La persecuzione degli ebrei in Italia dal 1938 al 1945- Sette luoghi italiani della Shoah

La persecuzione degli ebrei in Italia dal 1938 al 1945. Sette luoghi italiani della Shoah

Nei primi decenni del Novecento gli ebrei italiani vivevano come i loro concittadini non ebrei, mantenendo un forte senso della famiglia, rispettando le principali norme religiose, curando l’assistenza dei poveri e dei bambini. L’appartenenza ebraica rimase sempre più legata alla vita privata, all’associazionismo e al rispetto delle principali festività. Essa si concretizzava anche in una variegata pubblicistica periodica.

Nel 1848 il Regno di Sardegna aveva concesso, con lo Statuto Albertino, la piena emancipazione civile e politica agli ebrei piemontesi e con il processo di Unificazione essa era stata estesa a tutta la penisola. Con l’ampia partecipazione degli ebrei alle guerre Risorgimentali a fianco dei concittadini non ebrei si sviluppò la piena integrazione dell’ebraismo italiano in tutti i settori della società civile e politica del nuovo Regno d’Italia. Convinti sostenitori delle idee liberali e fiduciosi nelle potenzialità del progresso, gli ebrei italiani, animati anche da un forte sentimento nazionale, diedero il loro fondamentale contributo alla costruzione dello Stato e alla sua difesa nella Grande Guerra.

Fino alle leggi antiebraiche del 1938 furono attivi in tutti i settori della vita professionale e politica del paese. L’integrazione nella società italiana significò anche un adeguamento degli usi e costumi a quelli della società maggioritaria: ne sono un esempio le nuove e monumentali sinagoghe costruite tra fine Ottocento e inizio Novecento. Sul versante politico gli ebrei scelsero come il resto del Paese percorsi diversi: li ritroviamo infatti fra i liberali, i socialisti, i nazionalisti, una minoranza aderì al sionismo.

Nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppò in Europa una nuova forma di ostilità antiebraica: l’antisemitismo politico. In esso i tradizionali temi dell’antigiudaismo cattolico si intrecciarono con le accuse rivolte al ruolo degli ebrei emancipati nella società, esso venne sostenuto o usato strumentalmente da partiti politici cattolici e cristiani e da correnti e organizzazioni nazionaliste per mobilitare le masse.

La sua diffusione in Europa occidentale fu alimentata anche dall’ “Affaire Dreyfus”, sviluppatosi in Francia dal 1894 al 1906. In Italia nel 1911-1912, in occasione della guerra di Libia, gli ebrei italiani furono oggetto di una offensiva politica da parte di alcuni esponenti del movimento nazionalista italiano.

I pregiudizi, gli stereotipi e le false accuse religiose e politiche venivano diffusi tramite vignette, libri, articoli di giornali fra cui si distinsero importanti testate cattoliche, traduzioni di violenti testi antisemiti fra cui i Protocolli dei Savi anziani di Sion, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1921.

Il 9 maggio 1936, a seguito della conquista dell’Etiopia Mussolini annunciò all’Italia e al mondo “la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma”.

La conquista dell’impero segnò il momento di massima adesione degli italiani al fascismo. Il regime dispiegò un grande apparato propagandistico per esaltare l’eroismo dei popoli “giovani” e la necessità della conquista di “un posto al sole”. Dopo la proclamazione delle sanzioni da parte della Società delle Nazioni, lo stesso apparato propagandistico fu mobilitato a difesa della politica autarchica, presentata come ulteriore dimostrazione dell’autonomia e della forza del fascismo italiano.

Per evitare gli “incroci razziali” un decreto dell’aprile 1937 vietò le “relazioni di indole coniugale” tra cittadini italiani e sudditi nelle colonie. Nel giugno del 1939 una legge istituì il reato di “lesione di prestigio di razza”.

Parallelamente crebbe la propaganda e la divulgazione di temi e stereotipi razzisti. Ampia fu la diffusione di una pubblicistica che – dalla stampa ai testi di carattere scientifico, dai romanzi ai fumetti – veicolava l’immagine di un popolo di razza inferiore che, come tale, era da dominare e civilizzare. La diversità diventava così sinonimo di inferiorità ed era continuamente ribadita la contrapposizione fra i neri deboli, inetti e corrotti e gli italiani, bianchi, nobili e forti.

