Leon Battista Alberti- DE PICTURA

Leon Battista Alberti

DE PICTURA

Questa è  la traduzione, fatta dallo stesso Leon Battista Alberti nel 1436, del testo latino scritto l’anno precedente.

PROLOGUS

[A FILIPPO BRUNELLESCHI]

Io solea maravigliarmi insieme e dolermi che tante ottime e divine arti e scienze, quali per loro opere e per le istorie veggiamo copiose erano in que’ vertuosissimi passati antiqui, ora così siano mancate e quasi in tutto perdute: pittori, scultori, architetti, musici, ieometri, retorici, auguri e simili nobilissimi e maravigliosi intelletti oggi si truovano rarissimi e poco da lodarli. Onde stimai fusse, quanto da molti questo così essere udiva, che già la natura, maestra delle cose, fatta antica e stracca, più non producea come né giuganti così né ingegni, quali in que’ suoi quasi giovinili e più gloriosi tempi produsse, amplissimi e maravigliosi. Ma poi che io dal lungo essilio in quale siamo noi Alberti invecchiati, qui fui in questa nostra sopra l’altre ornatissima patria ridutto, compresi in molti ma prima in te, Filippo, e in quel nostro amicissimo Donato scultore e in quegli altri Nencio e Luca e Masaccio, essere a ogni lodata cosa ingegno da non posporli a qual si sia stato antiquo e famoso in queste arti. Pertanto m’avidi in nostra industria e diligenza non meno che in benificio della natura e de’ tempi stare il potere acquistarsi ogni laude di qual si sia virtù. Confessoti sì a quegli antiqui, avendo quale aveano copia da chi imparare e imitarli, meno era difficile salire in cognizione di quelle supreme arti quali oggi a noi sono faticosissime; ma quinci tanto più el nostro nome più debba essere maggiore, se noi sanza precettori, senza essemplo alcuno, troviamo arti e scienze non udite e mai vedute. Chi mai sì duro o sì invido non lodasse Pippo architetto vedendo qui struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e’ popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti o di copia di legname, quale artificio certo, se io ben iudico, come a questi tempi era incredibile potersi, così forse appresso gli antichi fu non saputo né conosciuto? Ma delle tue lodi e della virtù del nostro Donato, insieme e degli altri quali a me sono per loro costumi gratissimi, altro luogo sarà da recitarne. Tu tanto persevera in trovare, quanto fai di dì in dì, cose per quali il tuo ingegno maraviglioso s’acquista perpetua fama e nome, e se in tempo t’accade ozio, mi piacerà rivegga questa mia operetta de pictura quale a tuo nome feci in lingua toscana. Vederai tre libri: el primo, tutto matematico, dalle radici entro dalla natura fa sorgere questa leggiadra e nobilissima arte. El secondo libro pone l’arte in mano allo artefice, distinguendo sue parti e tutto dimostrando. El terzo instituisce l’artefice quale e come possa e debba acquistare perfetta arte e notizia di tutta la pittura. Piacciati adunque leggermi con diligenza, e se cosa vi ti par da emendarla, correggimi. Niuno scrittore mai fu sì dotto al quale non fussero utilissimi gli amici eruditi; e io in prima da te desidero essere emendato per non essere morso da’ detrattori.

LIBRO PRIMO

1. Scrivendo de pictura in questi brevissimi comentari, acciò che ‘l nostro dire sia ben chiaro, piglieremo dai matematici quelle cose in prima quale alla nostra matera apartengano; e conosciutole, quanto l’ingegno ci porgerà, esporremo la pittura dai primi principi della natura. Ma in ogni nostro favellare molto priego si consideri me non come matematico ma come pittore scrivere di queste cose. Quelli col solo ingegno, separata ogni matera, mesurano le forme delle cose. Noi, perché vogliamo le cose essere poste da vedere, per questo useremo quanto dicono più grassa Minerva, e bene stimeremo assai se in qualunque modo in questa certo difficile e da niuno altro che io sappi descritta matera, chi noi leggerà intenderà. Adunque priego i nostri detti sieno come da solo pittore interpretati.

2. Dico in principio dobbiamo sapere il punto essere segno quale non si possa dividere in parte. Segno qui appello qualunque cosa stia alla superficie per modo che l’occhio possa vederla. Delle cose quali non possiamo vedere, neuno nega nulla apartenersene al pittore. Solo studia il pittore fingere quello si vede. E i punti, se in ordine costati l’uno all’altro s’agiungono, crescono una linea. E apresso di noi sarà linea segno la cui longitudine si può dividere, ma di larghezza tanto sarà sottile che non si potrà fendere. Delle linee alcuna si chiama dritta, alcuna flessa. La linea ritta sarà da uno punto ad un altro dritto tratto in lungo segno. La flessa linea sarà da uno punto ad un altro non dritto, ma come uno arco fatto segno. Più linee, quasi come nella tela più fili accostati, fanno superficie. Ed è superficie certa parte estrema del corpo, quale si conosce non per la sua alcuna profondità, ma solo per sua longitudine e latitudine e per sue ancora qualità. Delle qualità alcune così stanno perpetue alla superficie che, se non alteri la superficie, nulla indi possano muoversi. Altre sono qualità tali, che rimanendo il medesimo essere della superficie, pur così giaciono a vederle che paiono a chi le guarda mutate. Le qualità perpetue sono due. L’una si conosce per quello ultimo orlo quale chiuda la superficie, e sarà questo orlo chiuso d’una o di più linee. Sarà una la circulare; saranno più come una flessa e una retta, o insieme più dritte linee. Sarà circulare quella quale inchiude uno circolo. Sarà circolo forma di superficie quale una intera linea quasi come una ghirlanda l’avvolge; e se qui in mezzo sarà uno punto, qualunque linea da questo punto sino alla ghirlanda sarà d’una mensura all’altre equale, e questo punto in mezzo si chiama centrico. Quella linea dritta, la quale coprirà il punto e taglierà in due luoghi il circolo, si dice appresso de’ matematici diamitro. Noi giovi chiamarla centrica. E qui sia da’ matematici persuaso quanto essi dicono, che niuna linea segna alla ghirlanda del circolo angoli equali se non quella una quale dritta cuopra il centro.

3. Ma torniamo alla superficie. Qui vedi che mutato l’andare dell’orlo la superficie muta e faccia e nome, e quello si dicea triangolo ora si dirà quadrangolo o di più canti. Dicesi mutato l’orlo se le linee o vero gli angoli saranno più o meno, più lunghi, più corti, più acuti o più ottusi. Questo luogo ammonisce si dica degli angoli. Dico angolo essere certa estremità di superficie, fatto da due linee quali l’una l’altra seghi. Sono tre generi d’angoli: retto, ottuso, acuto. L’angolo retto sarà uno de’ quattro fatti da due rette linee ove l’una sega l’altra in modo che di loro ciascuno sia equale all’altro. Di qui si dice che tutti gli angoli retti sono a sé equali. L’angolo ottuso è quello che sia maggiore che il retto, e quello che sia minore che il retto si chiama acuto.

4. Ancora ritorniamo alle superficie. Sia persuaso, quanto all’orlo sue linee e angoli non si mutano, tanto sarà medesima superficie. Abbiamo adunque mostro una qualità che mai si parte datorno dalla superficie. Abbiamo a dire dell’altra qualità quale sta quasi come buccia sopra tutto il dosso della superficie. Questa si divide in tre. Sono alcune superficie piane, alcune cavate in dentro, alcune gonfiate fuori e sperice; e a questa agiugni la quarta quale sia composta da due di queste. La superficie piana sarà quella quale, sopra trattoli uno regolo diritto, ad ogni parte se l’acosterà; a questa molto sta simile la superficie dell’acqua. Sperica superficia s’assomiglia al dosso della spera. Dicono la spera essere uno corpo ritondo, volubile in ogni parte, in cui mezzo siede uno punto, dal quale punto qual si sia parte estrema di quel corpo all’altre simile sia distante. La superficie cavata sarà dentro, sotto l’ultimo estremo della superficie, sperica, quasi come drento il guscio dell’uovo. La superficie composta sarà quella che per uno verso sia piana, per un altro verso sia cavata o sperica, qual sono drento i cannoni e di fuori le colonne.

5. Adunque l’orlo e dorso danno suoi nomi alle superficie. Ma le qualità per le quali, non alterata la superficie né mutatoli suo nome, pure possono parere alterate, sono due, quali pigliano variazione per mutazione del luogo o de’ lumi. Diciamo prima del luogo, poi de’ lumi, e investighiamo in che modo per questo le qualità alla superficie paiano mutate. Questo s’apartiene alla forza del vedere, imperò che mutato il sito le cose parranno o maggiori o d’altro orlo o d’altro colore, quali tutte cose misuriamo col vedere. Cerchiamo a queste sue ragioni cominciando dalla sentenza de’ filosafi, i quali affermano misurarsi le superficie con alcuni razzi quasi ministri al vedere, chiamati per questo visivi, quali portino la forma delle cose vedute al senso. E noi qui imaginiamo i razzi quasi essere fili sottilissimi da uno capo quasi come una mappa molto strettissimi legati dentro all’occhio ove siede il senso che vede, e quivi quasi come tronco di tutti i razzi quel nodo estenda drittissimi e sottilissimi suoi virgulti per insino alla opposita superficie. Ma fra questi razzi si truova differenza necessaria a conoscere. Sono loro differenze quanto alla forza e quanto all’officio. Alcuni di questi razzi giugnendo all’orlo delle superficie misurano sue tutte quantità. Adunque perché così cozzano l’ultime ed estreme parti della superficie, nominiàlli estremi o vuoi estrinsici. Altri razzi da tutto il dorso della superficie escono sino all’occhio, e questi hanno suoi offici, però che da que’ colori e que’ lumi accesi dai quali la superficie splende, empiono la pirramide della quale più giù diremo al suo luogo: e questi così si chiamino razzi mediani. Ecci fra i razzi visivi uno detto centrico. Questo, quando giugne alla superficie, fa di qua e di qua torno a sé angoli retti ed equali. Dicesi centrico a similitudine di quella sopradetta centrica linea. Adunque abbiamo trovato tre differenze di razzi: estremi, mediani e centrici.

6. Ora investighiamo quanto ciascuno razzo s’adoperi al vedere. Prima diremo degli estremi, poi de’ mezzani, e ivi apresso del centrico. Coi razzi estremi si misurano le quantità. Quantità si chiama ogni spazio super la superficie qual sia da uno punto dell’orlo all’altro. E misura l’occhio queste quantità con i razzi visivi quasi come con un paio di seste. E sono in ogni superficie tante quantità quanti sono spazi tra punto e punto, però che l’altezza dal basso in su, la larghezza da man destra a sinistra, la grossezza tra presso e lunge e qualunque altra dimensione vel misurazione si faccia guatando, a quella s’adopera questi razzi estremi. Onde si suole dire che al vedere si fa triangolo, la base del quale sia la veduta quantità e i lati sono questi razzi, i quali dai punti della quantità si estendono sino all’occhio. Ed è certissimo niuna quantità potersi sanza triangolo vedere. Gli angoli in questo triangolo visivo sono prima i due punti della quantità; il terzo, quale sia opposto alla base, sta drento all’occhio. Sono qui regole: quanto all’occhio l’angolo sarà acuto, tanto la veduta quantità parrà minore. Di qui si conosce qual cagione facci una quantità molto distante quasi parere non maggiore che uno punto. E benché così sia, pure si truova alcuna quantità e superficia di quale, quanto più li sia presso, meno ne vedi, e da lunge ne vegga molto più parte. Vedesi di questo pruova nel corpo sperico. Adunque le quantità per la distanza paiono maggiori e minori. E chi ben gusta quello che detto è, credo intenda come mutato l’intervallo i razzi estrinsici divenghino mediani, e così i mediani estrinsici; e intenderà, dove i mediani razzi sieno fatti estrinsici, subito quella quantità parere minore, e contrario, quando i razzi estremi saranno dentro all’orlo adiritti, quanto più distanti dall’orlo, tanto parrà la veduta quantità maggiore.

7. Qui soglio io appresso ad i miei amici dare simile regola: quanto a vedere più razzi occupi, tanto ti pare quel che si vede maggiore, e quanto meno razzi, tanto minore. E questi razzi estrinsici così circuendo la superficie che l’uno tocchi l’altro, chiuggono tutta la superficie quasi come vetrici ad una gabbia, e fanno quanto si dice quella pirramide visiva. Adunque mi pare da dire che cosa sia pirramide, e a che modo sia da questi razzi construtta. Noi la discriveremo a nostro modo. La pirramide sarà figura d’uno corpo dalla cui base tutte le linee diritte tirate su terminano ad uno solo punto. La basa di questa pirramide sarà una superficie che si vede. I lati della pirramide sono quelli razzi i quali io chiamai estrinsici. La cuspide, cioè la punta della pirramide, sta drento all’occhio quivi dov’è l’angulo delle quantità. Sino a qui dicemmo dei razzi estrinsici dai quali sia conceputa la pirramide, e parmi provato quanto differenzi una più che un’altra distanza tra l’occhio e quello che si vegga. Seguita a dire dei razzi mediani quali sono quella moltitudine nella pirramide dentro ai razzi estrinsici; e questi fanno quanto si dice il cameleone, animale che piglia d’ogni a sé prossima cosa colore, imperò che da dove toccano le superficie perfino all’occhio, così pigliano colori e lume qual sia alla superficie, che dovunque li rompesse, per tutto li troveresti per uno modo luminati e colorati. E di questo si pruova che per molta distanza indebiliscono. Credo ne sia ragione che, carichi di lume e di colore, trapassano l’aere quale, umido di certa grassezza, stracca i carichi razzi. Onde traemmo regola: quanto maggiore sarà la distanza, tanto la veduta superficie parrà più fusca.

8. Restaci a dire del razzo centrico. Sarà centrico razzo quello uno solo, quale sì cozza la quantità che di qua e di qua ciascuno angolo sia all’altro equale. Questo uno razzo, fra tutti gli altri gagliardissimo e vivacissimo, fa che niuna quantità mai pare maggiore che quando la ferisce. Potrebbesi di questo razzo dire più cose, ma basti che questo uno, stivato dagli altri razzi, ultimo abandona la cosa veduta; onde merito si può dire prencipe de’ razzi. Parmi avere dimostrato assai che, mutato la distanza e mutato il porre del razzo centrico, subito la superficie parrà alterata. Adunque la distanza e la posizione del centrico razzo molto vale alla certezza del vedere. Ecci ancora una terza qual facci parere la superficie variata. Questo viene dal ricevere il lume. Vedesi nelle superficie speriche e concave, sendo ad uno lume, hanno questa parte oscura e quella chiara; e bene che sia quella medesima distanza e posizione di centrica linea, ponendo il lume altrove vedrai quelle parti, quali prima erano chiare, ora essere oscure, e quelle chiare quali erano oscure; e dove attorno fussino più lumi, secondo loro numero e forza vedresti più macole di chiarore e di oscuro.

9. Questo luogo m’amonisce a dire de’ colori insieme e de’ lumi. Parmi manifesto che i colori pigliano variazione dai lumi, poi che ogni colore posto in ombra pare non quello che è nel chiarore. Fa l’ombra il colore fusco, e il lume fa chiaro ove percuote. Dicono i filosafi nulla potersi vedere quale non sia luminato e colorato. Adunque tengono gran parentado i colori coi lumi a farsi vedere, e quanto sia grande vedilo, che mancando il lume mancano i colori, e ritornando il lume tornano i colori. Adunque parmi da dire prima de’ colori, poi investigheremo come sotto il lume si varino. Parliamo come pittore. Dico per la permistione de’ colori nascere infiniti altri colori, ma veri colori solo essere quanto gli elementi, quattro, dai quali più e più altre spezie d colori nascono. Fia colore di fuoco il rosso, dell’aere celestrino, dell’acqua il verde, e la terra bigia e cenericcia. Gli altri colori, come diaspri e porfidi, sono permistione di questi. Adunque quattro sono generi di colori, e fanno spezie sue secondo se gli agiunga oscuro o chiarore, nero o bianco, e sono quasi innumerabili. Veggiamo le fronde verzose di grado in grado perdere la verdura per insino che divengono scialbe; simile in aere circa all’orizzonte non raro essere vapore bianchiccio, e a poco a poco seguirsi perdendo. E nelle rose veggiamo ad alcune molta porpora, alcune simigliarsi alle gote delle fanciulle, alcune allo avorio. E così la terra secondo il bianco e ‘l nero fa suo spezie di colore.

10. Adunque la permistione del bianco non muta e’ generi de’ colori, ma ben fa spezie. Così il nero colore tiene simile forza con sua permistione fare quasi infinite spezie di colori. Vedesi dall’ombra i colori alterati: crescendo l’ombra s’empiono i colori, e crescendo il lume diventano i colori più aperti e chiari. Per questo assai si può persuadere al pittore che ‘l bianco e ‘l nero non sono veri colori, ma sono alterazione degli altri colori, però che il pittore truova cosa niuna con la quale egli ripresenti l’ultimo lustro de’ lumi, altro che il bianco, e così solo il nero a dimostrare le tenebre. Aggiugni che mai troverai bianco o nero, il quale non sia sotto qualcuno di quelli quattro colori.

11. Seguita de’ lumi. Dico de’ lumi alcuno essere dalle stelle, come dal sole, dalla luna e da quell’altra bella stella Venere. Altri lumi sono dai fuochi. Ma tra questi si vede molta differenza. Il lume delle stelle fa l’ombra pari al corpo, ma il fuoco le fa maggiori. Rimane ombra dove i razzi de’ lumi sono interrotti. I razzi interrotti o ritornano onde vennono, o s’adirizzano altrove. Vedilo’ adiritti altrove quando, aggiunti alla superficie dell’acqua, feriscono i travi della casa. Circa a queste reflessioni si potre’ dire più cose, quali apartengono a quelli miracoli della pittura, quali più miei compagni videro da me fatti altra volta in Roma. Ma basti qui che questi razzi flessi seco portano quel colore quale essi truovano alla superficie. Vedilo che chi passeggia su pe’ prati al sole pare nel viso verzoso.

12. Dicemmo sino a qui delle superficie; dicemmo de’ razzi; dicemmo in che modo vedendo si facci pirramide; provammo quanto facci la distanza e posizione del razzo centrico, insieme e ricevere de’ lumi. Ora, poi che ad uno solo guardare non solo una superficie si vede ma più, investigheremo in che modo molte insieme giunte si veggano. Vedesti che ciascuna superficie in sé tiene sua pirramide, colori e lumi. Ma poi che i corpi sono coperti dalle superficie, tutte le vedute insieme superficie d’uno corpo faranno una pirramide di tante minori pirramide gravida quanto in quello guardare si vedranno superficie. Ma dirà qui alcuno: «Che giova al pittore cotanto investigare?» Estimi ogni pittore ivi sé essere ottimo maestro, ove bene intende le proporzioni e agiugnimenti delle superficie; qual cosa pochissimi conoscono, e domandando in su quella quale e’ tingono superficie che cosa essi cercano di fare, diranti ogni altra cosa più a proposito di quello di che tu domandi. Adunque priego gli studiosi pittori non si vergognino d’udirci. Mai fu sozzo imparare da chi si sia cosa quale giovi sapere. E sappiano che <quando> con sue linee circuiscono la superficie, e quando empiono di colori e’ luoghi descritti, niun’altra cosa cercarsi se non che in questa superficia si representino le forme delle cose vedute, non altrimenti che se essa fusse di vetro tralucente tale che la pirramide visiva indi trapassasse, posto una certa distanza, con certi lumi e certa posizione di centro in aere e ne’ suoi luoghi altrove. Qual cosa così essere, dimostra ciascuno pittore quando sé stessi da quello dipigne sé pone a lunge, dutto dalla natura, quasi come ivi cerchi la punta e angolo della pirramide, onde intende le cose dipinte meglio remirarsi. Ma ove questa sola veggiamo essere una sola superficie, o di muro o di tavola, nella quale il pittore studia figurare più superficie comprese nella pirramide visiva, converralli in qualche luogo segare a traverso questa pirramide, a ciò che simili orli e colori con sue linee il pittore possa dipignendo espriemere. Qual cosa se così è quanto dissi, adunque chi mira una pittura vede certa intersegazione d’una pirramide. Sarà adunque pittura non altro che intersegazione della pirramide visiva, sicondo data distanza, posto il centro e constituiti i lumi, in una certa superficie con linee e colori artificiose representata.

13. Ora poi che dicemmo la pittura essere intercisione della pirramide, convienci investigare qualunque cosa a noi faccia questa intersegazione conosciuta. Convienci avere nuovo principio a ragionare delle superficie, dalle quali dicemmo che la pirramide usciva. Dico delle superficie alcuna essere in terra riversa e giacere, come i pavimenti e i solari degli edifici e ciascuna superficia quale equalmente da questa sia distante. Altre stanno apoggiate in lato, come i pareti e l’altre superficie collineari ad i pareti. Le superficie equalmente fra sé distanti saranno, quando la distanza fra l’una e l’altra in ciascuna sua parte sarà equale. Collineari superficie saranno quelle, quali una diritta linea in ogni parte equalmente toccherà, come sono le faccie de’ pilastri quadri posti ad ordine in uno portico. E sono queste cose da essere aggiunte a quelle quali di sopra dicemmo alle superficie. E a quelle cose quali dicemmo de’ razzi intrinsici, estrinsici e centrici, e a quelle dicemmo della pirammide, aggiugni la sentenza de’ matematici, onde si pruova che, se una dritta linea taglia due lati d’uno triangolo, e sia questa linea, qualora fa triangolo, equidistante alla linea del primo e maggiore triangolo, certo sarà questo minore triangolo a quel maggiore proporzionale. Tanto dicono i matematici.

14. Ma noi, per fare più chiaro il nostro dire, parleremo in questo più largo. Conviensi intendere qui che cosa sia proporzionale. Diconsi proporzionali quelli triangoli quali con suo lati e angoli abbiano fra sé una ragione che, se uno lato di questo triangolo sarà in lunghezza due volte più che la base e l’altro tre, ogni triangolo simile, o sia maggiore o sia minore, avendo una medesima convenienza alla sua base, sarà a quello proporzionale: imperò che quale ragione sta da parte a parte nel minore triangolo, quella ancora sta medesima nel maggiore. Adunque tutti i triangoli così fatti saranno fra sé proporzionali. E per meglio intendere questo, useremo una similitudine. Vedi uno picciolo uomo certo proporzionale ad uno grande; imperò che medesima proporzione, dal palmo al passo e dal piè all’altre sue parti del corpo, fu in Evandro qual fu in Ercole, quale Aulo Gelio conietturava essere stato grande sopra agli altri uomini. Né simile fu nel corpo di Ercole proporzione altra che nei membri d’Anteo gigante, ove all’uno e all’altro si congiugneva con pari ragioni e ordini dalla mano al cubito e dal cubito al capo, e così poi ogni suo membro. Simile truovi ne’ triangoli misura, per la quale il minore al maggiore sia, eccetto che nella grandezza, equale. E se qui bene sono inteso, istatuirò coi matematici quanto a noi s’apertenga, che ogni intercesione di qual sia triangolo, pure che sia equidistante dalla base, fa nuovo triangolo proporzionale a quello maggiore. E quelle cose quali fra sé sieno proporzionali, in queste ciascune parti corrispondono; ma dove siene diverse e poco corrispondano le parti, questi sono certo non proporzionali.

15. E sono parte del triangolo visivo, quanto ti dissi, i razzi, i quali certo saranno nelle quantità proporzionali, quanto al numero, pari, e in le non proporzionali, non pari; imperò che una di queste non proporzionali quantità occuperà razzi o più o meno. Vedesti adunque come uno minore triangolo sia proporzionale ad uno maggiore, e imparasti dai triangoli farsi la pirramide visiva. Pertanto traduchiamo il nostro ragionare a questa pirramide. Ma sia persuaso che niuna quantità equidistante dalla intercesione potere nella pittura fare alcuna alterazione: imperò che esse sono in ogni equedistante intersegazione pari alle sue proporzionali. Quali cose sendo così, ne seguita che, non alterate le quantità onde se ne fa l’orlo, sarà del medesimo orlo in pittura niuna alterazione. E così resta manifesto che ogni intersegazione della pirramide visiva, qual sia alla veduta superficie equedistante, sarà a quella guardata superficie proporzionale.

16. Dicemmo delle superficie proporzionali alla intercesione, cioè equedistante dalla dipinta superficie. Ma poi che molte superficie si truovano non equedistanti, conviensi di queste avere diligente investigazione, acciò che tutta la ragione della intersegazione sia manifesta. Sarebbe cosa lunga, difficile e oscura in queste intersegazione di triangoli e di pirramide seguire ogni cosa con la regola de’ matematici. Seguiremo dicendo pure come pittore.

17. Recitiamo delle quantità non equedistanti brevissime, quali conosciute, facile conosceremo le superficie non equedistante. Delle quantità non equedistante alcune sono ad i razzi visivi collineari, altre sono ad alcuni razzi visivi equedistanti. Le quantità ad i razzi visivi collineari, perché non fanno triangolo né occupano numero di razzi, adunque niuno luogo hanno alla intersegazione. Ma le quantità ad i razzi visivi equedistanti, quanto l’angolo quale è maggiore nel triangolo alla base sarà più ottuso, tanto quella quantità meno occuperà dei razzi e per questo alla intersegazione meno spazio. Dicemmo a torno coprirsi la superficie dalle quantità; ma ove non raro avviene che in una superficie sarà qualche quantità equedistante dalla intersegazione, quella così fatta quantità certo nella pittura farà niuna alterazione. Quelle vero quantità non equedistante, quanto aranno l’angolo alla base maggiore, tanto più faranno alterazione.

