Antonio De Lisa- Il labile confine. Storia della superstizione

Il labile confine. Storia della superstizione

Un pulviscolo sovrannaturale

Con il termine superstizione si designa una credenza deviante o arcaica rispetto alla credenza considerata “normale”. La parola non può essere definita in maniera inequivocabile né sul piano concettuale né su quello contenutistico. Come la credenza “corretta”, la superstizione, che si manifesta in primo luogo sotto forma di osservazione di segni, di divinazione (predizione ottenuta intenzionalmente) e di pratiche magiche, evolve in funzione delle norme sociali e religiose vigenti in ogni epoca. Per questa ragione i confini con la Magia, l’Astrologia e la Devozione popolare sono da sempre fluidi.

“Dal punto di vista fenomenologico- spiega l’Enciclopedia Treccani, ad vocem–  si distingue tra le s. a seconda della forma di religione da cui traggono origine. A prescindere da ogni concezione evoluzionistica della successione di diverse forme di religione, si può constatare che a tutt’oggi sopravvivono s. che rispondono a una forma animistica della religione (per es., la credenza di geni, spiriti, demonietti, fate, che interverrebbero negli affari spiccioli della vita quotidiana e di fronte ai quali sarebbe necessario osservare un comportamento particolare), altre in cui domina un orientamento magico (come nelle fatture, o nei riti di propiziazione, per es., per l’inaugurazione di una nuova casa ecc., o nell’attribuire facoltà particolari a determinate persone, indovini, guaritori, streghe ecc.). Le s. relative ai sogni, ai numeri speciali, a certe materie ecc. sono spesso residui di concetti una volta organicamente appartenuti a religioni più antiche”.

Teologia e superstizione

La Chiesa medievale, influenzata dalla dottrina di S. Agostino, combatté come superstizione il culto delle divinità pagane (idolatria), le rappresentazioni magiche e animiste (culto dei demoni) e più tardi anche elementi considerati “superflui” che erano stati aggiunti alla vera religione; questa idea fu sostenuta da Tommaso d’Aquino, che considerava la superstizione l’antitesi della virtù, ovvero un difetto religioso, intellettuale e morale. Nel corso del Medio Evo l’accusa di superstizione venne sempre più rivolta a cristiani che si erano allontanati dalla dottrina ufficiale della Chiesa (Eretici). Nello stesso tempo la Chiesa tollerava lo sviluppo di una devozione popolare, in cui si coniugavano elementi della credenza ufficiale con concezioni superstiziose e magiche. Queste comprendevano, tra l’altro, aspetti del Culto dei santi e dei pellegrinaggi.

Per la Chiesa cattolica la superstizione comprende ogni atto di culto falso e superfluo, per esempio, di reliquie non ufficialmente riconosciute, le preghiere a fini illeciti ecc., i riti celebrati in privato, la divinazione (distinta dal vaticinio ispirato), la magia (per esempio, uso di talismani, distinti dagli oggetti benedetti) ecc. La Chiesa combatte le superstizione sin dalle sue origini, ma di fronte a certe superstizioni troppo radicate nella tradizione popolare ha adottato un metodo diverso, assecondandole formalmente, ma assorbendole, mediante una reintegrazione sostanziale, nella propria pratica; quest’atteggiamento si manifesta non soltanto nei riguardi di riti campestri (per es., processione intorno al campo per la fertilità, riti per la pioggia) o di forme di devozione popolare pagana (per esempio, l’uso di ex voto), ma fin nella conservazione dei luoghi sacri e delle feste della religione pagana.

Della lotta della Chiesa contro le superstizioni, come pure del loro spesso tenacissimo perdurare, si trovano numerose tracce nei testi canonici, specie nelle costituzioni sinodali e soprattutto in quelle posteriori al concilio di Trento, che condannò tutte le consuetudines non laudabiles. In tali statuti sono spesso elencati alcuni errori e pregiudizî del volgo, allo scopo di richiamar sopra di essi l’attenzione degli ecclesiastici e di sradicarli come avanzi di gentilesimo.

