Filologia semitica- Area semitica occidentale

Area semitica occidentale

FILOLOGIA SEMITICA

Se la filologia è la scienza delle regole secondo le quali si studiano l’autenticità, la datazione e l’attribuzione letteraria degli scritti dell’antichità e si valuta e restituisce la correttezza del loro testo, la disciplina nota tradizionalmente come “Filologia semitica” travalica i confini classici della filologia per occuparsi più ampiamente di tutti gli aspetti relativi alle lingue semitiche come strumento di comunicazione e come supporto di identità culturale. Ultimamente in Italia, a livello ministeriale, la dizione “Filologia semitica” è stata opportunamente sostituita con quella di “Semitistica”, che meglio ricopre, nella sua genericità, le diverse metodologie d’indagine che vengono applicate per lo studio delle lingue semitiche e dei testi redatti in esse.
La “Filologia semitica” in questa più ampia accezione si occupa pertanto non solo di filologia, ma anche e soprattutto di linguistica, disponendo di un bacino di ricerca tra i più ampi e ricchi a cui possa aspirare un linguista. Le lingue semitiche sono infatti documentate già a partire dal terzo millennio a.C. (eblaitico e accadico), hanno rappresentato la voce originaria delle tre religioni monoteistiche (il giudaismo con l’ebraico, il cristianesimo con l’aramaico e l’etiopico, l’islam con l’arabo) e alcune di esse sono attualmente le lingue ufficiali di stati del Vicino Oriente e dell’Africa (l’arabo, l’ebraico, l’amarico e il tigré) e di uno stato dell’Europa (l’arabo maltese).
La “Filologia Semitica” si configura come una disciplina di raccordo tra l’area semitica occidentale (Lingua eblaitica, Lingua aramaica ed Ebraico biblico), l’area semitica orientale o mesopotamica (Lingua accadica od assiro-babilonese) e l’area semitico-meridionale (Lingua araba, Arabo parlato). Come tale il corso di “Filologia semitica” si prefigge di offrire un’introduzione generale alle lingue semitiche, mettendone in luce i caratteri specifici nella fonologia, nella morfologia e nella sintassi nonché nella semantica, e illustrandone da una parte la storia della loro diffusione nel Medio Oriente e in Africa, dall’altra i criteri comparatistici che consentono di classificarle in sottofamiglie tipologicamente e geograficamente distinte. Ogni anno parte del corso verrà destinata all’esame di una diversa lingua semitica, tanto tra quelle antiche, quanto tra quelle moderne, attraverso lo studio di documenti epigrafici o letterari.

LINGUA EBLAITICA

Quando, ormai più di quaranta anni fa, una missione archeologica italiana in Siria intraprese lo scavo del sito di Tell Mardikh, la città di Ebla, già nota dalle fonti cuneiformi, era sfuggita non solo alla vanga dell’archeologo, ma anche ai molti tentativi di localizzazione da parte degli specialisti del settore. Fu il rinvenimento di un busto frammentario di una statua regale, recante incisa un’iscrizione con il nome del re ( Ibbit-Lim) e della sua città a sciogliere definitivamente il mistero di Ebla, permettendone l’identificazione con il sito di Tell Mardikh.
Negli anni immediatamente successivi il suolo di Tell Mardikh avrebbe continuato a restituire, oltre alle vestigia monumentali di quella che si è andata rivelando come un’autentica metropoli siriana dei III millennio a.C., migliaia di tavolette dai più disparati contenuti: testi amministrativi nella stragrande maggioranza, ma anche lessicali, letterari, magici e “storici”. Man mano che il suolo andava consegnando agli archeologi le vestigia del suo passato, gelosamente custodite per più di quattro millenni, tutto il quadro di una civiltà di potenza e di floridezza insospettate si andava componendo grazie alle analisi incrociate degli archeologi, degli storici e dei filologi.
Là dove si era ben lungi dal sospettare anche solo l’impiego della scrittura, veniva invece alla luce una civiltà composita, nella quale tratti originalmente siriani si mescolavano con influenze delle culture limitrofe (soprattutto quella sumerica), dando luogo a una sintesi estremamente audace: come nel campo della letteratura, dove assistiamo all’eccezionale connubio tra la scrittura cuneiforme d’importazione mesopotamica e la lingua locale (di ceppo semitico-occidentale).
Finora gli scavi hanno consentito di individuare due grandi fasi di sviluppo della città: quella più antica (preceduta a sua volta da una fase ancora più antica, ma per il momento poco documentata), “ufficialmente” datata alla seconda metà del III millennio, la cosiddetta “Ebla degli archivi” o Ebla protosiriana e quella paleosiriana, ascrivibile al periodo a cavallo tra III e II millennio, ampiamente documentata sul piano archeologico, ma finora piuttosto avara di documenti scritti.
A essere onesti, poco sappiamo della storia di queste due fasi della città (dal momento che anche le scarse notizie delle fonti mesopotamiche sono suscettibili di interpretazione). Mentre il quadro generale continua a essere avvolto nelle tenebre di un fitto mistero, alcuni episodi sono illuminati, del tutto casualmente, da un genere di testi di varia natura (epistole, trattati, etc) che tradizionalmente, per la ricchezza di informazioni “storiche”, gli specialisti chiamano appunto “storici”. Alcuni di questi testi, intorno ai quali si è sviluppata negli anni immediatamente successivi alla scoperta una vivace discussione accademica, hanno fatto la storia della ricerca eblaitologica: l’iscrizione incisa sul già citato busto di Ibbit-Lim, che permise la sicura identificazione del sito; la “lettera di Enna-Dagan”, documento di eccezionale importanza (anche se di controversa interpretazione) sui rapporti tra le due grandi potenze della Siria del III millennio, cioè Ebla e Mari; il trattato tra Ebla e una ancora non bene identificata città di ABARSAL. Per citare solo gli esempi più significativi.
Ormai da anni, lavorando alacremente a questo tipo di documenti, quasi fossero le poche tessere sopravvissute di un immenso mosaico andato perduto, generazioni di studiosi hanno cercato e cercano di strappare sempre nuovi lembi di verità, nella consapevolezza della provvisorietà di ogni acquisizione e del carattere aleatorio di ogni ipotesi, minacciate come sono, le une e le altre, dalla eventualità che nuove scoperte, finora rimaste seppellite sotto il suolo di Mardikh, possano presto o tardi modificare o stravolgere il quadro con tanta fatica ricostruito.

