisse agli organismi europei di difendere i propri membri più fragili in caso di crisi gravi. Papandreou promise un rientro del deficit greco al 3% del Pil (entro i parametri di Maastricht) in quattro anni. Tuttavia la scoperta di un debito pubblico superiore al 120% del Pil, con un deficit intorno al 13%, un’economia sommersa pari a un quarto del Pil e la corruzione ammontante a 20 miliardi di euro l’anno, mise in discussione le rassicurazioni del governo greco, difficilmente in grado di riequilibrare autonomamente il bilancio dello stato. Nei mesi successivi la Grecia sarebbe stata costretta a operare nuovi tagli decisi del deficit statale ed approvare pesanti interventi di riduzione della spesa statale, venendo obbligata dalle continue emergenze di liquidità ad essere rifinanziata con nuovi piani di concessione di credito da parte di FMI, Commissione Europea e BCE (designati nel gergo giornalistico “troika“).

Prezzi dei Credit default swap di alcuni paesi europei da gennaio 2010 a dicembre 2012.

Ripercussioni mondiali

Il 25 maggio 2010 segnò un’ennesima seduta bancaria negativa con forti vendite di titoli (113 miliardi di euro di capitalizzazione bruciati nel continente). La paura fu scatenata dal fatto che le misure di risanamento adottate dall’Europa potessero minare la ripresa economica. Contestualmente vennero annunciate importanti manovre di bilancio d’emergenza, tese al contrasto del deficit e alla riduzione del debito pubblico. Il capo del dipartimento del Tesoro Usa Timothy Geithner e il presidente della Fed Ben Bernanke incontrarono il vicepresidente cinese Wang Qishan per cercare di convincerlo a promuovere ulteriori svalutazioni dello yuan. Il deprezzamento dell’euro sul dollaro e sulla stessa moneta cinese metteva a rischio le esportazioni cinesi e in parte quelle statunitensi.

Il petrolio, inoltre, risentì pesantemente gli effetti della nuova crisi in quanto collegato al dollaro e alla domanda di energia dell’Europa. In giugno ulteriori riduzioni del rating greco fecero aumentare le preoccupazioni mondiali sul possibile default della Grecia o su una eventuale sua uscita dall’eurozona (pur non contemplando il trattato di Lisbona -art. 50- la possibilità dell’uscita dall’unione monetaria, ma solo dall’Unione unica), e sulla eventualità dell’indebolimento, come conseguenza indiretta, della moneta unica europea, provocando forti ribassi nelle piazze borsistiche. Lo “spettro” dell’insolvenza greca continuò ad agitarsi sull’Europa per tutto il 2011 e fino al 2012, provocando un persistente stato di instabilità sui mercati borsistici del pianeta, soprattutto nei momenti in cui gli investitori percepivano difficoltà nel raggiungimento di un accordo con i creditori.

Piano di salvataggio europeo

Il 2 maggio 2010 venne varato un finanziamento da 110 miliardi di euro, in cambio di forti interventi di austerità da parte del governo greco, appoggiato dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale dopo che l’euro era già sceso sotto un cambio di 1,3 contro il dollaro. Dopo un venerdì terribile, l’8 maggio, i vertici Ecofin annunciarono il lunedì successivo la creazione di un fondo europeo da circa 750 miliardi di euro per il sostegno dell’Eurozona. Il piano prevedeva, per la prima volta nella storia dell’Europa, prestiti bilaterali dagli stati della zona euro per 440 miliardi, 60 di fondi del bilancio Ue e fino a 250 miliardi di contributi prestati dal FMI (pari a un terzo del totale), nonché la possibilità (mai avvenuta in passato) di intervento della BCE, in grado agire sul mercato secondario dei titoli di stato acquistando obbligazioni pubbliche.

Il crollo degli indici borsistici della seduta dell’8 maggio aveva mostrato come il caso della Grecia pesasse sul futuro stesso della tenuta dell’unione monetaria europea. I dubbi del governo di Berlino e i timori di un allargamento del “contagio” ad altri stati periferici come il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda e, dopo che la si era ritenuta inattaccabile, anche l’Italia finirono per generare il panico nei mercati. Sui mercati obbligazionari e su quelli dei credit default swap, polizze assicurative contro il default degli stati, spesso strumento della speculazione divenuto riferimento per la fissazione dei rendimenti, e la crescita dei tassi d’interesse chiesti dagli investitori in titoli statali, dimostrò l’allargamento della crisi all’intera Eurozona.