18. E conviensi a queste dette cose agiugnere quella oppinione de’ filosafi, e’ quali affermano, se il cielo, le stelle, il mare e i monti, e tutti gli animali e tutti i corpi divenissono, così volendo Iddio, la metà minori, sarebbe che a noi nulla parrebbe da parte alcuna diminuta. Imperò che grande, picciolo, lungo, brieve, alto, basso, largo, stretto, chiaro, oscuro, luminoso, tenebroso, e ogni simile cosa, quale perché può essere e non essere agiunta alle cose, però quelle sogliono i filosafi appellarle accidenti, sono sì fatte che ogni loro cognizione si fa per comperazione. Disse Virgilio Enea vedersi sopra gli uomini tutte le spalle, quale posto presso a Polifemo parrebbe uno piccinacolo. Niso e Eurialo furono bellissimi, quali comparati a Ganimede ratto dagli iddii, forse parrebbono sozzi. Appresso degl’Ispani molte fanciulle paiono biancose, che appresso a’ Germani sarebbono fusche e brune. L’avorio e l’argento sono bianchi, quali posti presso al cigno o alla neve parrebbono palidi. Per questa ragione nella pittura paiono cose splendidissime ove sia quivi buona proporzione di bianco a nero, simile a quella sia nelle cose dal luminoso all’ombroso. Così queste cose tutte si conoscono per comperazione. In sé tiene questa forza la comperazione, che subito dimostra in le cose qual sia più, qual meno o equale. Onde si dice grande quello che sia maggiore che questo picciolo, e grandissimo quello che sia maggiore che questo grande; lucido qual sia più chiaro che questo oscuro, lucidissimo quale sia più chiaro che questo chiaro. E fassi comperazione in prima alle cose molto notissime. E dove a noi sia l’uomo fra tutte le cose notissimo, forse Protagora, dicendo che l’uomo era modo e misura di tutte le cose, intendea che tutti gli accidenti delle cose, comparati fra gli accidenti dell’uomo si conoscessero. Questo che io dico appartiene a dare ad intendere che, quanto bene i piccioli corpi sieno dipinti nella pittura, questi parranno grandi e piccioli a comparazione di quale ivi sia dipinto uomo. E parmi che Timantes pittore fra gli altri antiqui gustasse questa forza di comparazione, il quale in una picciola tavoletta dipingendo uno Ciclope gigante adormentato, fece ivi alcuni satiri iddii quali a lui misuravano il dito grosso, tale che comparando colui che giacea a questi satiri parea grandissimo.

19. Persino a qui dicemmo tutto quanto apartenga alla forza del vedere, e quanto s’apartenga alla intersegazione. Ma poi che non solo giova sapere che cosa sia intersegazione, ma conviene al pittore sapere intersegare, di ciò diremo. Qui solo, lassato l’altre cose, dirò quello fo io quando dipingo. Principio, dove io debbo dipingere scrivo uno quadrangolo di retti angoli quanto grande io voglio, el quale reputo essere una finestra aperta per donde io miri quello che quivi sarà dipinto; e quivi ditermino quanto mi piaccino nella mia pittura uomini grandi; e divido la lunghezza di questo uomo in tre parti, quali a me ciascuna sia proporzionale a quella misura si chiama braccio, però che commisurando uno comune uomo si vede essere quasi braccia tre; e con queste braccia segno la linea di sotto qual giace nel quadrangolo in tante parti quanto ne riceva; ed èmmi questa linea medesima proporzionale a quella ultima quantità quale prima mi si traversò inanzi. Poi dentro a questo quadrangolo, dove a me paia, fermo uno punto il quale occupi quello luogo dove il razzo centrico ferisce, e per questo il chiamo punto centrico. Sarà bene posto questo punto alto dalla linea che sotto giace nel quadrangolo non più che sia l’altezza dell’uomo quale ivi io abbia a dipignere, però che così e chi vede e le dipinte cose vedute paiono medesimo in suo uno piano. Adunque posto il punto centrico, come dissi, segno diritte linee da esso a ciascuna divisione posta nella linea del quadrangolo che giace, quali segnate linee a me dimostrino in che modo, quasi persino in infinito, ciascuna traversa quantità segua alterandosi. Qui sarebbono alcuni i quali segnerebbono una linea a traverso equedistante dalla linea che giace nel quadrangolo, e quella distanza, quale ora fusse tra queste due linee, dividerebbono in tre parti; e presone le due, a tanta distanza sopracignerebbono un’altra linea, e così a questa agiugnerebbono un’altra e poi un’altra, sempre così misurando che quello spazio diviso in tre, qual fusse tra la prima e la seconda, sempre una parte avanzi lo spazio che sia fra la seconda e la terza; e così seguendo farebbe che sempre sarebbono li spazi superbipartienti, come dicono i matematici, ad i suoi seguenti. Questi forse così farebbono, quali bene che seguissero a loro ditto buona via da dipignere, pure dico errerebbono; però che ponendo la prima linea a caso, benché l’altre seguano a ragione, non però sanno ove sia certo luogo alla cuspide della pirramide visiva, onde loro succedono errori alla pittura non piccioli. Aggiugni a questo quanto la loro ragione sia viziosa, ove il punto centrico sia più alto o più basso che la lunghezza del dipinto uomo. E sappi che cosa niuna dipinta mai parrà pari alle vere, dove non sia certa distanza a vederle. Ma di questo diremone sue ragioni, se mai scriveremo di quelle dimostrazioni quali, fatte da noi, gli amici, veggendole e maravigliandosi, chiamavano miracoli. Ivi ciò che sino a qui dissi molto s’apartiene. Adunque torniamo al nostro proposito.

20. Trovai adunque io questo modo ottimo così in tutte le cose seguendo quanto dissi, ponendo il punto centrico, traendo indi linee alle divisioni della giacente linea del quadrangolo. Ma nelle quantità trasverse, come l’una seguiti l’altra così conosco. Prendo uno picciolo spazio nel quale scrivo una diritta linea, e questa divido in simile parte in quale divisi la linea che giace nel quadrangolo. Poi pongo di sopra uno punto alto da questa linea quanto nel quadrangolo posi el punto centrico alto dalla linea che giace nel quadrangolo, e da questo punto tiro linee a ciascuna divisione segnata in quella prima linea. Poi constituisco quanto io voglia distanza dall’occhio alla pittura, e ivi segno, quanto dicono i matematici, una perpendiculare linea tagliando qualunque truovi linea. Dicesi linea perpendiculare quella linea dritta, quale tagliando un’altra linea diritta fa appresso di sé di qua e di qua angoli retti. Questa così perpendiculare linea dove dall’altra sarà tagliata, così mi darà la successione di tutte le trasverse quantità. E a questo modo mi truovo descritto tutti e’ paraleli, cioè le braccia quadrate del pavimento nella dipintura, quali quanto sieno dirittamente descritti a me ne sarà indizio se una medesima ritta linea continoverà diamitro di più quadrangoli descritti alla pittura. Dicono i matematici diamitro d’uno quadrangolo quella retta linea da uno angolo ad un altro angolo, quale divida in due parti il quadrangolo per modo che d’uno quadrangolo solo sia due triangoli. Fatto questo, io descrivo nel quadrangolo della pittura attraverso una dritta linea dalle inferiori equedistante, quale dall’uno lato all’altro passando super ‘l centrico punto divida il quadrangolo. Questa linea a me tiene uno termine quale niuna veduta quantità, non più alta che l’occhio che vede, può sopragiudicare. E questa, perché passa per ‘l punto centrico, dicasi linea centrica. Di qui interviene che gli uomini dipinti posti nell’ultimo braccio quadro della dipintura sono minori che gli altri. Qual cosa così essere, la natura medesima a noi dimostra. Veggiamo ne’ tempî i capi degli uomini quasi tutti ad una quantità, ma i piedi de’ più lontani quasi corrispondere ad i ginocchi de’ più presso.

21. Ma questa ragione di dividere il pavimento s’apartiene a quella parte quale al suo luogo chiameremo composizione. E sono tali che io dubito sì per la novità della matera, sì etiam per questa brevità del nostro comentare, sarà non molto forse intesa da chi leggerà. E quanto sia difficile veggasi nell’opere degli antiqui scultori e pittori. Forse perché era oscura, loro fu ascosa e incognita. Appena vedrai alcuna storia antiqua attamente composta.

22. Da me sino a qui sono dette cose utili ma brieve e, come estimo, non in tutto oscure. Ma bene intendo quali sieno che, dove in esse io posso acquistare laude niuna di eloquenza, ivi ancora chi non le comprende al primo aspetto, costui appena mai con quanta sia fatica le apprenderà. Ma ad i sottili ingegni e atti alla pittura queste nostre cose in qualunque modo dette saranno facili e bellissime; e a chi altri sia rozzo e da natura poco dato a queste arti nobilissime, saranno queste cose, benché da eloquentissimi scritte, ingrate. Da noi forse perché sono sanza eloquenza scritte, si leggeranno con fastidio. Ma priego mi perdonino, se dove io in prima volli essere inteso, ebbi riguardo a fare il nostro dire chiaro molto più che ornato. Quello che seguirà, credo, sarà meno tedioso a chi leggerà.

23. Dicemmo de’ triangoli, della pirramide, della intercesione quanto parea da dire; quale cose, mia usanza, soglio appresso de’ miei amici prolisso con certe dimostrazioni ieometrice esplicare, quali in questi comentari per brevità mi parve da lassare. Qui solo raccontai i primi dirozzamenti dell’arte, e per questo così li chiamo dirozzamenti, quali ad i pittori non eruditi dieno i primi fondamenti a ben dipignere. Ma sono sì fatti che chi bene li conoscerà, costui come allo ingegno, così a conoscere la difinizione della pittura intenderà quanto li giovi. Né sia chi dubiti quanto mai sarà buono alcuno pittore colui, il quale non molto intenda qualunque cosa si sforzi di fare. Indarno si tira l’arco ove non hai da dirizzare la saetta. E voglio sia persuaso apresso di noi che solo colui sarà ottimo artefice, el quale arà imparato conoscere gli orli delle superficie e ogni sua qualità. Così contrario mai sarà buon artefice chi non sarà diligentissimo a conoscere quanto abbiamo sino a qui detto.

24. Furono adunque cose necessarie queste intersegazioni e superficie. Seguita ad istituire il pittore in che modo possa seguire colla mano quanto arà coll’ingegno compreso.

LIBRO SECONDO

25. Ma perché forse questo imparare ad i giovani può parere cosa faticosa, parmi qui da dimostrare quanto la pittura sia non indegna da consumarvi ogni nostra opera e studio. Tiene in sé la pittura forza divina non solo quanto si dice dell’amicizia, quale fa gli uomini assenti essere presenti, ma più i morti dopo molti secoli essere quasi vivi, tale che con molta ammirazione dell’artefice e con molta voluttà si riconoscono. Dice Plutarco, Cassandro uno de’ capitani di Allessandro, perché vide l’immagine d’Allessandro re tremò con tutto il corpo; Agesilao Lacedemonio mai permise alcuno il dipignesse o isculpisse: non li piacea la propia sua forma, che fuggiva essere conosciuto da chi dopo lui venisse. E così certo il viso di chi già sia morto, per la pittura vive lunga vita. E che la pittura tenga espressi gli iddii quali siano adorati dalle genti, questo certo fu sempre grandissimo dono ai mortali, però che la pittura molto così giova a quella pietà per quale siamo congiunti agli iddii, insieme e a tenere gli animi nostri pieni di religione. Dicono che Fidia fece in Elide uno iddio Giove, la bellezza del quale non poco confermò la ora presa religione. E quanto alle delizie dell’animo onestissime e alla bellezza delle cose s’agiugna dalla pittura, puossi d’altronde e in prima di qui vedere, che a me darai cosa niuna tanto preziosa, quale non sia per la pittura molto più cara e molto più graziosa fatta. L’avorio, le gemme e simili care cose per mano del pittore diventano più preziose; e anche l’oro lavorato con arte di pittura si contrapesa con molto più oro. Anzi ancora il piombo medesimo, metallo in fra gli altri vilissimo, fattone figura per mano di Fidia o Prassiteles, si stimerà più prezioso che l’argento. Zeusis pittore cominciava a donare le sue cose, quali, come dicea, non si poteano comperare; né estimava costui potersi invenire atto pregio quale satisfacesse a chi fingendo, dipignendo animali, sé porgesse quasi uno iddio.

26. Adunque in sé tiene queste lode la pittura, che qual sia pittore maestro vedrà le sue opere essere adorate, e sentirà sé quasi giudicato un altro iddio. E chi dubita qui apresso la pittura essere maestra, o certo non picciolo ornamento a tutte le cose? Prese l’architetto, se io non erro, pure dal pittore gli architravi, le base, i capitelli, le colonne, frontispici e simili tutte altre cose; e con regola e arte del pittore tutti i fabri, iscultori, ogni bottega e ogni arte si regge; né forse troverai arte alcuna non vilissima la quale non raguardi la pittura, tale che qualunque truovi bellezza nelle cose, quella puoi dire nata dalla pittura. Però usai di dire tra i miei amici, secondo la sentenza de’ poeti, quel Narcisso convertito in fiore essere della pittura stato inventore; ché già ove sia la pittura fiore d’ogni arte, ivi tutta la storia di Narcisso viene a proposito. Che dirai tu essere dipignere altra cosa che simile abracciare con arte quella ivi superficie del fonte? Diceva Quintiliano ch’e’ pittori antichi soleano circonscrivere l’ombre al sole, e così indi poi si trovò questa arte cresciuta. Sono chi dicono un certo Filocle egitto, e non so quale altro Cleante furono di questa arte tra i primi inventori. Gli Egizi affermano fra loro bene anni se’ milia essere la pittura stata in uso prima che fusse traslata in Grecia. Di Grecia dicono i nostri traslata la pittura dopo le vittorie di Marcello avute di Sicilia. Ma qui non molto si richiede sapere quali prima fussero inventori dell’arte o pittori, poi che non come Plinio recitiamo storie, ma di nuovo fabrichiamo un’arte di pittura, della quale in questa età, quale io vegga, nulla si truova scritto, benché dicono Eufranore istmio scrivesse non so che delle misure e de’ colori, e dicono che Antigono e Senocrate misono in lettere non so che pitture, e dicono che Appelle scrisse a Perseo de pittura. Raconta Laerzio Diogenes che Demetrio fece commentari della pittura. E così estimo, quando tutte l’altre buone arti furono dai nostri maggiori acomandate alle lettere, con quelle insieme dai nostri latini scrittori fu la pittura non negletta, già che i nostri Toscani antiquissimi furon in Italia maestri in dipignere peritissimi.

27. Giudica Trimegisto, vecchissimo scrittore, che insieme con la religione nacque la pittura e scoltura. Ma chi può qui negare in tutte le cose publiche e private, profane e religiose la pittura a sé avere prese tutte le parti onestissime, tale che mi pare cosa niuna tanto sempre essere stata estimata dai mortali? Racontasi i pregi incredibili di tavole dipinte. Aristide tebano vendè una sola pittura talenti cento; e dicono che Rodi non fu arsa da Demetrio re, ove temea che una tavola di Protogenes non perisse. Possiamo adunque qui affermare che la città di Rodi fu ricomperata dai nemici con una sola dipintura. Simile molte cose raccolse Plinio, per le quali tu conoscerai i buoni pittori sempre stati apresso di tutti in molto onore, tanto che molti nobilissimi cittadini, filosafi, ancora e non pochi re, non solo di cose dipinte, ma e di sua mano dipignerle assai si dilettavano. Lucio Manilio cittadino romano e Fabio uomo nobilissimo furono dipintori. Turpilio cavaliere romano dipinse a Verona. Sitedio, uomo stato pretore e proconsolo, acquistò dipignendo nome. Pacuvio poeta tragico, nipote ad Ennio poeta, dipinse Ercole in foro romano. Socrate, Platone, Metrodoro, Pirro furono in pittura conosciuti. Nerone, Valentiniano e Alessandro Severo imperadori furono studiosissimi in pittura. Ma sarebbe qui lungo racontare a quanti principi e re sia piaciuto la pittura. E ancora non mi pare da racontare tutta la turba degli antiqui pittori, quale quanto fusse grande vedilo quinci che a Demetrio Falerio, figliuolo di Fanostrato, furono fra quattrocento di trecentosessanta statue, parte a cavallo, parte sui carri, compiute. E in questa terra in quale sia stato tanto numero di scultori, credi che manco fussero pittori? Sono certo queste arti cognate e da uno medesimo ingegno nutrite, la pittura insieme con la scoltura. Ma io sempre preposi l’ingegno del pittore, perché s’aopera in cosa più difficile. Pure torniamo al fatto nostro.

28. Fu certo grande numero di scultori in que’ tempi e di pittori, quando i prencipi e i plebei e i dotti e gl’indotti si dilettavano di pittura, e quando fra le prime prede delle province si estendeano ne’ teatri tavole dipinte e immagini. E processe in tanto che Paolo Emilio e non pochi altri cittadini romani fra le buone arti a bene e beato vivere ad i figliuoli insegnavano la pittura; quale ottimo costume molto apresso de’ Greci s’osservava. Voleano che i figliuoli bene allevati insieme con geometria e musica imparassono dipignere. Anzi fu ancora alle femine onore sapere dipignere. Marzia, figliuola di Varrone, si loda appresso degli scrittori che seppe dipignere. E fu in tanta lode e onore apresso de’ Greci la pittura, che fecero editto e legge non essere ad i servi licito imparare pittura. Fecero certo bene, però che l’arte del dipignere sempre fu ad i liberali ingegni e agli animi nobili dignissima. E quant’io, certo così estimo ottimo indizio d’uno perfettissimo ingegno essere in chi molto si diletti di pittura; benché intervenga che questa una arte così sta grata ai dotti quanto agl’indotti, qual cosa poco accade in quale altra si sia arte, che quello qual diletti ai periti muova chi sia imperito. Né ispesso troverrai chi non molto desideri sé essere in pittura ben dotto. Anzi la natura medesima pare si diletti di dipignere, quale veggiamo quanto nelle fessure de’ marmi spesso dipinga ipocentauri e più facce di re barbate e crinite. Anzi più dicono che in una gemma di Pirro si trovò dipinto dalla natura tutte e nove le Muse distinte con suo segno. Agiugni a questo che niuna si truova arte in quale ogni età di periti e d’imperiti così volentieri s’affatichi ad impararla e a essercitarla. Sia licito confessare di me stesso. Io se mai per mio piacere mi do a dipignere, – qual cosa fo non raro quando dall’altre mie maggiori faccende io truovo ozio -, ivi con tanta voluttà sto fermo al lavoro, che spesso mi maraviglio così avere passate tre o quattro ore.

29. Così adunque dà voluttà questa arte a chi bene la esserciti, e lode, ricchezze e perpetua fama a chi ne sia maestro. Quale cose così sendo quanto dicemmo, se la pittura sia ottimo e antiquissimo ornamento delle cose, digna ad i liberi uomini, grata ai dotti e agl’indotti, molto conforto i giovani studiosi diano quanto sia licito opera alla pittura. E poi amonisco chi sia studioso di dipignere imparino questa arte. Sia a chi in prima cerca gloriarsi di pittura questa una cura grande ad acquistare fama e nome, quale vedete gli antiqui avere agiunta. E gioveravvi ricordarvi che l’avarizia fu sempre inimica della virtù. Raro potrà acquistare nome animo alcuno che sia dato al guadagno. Vidi io molti quasi nel primo fiore d’imparare, subito caduti al guadagno, indi acquistare né ricchezze né lode, quali certo se avessero acresciuto suo ingegno con studio, facile sarebbono saliti in molta lode e ivi arebbono acquistato ricchezze e piacere assai. Ma di queste assai sino a qui sia detto. Torniamo a nostro proposito.

30. Dividesi la pittura in tre parti, qual divisione abbiamo presta dalla natura. E dove la pittura studia ripresentare cose vedute, notiamo in che modo le cose si veggano. Principio, vedendo qual cosa, diciamo questo esser cosa quale occupa uno luogo. Qui il pittore, descrivendo questo spazio, dirà questo suo guidare uno orlo con linea essere circonscrizione. Apresso rimirandolo conosciamo come più superficie del veduto corpo insieme convengano; e qui l’artefice, segnandole in suoi luoghi, dirà fare composizione. Ultimo, più distinto discerniamo colori e qualità delle superficie, quali ripresentandoli, ché ogni differenza nasce da’ lumi, proprio possiamo chiamarlo recezione di lumi.

31. Adunque la pittura si compie di circonscrizione, composizione, e ricevere di lumi. Seguita adunque dirne brevissimo. Prima diremo della circunscrizione. Sarà circunscrizione quella che descriva l’attorniare dell’orlo nella pittura. In questa dicono Parrasio, quel pittore el quale appresso Senofonte favella con Socrate, essere stato molto perito e molto avere queste linee essaminate. Io così dico in questa circonscrizione molto doversi osservare ch’ella sia di linee sottilissime fatta, quasi tali che fuggano essere vedute, in quali solea sé Appelles pittore essercitare e contendere con Protogene; però che la circonscrizione è non altro che disegnamento dell’orlo, quale ove sia fatto con linea troppo apparente, non dimostrerà ivi essere margine di superficie ma fessura, e io desiderrei nulla proseguirsi circonscrivendo che solo l’andare dell’orlo; in qual cosa così affermo debbano molto essercitarsi. Niuna composizione e niuno ricevere di lumi si può lodare ove non sia buona circonscrizione aggiunta; e non raro pur si vede solo una buona circonscrizione, cioè uno buono disegno per sé essere gratissimo. Qui adunque si dia principale opera, a quale, se bene vorremo tenerla, nulla si può trovare, quanto io estimo, più acommodata cosa altra che quel velo, quale io tra i miei amici soglio appellare intersegazione. Quello sta così. Egli è uno velo sottilissimo, tessuto raro, tinto di quale a te piace colore, distinto con fili più grossi in quanti a te piace paraleli, qual velo pongo tra l’occhio e la cosa veduta, tale che la pirramide visiva penetra per la rarità del velo. Porgeti questo velo certo non picciola commodità: primo, che sempre ti ripresenta medesima non mossa superficie, dove tu, posti certi termini, subito ritruovi la vera cuspide della pirramide, qual cosa certo senza intercisione sarebbe difficile; e sai quanto sia impossibile bene contraffare cosa quale non continovo servi una medesima presenza. Di qui pertanto sono più facili a ritrarre le cose dipinte che le scolpite. E conosci quanto, mutato la distanza e mutato la posizione del centro, paia quello che tu vedi molto alterato. Adunque il velo ti darà, quanto dissi, non poca utilità ove sempre a vederla sarà una medesima cosa. L’altra sarà utilità che tu potrai facile constituire i termini degli orli e delle superficie. Ove in questo paralelo vedrai il fronte, in quello e il naso, in un altro le guance, in quel di sotto il mento, e così ogni cosa distinto ne’ suoi luoghi, così tu nella tavola o in parete vedi divisa in simili paraleli, ogni cosa a punto porrai. Ultimo a te darà il velo molto aiuto ad imparare dipignere, quando vedrai nel velo cose ritonde e rilevate, per le quali cose assai potrai e con giudicio e con esperienza provare quanto a te sia il nostro velo utilissimo.

32. Né io qui udirò quelli che dicano poco convenirsi al pittore usarsi a queste cose, quali bene che portino molto aiuto a bene dipignere, pure sono sì fatte che poi senza quelle potrai nulla. Non credo io dal pittore si richiegga infinita fatica, ma bene s’aspetti pittura quale molto paia rilevata e simigliata a chi ella si ritrae; qual cosa non intendo io sanza aiuto del velo alcuno mai possa. Adunque usino questa intercisione, cioè velo, qual dissi. E dove a loro piaccia provare l’ingegno suo senza velo, pure in prima notino i termini delle cose drento da’ paraleli del velo, o vero così seguitino rimirandole che sempre immaginino una linea a traverso ivi da un’altra perpendiculare essere segata, ove sia statuito quel termine. Ma perché non raro ad i pittori inesperti sono gli orli delle superficie non conosciuti, dubbi e incerti, come ne’ visi degli uomini, ove non discernono che mezzo sia tra ‘l fronte e le tempie, pertanto conviensi loro insegnare in che modo possano conoscere. Questo bene ci dimostra la natura. Veggiamo nelle piane superficie che ciascuna ci si dimostra con sue linee, lumi e ombre; così ancora le sperich’e concave superficie veggiamo quasi divise in molte superficie quasi quadrate con diverse macchie di lumi e d’ombre. Pertanto ciascuna parte, con sua chiarità divisa da quella che sia oscura, si vuole avere per più superficie. Ma se una medesima superficie cominciando ombrosa a poco a poco venendo in chiaro continua, allora quello che fra loro sia il mezzo si noti con una sottilissima linea, acciò che ivi sia la ragione del colorire men dubbia.

33. Resta da dire della circonscrizione cosa quale non poco apartiene alla composizione. Per questo si conviene sapere che sia in pittura composizione. Dico composizione essere quella ragione di dipignere, per la quale le parti si compongono nella opera dipinta. Grandissima opera del pittore sarà l’istoria: parte della istoria sono i corpi: parte de’ corpi sono i membri: parte de’ membri sono le superficie. E dove la circonscrizione non altro sia che certa ragione di segnare l’orlo delle superficie, poi che delle superficie alcuna si truova picciola come quella degli animali, alcuna si truova grande come quella degli edifici e de’ colossi, delle picciole superficie bastino i precetti sino a qui detti, quali dimostrano quanto s’apprendano col velo. Alle superficie maggiori ci convien trovare nuove ragioni. Ma dobbiamo ricordarci di quanto di sopra ne’ dirozzamenti dicemmo delle superficie, de’ razzi, della pirramide e della intersegazione, ancora e de’ paraleli del pavimento, e del centrico punto e linea. Nel pavimento scritto con sue linee e paraleli sono da edificare muri e simili superficie quali appellammo giacenti. Qui adunque dirò brevissimo quello che io faccio. Principio, comincio dai fondamenti. Pongo la larghezza e la lunghezza de’ muri ne’ suoi paraleli, in quale descrizione seguo la natura, in qual veggo che di niuno quadrato corpo, quale abbia retti angoli, ad uno tratto posso vedere d’intorno più che due facce congiunte. Così io questo osservo descrivendo i fondamenti dei pareti; e sempre in prima comincio dalle più prossimane superficie, massime da quelle quali equalmente sieno distanti dalla intersegazione. Queste adunque metto inanzi l’altre, descrivendo loro latitudine e longitudine in quelli paraleli del pavimento, in modo che quante io voglia occupare braccia, tanto prendo paraleli. E a ritrovare il mezzo di ciascuno paralelo truovo dove l’uno e l’altro diamitro si sega insieme, e così quanto voglio i fondamenti descrivo. Poi l’altezza seguo con ordine non difficilissimo. Conosco l’altezza del parete in sé tenere questa proporzione, che quanto sia dal luogo onde essa nasce sul pavimento per sino alla centrica linea, con quella medesima in su crescere. Onde se vorrai questa quantità dal pavimento persino alla centrica linea essere l’altezza d’uno uomo, saranno adunque queste braccia tre. Tu adunque volendo il parete tuo essere braccia dodici, tre volte tanto andrai su in alto quanto sia dalla centrica linea persino a quel luogo del pavimento. Con queste ragioni così possiamo disegnare tutte le superficie quali abbiano angolo.