Il significato letterale della parola “sinodo” è “cammino insieme”. Il Codice di diritto Canonico lo definisce così : Il sinodo diocesano è l’assemblea dei sacerdoti e degli altri fedeli della Chiesa particolare, scelti per prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità diocesana, a norma dei canoni seguenti (Can. 460). La loro importanza nella storia delle comunità locali è evidente.
Nel 1606 a Potenza i vescovi Sebastiano Barnaba (1579 – 1606 ) e Gaspare Cardoso (1606  – 1615 ) emanavano una costituzione sinodale con la quale proibivano alle donne di buttare sul feretro dei loro cari ciocche di capelli.

E’ un fenomeno che si riscontra in tutta Italia. Le costituzioni sinodali di Viterbo del 1604 proibivano le prefiche e le mestas cantilenas, che esse solevano intonare sui defunti; quelle di Pavia del 1612, di gettare sul morto, nel momento della sepoltura, pietre e legna; quelle di Arezzo del 1597 proibivano di riporre nelle mani del defunto oggetti e monete.

Queste stesse costituzioni vietavano, al pari di quelle di Salerno (1579), di Albenga (1620), di Sant’Agata dei Goti (1681), di San Benigno di Fruttuaria (1622), e di varie altre, il bacio che gli sposi si scambiavano nel momento della celebrazione nuziale ai piedi dell’altare, nonché l’uso d’infrangere il bicchiere o la scodella dopo la benedizione. L’arcivescovo Orsini di Benevento, nel 1704, proibì l’uso di spezzare sul capo dei coniugandi la focaccia nuziale e di distribuirne le parti ai convitati. Egli vedeva rivivere in quel rito l’uso pagano della confarreatio, o altrimenti potus et biberagium, il quale era ritenuto atto a legare magicamente la coppia.

Il «Catechismo della chiesa cattolica»

L’esposizione della dottrina della chiesa sull’argomento della magia nel Catechismo della chiesa cattolica si trova all’interno della trattazione dei peccati contro il primo comandamento. Vengono menzionate in modo distinto la superstizione, l’idolatria, la divinazione e la magia, accomunate però nel «deviare» dal culto del vero Dio cercando strade alternative al riconoscimento esclusivo dell’unico Signore: «Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai, lui solo adorerai» (Lc 4,8).

a) La superstizione viene definita: «Deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso impone». Tra queste pratiche non sono ricordate però le numerose e varie azioni scaramantiche, gesti apotropaici, o l’uso di amuleti; è invece sottolineato con forza l’uso superstizioso dei sacramenti e degli atti di culto: «Per esempio, quando si attribuisce un’importanza in qualche misura magica a certe pratiche, peraltro legittime o necessarie. Attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione» (ibid. 2111).

“I doni carismatici possono venire solo da Dio”

E’ singolare che autorevoli membri della chiesa sentano la necessità di ribadire continuamente il discrimine tra superstizione e vera religione, segno che questa soglia viene spesso oltrepassata dai credenti. Come ha dichiarato Monsignor Giuseppe Maggioni, Delegato arcivescovile per i Nuovi Movimenti Religiosi dell’Arcidiocesi di Milano, Responsabile del Centro di Ascolto Ambrosiano sui Nuovi Movimenti Religiosi e autore di una collana sul tema edita dal Centro Ambrosiano: “Il cristiano non grida con superbia attraverso formule, scongiuri e false preghiere: «si fatta la mia volontà», ma si rivolge a Dio con le parole che Gesù stesso gli ha insegnato, chiedendo che: «si fatta la tua volontà»; i doni carismatici possono venire solo da Dio e vengono elargiti in modo gratuito alle persone sante. Gli idoli sono opera delle nostre mani, «hanno bocca e non parlano; hanno occhi e non vedono» (Sal 115,5). Occorre abbandonarsi con fiducia nelle mani della Provvidenza per ciò che concerne il futuro e fuggire da ogni curiosità malsana. Non è opportuno chiedersi se una determinata pratica funziona o non funziona, ma se è moralmente lecita o no. Chi consulta il mago attribuisce l’origine dei propri mali a una causa esterna, per cui si aspetta che lo liberi dai suoi fastidi, l’efficacia della magia dipende dalla credenza nella medesima, per cui il desiderio ne è la prima causa; si perde a poco a poco il proprio senso di responsabilità, poiché si diventa dipendenti dal mago. Non è possibile verificare l’efficacia dell’opera del mago, poiché l’insuccesso (secondo il mago) dipende da una controfattura, mentre il successo dipende da lui. Inoltre, essendo il campo magnetico umano infinitesimale, è da escludere qualunque influsso degno di nota su gli altri”.