Presto, l’inefficacia dei piani di austerità e la profonda crisi dell’economia del paese (il debito in rapporto al Pil salì rapidamente al 160%), indussero l’Institute of international finance (IIF), la BCE e l’UE ad avviare complesse trattative per la ristrutturazione (riduzione) del debito greco, decidendo il coinvolgimento del settore privato (banche, fondi d’investimento, fondi pensioni e hedge fund), ormai anche disposto a un severo “haircuit” (taglio) dei bond greci impossibili da rimborsare per le finanze elleniche, di cui larghe posseditrici apparivano numerose banche francesi e tedesche. Il 26 ottobre 2011 si decise un abbattimento forfettario del debito del 50% a carico dei creditori privati. Alla vigilia del vertice del G20 convocato a Cannes per il 3 e 4 novembre Papandreou rese nota la volontà da parte sua di indire un referendum sull’accordo europeo per il salvataggio del paese. Pochi giorni prima lo stesso Papandreou aveva operato la sostituzione improvvisa dei vertici delle forze armate, secondo alcuni, nel timore di possibili golpe. La diffusione della notizia del referendum portò a un’ondata di vendite sul mercato borsistico. Pochi giorni dopo il premier greco rassegnerà le dimissioni, venendo sostituito da un ex membro della Bce, Lucas Papademos, sostenuto da una maggioranza parlamentare trasversale.

Rating S&P (giudizio di affidabilità finanziaria) dei paesi europei a marzo 2012

Le trattative per l’abbattimento del debito (o per un “default controllato”, come è stato definito) proseguirono per diversi mesi e tra difficoltà, innescando timori sulle borse, soprattutto per la possibilità che il taglio del debito potesse non essere sufficiente ad evitare l’insolvenza delle casse greche; inoltre nuove misure economiche e riforme vennero richieste, soprattutto dalla Germania, al governo Papademos a condizione dell’ottenimento di un secondo piano di assistenza finanziaria, approvate in definitiva dal parlamento greco a febbraio 2012 (con tagli dei salari minimi e messa in mobilità di 15.000 statali). Nella notte del 21 febbraio infine, l’Eurogruppo, raggiunto un accordo con I’IIF per un taglio del valore nominale dei titoli greci del 53,5% (che saliva in termini reali a un valore vicino al 75%) e di una riduzione del debito greco di circa 100 miliardi, concesse con riserva un prestito di 130 miliardi alla Grecia evitandone l’insolvenza. Lo stato greco in cambio fu costretto ad accettare un controllo più stringente dei bilanci da parte della Troika (UE, BCE, FMI), con il rafforzamento della missione dei contabili della Commissione e del Fondo monetario presso Atene. L’operazione di finanziamento venne confermata con l’adesione allo swap da parte dei creditori (nella misura del 95%) il 9 marzo.

Crisi irlandese

Debito pubblico in rapporto al Pil nel mondo (2010)

L’Irlanda fu investita dallo scoppio della bolla speculativa immobiliare –Irish property bubble– (fortissima espansione del settore edilizio) con il repentino ribasso dei prezzi delle abitazioni, tra 2007 e 2008, che gettò in crisi l’intero sistema bancario del paese. L’Irlanda aveva conosciuto un periodo di espansione economica tra i più vasti della sua storia, a tal punto che tale periodo storico venne definito della “Tigre celtica” (ventennio 1988-2008). In tempi recenti una crescita avvenuta con la leva degli aumenti salariali e l’attrazione di investimenti esteri (grazie al ricorso al dumping fiscale), accanto alla speculazione immobiliare che aveva contribuito a provocare l’espansione economica (con conseguente crescita della domanda di investimenti), della domanda interna e della prosperità delle famiglie (susseguente all’allargamento della capacità del credito), aveva segnato il riscatto del paese dopo decenni passati di arretratezza. Le conseguenze della crisi susseguitesi nei mesi del 2009 furono dure: riduzione del Pil del 7,5%, tasso di disoccupazione al 13,8% nel 2009 (12,5% nel marzo 2010), una deflazione al 6,5% nello stesso 2009, un aumento del deficit pubblico da 33,6 miliardi di euro a 40,46 miliardi di euro, contenuto da un rapporto debito-PIL del 63,7%. I timori relativi ad un indebolimento delle finanze pubbliche irlandesi sono inizialmente legati al piano di salvataggio di 30 miliardi deciso dal governo irlandese a sostegno della Anglo-Irish bank, cifra vicina al 20% del Pil e che avrebbe portato a un eccessivo ingrandimento del deficit. L’impennata degli spread fra titoli del debito irlandese e titoli tedeschi, rafforzava i segnali di sfiducia del mercato nei confronti delle finanze irlandesi e della sua capacità di ripagare i rendimenti: il 25 agosto i CDS irlandesi salirono a 322 punti base.