34. Restaci a dire in che modo si disegnino le circulari. Tragonsi le circulari delle angulari; e questo fo io così. Fo in sullo spazzo uno quadrangolo con angoli retti, e divido i lati di questo quadrangolo in parte simili a quelle parti in quale divisi la linea iacente nel primo quadrangolo della pittura; e qui da ciascuno punto al suo oposito punto tiro linee, e così rimane lo spazzo diviso in molti piccioli quadrangoli. Quivi io scrivo uno cerchio quanto il voglio grande, così che le linee de’ piccioli quadrati e la linea del circolo insieme l’una con l’altra si tagli, e noto tutti i punti di questi tagliamenti, quali luoghi segno ne’ paraleli del pavimento nella mia pittura. Ma perché sarebbe fatica estrema e quasi infinita con nuovi minori paraleli dividere il cerchio in molti luoghi, e così con molto numero di punti seguire continovando il circolo, per questo, quando io arò notato otto o più tagliamenti, segno con ingegno il mio circulo nella pittura guidando la linea da termine a termine. Forse sarebbe più brieve via corlo all’ombra? Certo sì, dove il corpo quale facesse ombra fusse in mezzo posto con sua ragione in suo luogo. Dicemmo adunque in che modo coll’aiuto de’ paraleli le superficie grandi acantonate e tonde si disegnino. Finita adunque la circunscrizione, cioè il modo del disegnare, restaci a dire della composizione. Convienci repetere che sia composizione.

35. Composizione è quella ragione di dipignere con la quale le parti delle cose vedute si pongono insieme in pittura. Grandissima opera del pittore non uno collosso, ma istoria. Maggiore loda d’ingegno rende l’istoria che qual sia collosso. Parte della istoria sono i corpi, parte de’ corpi i membri, parte de’ membri la superficie. Le prime adunque parti del dipignere sono le superficie. Nasce della composizione delle superficie quella grazia ne’ corpi quale dicono bellezza. Vedesi uno viso, il quale abbia sue superficie chi grandi e chi piccole, quivi ben rilevate e qui ben drento riposto, simile al viso delle vecchierelle, questo essere in aspetto bruttissimo. Ma quelli visi s’aranno le superficie giunte in modo che piglino ombre e lumi ameni e suavi, né abbino asperitate alcuna di rilevati canti, certo diremo questi essere formosi e dilicati visi. Adunque in questa composizione di superficie molto si cerca la grazia e bellezza delle cose quale, a chi voglia seguirla, pare a me niuna più atta e più certa via che di torla dalla natura, ponendo mente in che modo la natura, maravigliosa artefice delle cose, bene abbia in be’ corpi composte le superficie. A quale imitarla, si conviene molto avervi continovo pensieri e cura, insieme e molto dilettarsi del nostro, qual di sopra dicemmo, velo. E quando vogliamo mettere in opera quanto aremo compreso dalla natura, prima sempre aremo notato i termini dove tiriamo ad uno certo luogo nostre linee.

36. Sino a qui detto della composizione delle superficie. Seguita de’ membri. Conviensi in prima dare opera che tutti i membri bene convengano. Converranno quando e di grandezza e d’offizio e di spezie e di colore e d’altre simili cose corrisponderanno ad una bellezza: ché se fusse in una dipintura il capo grandissimo e il petto piccolo, la mano ampia e il piè enfiato, il corpo gonfiato, questa composizione certo sarebbe brutta a vederla. Adunque conviensi tenere certa ragione circa alla grandezza de’ membri, in quale commensurazione gioverà prima allogare ciascuno osso dell’animale, poi apresso agiungere i suoi muscoli, di poi tutto vestirlo di sue carne. Ma qui sarà chi mi contraponga quanto di sopra dissi, che al pittore nulla s’apartiene delle cose quali non vede. Ben ramentano costoro, ma come a vestire l’uomo prima si disegna ignudo, poi il circondiamo di panni, così dipignendo il nudo, prima pogniamo sue ossa e muscoli, quali poi così copriamo con sue carni che non sia difficile intendere ove sotto sia ciascuno moscolo. E poi che la natura ci ha porto in mezzo le misure, ove si truova non poca utilità a riconoscerle dalla natura, ivi adunque piglino gli studiosi pittori questa fatica, per tanto tenere a mente quello che piglino dalla natura, quanto a riconoscerle aranno posto suo studio e opera. Una cosa ramento, che a bene misurare uno animante si pigli uno quale che suo membro col quale gli altri si misurino. Vitruvio architetto misurava la lunghezza dell’omo coi piedi. A me pare cosa più degna l’altre membra si riferiscano al capo, benché ho posto mente quasi comune in tutti gli uomini che il piede tanto è lungo quanto dal mento al cocuzzolo del capo.

37. Così adunque, preso uno membro, si accommodi ogni altro membro in modo che niuno di loro sia non conveniente agli altri in lunghezza e in larghezza. Poi si provegga che ciascuno membro segua, a quello che ivi si fa, al suo officio. Sta bene a chi corre non meno gittare le mani che i piedi; ma voglio un filosafo, mentre che favella, dimostri molto più modestia che arte di schermire. Lodasi una storia in Roma nella quale Meleagro morto, portato, aggrava quelli che portano il peso, e in sé pare in ogni suo membro ben morto ogni cosa pende, mani, dito e capo; ogni cosa cade languido; ciò che ve si dà ad espriemere uno corpo morto, qual cosa certo è difficilissima, però che in uno corpo chi saprà fingere ciascuno membro ozioso, sarà ottimo artefice. Così adunque in ogni pittura si osservi che ciascuno membro faccia il suo officio, che niuno per minimo articolo che sia, resti ozioso. E sieno le membra de’ morti sino all’unghie morte. Dei vivi sia ogni minima parte viva. Dicesi vivere il corpo quando a sua posta abbia certo movimento: dicesi morte dove i membri non più possono portare gli offici della vita, cioè movimento e sentimento. Adunque il pittore, volendo espriemere nelle cose vita, farà ogni sua parte in moto; ma in ciascuno moto terrà venustà e grazia. Sono gratissimi i movimenti e ben vivaci quelli e’ quali si muovano in alto verso l’aere. Dicemmo ancora alla composizione de’ membri doversi certa spezie: e sarebbe cosa assurda se le mani di Elena o di Efigenia fussero vecchizze e zotiche, o se in Nestor fusse il petto tenero e il collo dilicato, o se a Ganimede fusse la fronte crespa o le coscie d’un facchino, o se a Milone, fra gli altri gagliardissimo, fusseno i fianchi magrolini e sottiluzzi. E ancora in quella figura, in quale fusse il viso fresco e lattoso, sarebbe sozzo soggiungervi le braccia e le mani secche per magrezza. Così chi dipignesse Acamenide, trovato da Enea in su quell’isola con quella faccia quale Virgilio il descrive, non seguendo gli altri membri a tanta tisichezza, sarebbe pittore da farsene beffe. Pertanto così conviene tutte le membra condicano ad una spezie. E ancora voglio le membra corrispondano ad uno colore, però che a chi avesse il viso rosato, candido e venusto, a costui poco s’affarebbe il petto e l’altre membra brutte e sucide.

38. Adunque nella composizione de’ membri dobbiamo seguire quanto dissi della grandezza, officio, spezie e colori. Poi apresso ogni cosa seguiti ad una dignità. Sarebbe cosa non conveniente vestire Venere o Minerva con uno capperone da saccomanno: simile sarebbe vestire Marte o Giove con una vesta di femmina. Curavano gli antiqui dipintori, dipignendo Castor e Poluce, fare che paressero fratelli, ma nell’uno apparesse natura pugnace, nell’altro agilità. Facevano ancora che a Vulcano sotto la vesta parea il suo vizio di zopicare, tanto era in loro studio espriemere officio, spezie e dignità a qualunque cosa dipignessero.

39. Seguita la composizione de’ corpi, nella quale ogni lode e ingegno del pittore consiste. Alla quale composizione certe cose dette nella composizione de’ membri qui s’apartengono. Conviensi che i corpi insieme si confacciano in istoria con grandezza e con adoperarsi. Chi dipignesse centauri far briga apresso la cena, sarebbe cosa innetta in tanto tumulto che alcuno carico di vino stesse adormentato. E sarebbe vizio se in pari distanza l’uno fusse più che l’altro maggiore, o se ivi fussero e’ cani equali ai cavalli, overo se, quello che spesse volte veggo, ivi fusse uomo alcuno nello edificio quasi come in uno scrigno inchiuso, dove apena sedendo vi si assetti. Adunque tutti i corpi per grandezza e suo officio s’aconfaranno a quello che ivi nella storia si facci.

40. Sarà la storia, qual tu possa lodare e maravigliare, tale che con sue piacevolezze si porgerà sì ornata e grata, che ella terrà con diletto e movimento d’animo qualunque dotto o indotto la miri. Quello che prima dà voluttà nella istoria viene dalla copia e varietà delle cose. Come ne’ cibi e nella musica sempre la novità e abondanza tanto piace quanto sia differente dalle cose antique e consuete, così l’animo si diletta d’ogni copia e varietà. Per questo in pittura la copia e varietà piace. Dirò io quella istoria essere copiosissima in quale a’ suo luoghi sieno permisti vecchi, giovani, fanciulli, donne, fanciulle, fanciullini, polli, catellini, uccellini, cavalli, pecore, edifici, province, e tutte simili cose: e loderò io qualunque copia quale s’apartenga a quella istoria. E interviene, dove chi guarda soprasta rimirando tutte le cose, ivi la copia del pittore acquisti molta grazia. Ma vorrei io questa copia essere ornata di certa varietà, ancora moderata e grave di dignità e verecundia. Biasimo io quelli pittori quali, dove vogliono parere copiosi nulla lassando vacuo, ivi non composizione, ma dissoluta confusione disseminano; pertanto non pare la storia facci qualche cosa degna, ma sia in tumulto aviluppata. E forse chi molto cercherà dignità in sua storia, a costui piacerà la solitudine. Suole ad i prencipi la carestia delle parole tenere maestà, dove fanno intendere suoi precetti. Così in istoria uno certo competente numero di corpi rende non poca dignità. Dispiacemi la solitudine in istoria, pure né però laudo copia alcuna quale sia sanza dignità. Ma in ogni storia la varietà sempre fu ioconda, e in prima sempre fu grata quella pittura in quale sieno i corpi con suoi posari molto dissimili. Ivi adunque stieno alcuni ritti e mostrino tutta la faccia, con le mani in alto e con le dita liete, fermi in su un piè. Agli altri sia il viso contrario e le braccia remisse, coi piedi agiunti. E così a ciascuno sia suo atto e flessione di membra: altri segga, altri si posi su un ginocchio, altri giacciano. E se così ivi sia licito, sievi alcuno ignudo, e alcuni parte nudi e parte vestiti, ma sempre si serva alla vergogna e alla pudicizia. Le parti brutte a vedere del corpo, e l’altre simili quali porgono poca grazia, si cuoprano col panno, con qualche fronde o con la mano. Dipignevano gli antiqui l’immagine d’Antigono solo da quella parte del viso ove non era mancamento dell’occhio. E dicono che a Pericle era suo capo lungo e brutto, e per questo dai pittori e dagli scultori, non come gli altri era col capo nudo, ma col capo armato ritratto. E dice Plutarco gli antiqui pittori, dipignendo i re, se in loro era qualche vizio, non volerlo però essere non notato, ma quanto potevano, servando la similitudine, lo emendavano. Così adunque desidero in ogni storia servarsi quanto dissi modestia e verecundia, e così sforzarsi che in niuno sia un medesimo gesto o posamento che nell’altro.

41. Poi moverà l’istoria l’animo quando gli uomini ivi dipinti molto porgeranno suo propio movimento d’animo. Interviene da natura, quale nulla più che lei si truova rapace di cose a sé simile, che piagniamo con chi piange, e ridiamo con chi ride, e doglianci con chi si duole. Ma questi movimenti d’animo si conoscono dai movimenti del corpo. E veggiamo quanto uno atristito, perché la cura estrigne e il pensiero l’assedia, stanno con sue forze e sentimenti quasi balordi, tenendo sé stessi lenti e pigri in sue membra palide e malsostenute. Vedrai a chi sia malinconico il fronte premuto, la cervice languida, al tutto ogni suo membro quasi stracco e negletto cade. Vero, a chi sia irato, perché l’ira incita l’animo, però gonfia di stizza negli occhi e nel viso, e incendesi di colore, e ogni suo membro, quanto il furore, tanto ardito si getta. Agli uomini lieti e gioiosi sono i movimenti liberi e con certe inflessioni grati. Dicono che Aristide tebano equale ad Appelle molto conoscea questi movimenti, quali certo e noi conosceremo quando a conoscerli porremo studio e diligenza.

42. Così adunque conviene sieno ai pittori notissimi tutti i movimenti del corpo, quali bene impareranno dalla natura, bene che sia cosa difficile imitare i molti movimenti dello animo. E chi mai credesse, se non provando, tanto essere difficile, volendo dipignere uno viso che rida, schifare di non lo fare piuttosto piangioso che lieto? E ancora chi mai potesse senza grandissimo studio espriemere visi nei quale la bocca, il mento, gli occhi, le guance, il fronte, i cigli, tutti ad uno ridere o piangere convengono? Per questo molto conviensi impararli dalla natura, e sempre seguire cose molto pronte e quali lassino da pensare a chi le guarda molto più che egli non vede. Ma che noi racontiamo alcune cose di questi movimenti, quali parte fabbricammo con nostro ingegno, parte imparammo dalla natura. Parmi in prima tutti e’ corpi a quello si debbano muovere a che sia ordinata la storia. E piacemi sia nella storia chi ammonisca e insegni a noi quello che ivi si facci, o chiami con la mano a vedere, o con viso cruccioso e con gli occhi turbati minacci che niuno verso loro vada, o dimostri qualche pericolo o cosa ivi maravigliosa, o te inviti a piagnere con loro insieme o a ridere. E così qualunque cosa fra loro o teco facciano i dipinti, tutto apartenga a ornare o a insegnarti la storia. Lodasi Timantes di Cipri in quella tavola in quale egli vinse Colocentrio, che nella imolazione di Efigenia, avendo finto Calcante mesto, Ulisse più mesto, e in Menelao poi avesse consunto ogni suo arte a molto mostrarlo adolorato, non avendo in che modo mostrare la tristezza del padre, a lui avolse uno panno al capo, e così lassò si pensasse qual non si vedea suo acerbissimo merore. Lodasi la nave dipinta a Roma, in quale el nostro toscano dipintore Giotto pose undici discepoli tutti commossi da paura vedendo uno de’ suoi compagni passeggiare sopra l’acqua, ché ivi espresse ciascuno con suo viso e gesto porgere suo certo indizio d’animo turbato, tale che in ciascuno erano suoi diversi movimenti e stati. Ma piacemi brevissimo passare tutto questo luogo de’ movimenti.

43. Sono alcuni movimenti d’animo detti affezione, come ira, dolore, gaudio e timore, desiderio e simili. Altri sono movimenti de’ corpi. Muovonsi i corpi in più modi, crescendo, discrescendo, infermandosi, guarendo e mutandosi da luogo a luogo. Ma noi dipintori, i quali vogliamo coi movimenti delle membra mostrare i movimenti dell’animo, solo riferiamo di quel movimento si fa mutando el luogo. Qualunque cosa si muove da luogo può fare sette vie: in su, uno; in giù, l’altro; in destra, il terzo; in sinistra, il quarto; colà lunge movendosi di qui, o di là venendo in qua; il settimo, andando attorno. Questi adunque tutti movimenti desidero io essere in pittura. Sianvi corpi alcuni quali si porgano verso noi, alcuni si porgano in qua verso e in là, e d’uno medesimo alcune parti si dimostrino a chi guarda, alcune si retriano, alcune stieno alte, e alcune basse. Ma perché talora in questi movimenti si truova chi passa ogni ragione, mi piace qui de’ posari e de’ movimenti raccontare alcune cose quali ho raccolte dalla natura, onde bene intenderemo con che moderazione si debbano usare. Posi mente come l’uomo in ogni suo posare sottostatuisca tutto il corpo a sostenere il capo, membro fra gli altri gravissimo, e posandosi in uno piè sempre ferma il piè perpendiculare sotto il capo quasi come base d’una colonna, e quasi sempre di chi stia diritto il viso si porge dove si dirizzi il piè. I movimenti del capo veggo quasi sempre essere tale che sotto a sé hanno qualche parte del corpo a sostenerlo, tanto è grande peso quello del capo; overo certo in contraria parte quasi come stile d’una bilancia distende uno membro quale corrisponda al peso del capo. E veggiamo che chi sul braccio disteso sostiene uno peso fermando il piè quasi come ago di bilancia, tutta l’altra parte del corpo si contraponga a contrapesare il peso. Parmi ancora che, alzando il capo, niuno più porga la faccia in alto se non quanto vegga in mezzo il cielo, né in lato alcuno più si volge il viso se non quanto il mento tocchi la spalla; in quella parte del corpo ove ti cigni, quasi mai tanto ti torci che la punta della spalla sia perpendiculare sopra il bellico. I movimenti delle gambe e delle braccia sono molto liberi, ma non vorrei io coprissero alcuna degna e onesta parte del corpo. E veggo dalla natura quasi mai le mani levarsi sopra il capo, né le gomita sopra la spalla, né sopra il ginocchio il piede, né tra uno piè ad un altro essere più spazio che d’uno solo piede. E posi mente distendendo in alto una mano, che persino al piede tutta quella parte del corpo la sussegua tale che il calcagno medesimo del piè si leva dal pavimento.

44. Simile molte cose uno diligente artefice da sé a sé noterà; e forse quali dissi cose tanto sono in pronto che paiono superflue recitare. Ma perché veggio non pochi in quelle errare, parsemi da non tacerle. Truovasi chi esprimendo movimenti troppo arditi, e in una medesima figura facendo che ad un tratto si vede il petto e le reni, cosa impossibile e non condicente, credono essere lodati, perché odono quelle immagini molto parer vive quali molto gettino ogni suo membro, e per questo in loro figure fanno parerle schermidori e istrioni senza alcuna degnità di pittura, onde non solo sono senza grazia e dolcezza, ma più ancora mostrano l’ingegno dell’artefice troppo fervente e furioso. E conviensi alla pittura avere movimenti soavi e grati, convenienti a quello ivi si facci. Siano alle vergini movimenti e posari ariosi, pieni di semplicità, in quali piuttosto sia dolcezza di quiete che gagliardia, bene che ad Omero, quale seguitò Zeosis, piacque la forma fatticcia persino in le femine. Siano i movimenti ai garzonetti leggieri, iocondi, con una certa demostrazione di grande animo e buone forze. Sia nell’uomo movimenti con più fermezza ornati con belli posari e artificiosi. Sia ad i vecchi loro movimenti e posari stracchi: non solo in su due piè, ma ancora si sostenghino sulle mani. E così a ciascuno con dignità siano i suoi movimenti del corpo ad espriemere qual vuoi movimento d’animo; e delle grandissime perturbazione dell’animo, simile sieno grandissimi movimenti delle membra. E questa ragione dei movimenti comune si osservi in tutti gli animanti. Già non si aconfà ad uno bue aratore darli que’ movimenti quali daresti a Bucefalas, gagliardissimo cavallo d’Alessandro. Forse facendo Io, quale fu conversa in vacca, correre colla coda ritta, rintorcigliata, col collo erto, coi piè levati, sarebbe atta pittura.

45. Basti così avere discorso il movimento degli animanti. Ora, poi che ancora le cose non animate si muovono in tutti quelli modi quali di sopra dicemmo, adunque e di queste diremo. Dilettano nei capelli, nei crini, ne’ rami, frondi e veste vedere qualche movimento. Quanto certo a me piace ne’ capelli vedere quale io dissi sette movimenti: volgansi in uno giro quasi volendo anodarsi, e ondeggino in aria simile alle fiamme; parte quasi come serpe si tessano fra gli altri, parte crescendo in qua e parte in là; così i rami ora in alto si torcano, ora in giù, ora in fuori, ora in dentro, parte si contorcano come funi. Medesimo ancora le pieghe facciano, e nascano le pieghe come al tronco dell’albero i suo rami. In questo adunque si seguano tutti i movimenti tale che parte niuna del panno sia senza vacuo movimento. Ma siano, quanto spesso ricordo, i movimenti moderati e dolci, più tosto quali porgano grazia a chi miri che maraviglia di fatica alcuna. Ma dove così vogliamo ad i panni suoi movimenti, sendo i panni di natura gravi e continuo cadendo a terra, per questo starà bene in la pittura porvi la faccia del vento zeffiro o austro che soffi tra le nuvole, onde i panni ventoleggino; e quinci verrà a quella grazia che i corpi da questa parte percossi dal vento, sotto i panni in buona parte mostreranno il nudo, dall’altra parte i panni gittati dal vento dolce voleranno per aria. E in questo ventoleggiare guardi il pittore non ispiegare alcuno panno contro il vento; e così tutto osservi quanto dicemmo de’ movimenti degli animali e delle cose non animate. Ancora con diligenza séguiti quanto racontammo della composizione delle superficie, de’ membri e de’ corpi.

46. Resta a dire del ricevere de’ lumi. Ne’ dirozzamenti di sopra assai dimostrammo quanto i lumi abbiano forza a variare i colori, ché insegnammo come istando uno medesimo colore, secondo il lume e l’ombra che riceve altera sua veduta: e dicemmo che ‘l bianco e ‘l nero al pittore esprimea l’ombra e il chiarore, tutti gli altri colori essere al pittore come materia a quale aggiugnesse più o meno ombra o lume. Adunque lassando l’altre cose, qui solo resta a dire in che modo abbia il pittore usare suo bianco e nero. Dicono che gli antiqui pittori Polignoto e Timante usavano solo colori quattro, e Aglaofon si maravigliano si dilettasse dipignere in uno solo semplice colore, quasi come fusse poco in quanto estimavano grandissimo numero di colori, se quegli ottimi dipintori avessero eletti quelli pochi, e ad uno copioso artefice credeano convenirsi tutta la moltitudine de’ colori. Certo affermo che alla grazia e lode della pittura la copia e varietà de’ colori molto giova. Ma voglio così estimino i dotti, che tutta la somma industria e arte sta in sapere usare il bianco e ‘l nero, e in ben sapere usare questi due conviensi porre tutto lo studio e diligenza. Però che il lume e l’ombra fanno parere le cose rilevate, così il bianco e ‘l nero fa le cose dipinte parere rilevate, e dà quella lode quale si dava a Nitia pittore ateniese. Dicono che Zeusis, antiquissimo e famosissimo dipintore, fu quasi prencipe degli altri in conoscere la forza de’ lumi e dell’ombre: agli altri poco fu data simile loda. Ma io quasi mai estimerò mezzano dipintore quello quale non bene intenda che forza ogni lume e ombra tenga in ogni superficie. Io, coi dotti e non dotti, loderò quelli visi quali come scolpiti parranno uscire fuori della tavola, e biasimerò quelli visi in quali vegga arte niuna altra che solo forse nel disegno. Vorrei io un buono disegno ad una buona composizione bene essere colorato. Così adunque in prima studino circa i lumi e circa all’ombre, e pongano mente come quella superficie più che l’altra sia chiara in quale feriscano i razzi del lume, e come, dove manca la forza del lume, quel medesimo colore diventa fusco. E notino che sempre contro al lume dall’altra parte corrisponda l’ombra, tale che in corpo niuno sarà parte alcuna luminata, a cui non sia altra parte diversa oscura. Ma quanto ad imitare il chiarore col bianco e l’ombra col nero, ammonisco molto abbino studio a conoscere distinte superficie, quanto ciascuna sia coperta di lume o d’ombra. Questo assai da te comprenderai dalla natura; e quando bene le conoscerai, ivi con molta avarizia, dove bisogni, comincerai a porvi il bianco, e subito contrario ove bisogni il nero, però che con questo bilanciare il bianco col nero molto si scorge quanto le cose si rilievino. E così pure con avarizia a poco a poco seguirai acrescendo più bianco e più nero quanto basti. E saratti a ciò conoscere buono giudice lo specchio, né so come le cose ben dipinte molto abbino nello specchio grazia: cosa maravigliosa come ogni vizio della pittura si manifesti diforme nello specchio. Adunque le cose prese dalla natura si emendino collo specchio.

47. Qui vero raccontiamo cose quali imparammo dalla natura. Posi mente che alla superficie piana in ogni suo luogo sta il colore uniforme; nelle superficie cave e sperice piglia il colore variazione, però ch’è qui chiaro, ivi oscuro, in altro luogo mezzo colore. Questa alterazione de’ colori inganna gli sciocchi pittori, quali se, come dicemmo, bene avessono disegnato gli orli delle superficie, sentirebbono facile il porvi i lumi. Così farebbono: prima quasi come leggerissima rugiada per infino all’orlo coprirebbono la superficie di qual bisognasse bianco o nero; di poi sopra a questa un’altra, e poi un’altra; e così a poco a poco farebbono che dove fusse più lume, ivi più bianco da torno, mancando il lume, il bianco si perderebbe quasi in fummo. E simile contrario farebbero del nero. Ma ramentisi mai fare bianca alcuna superficie tanto che ancora non possa farla vie più bianca. Se bene vestissi di panni candidissimi, convienti fermare molto più giù che l’ultima bianchezza. Truova il pittore cosa niuna altro che ‘l bianco con quale dimostri l’ultimo lustro d’una forbitissima spada, e solo il nero a dimostrare l’ultime tenebre della notte. E vedesi forza in ben comporre bianco presso a nero, che vasi per questo paiano d’argento, d’oro e di vetro, e paiono dipinti risplendere. Per questo molto si biasimi ciascuno pittore il quale senza molto modo usi bianco o nero. Piacerebbemi apresso de’ pittori il bianco si vendesse più che le preziosissime gemme caro. Sarebbe certo utile il bianco e nero si facesse di quelle grossissime perle quale Cleopatra distruggeva in aceto, ché ne sarebbono quanto debbono avari e massai, e sarebbero loro opere più al vero dolci e vezzose. Né si può dire quanto di questi si convenga masserizia al dipintore. E se pure in distribuirli peccano, meno si riprenda chi adoperi molto nero, che chi non bene distende il bianco. Di dì in dì fa la natura che ti viene in odio le cose orride e oscure; e quanto più facendo impari, tanto più la mano si fa dilicata a vezzosa grazia. Certo da natura amiamo le cose aperte e chiare. Adunque più si chiuda la via quale più stia facile a peccare.