Filosofia e superstizione

Spinoza: dal timore la superstizione

Baruch Spinoza nella Prefazione del suo  Trattato teologico-politico articola una riflessione particolareggiata sulla superstizione:

“Se gli uomini fossero in grado di governare secondo un preciso disegno tutte le circostanze della loro vita, o se la fortuna fosse loro sempre favorevole, essi non sarebbero schiavi della superstizione. Ma spesso si trovano di fronte a difficoltà che non sanno in alcun modo risolvere e per lo piú sono miseramente agitati dalla tempesta delle speranze e dei timori, per la precarietà dei beni della sorte che essi smodatamente desiderano. Cosí sono quanto mai disposti, nella generalità dei casi, alla credulità; nel dubbio e, molto piú spesso, nel contrasto del timore e della speranza essi non sanno decidersi e un minimo impulso li spinge all’una o all’altra soluzione, mentre sono pieni di baldanza e di superbia quando nutrono fiducia nel futuro.

“Questo è noto a tutti, io credo; penso però che i piú non conoscano se stessi e chiunque abbia una certa esperienza della vita avrà notato che quasi tutti, quando si trovano nella prosperità, anche se completamente incapaci, sono cosí gonfi di sapienza che, se ci si dispone a dar loro un consiglio, lo ritengono offesa personale; se invece si trovano nelle difficoltà, non sanno a chi rivolgersi, chiedono e supplicano il consiglio di chiunque e non ascoltano suggerimento tanto sciocco, tanto assurdo o tanto inutile che non sian pronti a seguire. Poi, per motivi di pochissimo conto, ricominciamo a sperare in meglio, poi di nuovo a temere il peggio.

“Se nei momenti del timore si vedon capitare qualcosa che ricorda loro qualche bene o male del passato, credono che ciò annunci il successo o l’insuccesso e lo chiamano favorevole o funesto auspicio, anche se in molte altre occasioni tale presagio si sia rivelato falso. Se poi con grande loro stupore assistono ad un fatto insolito, credono che si tratti di un prodigio che sta a manifestare l’ira degli dèi o della somma divinità e, schiavi della superstizione ed ostili alla vera religiosità come sono, ritengono empietà il non cercare di placarla con vittime e con voti. E cosí s’immaginano un’infinità di cose e danno strane interpretazioni dei fatti naturali come se la Natura nella sua totalità fosse pazza come loro.

“In tale prospettiva possiamo osservare che sono quanto mai soggetti a superstizioni di ogni genere soprattutto coloro che bramano senza misura i beni precari; e che tutti, principalmente quando si trovano in mezzo ai pericoli e non sono in grado di aiutare se stessi, implorano con voti e con lacrime da femminuccia l’aiuto di Dio e dicono cieca la ragione (perché essa non sa indicare una via sicura per la soddisfazione dei loro vani desideri) e vana la sapienza umana, mentre scambiano per divini responsi i deliri dell’immaginazione, i sogni e puerili inezie di tal genere. Credono anzi che Dio sia nemico dei sapienti ed abbia impresso i propri decreti non nella mente dell’uomo, ma nelle viscere delle bestie; o ancora che tali decreti ci vengano predetti dagli stolti, dai pazzi e dagli uccelli per ispirazione e per impulso divini. Ecco a quale delirio il timore conduce gli uomini!