Dopo che la BCE aveva già elargito finanziamenti a medio termine per le banche irlandesi, il governo di Brian Cowen fu così costretto a cedere alle pressioni europee e del FMI accettando a fine novembre un programma di salvataggio accanto a un prestito di 85 miliardi di euro (concertato anche assieme a paesi non membri della zona dell’euro, Gran Bretagna, Svezia e Danimarca), cui sarebbe corrisposto un piano di austerità e di contenimento del deficit, con severe riduzioni della spesa sociale, tagli degli stipendi pubblici e applicazione di nuove imposte. Il 12 luglio 2011 l’agenzia internazionale di rating Moody’s tagliò il rating dell’Irlanda a livello “junk” (Ba1), con prospettive negative, nel timore che “al termine del corrente programma di aiuti di Unione europea e Fondo monetario, alla fine del 2013, il Paese abbia bisogno di ulteriori finanziamenti prima di tornare sul mercato. E con la probabilità che una partecipazione del settore privato sia richiesta come precondizione per un sostegno addizionale“.

Crisi portoghese

Sede centrale di Standard & Poor’s a Manhattan

A inizio aprile 2010 le banche portoghesi danno l’annuncio di non essere in grado di acquistare in asta i titoli del debito pubblico portoghese, destando la sorpresa del mercato. L’esito, anch’esso molto anomalo, dell’asta dei titoli di stato a breve termine portoghesi il 6 aprile 2011, con i T-bill a scadenza semestrale e annuale, assegnati con tassi in forte rialzo rispetto alle emissioni precedenti costituì il campanello d’allarme per l’imminente crisi di liquidità dello stato portoghese. Il Portogallo stava scontando la condizione di tassi di crescita economica molto lievi, dovuti all’erosione continua di competitività, di salari troppo alti rispetto alla produttività, di infrastrutture inadeguate o insufficienti, istruzione inadeguata e scarsa razionalizzazione della spesa pubblica. L’assenza di sviluppo si combinò con un gettito fiscale insufficiente, fattori che inseriti nel contesto di una crisi di fiducia degli investitori condussero rapidamente il Portogallo ad essere incapace di rifinanziarsi sul mercato e di onorare il debito già contratto.[134] Nel marzo 2011 il premier José Sócrates era stato costretto alle dimissioni in seguito alla bocciatura in aula delle misure di austerità (quarta manovra economica in ordine di tempo).

Dopo aver fatto richiesta ufficiale di aiuti per 80 miliardi di euro,[136] l’eurogruppo approvò il piano di salvataggio del Portogallo, concesso a condizione che il parlamento approvasse il risanamento di bilancio. L’intervento, dell’ammontare complessivo di 80 miliardi, fu concesso in una situazione di estrema emergenza di fondi dello stato, impossibilitato a coprire i rimborsi e le spese ordinarie.[137] Successivamente il parlamento portoghese sarà costretto a discutere e approvare pesanti misure riduzione del disavanzo e delle spese, tra le più dure degli ultimi 50 anni. Il 5 luglio 2011 anche il Portogallo fu colpito dal declassamento di Moody’s, con un taglio di quattro note del rating a lungo termine (dal Baa1 a Ba2) e outlook negativo alla luce – secondo il comunicato ufficiale dell’agenzia – del “crescente rischio che il Portogallo chieda una seconda tranche di finanziamenti internazionali prima che possa tornare sul mercato privato e dell’aumento delle possibilità che venga chiesta come pre-condizione la partecipazione del settore privato“.

Crisi del debito italiano

Percentuali di deficit/surplus (blu), debito (verde) e Pil (arancio) di Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia e Italia, confrontati con quelli di UE, Eurozona, Regno Unito e Germania

La crisi del debito italiano fu scatenata da tre ragioni combinate: l’enorme stock di debito, soprattutto se rapportato al Pil (che subì una forte crescita a partire dal 2008, in coincidenza con la crisi, dopo diversi anni di complessiva riduzione); la scarsa o assente crescita economica, con il prodotto interno lordo aumentato in termini reali solo del 4% nel decennio 2000-2010; la scarsa credibilità dei governi e del sistema politico, spesso apparso privo di decisione o tardivo agli occhi degli osservatori internazionali e degli investitori.