48. Detto del bianco e nero, diremo degli altri colori, non come Vitruvio architetto in che luogo nasca ciascuno ottimo e ben provato colore; ma diremo in che modo i colori ben triti s’adoperino in pittura. Dicono che Eufranor, antiquissimo dipintore, scrisse non so che de’ colori: non si truova oggi. Noi vero, i quali, se mai da altri fu scritta, abbiamo cavata quest’arte di sotterra, o se non mai fu scritta, l’abbiamo tratta di cielo, seguiamo quanto sino a qui facemmo con nostro ingegno. Vorrei nella pittura si vedessero tutti i generi e ciascuna sua spezie con molto diletto e grazia a rimirarla. Sarà ivi grazia quando l’uno colore apresso, molto sarà dall’altro differente; che se dipignerai Diana guidi il coro, sia a questa ninfa panni verdi, a quella bianchi, all’altra rosati, all’altra crocei, e così a ciascuna diversi colori, tale che sempre i chiari sieno presso ad altri diversi colori oscuri. Sarà per questa comparazione ivi la bellezza de’ colori più chiara e più leggiadra. E truovasi certa amicizia de’ colori, che l’uno giunto con l’altro li porge dignità e grazia. Il colore rosato presso al verde e al cilestro si danno insieme onore e vista. Il colore bianco non solo appresso il cenericcio e appresso il croceo, ma quasi presso a tutti posto, porge letizia. I colori oscuri stanno fra i chiari non sanza alcuna dignità, e così i chiari bene s’avolgano fra gli oscuri. Così adunque, quanto dissi, il pittore disporrà suo colori.

49 Truovasi chi adopera molto in sue storie oro, che stima porga maestà. Non lo lodo. E benché dipignesse quella Didone di Virgilio, a cui era la faretra d’oro, i capelli aurei nodati in oro, e la veste purpurea cinta pur d’oro, i freni al cavallo e ogni cosa d’oro, non però ivi vorrei punto adoperassi oro, però che nei colori imitando i razzi dell’oro sta più ammirazione e lode all’artefice. E ancora veggiamo in una piana tavola alcune superficie ove sia l’oro, quando deono essere oscure risplendere, e quando deono essere chiare parere nere. Dico bene che gli altri fabrili ornamenti giunti alla pittura, qual sono colunne scolpite, base, capitelli e frontispici, non li biasimerò se ben fussero d’oro purissimo e massiccio. Anzi più una ben perfetta storia merita ornamenti di gemme preziosissime.

50. Sino a qui dicemmo brevissime di tre parti della pittura. Dicemmo della circonscrizione delle minori e maggiori superficie. Dicemmo della composizione delle superficie, membri e corpi. Dicemmo de’ colori quanto all’uso del pittore estimammo s’apartenesse. Adunque così esponemmo tutta la pittura, quale dicemmo stava in queste tre cose: circonscrizione, composizione e ricevere di lumi.

LIBRO TERZO

51. Ma poi che ancora altre utili cose restano a fare uno pittore tale che possa seguire intera lode, parmi in questi commentari da non lassarlo. Direnne molto brevissimo.

52. Dico l’officio del pittore essere così descrivere con linee e tignere con colori in qual sia datoli tavola o parete simile vedute superficie di qualunque corpo, che quelle ad una certa distanza e ad una certa posizione di centro paiano rilevate e molto simili avere i corpi; la fine della pittura, rendere grazia e benivolenza e lode allo artefice molto più che ricchezze. E seguiranno questo i pittori ove la loro pittura terrà gli occhi e l’animo di chi la miri; qual cosa come possa farlo dicemmo di sopra dove trattammo della composizione e del ricevere de lumi. Ma piacerammi sia il pittore, per bene potere tenere tutte queste cose, uomo buono e dotto in buone lettere. E sa ciascuno quanto la bontà dell’uomo molto più vaglia che ogni industria o arte ad acquistarsi benivolenza da’ cittadini, e niuno dubita la benivolenza di molti molto all’artefice giovare a lode insieme e al guadagno. E interviene spesso che i ricchi, mossi più da benivolenza che da maravigliarsi d’altrui arte, prima danno guadagno a costui modesto e buono, lassando adrieto quell’altro pittore forse migliore in arte ma non sì buono in costumi. Adunque conviensi all’artefice molto porgersi costumato, massime da umanità e facilità, e così arà benivolenza, fermo aiuto contro la povertà, e guadagni, ottimo aiuto a bene imparare sua arte.

53. Piacemi il pittore sia dotto, in quanto e’ possa, in tutte l’arti liberali; ma in prima desidero sappi geometria. Piacemi la sentenza di Panfilo, antiquo e nobilissimo pittore, dal quale i giovani nobili cominciarono ad imparare dipignere. Stimava niuno pittore potere bene dipignere se non sapea molta geometria. I nostri dirozzamenti, dai quali si esprieme tutta la perfetta, assoluta arte di dipignere, saranno intesi facile dal geometra. Ma chi sia ignorante in geometria, né intenderà quelle né alcuna altra ragione di dipignere. Pertanto affermo sia necessario al pittore imprendere geometria. E farassi per loro dilettarsi de’ poeti e degli oratori. Questi hanno molti ornamenti comuni col pittore; e copiosi di notizia di molte cose, molto gioveranno a bello componere l’istoria, di cui ogni laude consiste in la invenzione, quale suole avere questa forza, quanto vediamo, che sola senza pittura per sé la bella invenzione sta grata. Lodasi leggendo quella discrezione della Calunnia, quale Luciano racconta dipinta da Appelle. Parmi cosa non aliena dal nostro proposito qui narrarla, per ammonire i pittori in che cose circa alla invenzione loro convenga essere vigilanti. Era quella pittura uno uomo con sue orecchie molte grandissime, apresso del quale, una di qua e una di là, stavano due femmine: l’una si chiamava Ignoranza, l’altra si chiamava Sospezione. Più in là veniva la Calunnia. Questa era una femmina a vederla bellissima, ma parea nel viso troppo astuta. Tenea nella sua destra mano una face incesa; con l’altra mano trainava, preso pe’ capelli, uno garzonetto, il quale stendea suo mani alte al cielo. Ed eravi uno uomo palido, brutto, tutto lordo, con aspetto iniquo, quale potresti assimigliare a chi ne’ campi dell’armi con lunga fatica fusse magrito e riarso: costui era guida della Calunnia, e chiamavasi Livore. Ed erano due altre femmine compagne alla Calunnia, quali a lei aconciavano suoi ornamenti e panni: chiamasi l’una Insidie e l’altra Fraude. Drieto a queste era la Penitenza, femmina vestita di veste funerali, quale sé stessa tutta stracciava. Dietro seguiva una fanciulletta vergognosa e pudica, chiamata Verità. Quale istoria se mentre che si recita piace, pensa quanto essa avesse grazia e amenità a vederla dipinta di mano d’Appelle.

54. Piacerebbe ancora vedere quelle tre sorelle a quali Esiodo pose nome Egle, Eufronesis e Talia, quali si dipignevano prese fra loro l’una l’altra per mano ridendo, con la vesta scinta e ben monda; per quali volea s’intendesse la liberalità, ché una di queste sorelle dà, l’altra riceve, la terza rende il benificio; quali gradi debbano in ogni perfetta liberalità essere. Adunque si vede quanta lode porgano simile invenzioni all’artefice. Pertanto consiglio ciascuno pittore molto si faccia famigliare ad i poeti, retorici e agli altri simili dotti di lettere, già che costoro doneranno nuove invenzioni, o certo aiuteranno a bello componere sua storia, per quali certo acquisteranno in sua pittura molte lode e nome. Fidias, più che gli altri pittori famoso, confessava avere imparato da Omero poeta dipignere Iove con molta divina maestà. Così noi, studiosi d’imparare più che di guadagno, dai nostri poeti impareremo più e più cose utili alla pittura.

55. Ma non raro avviene che gli studiosi e cupidi d’imparare, non meno si straccano ove non sanno imparare, che dove l’incresce la fatica. Per questo diremo in che modo si diventi in questa arte dotto. Niuno dubiti capo e principio di questa arte, e così ogni suo grado a diventare maestro, doversi prendere dalla natura. Il perficere l’arte si troverà con diligenza, assiduitate e studio. Voglio che i giovani, quali ora nuovi si danno a dipignere, così facciano quanto veggo di chi impara a scrivere. Questi in prima separato insegnano tutte le forme delle lettere, quali gli antiqui chiamano elementi; poi insegnano le silabe; poi apresso insegnano componere tutte le dizioni. Con questa ragione ancora seguitino i nostri a dipignere. In prima imparino ben disegnare gli orli delle superficie, e qui se essercitino quasi come ne’ primi elementi della pittura; poi imparino giugnere insieme le superficie; poi imparino ciascuna forma distinta di ciascuno membro, e mandino a mente qualunque possa essere differenza in ciascuno membro. E sono le differenze de’ membri non poche e molto chiare. Vedrai a chi sarà il naso rilevato e gobbo; altri aranno le narici scimmie o arovesciate aperte; altri porgerà i labri pendenti; alcuni altri aranno ornamento di labrolini magruzzi. E così essamini il pittore qualunque cosa a ciascuno membro essendo più o meno, il facci differente. E noti ancora quanto veggiamo, che i nostri membri fanciulleschi sono ritondi, quasi fatti a tornio, e dilicati; nella età più provetta sono aspri e canteruti. Così tutte queste cose lo studioso pittore conoscerà dalla natura, e con sé stessi molto assiduo le essaminerà in che modo ciascuna stia, e continuo starà in questa investigazione e opera desto con suo occhi e mente. Porrà mente il grembo a chi siede; porrà mente quanto dolce le gambe a chi segga sieno pendenti; noterà di chi stia dritto tutto il corpo, né sarà ivi parte alcuna della quale non sappi suo officio e sua misura. E di tutte le parti li piacerà non solo renderne similitudine, ma più aggiugnervi bellezza, però che nella pittura la vaghezza non meno è grata che richiesta. A Demetrio, antiquo pittore, mancò ad acquistare l’ultima lode che fu curioso di fare cose assimigliate al naturale molto più che vaghe. Per questo gioverà pigliare da tutti i belli corpi ciascuna lodata parte. E sempre ad imparare molta vaghezza si contenda con istudio e con industria. Qual cosa bene che sia difficile, perché nonne in uno corpo solo si truova compiute bellezze, ma sono disperse e rare in più corpi, pure si debba ad investigarla e impararla porvi ogni fatica. Interverrà come a chi s’ausi volgere e prendere cose maggiori, che facile costui potrà le minori: né truovasi cosa alcuna tanto difficile quale lo studio e assiduità non vinca.

56. Ma per non perdere studio e fatica si vuole fuggire quella consuetudine d’alcuni sciocchi, i quali presuntuosi di suo ingegno, senza avere essemplo alcuno dalla natura quale con occhi o mente seguano, studiano da sé a sé acquistare lode di dipignere. Questi non imparano dipignere bene, ma assuefanno sé a’ suoi errori. Fugge gl’ingegni non periti quella idea delle bellezze, quale i bene essercitatissimi appena discernono. Zeusis, prestantissimo e fra gli altri essercitatissimo pittore, per fare una tavola qual pubblico pose nel tempio di Lucina appresso de’ Crotoniati, non fidandosi pazzamente, quanto oggi ciascuno pittore, del suo ingegno, ma perché pensava non potere in uno solo corpo trovare quante bellezze egli ricercava, perché dalla natura non erano ad uno solo date, pertanto di tutta la gioventù di quella terra elesse cinque fanciulle le più belle, per torre da queste qualunque bellezza lodata in una femmina. Savio pittore, se conobbe che ad i pittori, ove loro sia niuno essemplo della natura quale elli seguitino, ma pure vogliono con suoi ingegni giugnere le lode della bellezza, ivi facile loro avverrà che non quale cercano bellezza con tanta fatica troveranno, ma certo piglieranno sue pratiche non buone, quali poi ben volendo mai potranno lassare. Ma chi da essa natura s’auserà prendere qualunque facci cosa, costui renderà sua mano sì essercitata che sempre qualunque cosa farà parrà tratta dal naturale. Qual cosa quanto sia dal pittore a ricercarla si può intendere, ove poi che in una storia sarà uno viso di qualche conosciuto e degno uomo, bene che ivi sieno altre figure di arte molto più che questa perfette e grate, pure quel viso conosciuto a sé imprima trarrà tutti gli occhi di chi la storia raguardi: tanto si vede in sé tiene forza ciò che sia ritratto dalla natura. Per questo sempre ciò che vorremo dipignere piglieremo dalla natura, e sempre torremo le cose più belle.

57. Ma guarda non fare come molti, quali imparano disegnare in picciole tavolelle. Voglio te esserciti disegnando cose grandi, quasi pari al ripresentare la grandezza di quello che tu disegni, però che nei piccioli disegni facile s’asconde ogni gran vizio, nei grandi molto i bene minimi vizi si veggono. Scrive Galieno medico avere ne’ suo tempi veduto scolpito in uno anello Fetonte portato da quattro cavalli, dei quali suo freni, petto e tutti i piedi distinti si vedeano. Ma i nostri pittori lassino queste lode agli scultori delle gemme; loro vero si spassino in campi maggiori di lode. Chi saprà ben dipignere una gran figura, molto facile in uno solo colpo potrà quest’altre cose minute ben formare. Ma chi in questi piccioli vezzi e monili arà usato suo mano e ingegno, costui facile errerà in cose maggiori.

58. Alcuni ritranno figure d’altri pittori, e ivi cercano lode quale fu data a Calamide scultore, quanto referiscono che scolpì due tazze in quali così retratte cose prima simili fatte da Zenodoro, che niuna differenza vi si conosceva. Ma certo i nostri pittori saranno in grandi errori se non intenderanno che chi dipinse si sforzò ripresentarti cosa, quale puoi vedere nel nostro quale di sopra dicemmo velo, dolce e bene da essa natura dipinto. E se pure ti piace ritrarre opere d’altrui, perché elle più teco hanno pazienza che le cose vive, più mi piace a ritrarre una mediocre scultura che una ottima dipintura, però che dalle cose dipinte nulla più acquisti che solo sapere asimigliarteli, ma dalle cose scolpite impari asimigliarti, e impari conoscere e ritrarre i lumi. E molto giova a gustare i lumi socchiudere l’occhio e strignere il vedere coi peli delle palpebre, acciò che ivi i lumi si veggano abacinati e quasi come in intersegazione dipinti. E forse più sarà utile essercitarsi al rilievo che al disegno. E s’io non erro, la scultura più sta certa che la pittura; e raro sarà chi possa bene dipignere quella cosa della quale elli non conosca ogni suo rilievo; e più facile si truova il rilievo scolpendo che dipignendo. Sia questo argomento atto quanto veggiamo che quasi in ogni età sono stati alcuni mediocri scultori, ma truovi quasi niuno pittore non in tutto da riderlo e disadatto.

59. Ma in quale ti esserciti, sempre abbi inanzi qualche elegante e singulare essempio, quale tu rimirando ritria; e in ritrarlo, giudico bisogni avere una diligenza congiunta con prestezza, che mai ponga lo stile o suo pennello se prima non bene con la mente arà constituito quello che egli abbi a fare, e in che modo abbia a condurlo; ché certo più sarà sicuro emendare gli errori colla mente che raderli dalla pittura. E ancora quando saremo usati a fare nulla senza prima avere ordinato, interverracci che molto più che Asclipiodoro saremo pittori velocissimi, quale uno antiquo pittore dicono fra gli altri fu dipignendo velocissimo. E l’ingegno mosso e riscaldato per essercitazione molto si rende pronto ed espedito al lavoro; e quella mano seguita velocissimo, quale sia da certa ragione d’ingegno ben guidata. E se alcuno si troverà pigro artefice, costui per questo così sarà pigro, perché lento e temoroso tenterà quelle cose quale non arà prima fatte alla sua mente conosciute e chiare; e mentre che s’avolgerà fra quelle tenebre d’errori e quasi come il cieco con sua bacchetta, così lui con suo pennello tasterà questa e quest’altra via. Pertanto mai se non con ingegno scorgidore, bene erudito, mai porrà mano a suo lavoro.

60. Ma poi che la istoria è summa opera del pittore, in quale dee essere ogni copia ed eleganza di tutte le cose, conviensi curare sappiamo dipignere non solo uno uomo, ma ancora cavalli, cani e tutti altri animali, e tutte altre cose degne d’essere vedute. Questo così conviensi per bene fare copiosa la nostra istoria; cosa qual ti confesso grandissima, e a chi si fusse dagli antiqui non molto concessa, che uno in ogni cosa, non dico eccellente fusse, ma mediocre dotto. Pure affermo dobbiamo sforzarci che per nostra negligenza quelle cose non manchino quale acquistate rendono lode, e neglette lassano biasimo. Nitias, ateniese pittore, diligente dipinse femmine. Eraclides fu lodato in dipignere navi. Serapion non potea dipignere uomini; altra qual vuoi cosa molto dipignea bene. Dionisio nulla potea dipignere altri che uomini. Allessandro, quello il quale dipinse il portico di Pompeo, sopra gli altri bene dipignea animali, massime cani. Aurelio che sempre amava, solo dipignendo dee ritraeva i loro visi quali esso amava. Fidias in dimostrare la maestà degli iddii più dava opera che in seguire la bellezza degli uomini. Eufranore si dilettava espriemere la degnità de’ signori, e in questo avanzò tutti gli altri. Così a ciascuno fu non equali facultà; e diede la natura a ciascuno ingegno sue proprie dote, delle quali non però in tanto dobbiamo essere contenti che per negligenza lassiamo di tentare quanto ancora più oltre con nostro studio possiamo. E conviensi cultivare i beni della natura con studio ed essercizio, e così di dì in dì farle maggiori; e conviensi per nostra negligenza nulla pretermettere quale a noi possa retribuere lode.

61. E quando aremo a dipignere storia, prima fra noi molto penseremo qual modo e quale ordine in quella sia bellissima, e faremo nostri concetti e modelli di tutta la storia e di ciascuna sua parte prima, e chiameremo tutti gli amici a consigliarci sopra a ciò. E così ci sforzeremo avere ogni parte in noi prima ben pensata, tale che nella opera abbi a essere cosa alcuna, quale non intendiamo ove e come debba essere fatta e collocata. E per meglio di tutto aver certezza, segneremo i modelli nostri con paraleli, onde nel publico lavoro torremo dai nostri congetti, quasi come da privati commentari, ogni stanza e sito delle cose. In lavorare la istoria aremo quella prestezza di fare, congiunta con diligenza, quale a noi non dia fastidio o tedio lavorando, e fuggiremo quella cupidità di finire le cose quale ci facci abboracciare il lavoro. E qualche volta si conviene interlassare la fatica del lavorare ricreando l’animo. Né giova fare come alcuni, intraprendere più opere cominciando oggi questa e domani quest’altra, e così lassarle non perfette, ma qual pigli opera, questa renderla da ogni parte compiuta. Fu uno a cui Appelles rispose, quando li mostrava una sua dipintura, dicendo: «oggi feci questo»; disseli: «non me ne maraviglio se bene avessi più altre simili fatte». Vidi io alcuni pittori, scultori, ancora rettorici e poeti, – se in questa età si truovano rettorici o poeti, – con ardentissimo studio darsi a qualche opera, poi freddato quello ardore d’ingegno, lassano l’opera cominciata e rozza e con nuova cupidità si danno a nuove cose. Io certo vitupero così fatti uomini, però che qualunque vuole le sue cose essere, a chi dopo viene, grate e acette, conviene prima bene pensi quello che egli ha a fare, e poi con molta diligenza il renda bene perfetto. Né in poche cose più si pregia la diligenza che l’ingegno; ma conviensi fuggire quella decimaggine di coloro, i quali volendo ad ogni cosa manchi ogni vizio e tutto essere troppo pulito, prima in loro mani diventa l’opera vecchia e sucida che finita. Biasimavano gli antiqui Protogene pittore che non sapesse levare la mano d’in sulla tavola. Meritamente questo, però che, benché si convenga sforzare, quanto in noi sia ingegno, che le cose con nostra diligenza sieno ben fatte, pure volere in tutte le cose più che a te non sia possibile, mi pare atto di pertinace e bizzarro, non d’uomo diligente.

62. Adunque alle cose si dia diligenza moderata, e abbisi consiglio degli amici, e dipignendo s’apra a chiunque viene e odasi ciascuno. L’opera del pittore cerca essere grata a tutta la moltitudine. Adunque non si spregi il giudicio e sentenza della moltitudine, quando ancora sia licito satisfare a loro oppenione. Dicono che Appelles, nascoso drieto alla tavola, acciò che ciascuno potesse più libero biasimarlo e lui più onesto udirlo, udiva quanto ciascuno biasimava o lodava. Così io voglio i nostri pittori apertamente domandino o odano ciascuno quello che giudichi, e gioveralli questo ad acquistar grazia. Niuno si truova il quale non estimi onore porre sua sentenza nella fatica altrui. E ancora poco mi pare da dubitare che gli invidi e detrattori nuocano alle lode del pittore. Sempre fu al pittore ogni sua lode palese, e sono alle sue lode testimoni cose quale bene arà dipinte. Adunque oda ciascuno, e imprima tutto bene pensi e bene seco gastighi; e quando arà udito ciascuno, creda ai più periti.

63. Ebbi da dire queste cose della pittura, quali se sono commode e utili a’ pittori, solo questo domando in premio delle mie fatiche, che nelle sue istorie dipingano il viso mio, acciò dimostrino sé essere grati e me essere stato studioso dell’arte. E se meno satisfeci alle loro aspettazioni, non però vituperino me se ebbi animo traprendere matera sì grande. E se il nostro ingegno non ha potuto finire quello che fu laude tentare, pure solo il volere ne’ grandi e difficili fatti suole essere lode. Forse dopo me sarà chi emenderà e’ nostri scritti errori, e in questa dignissima e prestantissima arte saranno più che noi in aiuto e utile ad i pittori, quale io, – se mai alcuno sarà, – priego e molto ripriego piglino questa fatica con animo lieto e pronto in quale essercitino suo ingegno e rendano questa arte nobilissima ben governata. Noi però ci reputeremo a voluttà primi aver presa questa palma d’avere ardito commendare alle lettere questa arte sottilissima e nobilissima. In quale impresa difficilissima se poco abbiamo potuto satisfare alla espettazione di chi ci ha letto, incolpino la natura non meno che noi, quale impose questa legge alle cose, che niuna si truovi arte quale non abbia avuto suoi inizi da cose mendose: nulla si truova insieme nato e perfetto. Chi noi seguirà, se forse sarà alcuno di studio e d’ingegno più prestante che noi, costui, quanto mi stimo, farà la pittura assoluta e perfetta.


Leon Battista Alberti

DE PICTURA

AD JOHANNEM FRANCISCUM ILLUSTRISSIMUM

PRINCIPEM MANTUANUM

Hos de pictura libros, princeps illustrissime, dono ad te deferri iussi quod intelligebam te maximum in modum his ingenuis artibus delectari, quibus quidem quantum ingenio et industria luminis et doctrinae attulerim ex libris ipsis, cum eos per otium legeris, intelliges. Etenim cum ita pacatam et bene tua virtute constitutam civitatem habeas ut otium tibi quod a republica vacans litterarum studiis tua pro consuetudine tribuas interdum non desit, futurum spero ut pro tua solita humanitate, qua non minus quam armorum gloria litterarumque peritia caeteros omnes principes longe exuperas, libros nostros minime negligendos ducas. Nam esse eos eiusmodi intelliges ut quae in illis tractentur cum arte ipsa auribus eruditis digna tum rei novitate facile delectare studiosos queant. Sed de libris hactenus. Mores meos doctrinamque si qua est et omnem vitam tum maxime poteris cognoscere cum dederis operam ut possim, prout mea fert voluntas, apud te esse. Denique putabo tibi opus non displicuisse ubi me tibi deditissimum voles annumerare inter familiares tuos et non in postremis commendatum habere.

LIBER I

1. De pictura his brevissimis commentariis conscripturi, quo clarior sit nostra oratio, a mathematicis ea primum, quae ad rem pertinere videbuntur, accipiemus. Quibus quidem cognitis, quoad ingenium suppeditabit, picturam ab ipsis naturae principiis exponemus. Sed in omni nostra oratione spectari illud vehementer peto non me ut mathematicum sed veluti pictorem hisce de rebus loqui. Illi enim solo ingenio, omni seiuncta materia, species et formas rerum metiuntur. Nos vero, quod sub aspectu rem positam esse volumus, pinguiore idcirco, ut aiunt, Minerva scribendo utemur. Ac recte quidem esse nobiscum actum arbitrabimur si quoquo pacto in hac plane difficile et a nemine quod viderim alio tradita litteris materia, nos legentes intellexerint. Peto igitur nostra non ut puro a mathematico sed veluti a pictore tantum scripta interpretentur.