Durante il fascismo continuò senza particolari ostacoli la piena integrazione degli ebrei nella società italiana anche se il crescente antisemitismocominciò a destare reazioni allarmate. L’atteggiamento degli ebrei italiani rispecchiò infatti in tutto e per tutto i comportamenti e le scelte politiche dell’intera popolazione. Fino alla vigilia delle leggi antiebraiche del 1938 ritroviamo infatti esponenti dell’ebraismo italiano con posizioni anche di notevole rilievo nell’ambito del fascismo, così come ne ritroviamo altri attivi nelle file dell’antifascismo. Negli anni però il regime aumentò il controllo anche sulle comunità ebraiche (codificato nel 1930 dalla legge di riorganizzazione delle comunità stesse, la legge Falco) e ridusse progressivamente la presenza di ebrei anche nelle sfere dirigenti. Comunque la maggioranza degli ebrei, come dei non ebrei, fece propri molti degli ideali del regime e in molte occasioni anche le comunità ebraiche aderirono ai rituali e campagne del fascismo. Gli ebrei della penisola erano persuasi che l’Italia fosse immune dal moderno antisemitismo razzista che stava espandendosi in Germania e nell’Europa dell’est, e fino all’ultimo credettero di costituire una felice eccezione.

Dal 1937 al 1938 il regime sviluppò una sistematica campagna di stampa che, attraverso libri e articoli di giornale, mise in circolazione con nuova virulenza accuse e stereotipi antisemiti. Nel 1938 il governo fascista organizzò i primi censimenti settoriali per verificare la consistenza della presenza ebraica e cominciò ad elaborare la definizione giuridica di ebreo in vista della stesura di una legislazione organica. La campagna di stampa divenne intanto martellante e coinvolse tutte le testate. Gli articoli coniugavano l’antico retaggio dell’antigiudaismo cattolico con un nuovo antisemitismo razzista.Il fascismo si impegnò nella costruzione della cosidetta “razza bianca” e nella diffusione delle nuove parole d’ordine, soprattutto nelle scuole e nelle università.In luglio fu reso noto il testo teorico Il fascismo e i problemi della razza, frutto delle dirette indicazioni di Mussolini. Vi si affermava che “le razze umane esistono” e che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”; era così chiarita l’impostazione razzistica-biologica che il governo intendeva dare alla questione ebraica.La maggior parte degli ebrei italiani fu colta di sorpresa dalla campagna di stampa, anche se alcuni iniziarono a prefigurarsi i suoi sviluppi legislativi.
Nel corso del 1938 il governo fascista aveva ormai deciso di introdurre una legislazione antiebraica. Furono allora approntate una serie di strutture; l’atto più importante fu in luglio la trasformazione dell’Ufficio centrale demografico in Direzione generale per la demografia e la razza (Demorazza), la ripartizione del ministero dell’Interno cui era delegato lo studio e la messa in atto dei provvedimenti.La Demorazza gestì il censimento dell’agosto 1938, il primo atto governativo rivolto a tutti gli ebrei italiani e stranieri presenti nella penisola. Esso fu una vera e propria schedatura di carattere politico, e non meramente amministrativo, uno strumento essenziale per l’attuazione della legislazione che sarebbe entrata in vigore a partire dal mese successivo. Non fu solo raccolta di dati anagrafici, ma si chiesero anche l’eventuale data di iscrizione al partito fascista e le benemerenze patriottiche. Censimenti specifici vennero fatti in ogni settore: tutti gli enti, le accademie, le istituzioni pubbliche e private, i singoli uffici furono chiamati a indagare l’eventuale presenza ebraica al proprio interno.I dati furono continuamente aggiornati anche negli anni successivi, cosicché al momento dell’occupazione nazista tutti gli ebrei erano schedati, atto che si rivelerà fondamentale nel 1943 per l’individuazione, l’arresto e l’avvio ai campi di sterminio.
Primo atto della legislazione era la definizione di ebreo. L’impostazione biologica del fascismo comportò che fosse il sangue a stabilire chi era ebreo. Particolarmente delicato era dunque il caso dei figli di matrimoni misti.In settembre furono emanati i primi decreti che allontanarono studenti e insegnanti dalle scuole e dalle università e imposero agli ebrei stranieri giunti in Italia dopo il 1918 di lasciare la penisola entro sei mesi. Il 17 novembre il decreto legge principale vietò agli ebrei di contrarre matrimoni misti; di possedere aziende di rilievo per la difesa nazionale o con più di 99 dipendenti e di avere terreni o fabbricati che superassero i limiti stabiliti; di avere al proprio servizio domestici non ebrei; di prestare servizio alla dipendenza di amministrazioni pubbliche civili e militari. Nel giugno successivo la normativa sul lavoro dispose la loro cancellazione dall’albo per la maggior parte delle professioni; si poteva esercitare solo a favore di ebrei. Gli ebrei in possesso di particolari benemerenze vennero esentati da un piccolo numero di divieti, ottenendo la cosiddetta “discriminazione”. Nei mesi e negli anni successivi moltissimi altri divieti vennero imposti spesso attraverso atti amministrativi. Neppure vivere secondo i precetti mosaici fu più possibile, poiché venne vietata la macellazione rituale kasher (ottobre 1938); entro la fine dell’anno fu sospesa la pubblicazione di tutta la stampa ebraica.