L’indebitamento estero del settore privato (soprattutto verso i paesi centro-europei, cresciuto con l’adesione all’UEM), l’impossibilità di ricorrere alla svalutazione della moneta (proibita dagli accordi di Maastricht) per stimolare la competitività delle esportazioni, il forte deficit della bilancia commerciale, cui va aggiunto il dato dell’enorme quantità di debito pubblico pregresso (aumentato inoltre tra 2008 e 2011 del 7%), indussero molti investitori, soprattutto esteri, a nutrire sfiducia verso la capacità dell’Italia di essere solvibile, provocando un deflusso di investimenti e un ritiro improvviso dei capitali (con conseguente impennata dei tassi di interesse sui titoli di stato).

Innalzamento del differenziale di rendimento

Il 2009 aveva visto un crollo del Pil italiano del 5%, mentre l’indebitamento della amministrazioni pubbliche era aumentato a 80,8 miliardi, pari al 5,3% del Pil; il deficit aveva visto un incremento del 2,6%.Molto pesante fu il crollo del settore industriale, calato del 15,1%, come anche gli ordinativi che subirono un brusco contraccolpo. Particolarmente consistente fu il crollo del settore dell’auto, con un calo delle vendite a dicembre del 2008 del 48,9%. Sul fronte del debito pubblico, tra il 2008 e il 2010, nel contesto di una scarsa crescita e di un’economia in stagnazione (pur avendo avuto il Pil italiano un incremento nel 2010 intorno all’1,2%, ma segnando un nuovo calo nel 2011 con percentuali vicine allo zero), il debito pubblico italiano aumentò dal 103,6% al 119,0% (quarto valore più grande al mondo in rapporto al Pil), per un ammontare complessivo nel 2010 a 1.843.015 milioni di euro, a fronte di un Pil pari a 1.548.816 milioni.

In rosso, gli stati europei chiamati “PIGS” nel mondo anglosassone (in inglese “maiali”), cioè Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, indicati come fomiti di tensioni nell’eurozona, in virtù della loro ritenuta cattiva situazione finanziaria e economica. A questi si è aggiunta prima l’Italia formando l’acronimo “PIIGS” e poi il Regno Unito con l’acronimo “PIIGGS”.

L’ammontare dei titoli di stato italiani in circolazione fa riferimento a tutti i titoli emessi dallo stato, sia sul mercato interno (attraverso BOT, CTZ, CCT, BTP e BTP€i), sia sul mercato estero (programmi global, MTN e carta commerciale). A partire dal 2008 la forbice tra buoni del tesoro poliennali e Bund inizia ad ampliarsi. Essa appariva quasi del tutto irrilevante nel 2006, quando il tasso di rendimento dei titoli italiani rispecchiava un’affidabilità superiore ai Treasuries americani e ai Gilts britannici. Nel 2008 tuttavia lo spread raggiunse la soglia vicina ai 100 punti base, salendo l’anno successivo di ulteriori 50 punti e raggiungendo in dicembre i 176 punti base.

La crisi del debito sovrano italiano raggiunse la sua fase più acuta a partire dall’estate del 2011, dopo che già Grecia, Irlanda e Portogallo avevano, a vario titolo, riscontrato difficoltà nel collocamento dei titoli di debito pubblico sul mercato finanziario (con tassi di rendimento ormai attestati su soglie proibitive), giungendo nella condizione di non potersi rifinanziare. Ciò alla fine di un anno circa lungo il quale il costo della raccolta per il Tesoro aumentò di oltre 1,5 punti percentuali: il BTP quinquennale nel 2010 assegnato in asta attorno al 2,64%, a luglio 2011 toccava il 4,629% (+2% circa).

Fino all’inizio dell’estate 2011, tuttavia, i buoni del tesoro poliennali italiani avevano conservato contenuti rendimenti e buona appetibilità sul mercato, tanto da essere considerati un “bene rifugio”, al pari dei titoli dei paesi più solidi dell’eurozona sotto il profilo dell’affidabilità del debito (Germania, Olanda, Austria e Francia). Per oltre dieci anni dall’introduzione della moneta unica l’Italia aveva potuto collocare a tassi vantaggiosi i propri titoli di stato, pur nelle differenze oggettive tra le economie dei paesi membri e nonostante le difficoltà maggiori riscontrate dall’Italia, già prima dell’adesione all’eurozona, nella distribuzione dei titoli pubblici.