2. Itaque principio novisse oportet punctum esse signum, ut ita loquar, quod minime queat in partes dividi. Signum hoc loco appello quicquid in superficie ita insit ut possit oculo conspici. Quae vero intuitum non recipiunt, ea nemo ad pictorem nihil pertinere negabit. Nam ea solum imitari studet pictor quae sub luce videantur. Puncta quidem si continenter in ordine iungantur lineam extendent. Erit itaque apud nos linea signum cuius longitudo sane in partes dividi possit, sed erit usque adeo latitudine tenuissima ut nusquam findi queat. Linearum alia recta dicitur, alia flexa. Recta linea est signum a puncto ad punctum directe in longum protensum. Flexa ea est quae a puncto ad punctum non recto gressu sed facto sinu fluxerit. Lineae plures quasi fila in tela adacta si cohaereant, superficiem ducent. Est namque superficies extrema corporis pars quae non profunditate aliqua sed latitudine tantum longitudineque atque perinde suis qualitatibus cognoscatur. Qualitatum aliae ita superficiei inhaerent ut prorsus nisi alterata superficie minime semoveri aut seiungi queant. Aliae vero qualitates huiusmodi sunt, ut eadem facie superficiei manente, ita sub aspectu tamen iaceant, ut superficies visentibus alterata esse videatur. Perpetuae autem superficierum qualitates geminae sunt. Una quidem quae per extremum illum ambitum quo superficies clauditur notescat, quem quidem ambitum nonnulli horizontem nuncupant; nos, si liceat, latino vocabulo similitudine quadam appellamus oram aut, dum ita libeat, fimbriam. Eritque et ipsa fimbria aut unica linea aut pluribus lineis perfinita, unica ut circulari, pluribus ut altera flexa altera recta, aut etiam quae pluribus rectis aut pluribus flexis lineis ambiatur. Circularis quidem linea est ipsa fimbria quae totum circulum continet. Circulus vero est forma superficiei quam linea veluti corona obambit, quod si in medio aderit punctus, omnes radii ab hoc ipso puncto directe ad coronam ducti longitudine inter se equales sunt. Ac is idem medius punctus centrum circuli dicitur. Linea idcirco recta quae bis coronam circuli secuerit perque centrum recta ibit, ea diameter circuli apud mathematicos vocatur. Nos hanc ipsam nominemus centricam. Sitque hoc apud nos loco ab ipsis mathematicis persuasum quod aiunt lineam nullam aequos angulos a corona circuli signare nisi quae recta ipsum centrum attingat.

3. Sed ad superficies redeamus. Ex his enim quae recensui facile intelligi potest ut, tractu fimbriae immutato, ipsa superficies et faciem et nomen quoque pristinum perdat, atque quae triangulus fortasse dicebatur nunc tetrangulus aut plurium deinceps angulorum nuncupabitur. Dicetur quidem fimbria mutata si lineae aut anguli non modo plures sed obtusiores longioresve vel acutiores brevioresve quoquo pacto fiant. Is locus admonet ut de angulis nonnihil recenseamus. Est enim angulus extremitas superficiei a duabus lineis se invicem secantibus confectus. Angulorum tria sunt genera: rectum, obtusum atque acutum. Angulus rectus unus est ex quattuor angulis qui a duabus rectis lineis sese mutuo secantibus ita conscribitur ut cuivis reliquorum trium sit aequalis. Hinc est quod aiunt omnes recti anguli inter se sunt aequales. Obtusus angulus est qui recto maior est. Acutus is est qui recto minor est.

4. Iterum ad superficiem redeamus. Docuimus quo pacto una per fimbriam qualitas superficiei inhaereat. Sequitur ut altera superficierum qualitas referatur, quae est, ut ita loquar, tamquam cutis per totum superficiei dorsum distenta. Ea in tres divisa est, nam alia uniformis et plana, alia tuberosa et sphaerica, alia incurva et concava dicitur. Quarto loco his addendae sunt superficies quae ex duabus harum superficierum compositae sunt. De his postea. Nunc de primis: plana superficies ea est quam in quavis parte sui recta superducta regula aeque contingat. Huic persimilis erit superficies purissimae aquae. Sphaerica superficies dorsum sphaerae imitatur. Sphaeram diffiniunt corpus rotundum in omnes partes volubile cuius in medio punctus inest a quo extremae omnes illius corporis partes aeque distant. Concava superficies ea est quae interius extremum sub ultima, ut ita dixerim, cute sphaerae subiacet, ut sunt in textis ovorum intimae superficies. Composita vero superficies ea est quae una dimensione planitiem, altera aut concavam aut sphaericam superficiem imitetur, quales sunt interiores fistularum et exteriores columnarum superficies.

5. Itaque et ambitu et dorso inhaerentes qualitates cognomenta superficiebus, ut diximus, imposuerunt. At vero qualitates quae non alterata superficie non tamen semper eundem aspectum exhibent, duae item sunt, nam aut loco aut luminibus mutatis tamen variatae intuentibus videntur. De loco prius dicendum, postea de luminibus. Ac perscrutendum quidem est quonam pacto mutato loco ipsae superficiei inhaerentes qualitates immutatae esse videantur. Equidem haec ad vim oculorum spectant. Nam situ mutato aut maiores aut omnino non eiusdem quam hactenus fuerant fimbriae, aut item colore fraudatae superficies appareant necesse est, quas res omnes intuitu metimur. Id quidem qua ratione fiat perscrutemur, exordiamurque a philosophorum sententia, qui metiri superficies affirmant radiis quibusdam quasi visendi ministris, quos idcirco visivos nuncupant, quod per eos rerum simulacra sensui imprimantur. Nam ipsi idem radii inter oculum atque visam superficiem intenti suapte vi ac mira quadam subtilitate pernicissime congruunt, aera corporaque huiusmodi rara et lucida penetrantes quoad aliquod densum vel opacum offendant, quo in loco cuspide ferientes e vestigio haereant. Verum non minima fuit apud priscos disceptatio a superficie an ab oculo ipsi radii erumpant. Quae disceptatio sane difficilis atque apud nos admodum inutilis pretereatur. Ac imaginari quidem deceat radios, quasi fila quaedam distenta et prorsus tenuissima uno capite quasi in manipulum arctissime colligata, una simul per oculum interius, ubi sensus visus consideat, recipi, quo loco non secus atque truncus radiorum adstent, a quo quidem exeuntes in longum laxati radii veluti rectissima virgulta ad oppositam superficiem effluant. Sed hos inter radios nonnulla differentia est quam tenuisse pernecessarium arbitror. Differunt quidem viribus et officio, nam alii fimbrias superficierum contingentes totas quantitates superficiei metiuntur. Hos autem, quod ultimas partes superficiei libando volitant, extrinsecos radios appellemus. Alii quidem radii ab omni dorso superficiei seu recepti seu fluentes, intra eam pyramidem, de qua paulo post suo loco dicemus, suum quoque officium peragunt, nam coloribus et luminibus imbuuntur iisdem quibus ipsa superficies refulgeat. Hos ergo medios radios nuncupemus. Est quoque ex radiis mediis quidam qui similitudine quadam centricae de qua supra diximus lineae, dicatur centricus, quod in superficie ita perstet ut circa se aequales utrinque angulos reddat. Itaque tres radiorum species repertae sunt: extremorum, mediorum et centrici.

6. Perscrutemur igitur quid quique radii ad visendum conferant; ac primo de extremis, postea de mediis, tum de centrico dicendum erit. Radiis quidem extremis quantitates metiuntur. Est enim quantitas spatium inter duo disiuncta puncta fimbriae transiens per superficiem, quod oculus quasi circino quodam instrumento his extremis radiis metitur. Suntque tot in superficie quantitates quot sunt disiuncta in fimbria sese correspicientia puncta; nam cum proceritatem quae inter supremum et infimum, seu latitudinem quae inter dextrum et sinistrum, seu crassitudinem quae inter propinquius et remotius, seu caeteras quasvis dimensiones aspectu recognoscimus, his tantum radiis extremis utimur. Ex quo illud dici solitum est visum per triangulum fieri cuius basis visa quantitas cuiusve latera sunt iidem ipsi radii qui a punctis quantitatis ad oculum protenduntur. Ac illud quidem certissimum est nisi per hunc ipsum triangulum quantitatem nullam videri. Latera ergo trianguli visivi patent. Anguli quidem in hoc ipso triangulo duo sunt alterutra illa quantitatis capita; tertius vero angulus est is qui basi oppositus intra oculum consistit. Neque hoc loco disputandum est utrum in ipsa iunctura interioris nervi visus, ut aiunt, quiescat, an in superficie oculi quasi in speculo animato imagines figurentur. Sed nec omnia quidem oculorum ad visendum hoc munera referenda sunt. Satis enim erit his commentariis succinte quae ad rem pernecessaria sint demonstrasse. Cum igitur in oculo consistat angulus visivus, regula deducta est haec: quo videlicet acutior sit in oculo angulus, eo quantitatem breviorem apparere. Ex quo plane discitur cur sit quod multo intervallo quantitas ad punctum usque extenuata esse videatur. Verum haec cum ita sint, fit tamen nonnullis superficiebus ut quo illi propinquior sit visentis oculus eo minorem, quo remotior eo longe plurimam superficiei partem videat. Quod in sphaerica superficie ita esse discitur. Quantitates ergo pro intervallo minores ac maiores intuentibus nonnunquam videntur. Cuius rei qui probe rationem tenuerit minime dubitabit medios aliquos radios aliquando fieri extremos extremosque intervallo mutato item fieri medios; atque idcirco intelliget ubi medii radii sint facti extremi, illico quantitatem breviorem apparere, contraque cum extremi radii intra fimbriam recipiantur, quo magis a fimbria distent, eo maiorem quantitatem videri.

7. Hic solitus sum apud familiares regulam exponere: quo plures radiorum videndo occupentur, eo quantitatem prospectam grandiorem existimari; quo autem pauciores, eo minorem. Caeterum ii radii extremi dentatim universam fimbriam superficiei comprehendentes ipsam totam superficiem quasi cavea circumducunt. Unde illud aiunt visum per pyramidem radiosam fieri. Dicendum idcirco est pyramis quid sit, quove pacto ea radiis construatur. Eam nos nostra Minerva describamus. Pyramis est figura corporis oblongi ab cuius basi omnes lineae rectae sursum protractae ad unicam cuspidem conterminent. Basis pyramidis visa superficies est, latera pyramidis radii ipsi visivi quos extrinsecos nuncupari diximus. Cuspis pyramidis illic intra oculum considet, ubi in unum anguli quantitatum in triangulis conveniunt. Hactenus de extrinsecis radiis ex quibus pyramis concipitur, qua omni ex ratione constat multum interesse quae intervalla inter superficiem et oculum interiaceant. Sequitur ut de mediis radiis dicendum sit. Radii medii sunt ea multitudo radiorum quae ab radiis extrinsecis septa intra pyramidem continetur. Atque hi quidem radii id agunt quod aiunt camaleonta animal et huiusmodi feras metu conterritas solere propinquarum rerum colores suscipere ne a venatoribus facile reperiantur. Hoc ipsum medii radii exequuntur, nam a contactu superficiei usque ad cuspidem pyramidis toto tractu ita colorum et luminum reperta varietate inficiuntur, ut quovis loco rumperentur, eodem loco ipsum inhaustum lumen atque eundem colorem expromerent. Ac de his mediis radiis re primum ipsa cognitum est eos multo intervallo deficere aciemque hebetiorem agere. Demum id cur ita sit ratio reperta est, nam cum iidem ceterique omnes radii visivi luminibus et coloribus imbuti atque graves aerem pervadant sitque aer ipse nonnulla crassitudine suffusus, fit ut multa pars oneris, dum aerem perterebrant, fessis radiis deficiat. Idcirco recte aiunt quo maior distantia sit, eo superficiem subobscuriorem et magis fuscam videri.

8. Restat ut de centrico radio dicamus. Centricum radium dicimus eum qui solus ita quantitatem feriat ut utrinque anguli angulis sibi cohaerentibus respondeant. Equidem et quod ad hunc centricum radium attinet verissimum est hunc esse omnium radiorum acerrimum et vivacissimum. Neque negandum est quantitatem nunquam maiorem videri quam cum centricus in eam radius institerit. Possent plura de centrici radii vi et officio referri. Tantum hoc non praetermittatur, hunc unicum radium quasi unita quadam congressione a caeteris radiis constipatum foveri, ut merito dux radiorum plane ac princeps dici debeat. Reliqua vero, quae ad ostentandum ingenium pertinuissent magis quam ad ea de quibus dicere instituimus, praetereantur. Multa etiam de radiis suis locis accommodatius dicentur. Hoc autem loco sit, quantum commentariorum brevitas postulat, satis ea retulisse ex quibus dubitet nemo hoc ita esse quod quidem satis demonstratum puto: intervallo scilicet centricique radii positione mutatis illico superficiem alteratam videri. Nam ea quidem aut minor aut maior aut denique pro linearum et angulorum inter se concinnitate immutata apparebit. Centrici ergo positio distantiaque ad certitudinem visus plurimum conferunt. Est quoque tertium aliquid ex quo superficies difformes et variae intuentibus exhibeantur. Id quidem est luminum receptio. Nam videre licet in sphaerica atque concava superficie, si unicum tantum adsit lumen, una parte subobscuram alia clariorem esse superficiem, ac eodem intervallo centricaque positione pristina manente, modo ea ipsa superficies diverso quam prius lumine subiaceat, videbis fuscas illic esse partes eas quae sub diverso antea lumine sitae clarebant, atque esse easdem claras quae prius obumbratae erant. Tum etiam si plura circumstent lumina, pro luminum numero et viribus variae suis locis maculae candoris et obscuritatis micabunt. Haec res experimento ipso comprobatur.

9. Sed hic locus admonet ut de luminibus et coloribus aliqua referamus. Colores a luminibus variari palam est, siquidem omnis color non idem conspectu est in umbra ac sub radiis luminum positus. Nam umbra fuscum colorem, lumen vero clarum et apertum exhibet. Dicunt philosophi posse videri nil quod ipsum non sit lumine coloreque vestitum. Maxima idcirco inter colores et lumina cognatio est ad visum agendum, quae quanta sit hinc intelligitur, quod lumine pereunte colores ipsi quoque pereunt, redeunteque luce una et ipsi cum viribus luminum colores restaurantur. Quae res cum ita sit, videndum est ergo de coloribus primo. Dehinc investigabimus quemadmodum colores sub luminibus varientur. Missam faciamus illam philosophorum disceptationem qua primi ortus colorum investigantur. Nam quid iuvat pictorem novisse quonam pacto ex rari et densi aut ex calidi et sicci frigidi humidique permixtione color extet? Neque tamen eos philosophantes aspernandos putem qui de coloribus ita disputant ut species colorum esse numero septem statuant: album atque nigrum duo colorum extrema, unum quidem intermedium, tum inter quodque extremum atque ipsum medium binos, quod alter plus altero de extremo sapiat, quasi de limite ambigentes, collocant. Pictorem sane novisse sat est qui sint colores et quibus in pictura modis iisdem utendum sit. Nolim a peritioribus redargui, qui dum philosophos sectantur, duos tantum esse in rerum natura integros colores asserunt, album et nigrum, caeteros autem omnes ex duorum permixtione istorum oriri. Ego quidem ut pictor de coloribus ita sentio permixtionibus colorum alios oriri colores paene infinitos, sed esse apud pictores colorum vera genera pro numero elementorum quattuor, ex quibus plurimae species educantur. Namque est igneus, ut ita loquar, color quem rubeum vocant, tum et aeris qui celestis seu caesius dicitur, aquaeque color viridis; terra vero cinereum colorem habet. Caeteros omnes colores veluti diaspri et porphyrii lapidis ex permixtione factos videmus. Genera ergo colorum quattuor quorum pro albi et nigri admixtione sunt species admodum innumerabiles. Narn videmus frondes virentes gradibus deserere viriditatem quoad albescant. Idque ipsum videmus in ipso aere ut circa horizontem plerunque albente vapore suffusus sensim ad proprium colorem redeat. Tum et in rosis hoc videmus ut aliae plenam et incensam purpuram, aliae genas virgineas, aliae candidum ebur imitentur. Terrae quoque color pro albi et nigri admixtione suas species habet.

10. Non igitur albi permixtio genus colorum immutat sed species ipsas creat Cui quidem persimilem vim niger color habet, nam nigri admixtione multae colorum species oriuntur, quod quidem pulchre ex umbra qua ipse color alteratur patet, siquidem crescente umbra coloris claritas et albedo deficit, lumine vero insurgente clarescit et fit candidior. Ergo pictori satis persuaderi potest album et nigrum minime esse veros colores sed colorum, ut ita dixerim, alteratores, siquidem nihil invenit pictor quo ultimum luminis candorem referat praeter album solumque nigrum quo ultimas tenebras demonstret. Adde his quod album aut nigrum nusquam invenies quod ipsum non sub aliquo genere colorum sit.

11. Sequitur de vi luminum. Lumina alia siderum ut solis et lunae et luciferae stellae, alia lampadum et ignis. At inter haec magna differentia est, nam lumina siderum admodum pares corporibus umbras referunt, ignis vero umbrae maiores quam ipsa corpora sunt. Atqui fit umbra cum radii luminum intercipiuntur. Radii intercepti aut alio flectuntur aut in se ipsos reciprocantur. Flectuntur veluti cum a superficie aquae radii solis in lacunaria exiliunt, fitque omnis radiorum flexio angulis inter se, ut probant mathematici, aequalibus. Sed haec ad aliam partem picturae pertinent. Radii flexi eo colore imbuuntur quem in ea a qua flectuntur superficie invenerint. Hoc ita videmus fieri cum facies perambulantium in pratis subvirides apparent.

12. Dixi ergo de superficiebus. Dixi de radiis. Dixi quo pacto visendo ex triangulis coaedificetur pyramis. Probavimus quam maxime intersit intervallum centricique radii positionem ac luminum receptionem certam esse. Verum cum uno aspectu non unam modo sed et plurimas quoque superficies intueamur, posteaquam de singulis superficiebus non omnino ieiune conscripsimus, nunc investigandum est quemadmodum coniunctae sese superficies efferant. Singulae quidem superficies, ut docuimus, propria pyramide suis coloribus et luminibus referta gaudent. Quod cum ex superficiebus corpora integantur, totae corporum prospectae quantitates unicam pyramidem referent tot minutis pyramidibus gravidam quot eo prospectu superficies radiis comprehendantur. Haec cum ita sint, dicet tamen quispiam quid tanta indagatio pictori ad pingendum afferet emolumenti. Nempe ut intelligat se futurum artificem plane optimum ubi optime superficierum discrimina et proportiones notarit, quod paucissimi admodum noverunt. Nam si rogentur quid in ea quam tingunt superficie conentur assequi, omnia rectius possunt quam quid ita studeant respondere. Quare obsecro nos audiant studiosi pictores. Quae enim didicisse iuvabit, ea a quovis praeceptore discere nunquam fuit turpe. Ac discant quidem dum lineis circumeunt superficiem, dumque descriptos locos implent coloribus, nihil magis queri quam ut in hac una superficie plures superficierum formae repraesententur, non secus ac si superficies haec, quam coloribus operiunt, esset admodum vitrea et perlucida huiusmodi ut per eam tota pyramis visiva permearet certo intervallo certaque centrici radii et luminis positione cominus in aere suis locis constitutis. Quod ipsum ita esse demonstrant pictores dum sese ab eo quod pingunt ammovent longiusque consistunt natura duce cuspidem pyramidis quaeritantes unde omnia rectius concerni intelligunt. Sed cum haec sit unica seu tabulae seu parietis superficies in quam pictor plures una pyramide comprehensas superficies studet effingere, necesse est aliquo loco sui pyramidem visivam perscindi, ut istic quales fimbrias et colores intercisio dederit, tales pictor lineis et pingendo exprimat. Quae res cum ita sit, pictam superficiem intuentes intercisionem quandam pyramidis videre videntur. Erit ergo pictura intercisio pyramidis visivae secundum datum intervallum posito centro statutisque luminibus in datam superficiem lineis et coloribus arte repraesentata.

13. Iam vero, quoniam picturam diximus esse intercisionem pyramidis, omnia idcirco perscrutanda sunt ex quibus nobis intercisio sit notissima. Nobis ergo novissimus sermo habendus est de superficiebus a quibus pyramides pictura intercidendas manare demonstratum est. Superficierum aliae prostratae iacent ut pavimenta aedificiorum et caeterae superficies aeque a pavimento distantes, aliae in latus incumbunt ut sunt parietes et caeterae superficies parietibus collineares. Inter se autem aeque distare superficies dicuntur cum intermedia inter eas distantia omni loco eadem est. Collineares superficies illae sunt quas eadem continuata recta linea omni in parte sui aeque contingit, uti sunt superficies quadratarum columnarum quae rectum in ordinem ad porticum adstant. Haec illis quae supra de superficiebus diximus addenda sunt. His vero, quae de radiis cum extrinsecis tum intrinsecis et centrico, atque his quae supra de pyramide visiva recensuimus, addenda est illa mathematicorum sententia ex qua illud probatur quod, si linea recta duo alicuius trianguli latera intersecet, sitque haec ipsa secans et novissime triangulum condens linea alterae lineae prioris trianguli aequedistans, erit tunc quidem is maior triangulus huic minori proportionalis. Haec mathematici.

14. At nos quo clarior sit nostra orario, latius hanc propositionem explicabimus. Intelligendum est quid sit hoc loco proportionale pictori. Dicimus proportionales esse triangulos quorum latera et anguli inter se eandem admodum rationem servant, quod si alterum trianguli latus sit in longitudine bis quam basis atque semis et alterum ter, omnes hi eiusmodi trianguli seu sint illi quidem maiores hoc seu minores, modo eandem laterum ad basim, ut ita loquar, convenientiam habeant, erunt inter se apud nos proportionales. Nam quae ratio partis ad partem extat in maiori triangulo, eadem in minori. Ergo trianguli qui ita se habeant omnes inter se proportionales sunt. Hoc quoque ut apertius intelligatur similitudine quadam utemur. Est quidem homo pusillus homini maximo proportionalis, nam eadem fuit proportio palmi ad passum et pedis ad reliquas sui corporis partes in Evandro quae fuit in Hercule, quem Gelius supra alios homines procerum et magnum fuisse coniectatur. Neque tamen fuit alia in membris Herculis proportio quam fuit in Antaei gigantis corpore, siquidem utrisque manus ad cubitum et cubiti ad proprium caput et caeterorum membrorum symmetria pari inter se ordine congruebat. Hoc ipsum in triangulis evenit, ut sit aliqua inter triangulos commensuratio, per quam minor cum maiori caeteris in rebus praeterquam in magnitudine conveniat. Haec autem si satis intelliguntur, statuamus mathematicorum sententia quantum ad rem nostram conducit, omnem intercisionem alicuius trianguli aequedistantem a basi triangulum constituere illi suo maiori triangulo proportionalem. Etenim quae inter se proportionalia sunt, in his omnes partes respondent. In quibus vero diversae et non congruentes partes adsunt, hae minime proportionales sunt.

15. Partes trianguli visivi sunt anguli ipsi et radii, qui quidem erunt in proportionalibus quantitatibus admodum pares ac in non proportionalibus erunt dispares; tum et altera istarum non proportionalium visa quantitas aut pluros occupabit radios aut pauciores. Nosti ergo quemadmodum minor triangulus aliquis maiori proportionalis sit, et meministi ex triangulis pyramidem visivam construi. Ergo omnis noster sermo de triangulis habitus ad pyramidem traducatur, ac persuasum quidem apud nos sit nullas quantitates superficiei, quae aeque ab intercisione sui distent, in pictura alterationem aliquam facere. Nam sunt illae quidem aequedistantes quantitates in omni aequedistanti intercisione suis proportionalibus pares. Quae res cum ita sit, sequitur illud quod non alteratis quantitatibus ex quibus fimbria efficitur nulla fimbriae alteratio in pictura succedit. Itaque illud manifestum est omnem pyramidis visivae intercisionem a visa superficie aequedistantem illi prospectae superficiei esse conproportionalem.

16. Diximus de superficiebus intercisioni proportionalibus, hoc est superficiei pictae aequedistantibus. Verum cum perplurimae pingendae superficies non aequedistantes adsint, de his nobis investigatio diligens habenda est quo omnis ratio intercisionis explicetur. Etenim longum esset perdifficileque atque obscurissimum in his triangulorum ac pyramidis intercisionibus omnia mathematicorum regula prosequi. Idcirco nostro more ut pictores dicendo procedamus.

17. Referamus brevissime aliqua de quantitatibus non aequedistantibus, quibus perceptis facilis erit omnis non aequedistantis superficiei cognitio. Quantitatum ergo non aequedistantium aliae radiis visivis collineares, aliae radiis aliquibus visivis aequedistantes sunt. Quantitates radiis collineares, quoniam triangulum non efficiant radiorumque numerum non occupent, locum idcirco nullum in intercisione adipiscuntur. At in quantitatibus radiis visivis aequedistantibus quanto qui maior est angulus ad basim trianguli erit obtusior, tanto ea quantitas minus radiorum excipiet atque idcirco in intercisione minus obtinebit spatii. Superficiem quantitatibus contegi diximus; at cum in superficiebus non raro eveniat ut in ea sint quantitates aliquae aeque ab intercisione distantes, caeterae vero eiusdem superficiei quantitates non aequedistent, eam ob rem fit ut quae in superficie adsunt aequedistantes quantitates, hae solae in pictura nullam alterationem faciant. Quae vero quantitates non aequedistant, hae quanto angulum qui in triangulo sit <ad basim> maior obtusiorem habebunt, tanto plus alterationis accipient.

18. Denique his omnibus addenda illa philosophorum opinio est qua affirmant, si coelum, sidera, maria, montes, animantiaque ipsa atque deinceps corpora omnia dimidio quam sint minora, superis ita volentibus, redderentur, fore ut nobis quaeque videantur nulla ex parte ac nunc sint diminuta apparerent. Nam magnum, parvum, longum, breve, altum, infimum, latum, arctum, clarum, obscurum, <luminosum>, tenebrosum et huiusmodi omnia, quae cum possint rebus adesse et non adesse, ea philosophi accidentia nuncuparunt, huiusmodi sunt ut omnis earum cognitio fiat comparatione. Aeneam inquit Virgilius totis humeris supra homines extare, at is, si Polyphemo comparetur, pygmaeus videbitur. Euryalum pulcherrimum fuisse tradunt, qui si Ganymedi a diis rapto comparetur, fortassis deformis videatur. Apud Hispanos pleraeque virgines candidae putantur, quae apud Germanos fuscae et atri coloris haberentur. Ebur argentumque colore alba sunt, quae si cigno aut niveis linteis comparentur, subpallentia videantur. Hac ratione in pictura tersissimae ac fulgentissimae quidem superficies apparent, cum illic albi ad nigrum eadem quae est in rebus ipsis luminati ad umbrosum proportio sit. Itaque comparationibus haec omnia discuntur. Inest enim in comparandis rebus vis, ut quid plus, quid minus, quidve aequale adsit, intelligamus. Ex quo magnum esse dicimus quod sit hoc parvo maius, maximum quod sit hoc magno maius, lucidum quod sit obscuro clarius, lucidissimum quod sit hoc claro lucidius. Fit quidem comparatio ad res imprimis notissimas. Sed cum sit homo rerum omnium homini notissimus, fortassis Protagoras, hominem inquiens modum et mensuram rerum omnium esse, hoc ipsum intelligebat rerum omnium accidentia hominis accidentibus recte comparari atque cognosci. Haec eo spectant ut intelligamus in pictura quantulacunque pinxeris corpora, ea pro illic picti hominis commensuratione grandia aut pusilla videri. Hanc sane vim comparationis pulcherrime omnium antiquorum prospexisse Timanthes mihi videri solet, qui pictor, ut aiunt, Cyclopem dormientem parva in tabella pingens fecit iuxta satyros pollicem dormientis amplectentes ut ea satyrorum commensuratione dormiens multo maximus videretur.