È dunque il timore la causa che genera, mantiene ed alimenta la superstizione.

(B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino, 1988, pagg. 387-388)

Hume: superstizione, una scuola per la schiavitù

Nei suoi Saggi morali, politici e letterari, Hume definisce la superstizione e il fanatismo come “le due forme di corruzione della vera religione”, e s’impegna a mostrarne le origini psicologiche. Scrive il filosofo: “Debolezza, paura, malinconia, insieme con l’ignoranza, sono dunque le vere fonti della superstizione”. Ma il fanatismo nasce da un temperamento ardito e fiducioso, spesso addirittura presuntuoso, per cui appare naturale che si accompagni ad un forte spirito di libertà; al contrario, la superstizione, traendo origine da un sentimento di opprimente inferiorità, “rende gli uomini docili e remissivi, e li prepara per la schiavitù”.

Gli antropologi: non “superstizione”, ma “survival” (sopravvivenza)

Come ha ricordato Alberto Maria Cirese l’antropologia come scienza nasce  proprio quando Taylor nel 1871 elimina la parola “superstizione” e dice: “dobbiamo sostituirla con survival, sopravvivenza“. Superstizione è un giudizio negativo, sopravvivenza è una constatazione. E nasce la scienza antropologica. Quindi, almeno questo è chiaro: quando studiamo i fenomeni superstiziosi dobbiamo pensare che in realtà abbiamo a che fare con i residui di culture tradizionaliste.

Riti scaramantici e superstiziosi:

  1. amuleti e talismani, la funzione dei simboli contro malocchio e sventura
  2. credenze naturali, le credenze legate alla natura e alla superstizione
  3. maghi e stregoni, riti magici e magia popolare
  4. medicina popolare, credenze mediche tradizionali popolari
  5. i presagi, la preveggenza nella previsione del futuro

Amuleti e talismani nella tradizione e credenza popolare

Gli amuleti vanno inclusi tra i mezzi popolari di cura. Sono considerati rimedi  contro il malocchio e la sfortuna. Dagli anelli degli antichi indiani e dagli occhi d’oro degli Egiziani fino alle cosiddette “pietre del fulmine”, che non sono altro che cuspidi di frecce del periodo neolitico affiorate durante i lavori dei campi e ritenute parti materiali del fulmine.
Più popolari e a portata di mano sono i cornetti di corallo o il “gobbetto” che fa le corna mentre stringe un ferro di cavallo.
Gli amuleti hanno una funzione protettiva, mentre i talismani posseggono una forza attiva contro il male.
In una medaglia talismanica scoperta in Asia minore, è effigiato Salomone a cavallo che con una lancia uccide una “diavolessa”: l’immagine è straordinariamente simile a quella di S. Giorgio che uccide il drago. Il “nodo di Saio-mone”, che i nostri marinai, per scongiurare la tempesta, disegnavano sull’albero della barca, rappresentato da due triangoli capovolti chiusi da un cerchio, si trova già in un antico amuleto ebraico.

Questi amuleti e talismani ci richiamano al malocchio, o iettatura, che anticamente veniva chiamato “fascino”.
Sembra che la determinazione psicologica di questa manifestazione sia quella di trovarsi di fronte a persone che hanno qualche tratto diverso da quelli che generalmente caratterizzano la collettività, ad esempio: i poteri benefici di un gobbo e quelli malefici di una gobba o di altri individui con qualche difetto fisico, e il proverbio: “Cristo disse: guardati dai segnati miei”.
Il malocchio e la iettatura indicano che l’azione malefica è voluta da quelle persone a cui viene attribuito tale potere; ma ci può essere anche un malocchio involontario, quindi: persone che portano disgrazia senza che esse stesse ne abbiano coscienza.
Nella Napoli aristocratica del Settecento, la iettatura costituì un tema di moda, trattato da scienziati illuministi che, per giustificare la loro credenza nel malocchio, lo spiegavano come una forza posseduta da certi individui, dei quali indicavano anche i tratti fisici distintivi.