LINGUA E CULTURA ARAMAICA

L’aramaico trova le sue prime espressioni scritte in Mesopotamia e in Siria nel X secolo a. C., e successivamente funge da varietà linguistica privilegiata per le popolazioni soggette degli imperi assiro, caldeo e persiano.
Come tale, l’aramaico si trovò a veicolare concetti e contenuti derivanti dalla civiltà assiro-babilonese e achemenide, per tutta la tarda antichità, il Medioevo e fino ai giorni nostri (la lingua infatti è tuttora usata in piccole nicchie della Siria e dell’Iraq)
L’Accademia delle Antiche Civiltà offre un insegnamento di lingua e cultura aramaica in cui, attraverso l’analisi grammaticale e accenni all’epigrafia, si esaminano le molteplici e varie fonti scritte dell’aramaico più antico (primo millennio a.C.) in lingua originale: dai testi ufficiali alle fonti giuridiche, dall’aramaico d’Assiria a quello d’Egitto, fino al Palmireno.
Il corso rappresenta dunque un utile complemento agli insegnamenti storico-culturali e filologici impartiti dall’Accademia, in quanto fornisce una prospettiva “trasversale” sulla vasta e complessa cultura e letteratura del Vicino Oriente nel primo millennio a.C.

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EBRAICO BIBLICO

Fin dalla repressione di Tito e dalla distruzione di Gerusalemme trasformata da Adriano nella Ilia Capitolina Romana, la lingua ebraica, è stato l’ elemento che più di ogni altro ha consentito al mondo ed alla tradizione ebraica di sopravvivere nei contesti della diaspora, al di fuori del sua propria cultura di appartenenza:
L’Accademia delle Antiche Civiltà si pone come obiettivo quello di offrire la possibilità di avvicinarsi al testo ebraico originale scoprendone, passo a passo, il fascino e la bellezza consentendo così di iniziare un cammino verso la comprensione del testo biblico, cuore della civiltà e del mondo occidentale.
Attraverso la lettura testuale ed il rigoroso approccio grammaticale, si potrà essere così posti in condizione di avvicinarsi allo studio dell’ebraico biblico per mezzo della lettura del testo nella sua versione ebraica più originale, iniziando un percorso di studi sempre personalizzato che, partito dalla tradizione Massoretica, giungerà anche a momenti di confronto con la realtà dei Rotoli di Qumran e della tradizione biblica occidentale.
Saranno quindi forniti gli elementi per un accostamento personale al testo, attraverso la traduzione e l’analisi grammaticale degli elementi di esso.
Il primo approccio verrà svolto attraverso la sempre valida grammatica di J. Weingreen, per proseguire negli anni successivi con approfondimenti svolti sui due splendidi volumi del Jouon Muraoka.
Partendo inizialmente dalla lettura e dalla traduzione di parti semplici della Torah, si procederà con approfondimenti nei testi più prettamente letterari, con particolare attenzione alle cinque Megillot.
Verranno infine forniti dall’insegnante i necessari apporti informatici al fine di proseguire in un lavoro di confronto ed approfondimento linguistico personale ed originale.
Dal II anno in poi, lo studio del testo verrà integrato con approfondimenti culturali.