19. Hactenus a nobis ferme omnia dicta sunt quae ad visendi vim quaeve ad intercisionem cognoscendam spectant. Sed quia non modo quid sit atque ex quibus constet intercisio, verum etiam quemadmodum eadem fiat, ad rem pertinet, dicendum est de hac intercisione quanam arte pingendo exprimatur. De hac igitur, caeteris omissis, referam quid ipse dum pingo efficiam. Principio in superficie pingenda quam amplum libeat quadrangulum rectorum angulorum inscribo, quod quidem mihi pro aperta finestra est ex qua historia contueatur, illicque quam magnos velim esse in pictura homines determino. Huiusque ipsius hominis longitudinem in tres partes divido, quae quidem mihi partes sunt proportionales cum ea mensura quam vulgus brachium nuncupat. Nam ea trium brachiorum, ut ex symmetria membrorum hominis patet, admodum communis humani corporis longitudo est. Ista ergo mensura iacentem infimam descripti quadranguli lineam in quot illa istiusmodi recipiat partes divido, ac mihi quidem haec ipsa iacens quadranguli linea est proximiori transversae et aequedistanti in pavimento visae quantitati proportionalis. Post haec unicum punctum quo sit visum loco intra quadrangulum constituo, qui mihi punctus cum locum occupet ipsum ad quem radius centricus applicetur, idcirco centricus punctus dicatur. Condecens huius centrici puncti positio est non altius a iacenti linea quam sit illius pingendi hominis longitudo, nam hoc pacto aequali in solo et spectantes et pictae res adesse videntur. Posito puncto centrico, protraho lineas rectas a puncto ipso centrico ad singulas lineae iacentis divisiones, quae quidem mihi lineae demonstrant quemadmodum paene usque ad infinitam distantiam quantitates transversae successivae sub aspectu alterentur. Hic essent nonnulli qui unam ab divisa aequedistantem lineam intra quadrangulum ducerent, spatiumque, quod inter utrasque lineas adsit, in tres partes dividerent. Tum huic secundae aequedistanti lineae aliam item aequedistantem hac lege adderent, ut spatium, quod inter primam divisam et secundam aequedistantem lineam est, in tres partes divisum una parte sui excedat spatium id quod sit inter secundam et tertiam lineam, ac deinceps reliquas lineas adderent ut semper sequens inter lineas esset spatium ad antecedens, ut verbo mathematicorum loquar, superbipartiens. Itaque sic illi quidem facerent, quos etsi optimam quandam pingendi viam sequi affirment, eosdem tamen non parum errare censeo, quod cum casu primam aequedistantem lineam posuerint, tametsi caeterae aequedistantes lineae ratione et modo subsequantur, non tamen habent quo sit certus cuspidis ad bene spectandum locus. Ex quo non modici in pictura errores facile succedunt. Adde his quod istorum ratio admodum vitiosa esset, ubi centricus punctus aut supra aut infra picti hominis longitudinem adstaret. Tum etiam pictas res nullas veris rebus pares, nisi certa ratione distent, videri posse nemo doctus negabit. Cuius rei rationem explicabimus, siquando de his demonstrationibus picturae conscribemus, quas a nobis factas amici dum admirarentur miracula picturae nuncuparunt. Nam ad eam ipsam partem haec quae dixi maxime pertinent. Ergo ad rem redeamus.

20. Haec cum ita sint, ipse idcirco optimum hunc adinveni modum. In caeteris omnibus eandem illam et centrici puncti et lineae iacentis divisionem et a puncto linearum ductionem ad singulas iacentis lineae divisiones prosequor. Sed in successivis quantitatibus transversis hunc modum servo. Habeo areolam in qua describo lineam unam rectam. Hanc divido per eas partes in quas iacens linea quadranguli divisa est. Dehinc pono sursum ab hac linea punctum unicum ad alterum lineae caput perpendicularem tam alte quam est in quadrangulo centricus punctus a iacente divisa quadranguli linea distans, ab hocque puncto ad singulas huius ipsius lineae divisiones singulas lineas duco. Tum quantam velim distantiam esse inter spectantis oculum et picturam statuo, atque illic statuto intercisionis loco, perpendiculari, ut aiunt mathematici, linea intercisionem omnium linearum, quas ea invenerit, efficio. Perpendicularis quidem linea est ea quae aliam rectam lineam dividens angulos utrinque circa se rectos habeat. Igitur haec mihi perpendicularis linea suis percisionibus terminos dabit omnis distantiae quae inter transversas aequedistantes pavimenti lineas esse debeat. Quo pacto omnes pavimenti parallelos descriptos habeo. Est enim parallelus spatium quod intersit inter duas aequedistantes lineas de quibus supra nonnihil tetigimus. Qui quidem quam recte descripti sint inditio erit, si una eademque recta continuata linea in picto pavimento coadiunctorum quadrangulorum diameter sit. Est quidem apud mathematicos diameter quadranguli recta quaedam linea ab angulo ad sibi oppositum angulum ducta, quae in duas partes quandrangulum dividat ita ut ex quadrangulo duos triangulos efficiat. His ergo diligenter absolutis, unam item superduco transversam aeque a ceteris inferioribus distantem lineam, quae duo stantia magni quadrati latera secet, perque punctum centricum permeet. Haec mihi quidem linea est terminus atque limes, quem nulla non plus alta quam sit visentis oculus quantitas excedat. Eaque quod punctum centricum pervadat, idcirco centrica dicatur. Ex quo fit ut qui picti homines in ulteriori parallelo steterint, iidem longe minores sint quam qui in anterioribus adstant, quam rem quidem a natura ipsa ita ostendi palam est. Nam in templis perambulantium hominum capita videmus fere in altum aequalia nutare, pedes vero eorum qui longius absint forte ad genu anteriorum respondere.

21. Haec omnis dividendi pavimenti ratio maxime ad eam picturae partem pertinet, quam nos compositionem suo loco nominabimus. Et huiusmodi est ut verear ne ob materiae novitatem obque hanc commentandi brevitatem parum a legentibus intelligatur. Nam, ut ex operibus priscis facile intelligimus, eadem fortassis apud maiores nostros, quod esset obscura et difficillima, admodum incognita latuit. Vix enim ullam antiquorum historiam apte compositam, neque pictam, neque fictam, neque sculptam reperies.

22. Qua de re haec a me dicta sunt breviter et, ut existimo, non omnino obscure, sed intelligo qualia sint ut cum in his nullam eloquentiae laudem adipisci queam, tum eadem qui primo aspectu non comprehenderit, vix ullo unquam vel ingenti labore apprehendat. Subtilissimis autem et ad picturam bene pronis ingeniis haec, quoquomodo dicantur, facillima sane et pulcherrima sunt, quae quidem rudibus et a natura parum ad has nobilissimas artes pronis, etiam si ab eloquentissimis dicantur, admodum ingrata sunt. A nobis vero eadem, quod sine ulla eloquentia brevissime recitata sint, fortassis non sine fastidio leguntur. Sed velim nobis dent veniam si, dum imprimis volui intelligi, id prospexi ut clara esset nostra oratio magis quam compta et ornata. Quae vero sequentur minus, ut spero, tedium legentibus afferent.

23. Diximus ergo de triangulis, de pyramide, de intercisione, quae dicenda videbantur, quas res tamen consuevi apud familiares prolixius quadam geometrica ratione cur ea ita essent demonstrare, quod his commentariis brevitatis causa praetermittendum censui. Hic enim sola prima picturae artis rudimenta pictor quidem pictoribus recensui. Eaque idcirco rudimenta nuncupari volumus, quod ineruditis pictoribus prima artis fundamenta iecerint. Sed huiusmodi sunt ut qui eadem probe tenuerit, is cum ad ingenium tum ad cognoscendam picturae definitionem, tum etiam ad ea de quibus dicturi sumus, non minimum profuisse intelligat. Neque sit qui dubitet futurum pictorem nunquam bonum eum, qui quae pingendo conetur non ad unguem intelligat. Frustra enim arcu contenditur, nisi quo sagittam dirigas destinatum habeas. Ac velim quidem apud nos persuasum esse eum solum fore pictorem optimum, qui optime cum fimbrias tum superficierum qualitates omnes notasse didicerit. Contraque eum futurum nunquam bonum arteficem affirmo, qui non diligentissime quae diximus omnia tenuerit.

24. Idcirco nobis haec de superficiebus et intercisione dicta pernecessaria fuere. Sequitur ut pictorem instituamus quemadmodum quae mente conceperit ea manu imitari queat.

LIBER II

25. Sed quoniam hoc perdiscendi studium forte nimis laboriosum iuvenibus videri potest, idcirco hoc loco ostendendum censeo quam sit pictura non indigna, in qua omnem operam et studium consumamus. Nam habet ea quidem in se vim admodum divinam non modo ut quod de amicitia dicunt, absentes pictura praesentes esse faciat, verum etiam defunctos longa post saecula viventibus exhibeat, ut summa cum artificis admiratione ac visentium voluptate cognoscantur. Refert Plutarchus Cassandrum unum ex Alexandri ducibus, quod simulacrum iam defuncti Alexandri intueretur, in quo regis maiestatem cognovisset, toto cum corpore trepidasse, Agesilaumque Lacenam, quod se esse admodum deformem intelligeret, suam recusasse a posteris effigiem cognosci, eaque de re neque pingi a quoquam neque fingi voluisse. Itaque vultus defunctorum per picturam quodammodo vitam praelongam degunt. Quod vero pictura deos expresserit quos gentes venerentur, maximum id quidem mortalibus donum fuisse censendum est, nam ad pietatem qua superis coniuncti sumus, atque ad animos integra quadam cum religione detinendos nimium pictura profuit. Phidias in Elide Iovem fecisse dicitur, cuius pulchritudo non parum receptae religioni adiecerit. Iam vero ad delitias animi honestissimas atque ad rerum decus quantum conferat pictura, cum aliunde tum hinc maxime licet videre, quod nullam ferme dabis rem usque adeo pretiosam, quam picturae societas non longe cariorem multoque gratiosissimam efficiat. Ebur, gemmae et istiusmodi cara omnia pictoris manu fiunt pretiosiora. Aurum quoque ipsum picturae arte elaboratum longe plurimo auro penditur. Quin vel plumbum, metallorum vilissimum, si Phidiae aut Praxitelis manu in simulacrum aliquod deductum sit, argento rudi atque inelaborato esse pretiosius fortassis videbitur. Zeuxis pictor suas res donare ceperat, quoniam, ut idem aiebat, pretio emi non possent. Nullum enim pretium existimabat inveniri quod satisfaceret huic qui fingendis aut pingendis animantibus quasi alterum sese inter mortales deum praestaret.

26. Has ergo laudes habet pictura, ut ea instructi cum opera sua admirari videant, tum deo se paene simillimos esse intelligant. Quid, quod omnium artium vel magistra vel sane praecipuum pictura ornamentum est? Nam architectus quidem epistilia, capitula, bases, columnas fastigiaque et huiusmodi caeteras omnes aedificiorum laudes, ni fallor, ab ipso tantum pictore sumpsit. Pictoris enim regula et arte lapicida, sculptor, omnesque fabrorum officinae omnesque fabriles artes diriguntur. Denique nulla paene ars non penitus abiectissima reperietur quae picturam non spectet, ut in rebus quicquid adsit decoris, id a pictura sumptum audeam dicere. Sed et hoc in primis honore a maioribus honestata pictura est ut, cum caeteri ferme omnes artifices fabri nuncuparentur, solus pictor in fabrorum numero non esset habitus. Quae cum ita sint, consuevi inter familiares dicere picturae inventorem fuisse, poetarum sententia, Narcissum illum qui sit in florem versus, nam cum sit omnium artium flos pictura, tum de Narcisso omnis fabula pulchre ad rem ipsam perapta erit. Quid est enim aliud pingere quam arte superficiem illam fontis amplecti? Censebat Quintilianus priscos pictores solitos umbras ad solem circumscribere, demum additamentis artem excrevisse. Sunt qui referant Phyloclem quendam Aegyptium et Cleantem nescio quem inter primos huius artis repertores fuisse. Aegyptii affirmant sex millibus annorum apud se picturam in usu fuisse prius quam in Graeciam esset translata. E Graecia vero in Italiam dicunt nostri venisse picturam post Marcelli victorias ex Sicilia. Sed non multum interest aut primos pictores aut picturae inventores tenuisse, quando quidem non historiam picturae ut Plinius sed artem novissime recenseamus, de qua hac aetate nulla scriptorum veterum monumenta quae ipse viderim extant, tametsi ferunt Euphranorem Isthmium nonnihil de symmetria et coloribus scripsisse, Antigonum et Xenocratem de picturis aliqua litteris mandasse, tum et Apellem ad Perseum de pictura conscripsisse. Refert Laertius Diogenes Demetrium quoque philosophum picturam commentatum fuisse. Tum etiam existimo, cum caeterae omnes bonae artes monumentis litterarum a maioribus nostris commendatae fuerint, picturam quoque a nostris Italis non fuisse scriptoribus neglectam. Nam fuere quidem antiquissimi in Italia Etrusci pingendi arte omnium peritissimi.

27. Censet Trismegistus vetustissimus scriptor una cum religione sculpturam et picturam exortam: sic enim inquit ad Asclepium: humanitas memor naturae et originis suae deos ex sui vultus similitudine figuravit. Sed quis negabit omnibus in rebus cum publicis tum privatis, profanis religiosisque picturam sibi honestissimas partes vendicasse, ut nullum artificium apud mortales tanti ab omnibus existimatum inveniam? Referuntur de tabulis pictis pretia paene incredibilia. Aristides Thebanus picturam unicam centum talentis vendidit. Rhodum non incensam a Demetrio rege, ne Protogenis tabula periret, referunt. Rhodum ergo unica pictura fuisse ab hostibus redemptam possumus affirmare. Multa praeterea huiusmodi a scriptoribus collecta sunt, quibus aperte intelligas semper bonos pictores in summa laude et honore apud omnes fuisse versatos, ut etiam nobilissimi ac praestantissimi cives philosophique et reges non modo pictis rebus sed pingendis quoque maxime delectarentur. L. Manilius civis Romanus et Fabius homo in urbe nobilissimus pictores fuerunt. Turpilius eques Romanus Veronae pinxit. Sitedius pretorius et proconsularis pingendo nomen adeptus est. Pacuvius poeta tragicus, Ennii poetae nepos ex filia, Herculem in foro pinxit. Socrates, Plato Metrodorusque Pyrrhoque philosophi pictura claruere. Nero, Valentinianusque atque Alexander Severus imperatores pingendi studiosissimi fuere. Longum esset referre quot principes quotve reges huic nobilissimae arti dediti fuerint. Tum etiam minime decet omnem pictorum veterum turbam recensere, quae quidem quanta fuerit hinc conspici potest quod Demetrio Phalereo, Phanostrati filio, trecentaesexaginta statuae partim equestres partim in curribus et bigis ferme intra quadringentos dies fuere consumatae. Ea vero in urbe, in qua tantus fuerit sculptorum numerus, utrum et pictores non paucos fuisse arbitrabimur? Sunt quidem cognatae artes eodemque ingenio pictura et sculptura nutritae. Sed ipse pictoris ingenium, quod in re longe difficillima versetur, semper praeferam. Verum ad rem redeamus.

28. Ingens namque fuit et pictorum et sculptorum illis temporibus turba, cum et principes et plebei et docti atque indocti pictura delectabantur, cumque inter primas ex provinciis praedas signa et tabulas in theatris exponebant; eoque processit res ut Paulus Aemilius caeterique non pauci Romani cives filios inter bonas artes ad bene beateque vivendum picturam edocerent. Qui mos optimus apud Graecos maxime observabatur, ut ingenui et libere educati adolescentes, una cum litteris, geometria et musica, pingendi quoque arte instruerentur. Quin et feminis etiam haec pingendi facultas honori fuit. Martia, Varronis filia, quod pinxerit apud scriptores celebratur. Ac fuit quidem tanta in laude et honore pictura ut apud Graecos caveretur edicto ne servis picturam discere liceret; neque id quidem iniuria, nam est pingendi ars profecto liberalibus ingeniis et nobilissimis animis dignissima, maximumque optimi et praestantissimi ingenii apud me semper fuit inditium illius quem in pictura vehementer delectari intelligerem. Tametsi haec una ars et doctis et indoctis aeque admodum grata est, quae res nulla fere alia in arte evenit ut quod peritos delectat imperitos quoque moveat. Neque facile quempiam invenies qui non maiorem in modum optet se in pictura profecisse. Ipsam denique naturam pingendo delectari manifestum est. Videmus enim naturam ut saepe in marmoribus hippocentauros regumque barbatas facies effigiet. Quin et aiunt in gemma Pyrrhi novem musas cum suis insignibus distincte a natura ipsa fuisse depictas. Adde his quod nulla ferme ars est in qua perdiscenda ac exercenda omnis aetas et peritorum et imperitorum tanta cum voluptate versetur. Liceat de me ipso profiteri. Si quando me animi voluptatis causa ad pingendum confero, quod facio sane persaepius cum ab aliis negotiis otium suppeditat, tanta cum voluptate in opere perficiendo insisto ut tertiam et quartam quoque horam elapsam esse postea vix possim credere.

29. Itaque voluptatem haec ars affert dum eam colas, laudem, divitias ac perpetuam famam dum eam bene excultam feceris. Quae res cum ita sit, cum sit pictura optimum et vetustissimum ornamentum rerum, liberis digna, doctis atque indoctis grata, maiorem in modum hortor studiosos iuvenes ut, quoad liceat, picturae plurimam operam dent. Proxime eos moneo, qui picturae studiosissimi sunt, ut omni opera et diligentia prosequantur ipsam perfectam pingendi artem tenere. Sit vobis, qui pictura praestare contenditis, cura in primis nominis et famae, quam veteres assequutos videtis, ac meminisse quidem iuvabit semper adversam laudi et virtuti fuisse avaritiam. Quaestui enim intentus animus raro posteritatis fructum assequetur. Vidi ego plerosque in ipso quasi flore perdiscendi illico decidisse ad quaestum et nec divitias nec laudem ullam inde fuisse adeptos, qui si ingenium studio auxissent, in laude facile conscendissent, quo in loco et divitias et voluptatem nominis accepissent. Itaque de his satis hactenus. Ad institutum redeamus.

30. Picturam in tres partes dividimus, quam quidem divisionem ab ipsa natura compertam habemus. Nam cum pictura studeat res visas repraesentare, notemus quemadmodum res ipsae sub aspectu veniant. Principio quidem cum quid aspicimus, id videmus esse aliquid quod locum occupet. Pictor vero huius loci spatium circumscribet, eamque rationem ducendae fimbriae apto vocabulo circumscriptionem appellabit. Proxime intuentes dignoscimus ut plurimae prospecti corporis superficies inter se conveniant; hasque superficierum coniunctiones artifex suis locis designans recte compositionem nominabit. Postremo aspicientes distinctius superficierum colores discernimus, cuius rei repraesentatio in pictura, quod omnes differentias a luminibus recipiat, percommode apud nos receptio luminum dicetur.

31. Picturam igitur circumscriptio, compositio et luminum receptio perficiunt. De his ergo sequitur ut quam brevissime dicamus. Et primo de circumscriptione. Circumscriptio quidem ea est quae lineis ambitum fimbriarum in pictura conscribit. In hac Parrhasium pictorem eum, cum quo est apud Xenophontem Socratis sermo, pulchre peritum fuisse tradunt, illum enim lineas subtilissime examinasse aiunt. In hac vero circumscriptione illud praecipue servandum censeo, ut ea fiat lineis quam tenuissimis atque admodum visum fugientibus; cuiusmodi Apellem pictorem exerceri solitum ac cum Protogene certasse referunt. Nam est circumscriptio aliud nihil quam fimbriarum notatio, quae quidem si valde apparenti linea fiat, non margines superficierum in pictura sed rimulae aliquae apparebunt. Tum cuperem aliud nihil circumscriptione nisi fimbriarum ambitum prosequi, in qua quidem vehementer exercendum affirmo. Nulla enim compositio nullaque luminum receptio non adhibita circumscriptione laudabitur. At sola circumscriptio plerunque gratissima est. Circumscriptioni igitur opera detur, ad quam quidem bellissime tenendam nihil accomodatius inveniri posse existimo quam id velum quod ipse inter familiares meos sum solitus appellare intercisionem, cuius ego usum nunc primum adinveni. Id istiusmodi est: velum filo tenuissimo et rare textum quovis colore pertinctum filis grossioribus in parallelas portiones quadras quot libeat distinctum telarioque distentum. Quod quidem inter corpus repraesentandum atque oculum constituo, ut per veli raritates pyramis visiva penetret. Habet enim haec veli intercisio profecto commoda in se non pauca, primo quod easdem semper immotas superticies referat, nam positis terminis illico pristinam pyramidis cuspidem reperies, quae res absque intercisione sane perdifficillima est. Et nosti quam sit impossibile aliquid pingendo recte imitari quod non perpetuo eandem pingenti faciem servet. Hinc est quod pictas res, cum semper eandem faciem servent, facilius quam sculptas aemulantur. Tum nosti quam, intervallo ac centrici positione mutatis, res ipsa visa alterata esse appareat. Itaque hanc non mediocrem quam dixi utilitatem velum praestabit, ut res semper eadem e conspectu persistat. Proxima utilitas est quod fimbriarum situs et superficierum termini certissimis in pingenda tabula locis facile constitui possint, nam cum istoc in parallelo frontem, in proximo nasum, in propinquo genas, in inferiori mentum, et istiusmodi omnia in locis suis disposita intuearis, itidem in tabula aut pariete suis quoque parallelis divisa illico bellissime omnia collocaris. Postremo hoc idem velum maximum ad perficiendam picturam adiumentum praestat, quandoquidem rem ipsam prominentem et rotundam in istac planitie veli conscriptam et depictam videas. Quibus ex rebus quantam ad facile et recte pingendum utilitatem velum exhibeat, satis et iudicio et experientia intelligere possumus.

32. Nec eos audiam qui dicunt minime conducere pictorem his rebus assuefieri, quae etsi maximum ad pingendum adiumentum afferant, tamen huismodi sunt ut absque illis vix quicquam per se artifex possit. Non enim a pictore, ni fallor, infinitum laborem exposcimus, sed picturam expectamus eam quae maxime prominens et datis corporibus persimilis videatur. Quam rem quidem non satis intelligo quonam pacto unquam sine veli adminiculo possit quispiam vel mediocriter assequi. Igitur intercisione hac, idest velo, ut dixi, utantur ii qui student in pictura proficere. Quod si absque velo experiri ingenium delectet, hanc ipsam parallelorum rationem intuitu consequantur, ut semper lineam illic transversam ab altera perpendiculari persectam imaginentur, ubi prospectum terminum in pictura statuant. Sed cum plerunque inexpertis pictoribus fimbriae superficierum dubiae et incertae sint veluti in vultibus, quod non decernunt quo potissimum loco tempora a fronte discriminentur, edocendi idcirco sunt quonam argumento eius rei cognitionem assequantur. Natura id quidem pulchre demonstrat. Nam ut in planis superficiebus intuemur ut suis propriis luminibus et umbris insignes sint, ita et in sphaericis atque concavis superficiebus quasi in plures superficies easdem diversis umbrarum et luminum maculis quadratas videmus. Ergo singulae partes claritate et obscuritate differentes pro singulis superficiebus habendae sunt. Quod si ab umbroso sensim deficiendo ad illustrem colorem visa superficies continuarit, tunc medium, quod inter utrunque spatium est, linea signare oportet, quo omnis colorandi spatii ratio minus dubia sit.

33. Restat ut de circumscriptione aliquid etiam referamus, quod ad compositionem quoque non parum pertinet. Idcirco non ignorandum est quid sit compositio in pictura. Est autem compositio ea pingendi ratio qua partes in opus picturae componuntur. Amplissimum pictoris opus historia, historiae partes corpora, corporis pars membrum est, membri pars est superficies. Etenim cum sit circumscriptio ea ratio pingendi qua fimbriae superficierum designantur, cumque superficierum aliae parvae ut animantium, aliae ut aedificiorum et colossorum amplissimae sint, de parvis superficiebus circumscribendis ea praecepta sufficiant quae hactenus dicta sunt, nam ostensum est ut eadem pulchre velo metiantur. In maioribus ergo superficiebus nova ratio reperienda est. Qua de re quae supra in rudimentis a nobis de superficiebus, radiis pyramideque atque intercisione exposita sunt, ea omnia menti repetenda sunt. Denique meministi quae de pavimenti parallelis et centrico puncto atque linea disserui. In pavimento ergo parallelis inscripto alae murorum et quaevis huiusmodi, quas incumbentes nuncupavimus superficies, coaedificandae sunt. Dicam ergo breviter quid ipse in hac coaedificatione efficiam. Principio ab ipsis fundamentis exordium capio. Latitudinem enim et longitudinem murorum in pavimento describo, in qua quidem descriptione illud a natura animadverti nullius quadrati corporis rectorum angulorum plus quam duas solo incumbentes iunctas superficies uno aspectu posse videri. Ergo in describendis parietum fundamentis id observo ut solum ea latera circumeam quae sub aspectu pateant; ac primo semper a proximioribus superficiebus incipio, maxime ab his quae aeque ab intercisione distant. Itaque has ego ante alias conscribo, atque quam velim esse harum ipsarum longitudinem ac latitudinem ipsis in pavimento descriptis parallelis constituo, nam quot ea velim esse bracchia tot mihi parallelos assumo. Medium vero parallelorum ex utriusque diametri mutua sectione accipio. Nam diametri a diametro intersectio medium sui quadranguli locum possidet. Itaque hac parallelorum mensura pulchre latitudinem atque longitudinem surgentium a solo moenium conscribo. Tum altitudinem quoque superficierum hinc non difficillime assequor. Nam quae mensura est inter centricam lineam et eum pavimenti locum unde aedificii quantitas insurgit, eandem mensuram tota illa quantitas servabit. Quod si voles istanc quantitatem ab solo esse usque in sublime quater quam est hominis picti longitudo, et fuerit linea centrica ad hominis altitudinem posita, erunt tunc quidem ab infimo quantitatis capite usque ad centricam lineam bracchia tria. Tu vero qui istanc quantitatem vis usque ad bracchia xii excrescere, ter tantundem quantum est a centrica usque ad inferius quantitatis caput sursum versus educito. Ergo ex his quas retulimus rationibus pingendi probe possumus omnes angulares superficies circumscribere.