Credenze naturali

Il Folklore della natura riguarda il complesso delle credenze relative agli astri, alla terra, all’acqua, alla flora e alla fauna.
La luna è quella che più ha colpito la fantasia popolare: già Dante (Paradiso; II, 49-51) ci ricorda la leggenda di Caino rifugiatosi sulla luna con un fascio di spine sulle spalle.
In Abruzzo, invece, vedono un ladro trasportato sulla luna mentre, con un fascio di spine, tentava di coprirne la luce per poter rubare.
In Friuli: un avaro che porta a nascondere un sacco di denari.
Dei numerosi proverbi sugli influssi della luna, possiamo pensare che qualcuno risponda a una tradizionale esperienza e che quindi una parte di verità.
Le tradizioni relative al sole sono moltissime, invocate anche in canzoncine infantili (“Sole, sole, vieni con gli angeli e coi santi, con tre cavalli bianchi”).

I marinai di Catania dicono: “Nasci omu e nasci stidda”, che equivale a dire: “ogni uomo nasce col suo destino”. Interessanti sono anche i nomi con cui il popolo chiama le stelle: le Pleiadi sono le “gallinelle”; la cintura d’Orione “i tre bastoni” o i “Tre Re Magi”; Venere è la stella dei pastori e dei cacciatori; la via lattea è “la via di Roma”, o anche “la strada di S. Giacomo di Galizia”; in Abruzzo si crede che sia la strada della Madonna in cerca di Gesù che disputava coi dottori.
Antichissimo è anche il culto delle acque, che i Greci veneravano nelle Najadi, Driadi, Amadriadi, Nepee, rimasto nella tradizione popolare, specie nelle zone montane alle sorgenti dei fiumi.
Nella zona di Belluno, per esempio, ci sono le “fate anguane”, dedite alle acque, e il Piave ha le sue leggende: “L’acqua de la Piane l’è tanto bona da bever, ma m magio la va in amor e el pericol più grande l’è subito fora de Belun…”.
Le leggendarie virtù terapeutiche dell’acqua, sia come purificatrice, che come generatrice di vita sono molteplici; e, ai valori naturalistici, la Chiesa ha poi sostituito quelli simbolici della purificazione dell’anima e della benedizione divina.
Così: molte fonti ritenute miracolose, specie per le giovani spose che desiderano aver figli, sono dedicate a una santa.
Le espressioni “metterei la mano sul fuoco”, o “ha superato la prova del fuoco” richiamano l’ordalia, per cui Dio non abbandona mai l’innocente e lo fa uscire indenne anche dal fuoco.

Il fuoco, tradizionalmente, ha il significato simbolico di purificazione e di energia vitale.
Perciò in Sardegna, le partorienti cercavano di far nascere le loro creature presso il focolare, e un po’ dovunque si accendono i falò per il calendimaggio, o per le feste di S. Antonio, S. Giuseppe, Capodanno e l’Epifania.
Molte credenze, inoltre: riguardano le pietre preziose.
Allo smeraldo, per esempio: si attribuiscono eccezionali poteri; un’antichissima leggenda indiana sostiene che sia nato dalla bile lasciata cadere ai piedi della montagna “regina della terra” da una divinità; e tra questi valori, straordinarie sono anche le qualità magiche e terapeutiche; ma per ambivalenza lo smeraldo scabroso, attirava anche 108 malattie, nonché sciabolate sulla testa e nel ventre.

Il rubino: si crede sia nato da una goccia di sangue vivo; aveva virtù di rinvigorire gli organi deperiti e rafforzare il cuore; preveniva e curava anche la peste.