Prima che esplodesse la crisi della Grecia, nella primavera 2011 il Tesoro italiano rifinanziava il debito pubblico collocando titoli di stato in asta con costi medi all’emissione scesi a livelli record del 2,1 per cento. In un’asta tenutasi a metà luglio, però, i titoli a 15 anni vennero venduti al 5,90%, il massimo della storia della moneta unica, mentre quelli a 5 anni al 4,93%. L’ampliamento dello spread, il differenziale di rendimento fra titoli di stato italiani e tedeschi (Bund), contribuì a innescare una crisi di fiducia sulla redimibilità dell’Italia, provocando il ribasso dei mercati azionari europei e in particolare della Borsa di Milano.[155] In una progressività crescente, il differenziale si attestò a 200 punti a fine giugno, a 350 a inizio luglio, a 400 a inizi agosto, per poi scendere lungo il mese di agosto, in coincidenza con l’intervento della BCE, e arrivare a 500 ai primi di novembre, toccando il massimo degli ultimi anni il 9 novembre 2011.

Tagli di rating e intervento della BCE a sostegno del sistema bancario

Le banche italiane, benché scarsamente esposte sul versante degli asset tossici, erano largamente posseditrici di buoni del tesoro. Il 60% del portafoglio titoli delle principali 5 banche italiane, con Intesa Sanpaolo e Unicredit principalmente, includeva bond italiani, percentuale equivalente a quasi 100 miliardi di titoli pubblici. Le stesse maggiori banche italiane (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Montepaschi, Banco Popolare, Ubi Banca) nella seconda settimana di luglio registrarono perdite sul mercato borsistico, segnato da vendite da panico, speculazione e meccanismi automatici di vendita, per circa 8 miliardi di euro di capitalizzazione. La situazione era resa ancora più seria dal fatto che l’Italia fosse costretta continuamente a emettere titoli per rifinanziarsi, con aste a scadenza settimanale, e che fosse necessario che tali titoli venissero venduti a percentuali di interesse che non comportasse né un bagaglio di eccessivi oneri per le capacità delle finanze statali, né l’eventualità di risultare ad alto rischio per gli investitori, difficilmente disponibili all’acquisto di titoli laddove il pericolo d’insolvenza dell’emittente fosse ritenuto realistico.

Nella notte del 20 settembre 2011 l’agenzia internazionale di rating Standard & Poor’s annunciò, a sorpresa, la decisione di tagliare il voto di affidabilità sul debito pubblico italiano, con prospettive future negative, a motivo della “limita capacità di risposta dello stato” rispetto alla crisi corrente. A fine novembre lo spread continuò a crescere, giungendo alla soglia dei 495 punti, con il titolo triennale che sfiorò l’8% tornando a livelli sfiorati solo nel 1996. Sotto le pressioni di Piazza Affari in caduta e dei rendimenti dei titoli italiani in costante ascesa, il premier Silvio Berlusconi, infine, nella serata del 12 novembre, raggiunto un accordo col capo dello stato Giorgio Napolitano, rassegnò le proprie dimissioni dall’esecutivo. Alcuni giorni prima il presidente della Repubblica aveva nominato senatore a vita Mario Monti, decisione ritenuta un atto di investitura ufficiale per il conferimento dell’incarico per un nuovo governo. Il neo senatore infatti scioglierà la riserva il giorno dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, accettando l’incarico di formare un nuovo governo, composto esclusivamente di tecnici. In conseguenza della nomina a senatore a vita e della formazione del governo il differenziale btp-bund si ridusse sensibilmente, per poi tornare a salire a fine anno toccando nuovamente i 500 punti base.

Il 13 gennaio 2012 Standard’s & Poor’s declassò ulteriormente il rating italiano portandolo da A a BBB+, collocandolo nella posizione medio-bassa della scala di giudizio relativa alla solvibilità. Lo stesso giorno la medesima agenzia sottrae di un punto il rating di livello massimo della Francia e dell’Austria (portandoli ad AA+), decurtando ulteriormente anche quelli di Portogallo (BB), Malta, Slovacchia e Slovenia. L’agenzia emise la decisione motivandola con la condizione di persistente instabilità nella zona euro. S&P segnalò il peggioramento delle condizioni del credito nell’intera eurozona, l’aumento dello spread per diversi paesi, anche con tripla A (rating di livello massimo), denunciando il disaccordo fra i leader europei sulle misure necessarie a allentare il panico sulle piazze europee e a risollevare la fiducia degli investitori. L’agenzia sottolineò infine l’elevato livello di debito pubblico e privato e il crescente rischio di recessione nel 2012, come fattori forieri di un ridotta stabilità finanziaria.