34. Restat ut de circularibus superficiebus suis fimbriis conscribendis enarremus. Circulares quidem ex angularibus extrahuntur. Id ipse sic facio. Areolam quandrangulo rectorum angulorum incircuo, huiusque quadranguli latera in partes eiusmodi divido in quales partes inferior in pictura quadranguli linea divisa est, lineasque a singulis punctis ad sibi oppositos punctos divisionum ducens parvis quadrangulis aream repleo. Illicque circulum quam velim magnum super inscribo ut mutuo sese circulus et parallelae lineae secent, omnesque sectionum punctos loco adnoto, quae loca in suis parallelis pavimenti descripti in pictura consigno. Sed quia esset extremus labor minutis ac paene infinitis parallelis totum circulum multis ac multis locis percidere, quoad numerosa punctorum consignatione fimbria circuli continuaretur, idcirco ipse cum octo aut quot libuerit percisiones notaro, tum ingenio eum circuli ambitum pingendo ad hos ipsos signatos terminos duco. Fortassis brevior esset via hanc fimbriam ad umbram luminis circumscribere, modo corpus quod umbram efficiat certa ratione suo loco interponeretur. Itaque diximus ut parallelorum adiumentis maiores superficies angulares et circulares circumscribantur. Absoluta igitur omni circumscriptione, sequitur ut de compositione dicendum sit. Repetendum idcirco est quid sit compositio.

35. Est autem compositio ea pingendi ratio qua partes in opus picturae componuntur. Amplissimum pictoris opus non colossus sed historia. Maior enim est ingenii laus in historia quam in colosso. Historiae partes corpora, corporis pars membrum est, membri pars est superficies. Primae igitur operis partes superficies, quod ex his membra, ex membris corpora, ex illis historia, ultimum illud quidem et absolutum pictoris opus perficitur. Ex superficierum compositione illa elegans in corporibus concinnitas et gratia extat, quam pulchritudinem dicunt. Nam is vultus qui superficies alias grandes, alias minimas, illuc prominentes, istuc intus nimium retrusas et reconditas habuerit, quales in vetularum vultibus videmus, erit quidem is aspectu turpis. In qua vero facie ita iunctae aderunt superficies ut amena lumina in umbras suaves defluant, nullaeque angulorum asperitates extent, hanc merito formosam et venustam faciem dicemus. Ergo in hac superficierum compositione maxime gratia et pulchritudo perquirenda est. Quonam vero pacto id assequamur, nulla alia modo mihi visa est via certior quam ut naturam ipsam intueamur, diuque ac diligentissime spectemus quemadmodum natura, mira rerum artifex, in pulcherrimis membris superficies composuerit. In qua imitanda omni cogitatione et cura versari veloque quod diximus vehementer delectari oportet. Dumque sumptas a pulcherrimis corporibus superficies in opus relaturi sumus, semper terminos prius destinemus quo lineas certo loco dirigamus.

36. Hactenus de superficierum compositione. Sequitur ut de compositione membrorum referamus. In membrorum compositione danda in primis opera est ut quaequae inter se membra pulchre conveniant. Ea quidem tunc convenire pulchre dicuntur, cum et magnitudine et officio et specie et coloribus et caeteris siquae sunt huiusmodi rebus ad venustatem et pulchritudinem correspondeant. Quod si in simulacro aliquo caput amplissimum, pectus pusillum, manus perampla, pes tumens, corpus turgidum adsit, haec sane compositio erit aspectu deformis. Ergo quaedam circa magnitudinem membrorum ratio tenenda est, in qua sane commensuratione iuvat in animantibus pingendis primum ossa ingenio subterlocare, nam haec, quod minime inflectantur, semper certam aliquam sedem occupant. Tum oportet nervos et musculos suis locis inhaerere, denique extremum carne et cute ossa et musculos vestitos reddere. Sed (video) hoc in loco fortassis aderunt obiicientes quod supra dixerim nihil ad pictorem earum rerum spectare quae non videantur. Recte illi quidem, sed veluti in vestiendo prius nudum subsignare oportet quem postea vestibus obambiendo involuamus, sic in nudo pingendo prius ossa et musculi disponendi sunt, quos moderatis carnibus et cute ita operias, ut quo sint loco musculi non difficile intelligatur. At enim cum has omnes mensuras natura ipsa explicatas in medium exhibeat, tum in eisdem ab ipsa natura proprio labore recognoscendis utilitatem non modicam inveniet studiosus pictor. Idcirco laborem hunc studiosi suscipiant, ut quantum in symmetria membrorum recognoscenda studii et operae posuerint, tantum sibi ad eas res quas didicerint memoria firmandas profuisse intelligant. Unum tamen admoneo, ut in commensurando animante aliquod illius ipsius animantis membrum sumamus, quo caetera metiantur. Vitruvius architectus hominis longitudinem pedibus dinumerat. Ipse vero dignius arbitror si caetera ad quantitatem capitis referantur, tametsi hoc animadverti ferme commune esse in hominibus, ut eadem et pedis et quae est a mento ad cervicem capitis mensura intersit.

37. Itaque uno suscepto membro, huic caetera accommodanda sunt ut nullum in toto animante membrum adsit longitudine aut latitudine caeteris non correspondens. Tum providendum est ut omnia membra suum ad id de quo agitur officium exequantur. Decet currentem manus non minus iactare quam pedes. At philosophum orantem malo in omni membro sui modestiam quam palaestram ostentet. Daemon pictor hoplicitem (sic) in certamine expressit, ut illum sudare tum quidem diceres, alterumque arma deponentem, ut plane anhelare videretur. Fuit et qui Ulixem pingeret ut in eo non veram sed fictam et simulatam insaniam agnoscas. Laudatur apud Romam historia in qua Meleager defunctus asportatur, quod qui oneri subsunt angi et omnibus membris laborare videantur; in eo vero qui mortuus sit, nullum adsit membrum quod non demortuum appareat, omnia pendent, manus, digiti, cervix, omnia languida decidunt, denique omnia ad exprimendam corporis mortem congruunt. Quod quidem omnium difficillimum est, nam omni ex parte otiosa in corpore membra effingere tam summi artificis est quam viva omnia et aliquid agentia reddere. Ergo hoc ipsum in omni pictura servandum est, ut quaequae membra suum ad id de quo agitur officium ita peragant, ut ne minimus quidem articulus pro re vacet munere, ut mortuorum membra ad unguem usque mortua, viventium vero omnia viva esse videantur. Vivere corpus tum dicitur cum motu quodam sua sponte agatur, mortemque aiunt esse ubi membra vitae officia, hoc est motum et sensum, amplius ferre nequeunt. Ergo quae corporum simulacra pictor viva apparere voluerit, in his efficiet ut omnia membra suos motus exequantur. Sed in omni motu venustas et gratia sectanda est. Ac maxime hi membrorum motus vivaces et gratissimi sunt qui aera in altum petunt. Tum speciem quoque diximus in componendis membris spectandam esse. Nam perabsurdum esset si Helenae aut Iphigeniae manus seniles et rusticanae viderentur, aut si Nestori pectus tenerum et cervix lenis, aut si Ganymedi frons rugosa, crura athletae, aut si Miloni omnium robustissimo latera levia et gracilia adderemus. Tum etiam in eo simulacro, in quo vultus sint solidi et succipleni, ut aiunt, turpe esset lacertos et manus macie absumptas agere. Contraque qui Achaemenidem ab Aenea in insula inventum pingeret facie qua eum fuisse Virgilius refert, nec caetera faciei convenientia sequerentur, esset is quidem pictor perridiculus atque ineptus. Itaque specie omnia conveniant oportet. Tum colore quoque inter se correspondeant velim. Nam quibus sint vultus rosei, venusti, nivei, his pectus ac caetera membra fusca et truculenta minime conveniunt.

38. Ergo in compositione membrorum quae de magnitudine, officio, specie et coloribus diximus tenenda sunt. Tum et pro dignitate omnia subsequantur oportet. Nam Venerem aut Minervam saga indutam esse minime convenit. Iovem aut Martem veste muliebri indecenter vestires. Castorem et Pollucem prisci pictores pingendo curabant ut, cum gemelli viderentur, in altero tamen pugilem naturam, in altero agilitatem discerneres. Tum et Vulcano claudicandi vitium apparere sub vestibus volebant, tantum illis erat studium pro officio, specie et dignitate quod oportet exprimere.

39. Sequitur corporum compositio, in qua omne pictoris ingenium et laus versatur. Quam quidem ad compositionem nonnulla in compositione membrorum dicta pertinent, nam officio et magnitudine corpora omnia in historia conveniant oportet. Si enim centauros in cena tumultuantes pinxeris, ineptum esset in tam efferato tumultu aliquem vino sopitum accubare. Tum etiam vitium esset, si homines pari distantia alii aliis multo maiores, aut si canes equis pares in pictura adessent. Neque parum etiam vituperandum est, quod plerunque video, pictos in aedificio homines quasi in scrinio reclusos, in quo vix sedentes et in orbem coacti recipiantur. Corpora igitur omnia et magnitudine et officio ad eam rem de qua agitur conveniant.

40. Historia vero, quam merito possis et laudare et admirari, eiusmodi erit quae illecebris quibusdam sese ita amenam et ornatam exhibeat, ut oculos docti atque indocti spectatoris diutius quadam cum voluptate et animi motu detineat. Primum enim quod in historia voluptatem afferat est ipsa copia et varietas rerum. Ut enim in cibis atque in musica semper nova et exuberantia cum caeteras fortassis ob causas tum nimirum eam ob causam delectant quod ab vetustis et consuetis differant, sic in omni re animus varietate et copia admodum delectatur. Idcirco in pictura et corporum et colorum varietas amena est. Dicam historiam esse copiosissimam illam in qua suis locis permixti aderunt senes, viri, adolescentes, pueri, matronae, virgines, infantes, cicures, catelli, aviculae, equi, pecudes, aedificia, provinciaeque; omnemque copiam laudabo modo ea ad rem de qua illic agitur conveniat. Fit enim ut cum spectantes lustrandis rebus morentur, tum pictoris copia gratiam assequatur. Sed hanc copiam velim cum varietate quadam esse ornatam, tum dignitate et verecundia gravem atque moderatam. Improbo quidem eos pictores, qui quo videri copiosi, quove nihil vacuum relictum volunt, eo nullam sequuntur compositionem sed confuse et dissolute omnia disseminant, ex quo non rem agere sed tumultuare historia videtur. Ac fortassis qui dignitatem in primis in historia cupiet, huic solitudo admodum tenenda erit. Ut enim in principe maiestatem affert verborum paucitas, modo sensa et iussa intelligantur, sic in historia competens corporum numerus adhibet dignitatem. Odi solitudinem in historia, tamen copiam minime laudo quae a dignitate abhorreat. Atque in historia id vehementer approbo quod a poetis tragicis atque comicis observatum video, ut quam possint paucis personatis fabulam doceant. Meo quidem iudicio nulla erit usque adeo tanta rerum varietate referta historia, quam novem aut decem homines non possint condigne agere, ut illud Varronis huc pertinere arbitror, qui in convivio tumultum evitans non plus quam novem accubantes admittebat. Sed in omni historia cum varietas iocunda est, tamen in primis onmibus grata est pictura, in qua corporum status atque motus inter se multo dissimiles sint. Stent igitur alii toto vultu conspicui, manibus supinis et digitis micantibus, alterum in pedem innixi, aliis adversa sit facies et demissa bracchia, pedesque iniuncti, singulisque singuli flexus et actus extent; alii consideant, aut in flexo genu morentur, aut prope incumbant. Sintque nudi, si ita deceat, aliqui, nonnulli mixta ex utrisque arte partim velati partim nudi assistant. Sed pudori semper et verecundiae inserviamus. Obscoenae quidem corporis et hae omnes partes quae parum gratiae habent, panno aut frondibus aut manu operiantur. Apelles Antigoni imaginem ea tantum parte vultus pingebat qua oculi vitium non aderat. Periclem referunt habuisse caput oblongum et deforme; idcirco a pictoribus et sculptoribus, non ut caeteros inoperto capite, sed casside vestito eum formari solitum. Tum antiquos pictores refert Plutarchus solitos in pingendis regibus, si quid vitii aderat formae, non id praetermissum videri velle, sed quam maxime possent, servata similitudine, emendabant. Hanc ergo modestiam et verecundiam in universa historia observari cupio ut foeda aut praetereantur aut emendentur. Denique, ut dixi, studendum censeo ut in nullo ferme idem gestus aut status conspiciatur.

41. Animos deinde spectantium movebit historia, cum qui aderunt picti homines suum animi motum maxime prae se ferent. Fit namque natura, qua nihil sui similium rapacius inveniri potest, ut lugentibus conlugeamus, ridentibus adrideamus, dolentibus condoleamus. Sed hi motus animi ex motibus corporis cognoscuntur. Nam videmus ut tristes, quod curis astricti et aegritudine obsessi sint, totis sensibus ac viribus torpeant, interque pallentia et admodum labantia membra sese lenti detineant. Est quidem maerentibus pressa frons, cervix languida, denique omnia veluti defessa et neglecta procidunt. Iratis vero, quod animi ira incendantur, et vultus et oculi intumescunt ac rubent, membrorumque omnium motus pro furore iracundiae in eisdem acerrimi et iactabundi sunt. Laeti autem et hilares cum sumus, tum solutos et quibusdam flexionibus gratos motus habemus. Laudatur Euphranor quod in Alexandro Paride et vultus et faciem effecerit, in qua illum et iudicem dearum et amatorem Helenae et una Achillis interfectorem possis agnoscere. Est et Daemonis quoque pictoris mirifica laus, quod in eius pictura adesse iracundum, iniustum, inconstantem, unaque et exorabilem et clementem, misericordem, gloriosum, humilem ferocemque facile intelligas. Sed inter caeteros referunt Aristidem Thebanum Apelli aequalem probe hos animi motus expressisse, quos certum quidem est et nos quoque, dum in ea re studium et diligentiam quantum convenit posuerimus, pulchre assequemur.

42. Pictori ergo corporis motus notissimi sint oportet, quos quidem multa solertia a natura petendos censeo. Res enim perdifficilis est pro paene infinitis animi motibus corporis quoque motus variare. Tum quis hoc, nisi qui expertus sit, crediderit usque adeo esse difficile, cum velis ridentes vultus effigiare, vitare id ne plorabundi magis quam alacres videantur? Tum vero et quis poterit sine maximo labore, studio et diligentia vultus exprimere, in quibus et os et mentum et oculi et genae et frons et supercilia in unum ad luctum aut hilaritatem conveniant? Idcirco diligentissime ex ipsa natura cuncta perscrutanda sunt, semperque promptiora imitanda, eaque potissimum pingenda sunt, quae plus animis quod excogitent relinquant, quam quae oculis intueantur. Sed nos referamus nonnulla quae de motibus partim fabricavimus nostro ingenio, partim ab ipsa natura didicimus. Primum reor oportere ut omnia inter se corpora, ad eam rem de qua agitur, concinnitate quadam moveantur. Tum placet in historia adesse quempiam qui earum quae gerantur rerum spectatores admoneat, aut manu ad visendum advocet, aut quasi id negotium secretum esse velit, vultu ne eo proficiscare truci et torvis oculis minitetur, aut periculum remve aliquam illic admirandam demonstret, aut ut una adrideas aut ut simul deplores suis te gestibus invitet. Denique et quae illi cum spectantibus et quae inter se picti exequentur, omnia ad agendam et docendam historiam congruant necesse est. Laudatur Timanthes Cyprius in ea tabula qua Colloteicum vicit, quod cum in Iphigeniae immolatione tristem Calchantem, tristiorem fecisset Ulixem, inque Menelao maerore affecto omnem artem et ingenium exposuisset, consumptis affectibus, non reperiens quo digno modo tristissimi patris vultus referret, pannis involuit eius caput, ut cuique plus relinqueret quod de illius dolore animo meditaretur, quam quod posset visu discernere. Laudatur et navis apud Romam ea, in qua noster Etruscus pictor Giottus undecim metu et stupore percussos ob socium, quem supra undas meantem videbant, expressit, ita pro se quemque suum turbati animi inditium vultu et toto corpore praeferentem, ut in singulis singuli affectionum motus appareant. Sed decet hunc totum locum de motibus brevissime transigere.

43. Sunt namque motus alii animorum, quos docti affectiones nuncupant, ut ira, dolor, gaudium, timor, desiderium et eiusmodi. Sunt et alii corporum, nam dicuntur moveri corpora plerisque modis, siquidem cum crescunt aut minuuntur, cumque valentes in aegritudinem cadunt, cumque a morbo in valetudinem surgunt, cumque locum mutant et huiusmodi causis corpora moveri dicuntur. Nos autem pictores, qui motibus membrorum volumus animos affectos exprimere, caeteris disputationibus omissis, de eo tantum motu referamus, quem tum factum dicunt, cum locus mutatus sit. Res omnis quae loco movetur, septem habet movendi itinera, nam aut sursum versus aut deorsum aut in dexteram aut in sinistram aut illuc longe recedendo aut contra nos redeundo. Septimus vero movendi modus est is qui in girum ambiendo vehitur. Hos igitur omnes motus cupio esse in pictura. Adsint corpora nonnulla quae sese ad nos porrigant, alia abeant horsum, dextrorsum et sinistrorsum. Tum ex ipsis corporibus nonnullae partes adversus conspectantes ostententur, aliquae retrocedant, aliae sursum tollantur, aliquae in infimum tendantur. Sed cum in his expingendis motibus ratio plerunque et modus transgrediatur, iuvat hoc loco de statu et motibus membrorum referre nonnulla quae ex ipsa natura collegi, unde plane intelligatur qua moderatione his motibus utendum sit. Perspexi quidem in homine quam in omni statu sui totum substituat corpus capiti, membro omnium ponderosissimo. Tum si toto corpore idem in unum pedem institerit, semper is pes tamquam columnae basis est ad perpendiculum capiti subiectus, ac ferme semper eo stantis vultus porrectus est quo sit pes ipse directus. Capitis vero motus animadverti vix unquam ullam in partem esse tales, ut non semper aliquas reliqui corporis partes sub se positas habeat, quo immane pondus regatur, aut certe in adversam partem tamquam alteram lancem aliquod membrum protendit quod ponderi correspondeat. Namque idem videmus, dum quis manu extensa pondus aliquod sustentat, ut altero pede tamquam asse bilancis firmato alia tota corporis pars ad coaequandum pondus contrasistatur. Intellexi etiam stantis caput non plus verti sursum quam quo oculi coelum medium contueantur, neque in alterum latus plus diverti quam usque quo mentum scapulam attigerit; in ea parte vero corporis qua incingimur, vix unquam ita intorquemur ut humerum supra umbilicum ad rectam lineam super astituamus. Tibiarum et bracchiorum motus liberiores sunt, modo caeteras corporis honestas partes non impediant. At in his illud a natura perspexi, manus ferme nunquam supra caput neque cubitum supra humeros elevari, neque supra genu pedem in altum attolli, neque pedem a pede plus distare quam quantum pedis unius spatium intersit. Tum spectavi, si quam in altum protendamus manum, eum motum caeteras omnes eius lateris partes ad pedem usque subsequi, ut etiam ipsius pedis calcaneus eiusdem bracchii motu a pavimento levetur.

44. Sunt his simillima perplurima quae diligens artifex animadvertet, et fortasse quae ipse hactenus retuli, usque adeo in promptu sunt ut superflua videri possint. Sed ea idcirco non negleximus, quod plerosque in ea re vehementer errare noverimus. Motus enim nimium acres exprimunt, efficiuntque ut in eodem simulacro et pectus et nates uno sub prospectu conspiciantur, quod quidem cum impossibile factu, tum indecentissimum visu est. Sed hi, quo audiunt eas imagines maxime vivas videri, quae plurimum membra agitent, eo histrionum motus, spreta omni picturae dignitate, imitantur. Ex quo non modo gratia et lepore eorum opera nuda sunt, sed etiam artificis nimis fervens ingenium exprimunt. Suaves enim et gratos atque ad rem de qua agitur condecentes habere pictura motus debet. Sint in virginibus motus et habitudo venusta simplicitate compta atque amena, quae statum magis sapiat dulcem et quietem quam agitationem, tametsi Homero, quem Zeuxis sequutus est, etiam in feminis forma validissima placuit. Sint in adolescente motus leviores, iocundi cum quadam significatione valentis animi et virium. Sint in viro motus firmiores et status celeri palaestra admodum ornati. Sint in senibus omnes motus tardi, sintque ipsi status defessi, ut corpus non pedibus modo ambobus sustineant, sed et manibus aliquo haereant. Denique pro dignitate cuique sui motus corporis ad eos quos velis exprimere motus animi referantur. Tum denique maximarum animi perturbationum maximae in membris significationes adsint necesse est. Atqui haec de motibus ratio in omni animante admodum comunis est. Non enim convenit bovem aratorem his motibus uti quibus Bucephalum generosum Alexandri equum. At celebrem illam Inachi filiam, quae in vaccam conversa sit, fortassis currentem, erecta cervice, levatis pedibus, intorta cauda, perapte pingemus.

45. Haec de animantium motu breviter excursa sufficiant. Nunc vero, quoniam et rerum inanimatarum eos onmes quos dixi motus in pictura necessarios esse arbitror, quonam illa pacto moveantur dicendum censeo. Sane et capillorum et iubarum et ramorum et frondium et vestium motus in pictura expressi delectant. Ipse quidem capillos cupio eos omnes quos retuli septem motus agere; etenim vertantur in girum nodum conantes, atque undent in aera flammas imitantes, modoque sub aliis crinibus serpant, modo sese in has atque has partes attollant. Sintque item ramorum flexus et curvationes partim in sublime arcuati, partim inferius tracti, partim emineant, partim introcedant, partim ut funis intorqueantur. Idque ipsum in plicis pannorum observetur, ut veluti trunco arboris rami in omnes partes emanent, sic ex plica succedant plicae utputa in suos ramos. In hisque idem quoque omnes motus expleantur ut nullius panni extensio adsit, in qua non idem ferme omnes motus reperiantur. Sed sint motus omnes, quod saepius admoneo, moderati et faciles, gratiamque potius quam admirationem laboris exhibeant. Iam vero cum pannos motibus aptos esse volumus, cumque natura sui panni graves et assiduo in terram cadentes omnes admodum flexiones refugiant, pulchre idcirco in pictura Zephiri aut Austri facies perflans inter nubes ad historiae angulum ponetur, qua panni omnes adversi pellantur. Ex quo gratia illa aderit ut quae corporum latera ventus feriat, quod panni vento ad corpus imprimantur, ea sub panni velamento prope nuda appareant. A reliquis vero lateribus panni vento agitati perapte in aera inundabunt. Sed in hac venti pulsione illud caveatur ne ulli pannorum motus contra ventum surgant, neve nimium refracti, neve nimium porrecti sint. Haec igitur de motibus animantium et rerum inanimatarum dicta valde a pictore servanda sunt. Tum etiam ea omnia diligenter exequenda, quae de superficierum, membrorum, corporumque compositione recensuimus.

46. Itaque duae a nobis partes picturae absolutae sunt: circumscriptio et compositio. Restat ut de luminum receptione dicendum sit. In rudimentis satis demonstravimus quam vim lumina ad variandos colores habeant. Nam manentibus colorum generibus, modo apertiores, modo restrictiores colores pro luminum umbrarumque pulsu fieri edocuimus; albumque et nigrum colores eos esse quibus lumina et umbras in pictura exprimamus; caeteros vero colores tamquam materiam haberi, quibus luminis et umbrae alterationes adigantur. Ergo, caeteris omissis, explicandum est quonam pacto sit pictori albo et nigro utendum. Veteres pictores Polygnotum et Timanthem quattuor coloribus tantum usos fuisse, tum Aglaophon simplici colore delectatum admirantur, ac si in tanto quem putabant esse colorum numero, modicum sit eosdem optimos pictores tam paucos in usum delegisse, copiosique artificis putent omnem colorum multitudinem ad opus congerere. Sane ad gratiam et leporem picturae affirmo copiam colorum et varietatem plurimum valere. Sed sic velim pictores eruditi existiment summam industriam atque artem in albo tantum et nigro disponendo versari, inque his duobus probe locandis omne ingenium et diligentiam consummandam. Nam veluti luminum et umbrae casus id efficit ut quo loco superficies turgeant, quove in cavum recedant, quantumve quaeque pars declinet ac deflectat <appareat>, sic albi et nigri concinnitas efficit illud quod Niciae pictori Atheniensi laudi dabatur quodve artifici in primis optandum est: ut suae res pictae maxime eminere videantur. Zeuxim nobilissimum vetustissimumque pictorem dicunt quasi principem ipsam hanc luminum et umbrarum rationem tenuisse. Caeteris vero ea laus minime attributa est. Ego quidem pictorem nullum vel mediocrem putabo eum qui non plane intelligat quam vim umbra omnis et lumina in quibusque superficiebus habeant. Pictos ego vultus, et doctis et indoctis consentientibus, laudabo eos qui veluti exsculpti extare a tabulis videantur, eosque contra vituperabo quibus nihil artis nisi fortassis in lineamentis eluceat. Bene conscriptam, optime coloratam compositionem esse velim. Ergo ut vituperatione careant, utque laudem mereantur, in primis lumina et umbrae diligentissime notanda sunt, atque animadvertendum quam in eam superficiem in quam radii luminum feriant, color ipse insignior atque illustrior sit, tum ut dehinc sensim deficiente vi luminum idem color subfuscus reddatur. Denique animadvertendum est quo pacto semper umbrae luminibus ex adverso respondeant, ut nullo in corpore superficies lumine illustretur, in quo eodem contrarias superficies umbris obtectas non reperias. Sed quantum ad lumina albo et umbras nigro imitandas pertinet, admoneo ut praecipuum studium adhibeas ad superficies eas cognoscendas quae lumine aut umbra pertactae sint. Id quidem a natura et rebus ipsis pulchre perdisces. Eas demum cum probe tenueris, tum levissimo albo quam parcissime suo loco intra fimbrias colorem alteres, suoque contrario loco pariter nigrum illico adiunges. Nam hac nigri et albi conlibratione, ut ita dicam, surgens prominentia fit perspicacior. Dehinc pari parsimonia additamentis prosequere quoad quid satis sit assequutum te sentias. Erit quidem ad eam rem cognoscendam iudex optimus speculum. Ac nescio quo pacto res pictae in speculo gratiam habeant, si vitio careant. Tum mirum est ut omnis menda picturae in speculo deformior appareat. A natura ergo suscepta speculi iudicio emendentur.