Lo zaffiro: guariva gli orzaioli degli occhi e, portandolo addosso, rendeva buoni e miti.

Le contadine umbre usano la “pietra della rondine”, cioè: la “celidonia” che serve per curare la congiuntivite.
Le Sarde, contro il malocchio usano “sa pedra de ss’ocru”, che è una conchiglia fossile.
Pietre malefiche: l’opale porta sfortuna e l’onice tristezza e timore.
Molte sono anche le leggende nate intorno a certe grotte e ai loro tesori nascosti.
Alla grotta della Sibilla, col vicino lago di Filato sui monti tra l’Umbria e le Marche, si ritrovavano, fin dal Medioevo i maghi e i negromanti a consacrare il “libro del comando”, che, pur trasmesso segretamente, è arrivato fino a noi, simulato dal titolo anodino “La clavicola di Salomone” e ristampato a Milano nel 1928.
Di questo libro c’erano anche delle apposite “guide segrete”, in cui venivano indicate precisamente le località dove si trovano questi tesori.
Molte credenze sono anche legate ai fiori e alle piante; la passiflora è detta “fiore della passione di Cristo”.
In Puglia e in modo particolare nel giorno dell’Ascensione, le fanciulle sfogliano le rose nell’acqua di una catinella e poi si lavano in quell’acqua.
Diffuso ovunque, invece, è l’uso di sfogliare una margherita ripetendo “m’ama, non m’ama”, fino all’ultimo petalo che da la risposta.
In Toscana: vi è anche una casistica: “m’ama, non m’ama, così così, in mezzo al cuore”.
Inoltre: fin dagli antichissimi tempi, gli alberi erano venerati ed erano considerati sacri a una divinità: “lucus” era il bosco sacro, il tempio all’aperto.
Lugo di Romagna è nata sul luogo di un lucus Diana. L’alloro “onor d’Imperatori e di Poeti”, era sacro ad Apollo e la laurea accademica è un simbolico ricordo dell’originario significato sacrale.
A Regalbuto, in Sicilia, per la festa di S. Vito si fa la processione dell’alloro, spettacolo ancora genuinamente folkloristico.

La magia nella tradizione popolare

Oggigiorno i maghi e gli stregoni continuano il loro esercizio di poteri soprannaturali veri o presunti, con precise forme; anche le streghe, che, come le fate, nel Medioevo si consideravano dotate di poteri soprannaturali sia per il bene che per il male. Poi, per influsso della Chiesa, e più tardi dell’illuminismo, le streghe, ritenute esseri soltanto malefici, al servizio del demonio, furono condannate al rogo.
Ancora oggi, però quando per la strada passa qualche vecchia gobba, è facile vedere qualcuno che  fa le corna.
Tra i mezzi per difendersi dai malefizi e per procurarsi la guarigione da ogni genere di malattia, sono da considerare in primo piano gli scongiuri.
La loro tradizione è antichissima e la loro diffusione è universale. Una delle loro caratteristiche è la historiola, che è il racconto di un piccolo episodio, in base al principio della magia simpatica, raccontando che una tale divinità guarì una persona in un determinato modo, anche l’ammalato guarirà subito dello stesso male. Nella famosa “stele Metternich”, si legge uno scongiuro contro il morso dello scorpione, nel quale si racconta che Iside guarì suo figlio Horus; e un altro simile in cui la regina Bast viene guarita dal dio Re, con l’uccisione di un gatto.
Questa formula della historiola si è trasmessa in moltissimi scongiuri di epoca cristiana, nei quali si invocano Cristo, la Madonna, i Santi, o sconosciuti personaggi mitologici.

Uno dei primi testi in lingua volgare è lo scongiuro “Nelia Telia”, contro il mal d’occhi, conservato in un codice del Vaticano, databile verso il 1150.