All’inizio del 2012, dopo la manovra di 20 miliardi di euro attuata dal governo Monti allo scopo di consolidare le finanze dello stato (nella prospettiva del raggiungimento del pareggio di bilancio, nei piani del governo utile ai fini dell’abbattimento del debito), nonostante il giudizio negativo deciso dalle agenzie S&P e Fitch, si assisteva a un miglioramento dell’opinione dei mercati, che vide calare in modo consistente i costi dell’indebitamento italiano in una serie di aste del debito sovrano con buone sottoscrizioni. Lo spread, risalito tra dicembre e gennaio, andò incontro a una progressiva riduzione fino al mese di marzo, contestualmente all’attenuarsi del timore su un possibile default greco. La riduzione dei rendimenti fu dovuta in particolare all’operazione di liquidità di tre anni della Bce, il Long term refinancing operation (LTRO), che alcune banche italiane utilizzarono per acquistare debito sovrano. Sul versante dell’economia reale la situazione continuava a mantenersi però nel complesso negativa, vedendo la disoccupazione giovanile in costante aumento, un considerevole calo dei consumi, una riduzione del credito dalle banche e una prospettiva di contrazione del pil per il 2012 di più di un punto percentuale.

Piani di acquisto eccezionali da parte delle banche centrali

Piani di sostegno ai debiti europei e agli istituti di credito

Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea.

Il 16 agosto 2011, di fronte al precipitare della situazione, con i rendimenti dei Bot italiani e dei Bonos spagnoli in aumento, la BCE annunciò l’attuazione di un intervento massiccio sul mercato obbligazionario, ricorrendo all’acquisto dei titoli europei più esposti alle vendite e alla speculazione. L’intervento della Bce (Securities Markets Programme), già deciso il 14 maggio del 2010, cessato per 19 settimane, e fattosi più ingente con l’aumento delle tensioni sui titoli italiani, costituì un mutamento importante del ruolo dell’istituzione responsabile della politica monetaria dell’eurozona, rispetto alla precedente convinzione che dovesse essere demandata principalmente ai governi nazionali la responsabilità del contenimento degli squilibri interni. Nello stesso periodo gli Stati Uniti persero la tripla A del rating di Standard & Poor’s, il giudizio di massima affidabilità sui mercati finanziari, non determinando tuttavia grosse conseguenze sul mercato borsistico.[172] Nella seconda settimana di agosto la BCE ricorse ad acquisti di titoli di stato dell’Eurozona per 22 miliardi di euro, contribuendo a ridimensionare il livello dello spread dei rendimenti dei bond italiani e spagnoli. L’acquisto di Btp italiani proseguirà anche nei mesi successivi, giungendo a novembre ad un ammontare complessivo di acquisti per 70 miliardi di euro.

L’intervento della BCE, tuttavia, a giudizio di numerosi analisti, doveva limitarsi non già all’acquisto nel breve-medio periodo, dei bond dei paesi membri, ma doveva superare il ruolo stesso sancito dai trattati europei (ovvero di istituto che preservasse dai rischi di inflazione) per assumere quello di prestatore di ultima istanza, al pari di altre banche centrali mndiali. L’acquisto di titoli pubblici avrebbe dovuto proseguire fino a quando gli spread non fossero rientrati in regime di maggiore sostenibilità. Tale eventualità tuttavia incontrava l’opposizione dei banchieri centrali tedeschi e, a fasi alterne, degli stessi governi tedesco e francese. Alternativa alla veste di “prestatore” della BCE fu la proposta di obbligazioni comunitarie, detti “Eurobond”, ovvero la creazione di titoli del debito pubblico dei paesi facenti parte dell’eurozona, al fine di contenere gli effetti della crescita dei rendimenti dei paesi periferici europei. Anche la proposta degli Eurobond riceveva l’accoglienza fredda, financo ostile, degli stati sedicenti “virtuosi” della comunità europea (Germania in testa), i quali paventavano il rischio di assumere, senza alcuna garanzia, un onere aggiuntivo, in termini di costo del debito, a favore dei paesi ritenuti meno rigorosi sotto il profilo della finanza pubblica.

A settembre 2011 il membro tedesco del board della Banca Centrale, Juergen Stark, rassegnò le proprie dimissioni in polemica con l’acquisto di titoli di stato. A dicembre, il neo governatore della BCE Mario Draghi, che sin dal primo giorno del suo mandato ruppe la strategia di contenimento dei tassi fin lì tenuta dall’istituto, annunciò misure eccezionali a favore delle banche allo scopo di garantire accesso alla liquidità agli istituti di credito, negando tuttavia la possibilità che l’istituto centrale potesse monetizzare i debiti europei minando la base monetaria. Sempre a dicembre, il rischio che il mercato creditizio cominciasse a permanere in uno stato di irrigidimento dell’incontro tra domanda e offerta di risorse finanziarie si fece più diffuso. Secondo stime di Morgan Stanley la limitata capacità delle banche di prestare a tassi ragionevoli fu causata dal virtuale congelamento del mercato delle obbligazioni bancarie, tale da configurare già dall’estate 2011, in coincidenza con l’allargamento della crisi dei debiti, un pesante aggravamento della stretta del credito (credit crunch), con soli 20 miliardi di euro collocati dalle banche europee tra giugno e ottobre. In dicembre la stessa Autorità bancaria europea (EBA) evidenziò la necessità di una urgente ricapitalizzazione da parte delle banche europee.