L’applicazione delle leggi fu capillare grazie anche alla meticolosità con cui un’intera catena burocratica si impegnò per rispondere alle circolari con prontezza, per schedare e informare. Spesso non vi fu solo pedissequa obbedienza a ordini superiori, ma anche zelo personale aggiuntivo.Gli ebrei vennero allontanati da tutti i settori pubblici e privati: l’esercito, gli impieghi statali, gran parte dei posti di lavoro privati, il partito fascista e le sue organizzazioni, le associazioni culturali e per il tempo libero. Si volle cancellare la loro presenza nella vita nazionale, e il loro contributo doveva sparire in ogni sua manifestazione: non dovevano più essere pubblicati e diffusi i loro libri, rappresentate le loro opere teatrali, suonate le loro musiche, proiettati i loro film; i nomi delle strade a loro intitolate andavano cambiati.Il divieto di matrimoni fra ebrei e non ebrei costituì la più profonda violazione di una integrazione che passava attraverso i vincoli familiari, ma i divieti relativi alle occasioni di incontro arrivarono fino a proibire partite comuni sui campi da tennis. Gli ebrei dovevano poter essere individuati come tali e la dicitura “di razza ebraica” comparve su quasi tutti i documenti dagli atti di nascita alle pagelle, ai libretti di lavoro. I passaporti non riportarono tale dicitura allo scopo di favorire l’emigrazione.
Più di 300.000 ebrei avevano lasciato la Germania dopo la presa del potere di Hitler e l’avvio della politica antisemita nazista. Alcune centinaia avevano cercato rifugio in Italia, vari vissero di espedienti e dei contributi dei comitati di assistenza, mentre altri erano riusciti a ricostruirsi una vita professionale. Numerosi giovani si stabilirono presso alcuni centri agricoli (haksharot) dove venivano educati alla vita nei kibbutz in preparazione della partenza per la Palestina. Per gli ebrei stranieri obbligati a lasciare la penisola, e spesso arrivati da poco e privi di saldi legami umani e professionali in Italia, fu assai difficile affrontare questa nuova urgenza. Particolarmente attiva fu la Delegazione per l’assistenza agli emigrati (Delasem, fondata nel dicembre 1939) , diretta da Lelio Vittorio Valobra e finanziata anche dall’American Joint Distribution Committee. La Delasem offrì aiuto materiale e cercò di favorire la partenza verso altri paesi. Tra il 1942 ed il 1943 alcune decine di ragazzi di varie nazionalità trovarono rifugio a Villa Emma, Nonantola (Modena), dove poterono anche continuare a studiare in attesa di raggiungere la Palestina. A Milano Israel Kalk, originario della Lettonia e giunto in Italia prima del 1919, aprì la “”Mensa dei bambini””, che offrì cibo e aiuto a centinaia di piccoli profughi.
Per la grande maggioranza degli ebrei in Italia le leggi costituirono un colpo improvviso, inatteso e doloroso. Sconcerto e sofferenza furono comuni a tutti, dissimili le reazioni; troppo diversi erano i percorsi personali umani, politici ed ideologici.Le Comunità ebraiche si impegnarono prima di tutto per organizzare scuole e percorsi di studio per i ragazzi ebrei; rafforzarono anche il loro impegno assistenziale e culturale organizzando raccolte di fondi, incontri, dibattiti, attività per i bambini. Molti – sempre più isolati rispetto al mondo circostante – rinsaldarono i vincoli comunitari anche quando questi erano stati labili o del tutto assenti negli anni precedenti. Altri invece si staccarono definitivamente dall’ebraismo.L’Unione delle Comunità Israelitiche italiane, stretta fra la volontà di aiutare i propri correligionari e la necessità di rispettare le direttive governative della dittatura, moltiplicò sia i suoi sforzi di coordinamento e assistenza presso le singole comunità sia i suoi interventi presso le autorità fasciste per ottenere che alcuni provvedimenti fossero almeno attenuati. Circa 6000 ebrei italiani emigrarono (soprattutto verso la Palestina, gli Stati Uniti e il sud America), scelta difficile non solo per motivi economici ed organizzativi, ma ancor più per il profondo e antico radicamento in Italia. I dirigenti sionisti organizzarono alcune haksharot anche per i giovani italiani che intendevano raggiungere la Terra promessa.