Contro lo stesso male la tradizione ci conserva altri scongiuri che invocano S. Lucia.
Ci sono anche scongiuri per ogni tipo di malattie, come anche per assicurarsi un buon viaggio o l’esito felice di un’impresa.
Nelle feste di alcuni di questi santi guaritori si fanno anche dei panini che talvolta si portano a far benedire in chiesa: per S. Biagio, ad esempio, i “panini” con la forma di un pugno chiuso si mangiano o anche si sfregano sulla gola.

La medicina popolare

La medicina popolare presenta una estesissima serie di credenze, usanze e pratiche spesso strane o addirittura assurde, inoltre: gli avanzi dell’antica scienza medica ufficiale, ormai superata, e concetti e applicazioni collegati con la magìa e con la superstizione.
Prima della scoperta della penicillina, il popolo usava guarire le ferite con le muffe; e in Abruzzo, contro il mal d’occhi, si consigliava “sughe de melarance”, cioè quella vitamina che ora si somministra per iniezioni.
In realtà, quasi mai si può fare una netta separazione nella medicina popolare tra il frutto di secolare esperienza e il risultato dell’applicazione dei principi della magìa o di credenze ricollegate con la superstizione e la religiosità popolare.
Il termine magìa viene dai Magi, sacerdoti persiani, che praticavano anche la guarigione e l’uso di poteri soprannaturali; essa è divisa in magia bianca che ha scopi benefici, e magia nera, dai poteri diabolici e con fini malefici.
Vi è poi una magia omeopatica, sul principio che il simile produce simile, e una magìa contagiosa, sul principio che basti anche un momentaneo contatto perché una forza benefica o malefica si trasmetta da una persona ad un’altra.
Alla prima appartengono le pratiche contro la siccità che consistono nel gettare acqua sulla statua del Santo; o l’altra abruzzese per guarire il mal di milza, di appendere una milza di agnello sotto il camino e credere che il male regredisca man mano che si dissecca; o anche le danze rituali contro le presunte conseguenze del morso della tarantola.
Per la seconda basterà guardarsi dagli iettatori, toccando ferro, o altri amuleti, come cornetti di corallo e simili: il ferro è il metallo più usato per la difesa e il corno, a punta rosso fuoco, proteggono contro il male.

Segni e presagi

Quando una persona starnuta e un amico, con bonario sorriso, gli augura “salute!”, continua una tradizione antica di almeno tre millenni.
Leopardi, nel suo “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”, scrive “Che il capo, dice Ateneo, fosse ritenuto sacro, apparisce dal costume di giurare per esso e di adorare pur come sacri gli starnuti che provengono dal capo. Aristotele, che chiama Dio lo starnuto, lo dice ancora sacro e santo”.
Quando fischia un orecchio, si dice che in quel momento qualcuno parla di noi.
Se si sparge del vino, si grida “allegria”; se si sparge del sale o dell’olio, si predice una disgrazia; ed è segno cattivo l’inciampare uscendo di casa.

A precisare il significato di un dato segno, interviene anche l’attribuzione di effetti benefici o malefici alla destra o alla sinistra; esempio: se fischia l’orecchio destro qualcuno parla bene di noi, se, invece, ci fischia il sinistro si parla male.
Per i friulani è il contrario: “Quand che busine l’orde drete, peraule maledete; se busine l’orde sampe, perau-le sante”.
Una simile ambivalenza presenta il numero 13: nefasto per i più quando si trovano in 13 a tavola: altri lo portano, metallico, come talismano.
Ne di Venere ne di Marte, non si sposa e non si parte, ne si da principio all’arte”.
Il nascere di venerdì è buon segno: per i Siciliani il “vinnirinu”, sarà forte e valoroso.
Sui segni della mano si fonda la chiromanzia, esercitata anche oggi da professionisti, che traggono buoni guadagni anche da clienti di non modesta cultura.
La oniromanzia, invece, trae pronostici dai sogni ed ha esempi noti già nella Bibbia.
A tal proposito, il Leopardi, nel citato “Saggio” afferma: “non s’ebbe forse pregiudizio più comune fra gli anticlii di quello di riguardare i sogni come forieri di qualche avvenimento”.
Gli antichi ritenevano il sogno come il messaggero della divinità, e sono celebri i sogni biblici.
“Un divin sogno a me scese nel sonno”, dice Agamennone nell’Iliade.
Senofonte sostiene: “Gli dei sanno tutto e lo fan sapere ad altri come loro piace, anche per mezzo dei sogni”.
E Dante (Inf. XXVI-7): “Ma se presso al mattin del ver si sogna…”.