Nel successivo 2012 le operazioni di quantitative easing (operazione volta ad aumentare la quantità di moneta in circolazione attraverso l’acquisto di titoli) da parte delle banche centrali si intensificavano, non solo per iniziativa della BCE (programma Ltro). La Fed, a settembre 2012, lanciò l’inizio del terzo ciclo di Qe al ritmo di 40 miliardi di dollari al mese, senza precisarne la fine. Operazioni analoghe venivano operate dalla Banca centrale del Giappone (BoJ) e da quella del Regno Unito (BoE). Analoga, anche se di diversa natura, l’immissione record da 46 miliardi di dollari di liquidità da parte della Banca Popolare Cinese (Repo), decisa il 25 settembre, con l’obiettivo di stimolare la domanda interna (discostandosi, sin dal 2008, dalla linea di austerity imposta dall’Uem e dell’Inghilterra), seguita da un’altra iniezione il 10 ottobre (di altri 42 miliardi di dollari), a causa del peggioramento del quadro congiunturale e delle basse prospettive di crescita, molto vicine alla soglia del 7%.

Long term refinancing operation

A gennaio 2012 la BCE però negò l’insistenza di una condizione di stretta del credito, sebbene a partire dal novembre precedente si fosse riscontrato un rallentamento dei crediti e in dicembre l’istituto avesse versato una quantità record di liquidità (489 miliardi) a 523 banche europee in un’asta con tassi di interesse all’1%, nell’ambito di un programma straordinario denominato “Long term refinancing operation”.I dati degli ultimi mesi rivelarono inoltre come lo stock di depositi detenuti dalle banche della zona euro presso la Bce (deposit facility) avesse raggiunto un livello vicino ai 500 miliardi di euro, aumentato in modo marcato nel periodo dell’aggravamento della crisi del debito sovrano, ma esploso a seguito dello stesso finanziamento straordinario da parte della BCE. L’intervento a favore degli istituti bancari europei doveva servire a fornire (sebbene solo virtualmente, considerata anche la riluttanza da parte delle banche a operare qualsivoglia operazione, compresa l’attività di acquisto di titoli, che esponesse le banche a rischi di crisi di liquidità) la quantità necessaria di risorse utili a sostenere l’acquisto dei titoli di debito per calmierare il costante aumento dei livelli di spread (in una strategia “indiretta” di sostegno a favore degli stati dell’eurozona).Le banche europee infatti possono ricorrere a rifinanziamenti dalla propria banca centrale, ma con l’obbligo di versare titoli di garanzia, ovvero un “collaterale”, che qualora non fosse stato più sufficiente, a causa delle difficoltà finanziarie degli istituti, poteva essere coperto dall’emissione di obbligazioni garantite dagli stati, in modo da consentire alle banche di ottenere liquidità e di reinvestirla nell’acquisto di bond pubblici, a loro volta offerti come garanzia per accedere alle operazioni di quantitative easing operate dalla Banca Centrale.Un piano di finanziamento di uguali proporzioni rispetto a quello del 21 dicembre fu operato dalla banca centrale il 29 febbraio. La BCE elargì un prestito di 530 miliardi a tre anni al tasso dell’1% alle banche europee, nell’intento che tale somma potesse stimolare la ripresa economica col sostegno da parte degli istituti di credito a imprese e famiglie.