FILOLOGIA BIBLICA (nuovo corso)

Il corso di Filologia biblica è finalizzato ad apprendere gli elementi fondamentali della filologia biblica attraverso lo studio di alcuni prestiti, radici, costruzioni propri della lingua latina di derivazione ebraica o greca, analizzando lo sviluppo all’interno delle lingue antica con ricaduta sulle lingue moderne di derivazione latina.
La frequenza al corso presuppone la conoscenza del greco e del latino e la capacità di lettura della lingua ebraica biblica.

EBRAICO MODERNO


GIUDAISMO BIBLICO, POSTBIBLICO E RABBINICO

Quando parliamo di Giudaismo facciamo riferimento al processo evolutivo e a tutti quegli elementi che hanno portato alla rifondazione dell’ebraismo senza più il Tempio, nell’ambito del quale il periodo rabbinico costituisce il momento culminante. Tale processo ha avuto inizio cinque secoli prima della caduta di Gerusalemme, precisamente durante l’epoca di Esdra e Neemia, la quale vede coinvolti gli ebrei della Giudea: sono infatti gli appartenenti al regno di Giuda che, deportati da Nabucodonosor in Babilonia (587/586 a.e.v.), riuscirono a ritornare a Gerusalemme a partire dal 538 a.e.v., e si tratta di figli di Israele che durante la cattività babilonese hanno profondamente mutato sia il modo di credere che di esprimere la fede, in quanto si sono trovati nella situazione di dover organizzare la propria vita cultuale senza il Tempio e senza tutto ciò che presso il medesimo si faceva (sacrifici, pellegrinaggi, feste, ecc.). Anche se, proprio grazie al loro ritorno, verrà consacrato il “secondo Tempio” (515 a.e.v.), dall’esilio in poi è oramai in atto una trasformazione della fede di Israele secondo una modalità che può essere considerata definitiva: non si tratta di un capovolgimento, bensì di un progressivo spostamento del cuore pulsante e vivo dell’ebraismo dal Tempio al “culto della Scrittura”, che viene proclamata e spiegata nelle “sinagoghe”, luoghi pubblici nei quali ci si ritrova anche per pregare, il cui nome deriva dal termine greco sunagoghé corrispondente all’ebraico bet ha-keneset, “casa di riunione”.
In tale contesto, in cui il confronto su prospettive diverse non manca di vivacità, avviene anche il passaggio dall’aristocrazia sacerdotale, spesso legata al potere, al farisaismo molto più vicino al popolo e soprattutto preoccupato che la rivelazione sinaitica, sia scritta che orale, rimanga una linfa vitale per ogni generazione e una guida capace di orientare gli interrogativi di ogni epoca.
Nascono così le scuole e le accademie che, soprattutto dopo la catastrofe del 70 e.v. e il fallimento della seconda rivolta giudaica (132-135 e.v.), costituiscono il centro vitale del Giudaismo rabbinico che fissa la codificazione della tradizione orale, la Mishnà (II-III sec. e.v.), a partire dalla quale si elaborano le discussioni che confluiranno nelle redazioni palestinese e babilonese del Talmud (V-VI sec. e.v.), la “patria di carta” del popolo di Israele che ha costituito, e per molti aspetti costituisce ancora, l’elemento unificante e fortificante nonostante l’accentuazione della diaspora.
Il Giudaismo emerge così come un fenomeno variegato nel cui ambito si possono evidenziare dei fermenti culturali e religiosi particolarmente intensi e originali, come quelli che caratterizzano il periodo recentemente ridefinito come Giudaismo medio (III sec. a.e.v. – II sec. e.v.), secondo un’ipotesi che colloca in questa stessa epoca la nascita del cristianesimo come corrente messianica interna al medesimo. Giudaismo quindi come realtà variamente caratterizzata e in rapporto dialettico sia al suo interno che con contesti e culture diverse, nell’orizzonte della quale si possono cogliere significative connessioni e interazioni fra il suo sviluppo, la cultura del Vicino Oriente ellenizzato e il sorgere e l’affermarsi del cristianesimo.

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Categorie:00L- Atlante storico-linguistico - Historical-linguistic Atlas, F14.2- Arabo - Arabic

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