L’oniromanzia ha classificato tutti i sogni più comuni e più significativi, dando a ciascuno un’interpretazione. Di là è nato il Libro dei sogni, che, però, se è compilato espressamente per chi gioca al lotto, si chiama a Napoli, la Smorfia.
Tra le interpretazioni più note al popolo sono: denti che cadono, perdita di persona cara; donne, chiacchiere; stereo, denaro; granturco, abbondanza. Vi opera spesso il principio magico del “simile che chiama il simile”.
La previsione del futuro, tramite l’osservazione degli astri, è detta astrologia che, ha anche dato l’avvio all’astronomia, ma è rimasta agganciata a principi magici e a primitive credenze mitiche sopravvivendo nella tradizione popolare.
Tra gli altri modi di prevedere il futuro, oltre lacartomanzia, che interroga le carte da gioco, c’è quello di interpretare il comportarsi di un setaccio, sospeso, fatto girare su se stesso, o guardato contro il sole e l’altro d’interrogare uno specchio, da cui risponderebbe il diavolo stesso. Più diffusa è la piromanzia, che trae auspici dal fuoco, dalle scintille e dalle fiamme che se ne sprigionano; ma si possono trarre gli oroscopi anche dall’acqua.

Magia e disincanto nel mondo moderno

Se è vero che in tempi recenti numerose pratiche superstiziose diffuse nel mondo rurale sono scomparse, il progresso tecnico e il “disincanto del mondo” (Max Weber), che caratterizzarono la società urbanizzata alla fine del XIX e nel XX sec., furono accompagnati anche da incursioni nell’irrazionale, che si manifestarono sotto diverse forme: astrologia, Esoterismo e, dagli anni 1960-70, in misura crescente anche spiritualismo e occultismo. In Svizzera il fenomeno fu indagato ad esempio da Carl Gustav Jung e Sergius Golowin. La sopravvivenza di tendenze superstiziose nella società dalla fine del XX sec. recentemente è divenuta argomento della ricerca storica.

Bibliografia

Catechismo della chiesa cattolica (CCC), LEV, Città del Vaticano 19992, nn. 2111-2117

D. Hume, Saggi morali, politici e letterari

P. Mantegazza, La psicologia delle superstizioni (prefazione a Z. Zanelli, La medicina delle nostre donne, Città di Castello 1892).

R. Pettazzoni, Le superstizioni, in Atti del I Congresso di etnografia italiana, Perugia 1912, pp. 135-143.

J.-C. Schmitt, Medioevo superstizioso, 1997

B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino, 1988, pagg. 387-388

G. Tigri, Contro i pregiudizi popolari, Torino 1870.

R. Corso, La rinascita della superstizione nell’ultima guerra, Roma 1920.

J. G. Frazer, The Golden Bough, ed. abbreviata, Londra 1924 (trad. it., Il ramo d’oro).

Un’inchiesta sulle superstizioni d’Italia, e il materiale raccolto, in Archivio per l’antropologia e l’etnologia, XVII (1887), pagine 231, 311, 333; XVIII (1888), p. 83; XX (1890), pp. 17, 73, 307.

Antonio De Lisa

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Categorie:E07- Storia del Sud, I04- Storia della mentalità religiosa - History of the religious mentality, T04- Antropologia del Teatro e della Musica

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