47. Sed liceat hic nonnulla, quae a natura hausimus, referre. Animadverti quidem ut planae superficies uniformem omni loco sui colorem servent, sphaericae vero et concavae colores variant, nam istic clarior, illic obscurior est, alio vero loco medii coloris species servatur. Haec autem coloris in non planis superficiebus alteratio difficultatem exhibet ignavis pictoribus. Sed si, ut docuimus, recte fimbrias superficierum pictor conscripserit luminumque sedes discriminarit, facilis tum quidem erit colorandi ratio. Nam levissimo quasi rore primum usque ad discriminis lineam albo aut nigro eam superficiem, ut oporteat, alterabit. Dehinc aliam, ut ita loquar, irrorationem citra lineam, post hanc aliam citra hanc, et citra eam aliam superaddendo assequetur, ut cum illustrior locus apertiori colore pertinctus sit, tum idem deinceps color quasi fumus in contiguas partes diluatur. At meminisse oportet nullam superficiem usque adeo dealbandam esse ut eandem multo ac multo candidiorem nequeas efficere. Ipsas quoque niveas vestes exprimendo citra ultimum candorem longe residendum est. Nam habet pictor aliud nihil quam album colorem quo ultimos tersissimarum superficierum fulgores imitetur, solumque nigrum invenit quo ultimas noctis tenebras referat. Idcirco in albis vestibus pingendis unum ex quattuor generibus colorum suscipere opus est, quod quidem apertum et clarum sit. Idque ipsum contra in nigro fortassis pallio pingendo alium extremum quod non longe ab umbra distet, veluti profundi et nigrantis maris colorem sumemus. Denique vim tantam haec albi et nigri compositio habet, ut arte et modo facta aureas argenteasque et vitreas splendidissimas superficies demonstret in pictura. Ergo vehementer vituperandi sunt pictores qui albo intemperanter et nigro indiligenter utuntur. Quam ideo ipse vellem apud pictores album colorem longe carius quam pretiosissimas gemmas coemi! Conduceret quidem album et nigrum ex illis unionibus Cleopatrae quos aceto colliquabat, constare quo eorum avarissimi redderentur, nam et lepidiora opera et ad veritatem proximiora essent. Neque facile dici potest quantam esse oporteat distribuendi albi in pictura parsimoniam atque modum. Hinc solitus erat Zeuxis pictores redarguere, quod nescirent quid esset nimis. Quod si vitio indulgendum est, minus redarguendi sunt qui nigro admodum profuse, quam qui albo paulum intemperanter utantur. Natura enim ipsa indies atrum et horrendum opus usu pingendi odisse discimus, continuoque quo plus intelligimus, eo plus ad gratiam et venustatem manum delinitam reddimus. Ita natura omnes aperta et clara amamus. Ergo qua in parte facilior peccato via patet, eo arctius obstruenda est.

48. Haec de albi et nigri usu dicta hactenus. De colorum vero generibus etiam ratio quaedam adhibenda est. Sequitur ergo ut de colorum generibus nonnulla referamus, non id quidem quemadmodum Vitruvius architectus quo loco rubrica optima et probatissimi colores inveniantur, sed quonam pacto selecti et valde pertriti colores in pictura componendi sint. Ferunt Euphranorem priscum pictorem de coloribus nonnihil mandasse litteris. Ea scripta non extant hac tempestate. Nos autem qui hanc picturae artem seu ab aliis olim descriptam ab inferis repetitam in lucem restituimus, sive nunquam a quoquam tractatam a superis deduximus, nostro ut usque fecimus ingenio, pro instituto rem prosequamur. Velim genera colorum et species, quoad id fieri possit, omnes in pictura quadam cum gratia et amenitate spectari. Gratia quidem tunc extabit cum exacta quadam diligentia colores iuxta coloribus aderunt; quod si Dianam agentem chorum pingas, huic nymphae virides, illi propinquae candidos, proximae huic purpureos, alteri croceos amictus dari convenit, ac deinceps istiusmodi colorum diversitate caeterae induantur ut clari semper colores aliquibus diversi generis obscuris coloribus coniungantur. Nam ea quidem coniugatio colorum et venustatem a varietate et pulchritudinem a comparatione illustriorem referet. Atqui est quidem nonnulla inter colores amicitia ut iuncti alter alteri gratiam et venustatem augeat. Rubeus color si inter coelestem et viridem medius insideat, mutuum quoddam utrisque suscitat decus. Niveus quidem color non modo inter cinereum atque croceum positus, sed paene omnibus coloribus hilaritatem praestat. Obscuri autem colores inter claros non sine insigni dignitate assident, parique ratione inter obscuros clari belle collocantur. Ergo quam dixi varietatem colorum in historia pictor disponet.

49. At sunt qui auro inmodice utantur, quod aurum putent quandam historiae afferre maiestatem. Eos ipse plane non laudo. Quin et si eam velim Didonem Virgilii expingere, cui pharetra ex auro, in aurumque crines nodabantur, aurea cui fibula vestem subnectebat, aureisque frenis vehebatur, dehinc omnia splendebant auro, eam tamen aureorum radiorum copiam, quae undique oculos visentium perstringat, potius coloribus imitari enitar quam auro. Nam cum maior in coloribus sit artificis admiratio et laus, tum etiam videre licet ut in plana tabula auro posito pleraeque superficies, quas claras et fulgidas repraesentare oportuerat, obscurae visentibus appareant, aliae fortassis quae umbrosiores debuerant esse, luminosiores porrigantur. Caetera quidem fabrorum ornamenta quae picturae adiiciuntur, ut sunt circumsculptae columnae et bases et fastigia, non sane vituperabo si ex ipso argento atque auro solido vel admodum purissimo fuerint. Nam et gemmarum quoque ornamentis perfecta et absoluta historia dignissima est.

50. Hactenus picturae partes tres brevissime transactae a nobis sunt. Diximus de circumscriptione minorum et maiorum superficierum. Diximus de compositione superficierum, membrorum atque corporum. Diximus de coloribus quantum ad pictoris usum pertinere arbitrabamur. Omnis igitur pictura a nobis exposita est, quam quidem in tribus his rebus consistere praediximus, circumscriptione, compositione et luminum receptione.

LIBER III

51. Sed cum ad perfectum pictorem instituendum ut omnes quas recensuimus laudes assequi possit, nonnulla etiam supersint, quae his commentariis minime praetereunda censeo, ea quam brevissime referamus.

52. Pictoris officium est quaevis data corpora ita in superficie lineis et coloribus conscribere atque pingere, ut certo intervallo, certaque centrici radii positione constituta, quaeque picta videas, eadem prominentia et datis corporibus persimillima videantur. Finis pictoris laudem, gratiam et benivolentiam vel magis quam divitias ex opere adipisci. Id quidem assequetur pictor dum eius pictura oculos et animos spectantium tenebit atque movebit. Quae res, quonam argumento fieri possint diximus cum de compositione atque luminum receptione supra disceptavimus. Sed cupio pictorem, quo haec possit omnia pulchre tenere, in primis esse virum et bonum et doctum bonarum artium. Nam nemo nescit quantum probitas vel magis quam omnis industriae aut artis admiratio valeat ad benivolentiam civium comparandam. Tum nemo dubitat benivolentiam multorum artifici plurimum conferre ad laudem atque ad opes parandas. Siquidem ex ea fit ut cum non nunquam divites benivolentia magis quam artis peritia moveantur, tum lucra ad hunc potissimum modestum et probum deferant, spreto alio peritiore sane, sed fortassis intemperanti. Quae cum ita sint, moribus egregie inserviendum erit artifici, maxime humanitati et facilitati, quo et benivolentiam, firmum contra paupertatem praesidium, et lucra, optimum ad perficiendam artem auxilium, assequatur.

53. Doctum vero pictorem esse opto, quoad eius fieri possit, omnibus in artibus liberalibus, sed in eo praesertim geometriae peritiam desidero. Assentior quidem Pamphilo antiquissimo et nobilissimo pictori, a quo ingenui adolescentes primo picturam didicere. Nam erat eius sententia futurum neminem pictorem bonum qui geometriam ignorarit. Nostra quidem rudimenta, ex quibus omnis absoluta et perfecta ars picturae depromitur, a geometra facile intelliguntur. Eius vero artis imperitis neque rudimenta neque ullas picturae rationes posse satis patere arbitror. Ergo geometricam artem pictoribus minime negligendam affirmo. Proxime non ab re erit se poetis atque rhetoribus delectabuntur. Nam hi quidem multa cum pictore habent ornamenta communia. Neque parum illi quidem multarum rerum notitia copiosi litterati ad historiae compositionem pulchre constituendam iuvabunt, quae omnis laus praesertim in inventione consistit. Atqui ea quidem hanc habet vim, ut etiam sola inventio sine pictura delectet. Laudatur, dum legitur, illa Calumniae descriptio quam ab Apelle pictam refert Lucianus. Eam quidem enarrare minime ab instituto alienum esse censeo, quo pictores admoneantur eiusmodi inventionibus fabricandis advigilare oportere. Erat enim vir unus, cuius aures ingentes extabant, quem circa duae adstabant mulieres, Inscitia et Suspitio, parte alia ipsa Calumnia adventans, cui forma mulierculae speciosae sed quae ipso vultu nimis callere astu videbatur, manu sinistra facem accensam tenens, altera vero manu per capillos trahens adolescentem qui manus ad coelum tendit. Duxque huius est vir quidam pallore obsitus, deformis, truci aspectu, quem merito compares his quos in acie longus labor confecerit. Hunc esse Livorem merito dixere. Sunt et aliae duae Calumniae comites mulieres, ornamenta dominae componentes, Insidiae et Fraus. Post has pulla et sordidissima veste operta et sese dilanians adest Poenitentia, proxime sequente pudica et verecunda Veritate. Quae plane historia etiam si dum recitatur animos tenet, quantum censes eam gratiae et amoenitatis ex ipsa pictura eximii pictoris exhibuisse?

54. Quid tres illae iuvenculae sorores, quibus Hesiodus imposuit nomina Egle, Euphronesis atque Thalia, quas pinxere implexis inter se manibus ridentes, soluta et perlucida veste ornatas, ex quibus liberalitatem demonstratam esse voluere, quod una sororum det, alia accipiat, tertia reddat beneficium; qui quidem gradus in omni perfecta liberalitate adesse debent. Vides quam huiusmodi inventa magnam artifici laudem comparent. Idcirco sic consulo poetis atque rhetoribus caeterisque doctis litterarum sese pictor studiosus familiarem atque benivolum dedat, nam ab eiusmodi eruditis ingeniis cum ornamenta accipiet optima, tum in his profecto inventionibus iuvabitur, quae in pictura non ultimam sibi laudem vendicent. Phidias egregius pictor fatebatur se ab Homero didicisse qua potissimum maiestate Iovem pingeret. Nostris sic arbitror nos etiam poetis legendis et copiosiores et emendatiores futuros, modo discendi studiosiores fuerimus quam lucri.

55. Sed plerunque non minus studiosos quam cupidos, quod viam perdiscendae rei ignorent, magis quam discendi labor frangit. Idcirco quonam pacto in hac arte nos eruditos fieri oporteat ordiamur. Caput sit omnes discendi gradus ab ipsa natura esse petendos; artis vero perficiendae ratio diligentia, studio et assiduitate comparetur. Velim quidem eos qui pingendi artem ingrediuntur, id agere quod apud scribendi instructores observari video. Nam illi quidem prius omnes elementorum characteres separatim edocent, postea vero syllabas atque perinde dictiones componere instruunt. Hanc ergo rationem et nostri in pingendo sequantur. Primo ambitum superficierum quasi picturae elementa, tum et superficierum connexus, dehinc membrorum omnium formas distincte ediscant, omnesque quae in membris possint esse differentias memoriae commendent. Nam sunt illae quidem neque modicae neque non insignes. Aderunt quibus sit nasus gibbosus; erunt qui gerant simas nares, recurvas, patulas: alii buccas fluentes porrigunt, alios labiorum gracilitas ornat, ac deinceps quaeque membra aliquid praecipuum habent, quod cum plus aut minus affuerit, tunc multo totum membrum variet. Quin etiam videmus ut eadem membra pueris nobis rotunda et, ut ita dicam, tornata atque levia, aetatis vero accessu asperiora et admodum angulata sint. Haec igitur omnia picturae studiosus ab ipsa natura excipiet, ac secum ipse assiduo meditabitur quonam pacto quaeque extent, in eaque investigatione continuo oculis et mente persistet. Spectabit namque sedentis gremium et tibias ut dulce in proclivum labantur. Notabit stantis faciem totam atque habitudinem, denique nulla erit pars cuius officium et symmetriam, ut Graeci aiunt, ignoret. At ex partibus omnibus non modo similitudinem rerum, verum etiam in primis ipsam pulchritudinem diligat. Nam est pulchritudo in pictura res non minus grata quam expetita. Demetrio pictori illi prisco ad summam laudem defuit quod similitudinis exprimendae fuerit curiosior quam pulchritudinis. Ergo a pulcherrimis corporibus omnes laudatae partes eligendae sunt. Itaque non in postremis ad pulchritudinem percipiendam, habendam atque exprimendam studio et industria contendendum est. Quae res tametsi omnium difficillima sit, quod non uno loco omnes pulchritudinis laudes comperiantur sed rarae illae quidem ac dispersae sint, tamen in ea investiganda ac perdiscenda omnis labor exponendus est. Nam qui graviora apprehendere et versare didicerit, is facile minora poterit ex sententia, neque ulla est usque adeo difficilis res quae studio et assiduitate superari non possit.

56. Sed quo sit studium non futile et cassum, fugienda est illa consuetudo nonnullorum qui suopte ingenio ad picturae laudem contendunt, nullam naturalem faciem eius rei oculis aut mente coram sequentes. Hi enim non recte pingere discunt sed erroribus assuefiunt. Fugit enim imperitos ea pulchritudinis idea quam peritissimi vix discernunt. Zeuxis, praestantissimus et omnium doctissimus et peritissimus pictor, facturus tabulam quam in tempio Lucinae apud Crotoniates publice dicaret, non suo confisus ingenio temere, ut fere omnes hac aetate pictores, ad pingendum accessit, sed quod putabat omnia quae ad venustatem quaereret, ea non modo proprio ingenio non posse, sed ne a natura quidem petita uno posse in corpore reperiri, idcirco ex omni eius urbis iuventute delegit virgines quinque forma praestantiores, ut quod in quaque esset formae muliebris laudatissimum, id in pictura referret. Prudenter is quidem, nam pictoribus nullo proposito exemplari quod imitentur, ubi ingenio tantum pulchritudinis laudes captare enituntur, facile evenit ut eo labore non quam debent aut quaerunt pulchritudinem assequantur, sed plane in malos, quos vel volentes vix possunt dimittere, pingendi usus dilabantur. Qui vero ab ipsa natura omnia suscipere consueverit, is manum ita exercitatam reddet ut semper quicquid conetur naturam ipsam sapiat. Quae res in picturis quam sit optanda videmus, nam in historia si adsit facies cogniti alicuius hominis, tametsi aliae nonnullae praestantioris artificii emineant, cognitus tamen vultus omnium spectantium oculos ad se rapit, tantam in se, quod sit a natura sumptum, et gratiam et vim habet. Ergo semper quae picturi sumus, ea a natura sumamus, semperque ex his quaeque pulcherrima et dignissima deligamus.

57. Sed cavendum ne, quod plerique faciunt, ea minimis tabellis pingamus. Grandibus enim imaginibus te velim assuefacias, quae quidem quam proxime magnitudine ad id quod ipse velis efficere, accedant. Nam in parvis simulacris maxima vitia maxime latent, in magna effigie etiam minimi errores conspicui sunt. Scripsit Galienus vidisse se in anulo sculptum Phaethontem quattuor equis vectum, quorum frena et omnes pedes et pectora distincte videbantur. Concedant pictores hanc laudem sculptoribus gemmarum; ipsi vero maioribus in campis laudis versentur. Nam qui magnas figuras fingere aut pingere noverit, is perfacile atque optime unico tractu eiusmodi minuta poterit. Qui vero pusillis his monilibus manum et ingenium assuefecerit, facile in maioribus aberrabit.

58. Sunt qui aliorum pictorum opera aemulentur, atque in ea re sibi laudem quaerant; quod Calamidem sculptorem fecisse ferunt, qui duo pocula caelavit in quibus Zenodorum ita aemulatus est ut nulla in operibus differentia agnosceretur. At pictores maximo in errore versantur, si non intelligunt eos qui pinxerint conatos fuisse tale simulacrum repraesentare, quale nos ab ipsa natura depictum in velo intuemur. Vel si iuvat opera aliorum imitari, quod ea firmiorem quam viventes patientiam ad se ostendenda praestent, malo mediocriter sculptam quam egregie pictam rem tibi imitandam proponas, nam ex pictis rebus solum ad aliquam similitudinem referendam manum assuefacimus, ex rebus vero sculptis et similitudinem et vera lumina deducere discimus. In quibus quidem luminibus colligendis plurimum confert pilis palpebrarum aciem intuitus subopprimere, quo illic lumina subfusca et quasi intercisione depicta videantur. Ac fortassis conducet fingendo exerceri quam penniculo. Certior enim et facilior est sculptura quam pictura. Neque unquam erit quispiam qui recte possit eam rem pingere, cuius omnes prominentias non cognoscat. Prominentiae vero facilius reperiuntur sculptura quam pictura. Etenim sit hoc ad rem non mediocre argumentum, quod videre liceat quam omni fere in aetate mediocres aliquos fuisse sculptores invenias, pictores vero paene nullos non irridendos ac prorsus imperitos reperias.

59. Denique vel picturae studias vel sculpturae, semper tibi proponendum est elegans et singulare aliquod exemplar, quod et spectes et imiteris, in eoque imitando diligentiam celeritati coniunctam ita adhiberi oportere censeo, ut nunquam penniculum aut stilum ad opus admoveat pictor, quin prius mente quid facturus et quomodo id perfecturus sit, optime constitutum habeat. Tutius est enim errores mente levare quam ex opere abradere. Tum etiam dum ex composito agere omnia consueverimus, fit ut Asclepiodoro longe promptiores artifices reddamur, quem quidem omnium velocissimum pingendo fuisse ferunt. Nam redditur ad rem peragendam promptum, accinctum expeditumque ingenium id quod exercitatione agitatum calet, eaque manus velocissima sequitur, quam certa ingenii ratio duxerit. Si qui vero sunt pigri artifices, hi profecto idcirco ita sunt quod lente et morose eam rem tentent quam non prius menti suae studio perspicuam effecere, dumque inter eas erroris tenebras versantur, meticulosi ac veluti obcaecati, penniculo, ut caecus bacillo, ignotas vias et exitus praetentant ac perquirunt. Ergo nunquam, nisi praevio ingenio atque eodem bene erudito, manum ad opus admoveat.

60. Sed cum sit summum pictoris opus historia, in qua quidem omnis rerum copia et elegantia adesse debet, curandum est ut non modo hominem, verum et equum et canem et alia animantia et res omnes visu dignissimas pulchre pingere, quoad per ingenium id liceat, discamus, quo varietas et copia rerum, sine quibus nulla laudatur historia, in nostris rebus minime desideretur. Magnum id quidem atque nulli antiquorum concessum, ut omni in re, non dico praestaret, sed vel mediocriter esset doctus. Tamen omni studio enitendum censeo, ne nobis negligentia nostra ea deficiant, quae et laudem afferunt permagnam si assequantur, et vituperationem si negligantur. Nicias Atheniensis pictor diligentissime pinxit mulieres. At Zeuxim muliebri in corpore pingendo plurimum aliis praestitisse ferunt. Eraclides navibus pingendis claruit. Serapion nequibat hominem pingere, caeteras plane res pulcherrime pingebat. Dionysius nihil nisi hominem poterat. Alexander is qui Pompeii porticum pinxit, quadrupedes omnes, maximeque canes, egregie faciebat. Aurelius, quod semper amaret, solum deas, in earumque simulacris amatos vultus exprimere gaudebat. Phidias in deorum maiestate demonstranda quam in hominum pulchritudine elaborabat. Euphranori dignitatem heroum simulari cordi admodum erat, in eaque caeteros antecelluit. Itaque cuique non aequa facultas affuit. Proprias enim dotes natura singulis ingeniis elargita est, quibus non usque adeo contenti esse debemus, ut quid ultra possimus intentatum relinquamus. Sed et naturae dotes industria, studio atque exercitatione colendae, augendaeque sunt, et praeterea nihil quod ad laudem pertineat, negligentia praetermissum a nobis videri decet.

61. Caeterum cum historiam picturi sumus, prius diutius excogitabimus quonam ordine et quibus modis eam componere pulcherrimum sit. Modulosque in chartis conicientes, tum totam historiam, tum singulas eiusdem historiae partes commentabimur, amicosque omnes in ea re consulemus. Denique omnia apud nos ita praemeditata esse elaborabimus, ut nihil in opere futurum sit, quod non optime qua id sit parte locandum intelligamus. Quove id certius teneamus, modulos in parallelos dividere iuvabit, ut in publico opere cuncta, veluti ex privatis commentariis ducta, suis sedibus collocentur. In opere vero perficiendo eam diligentiam adhibebimus quae sit coniuncta celeritati agendi, quam neque taedium a prosequendo deterreat, neque cupiditas perficiendi praecipitet. Interlaxandus interdum negotii labor est recreandusque animus, neque id agendum quod plerique faciunt, ut plura opera assumant, hoc ordiantur, hoc inchoatum atque imperfectum abiciant. Sed quae coeperis opera, ea omni ex parte perfecta reddenda sunt. Cuidam, cum imaginem ostenderet, dicenti: hanc modo pinxi, respondit Apelles: te quidem tacente id sane perspicuum est, quin et miror non plures huiuscemodi abs te esse pictas. Vidi ego aliquos tum pictores atque sculptores, tum rhetores et poetas, si qui nostra aetate aut rhetores aut poetae appellandi sunt, flagranti studio aliquod opus aggredi, qui postea, dum ardor ille ingenii deferbuit, inchoatum ac rude opus deserunt, novaque cupiditate aliud agendi ad novissima sese conferunt. Quos ego homines profecto vitupero. Nam omnes qui sua posteris grata et accepta fore opera cupiunt, multo ante meditari opus oportet, quod multa diligentia perfectum reddant. Siquidem non paucis in rebus ipsa diligentia grata non minus est quam omne ingenium. Sed vitanda est superflua illa, ut ita loquar, superstitio eorum qui, dum omni vitio sua penitus carere et nimis polita esse volunt, prius contritum opus vetustate efficiunt quam absolutum sit. Protogenem soliti erant vituperare antiqui pictores quod nesciret manum a tabula amovere. Merito id quidem, nam conari sane oportet ut pro ingenii viribus quantum sat sit diligentia rebus adhibeatur, sed in omni re plus velle quam vel possis vel deceat, pertinacis est non diligentis.

62. Ergo moderata diligentia rebus adhibenda est, amicique consulendi sunt, quin et in ipso opere exequendo omnes passim spectatores recipiendi et audiendi sunt. Pictoris enim opus multitudini gratum futurum est. Ergo multitudinis censuram et iudicium tum non aspernetur, cum adhuc satisfacere opinionibus liceat. Apellem aiunt post tabulam solitum latitare, quo et visentes liberius dicerent, et ipse honestius vitia sui operis recitantes audiret. Nostros ergo pictores palam et audire saepius et rogare omnes quid sentiant volo, quandoquidem id cum ad caeteras res tum ad gratiam pictori aucupandam valet. Nemo enim est qui non sibi decorum putet suam in alienis laboribus sententiam proferre. Tum minime verendum est ne vituperatorum et invidorum iudicium laudibus pictoris quicquam possit decerpere. Perspicua enim ac celeberrima est pictoris laus, dicacemque testem ipsum bene pictum opus habet. Ergo omnes audiat, secumque ipse rem prius pensitet atque emendet; deinde cum omnes audiverit, peritioribus pareat.

63. Haec habui quae de pictura his commentariis referrem. Ea si eiusmodi sunt ut pictoribus commodum atque utilitatem aliquam afferant, hoc potissimum laborum meorum premium exposco ut faciem meam in suis historiis pingant, quo illos memores beneficii et gratos esse ac me artis studiosum fuisse posteris praedicent. Si vero expectationibus eorum minime satisfeci, non tamen quod tantam aggredi rem ausi fuerimus vituperent. Nam si quod laudis est conari id perficere nostrum ingenium nequivit, meminerint tamen solere in maximis rebus laudi esse id voluisse quod difficillimum esset. Aderunt fortasse qui nostra vitia emendent et in hac praestantissima et dignissima re longe magis quam nos possint esse pictoribus adiumento. Quos ego, si qui futuri sunt, etiam atque etiam precor ut hoc munus alacri animo ac prompto suscipiant, in quo et ipsi ingenium exerceant suum et hanc nobilissimam artem excultissimam reddant. Nos tamen hanc palmam praeripuisse ad voluptatem ducimus, quandoquidem primi fuerrimus qui hanc artem subtilissimam litteris mandaverimus. Quod quidem sane difficillimum inceptum, si pro expectatione legentium perficere nequivimus, in eo natura magis quam nos inculpanda est, quae hanc legem rebus imposuisse visa est, ut nulla sit ars quae non a mendosis admodum initiis exordium sumpserit. Simul enim ortum atque perfectum nihil esse aiunt. Qui vero nos sequentur, si qui aderunt studio et ingenio quam nos praestantiores, hi fortasse artem picturae perfectam atque absolutam reddent.

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