Outright Monetary Transactions

Il 6 settembre 2012 il presidente della BCE Mario Draghi annunciò un nuovo piano di quantitative easing sul mercato secondario da parte dell’istituto, denominato Outright Monetary Transactions (OMT). Di fronte all’aperta ostilità della Bundesbank e di parte dell’opinione pubblica tedesca, Draghi dette avvio a un piano di acquisto di titoli sovrani dei paesi esposti all’insostenibile incremento dei rendimenti, al fine di “salvaguardare l’omogeneità del meccanismo di trasmissione della politica monetaria nell’area euro”. L’obiettivo appariva quello di porre un argine al crescente disimpegno di molti investitori privati o istituzionali rispetto al finanziamento dei debiti pubblici di alcuni stati europei. Il meccanismo avviato da Draghi era vincolato al rispetto di quattro presupposti:

  1. prevedeva un piano di acquisti illimitato nella sua portata;
  2. gli acquisti di titoli non ponevano in discussione l’integrità della base monetaria, ovvero non comportavano un aumento del medio circolante;
  3. l’acquisto di titoli si rivolgeva ai bond con scadenza dall’uno ai tre anni, lasciando fuori quelli a scadenza sessennale (termine medio del debito pubblico italiano ) e decennale;
  4. il piano di intervento prevedeva, a carico del paese a beneficio del quale interveniva, un programma di “stabilizzazione macroeconomica”, deciso con l’Esm, ovvero il rispetto di un memorandum di riforme imposte dall’autorità centrale europea.

Meccanismo europeo di stabilità

Il Meccanismo europeo di stabilità (abbr. MES) fu istituito dalle modifiche al Trattato di Lisbona approvate il 23 marzo 2011 dal Parlamento europeo e confermate dal Consiglio europeo a Bruxelles il 25 marzo 2011. Esso si configurava inizialmente come Fondo finanziario europeo per la stabilità della zona euro (art. 3 del Trattato isitutivo). Esso ha assunto, con l’aggravarsi della crisi, la struttura di vera e propria organizzazione intergovernativa (sul modello dell’FMI), a motivo dell’impianto fondato su un consiglio di governatori e su un consiglio di amministrazione e del potere, attribuito dallo stesso trattato, di imporre scelte di politica macroeconomica ai paesi aderenti al fondo-organizzazione che ne dovessero richiedere l’intervento.

Il Consiglio Europeo di Bruxelles del 9 dicembre 2011, con l’aggravarsi della crisi dei debiti sovrani, decise l’anticipazione dell’entrata in vigore del fondo, inizialmente prevista per la metà del 2013, a partire da luglio 2012. Successivamente, però, l’attuazione del fondo è stata temporaneamente sospesa in attesa della pronuncia da parte della corte costituzionale della Germania sulla legittimità del fondo con l’ordinamento tedesco. La Corte Costituzionale Federale tedesca ha sciolto il nodo giuridico il 12 settembre 2012, quando si è pronunciata in favore della sua compatibilità con il sistema costituzionale tedesco.

Nella notte tra il 28 e il 29 giugno 2012 il Consiglio Europeo nel tentativo di trovare un argine alla crescente esposizione dei paesi dell’Eurozona (in particolare alcuni paesi mediterranei tra cui Italia e Spagna che pongono in veto allo scopo di esercitare pressione sul Consiglio) alla crisi di fiducia degli investitori, deliberò di implementare l’utilizzo del MES come copertura dai rischi di rifinanziamento degli stati e di fare del MES, accanto al Fondo europeo di stabilità finanziaria, un meccanismo di preservazione dall’aumento incontrollato dei rendimenti dei titoli pubblici, attribuendo agli stessi la funzione di intervenire acquistando per conto della BCE titoli di debito pubblico sul mercato secondario, a condizione che il paese richiedente sottoscrivesse un documento di intesa e si impegnasse a rispettare severe condizioni. In più venne attribuita al fondo la capacità di ricapitalizzare le banche senza l’intermediazione dei governi nazionali.

Bibliografia

  • Alberto Bagnai, Il tramonto dell’euro, Imprimatur, Milano 2012
  • Aldo Giannuli, 2012: la grande crisi, Ponte delle Grazie, Bergamo 2011
  • John Kenneth Galbraith, Il grande crollo, Bur Rizzoli, Milano 2009
  • Charles R. Morris, Crack. Come siamo arrivati al collasso del mercato e cosa ci riserva il futuro, Elliot, Roma 2008
  • John Kenneth Galbraith, Storia dell’economia, Bur Rizzoli, Milano 2007
  • Massimo Di Nola, Ciao crisi. La sorprendente trama della crisi finanziaria e le scelte che ora ci attendono, Il Sole24Ore, Milano 2009
  • Richard Posner, Un fallimento del capitalismo. La crisi finanziaria e la seconda grande depressione, Codice, Torino, 2011
  • Nouriel Roubini, Mihm Stephen, La crisi non è finita, Feltrinelli, Milano 2012
  • Giulio Sapelli, La crisi economica mondiale, Bollati Boringhieri, Torino 2008
  • Paolo Savona, Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi, Rubettino, 2012


Categorie:B02- Economia italiana e internazionale, E03- Storia Contemporanea - Contemporary History

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