La promulgazione e l’applicazione della legislazione antisemita furono accolte dalla maggioranza degli italiani con indifferenza e acquiescenza, favorite da più di un decennio di regime dittatoriale e dal fatto che pochi fra i non ebrei furono direttamente colpiti negli affetti e nelle abitudini. Alcuni le condannarono nettamente in pubblico o in privato. Gli effetti della legislazione antiebraica furono però concretamente evidenti anche nel comportamento di molti non ebrei. Tanti voltarono le spalle ad amici e colleghi; altri cercarono di approfittare della situazione sfruttando le opportunità che i licenziamenti e i divieti creavano. Non fu soltanto l’accaparramento di un posto di lavoro o la denuncia di un collega poco amato, ma spesso un impegno attivo a sostenere e diffondere le nuove parole d’ordine del regime, soprattutto nelle scuole e nelle università. In molte città i negozi esposero scritte antisemite; gli atti di violenza rimasero isolati.La Santa Sede e la Chiesa cattolica non presero mai posizione contro l’insieme della legislazione antiebraica italiana, limitandosi a intervenire in difesa dei matrimoni misti. Un peso non trascurabile ebbe in questo l’antico retaggio dell’antigiudaismo cattolico e, se il razzismo biologico nazista era condannato, non si ritenne necessario prendere posizione contro la restrizione dei diritti degli ebrei. In Italia pochi fra i non ebrei colsero la gravità di quanto stava accadendo; fu più facile dall’estero per gli esuli antifascisti stigmatizzare la svolta antiebraica del regime.
Quando l’Italia entrò in guerra nel giugno del 1940, molti ebrei scrissero a Mussolini e al re sperando di poter andare volontari. L’inizio del conflitto significò invece un aggravamento ulteriore della loro situazione; venne ripresa con rinnovata virulenza la propaganda antisemita insistendo soprattutto sulle responsabilità dell’“internazionale giudaica” nell’aver scatenato una nuova conflagrazione. Uno dei primi provvedimenti del governo fascista fu l’internamento di tutti gli ebrei stranieri e di quelli fra gli italiani considerati “pericolosi nelle contingenze belliche”. Il binomio ebreo-pericolo veniva così ribadito. Vennero allestiti numerosi campi di internamento nel centro-sud, il più grande a Ferramonti di Tarsia. Altri ebrei italiani e stranieri furono inviati in “internamento libero” in località isolate. Nel clima generale creato dalla guerra, numerosi furono gli atti di violenza antiebraica come le aggressioni, le scritte antisemite, le devastazioni di sinagoghe. Nel maggio del 1942 venne decretata la precettazione al lavoro obbligatorio per tutti gli ebrei, uomini e donne, che vennero adibiti a lavori manuali di varia natura.Il 25 luglio 1943 Mussolini venne deposto e il maresciallo Badoglio fu incaricato dal re di formare un nuovo governo. L’8 settembre 1943 fu annunciata la firma dell’armistizio del Regno d’Italia con gli Alleati, sbarcati il 10 luglio in Sicilia. Nei quarantacinque giorni che intercorsero fra queste due date le condizioni degli ebrei in Italia non subirono sostanziali mutamenti.Nonostante la speranza di una rapida abolizione e le richieste avanzate dai partiti antifascisti e da singoli cittadini italiani, le leggi antiebraiche non furono abrogate.In Italia, come nel resto d’Europa, gli occupanti tedeschi attuarono il progetto di annientamento degli ebrei. Dal settembre al dicembre del 1943 gestirono la politica antiebraica nell’intero territorio occupato con retate e arresti, organizzando le prime deportazioni, compiendo confische e razzie ai danni degli ebrei.Le azioni antiebraiche dei tedeschi iniziarono nel settembre 1943 con gli arresti nella zona di Bolzano, Merano e gli eccidi del lago Maggiore. Nel cuneese vennero arrestati e internati a Borgo San Dalmazzo ebrei provenienti dalla Francia.La retata più grande ebbe luogo a Roma, il 16 ottobre del 1943, preceduta dall’estorsione di 50 chili d’oro e dal saccheggio delle biblioteche ebraiche. I tedeschi arrestarono più di mille persone, in maggioranza donne e bambini, nell’antico ghetto e in tutti i quartieri di Roma. Dopo il rilascio dei figli di matrimonio misto e dei non ebrei caduti nella retata, il 18 ottobre partì un treno con 1020 ebrei diretto verso il campo di sterminio di Auschwitz, in Alta Slesia. I sopravvissuti furono 17.La polizia tedesca, affiancata a volte dalla milizia fascista, compì in novembre nuove retate in Toscana e Liguria, a Bologna, Torino e Milano. Il 30 novembre 1943, la RSI scese direttamente in campo, dando avvio con una specifica ordinanza alla sua politica di arresti.Nelle due zone di operazioni Pealpi e Litorale Adriatico soltanto le autorità tedesche gestirono la persecuzione degli ebrei fino alla fine della guerra.Il 23 settembre 1943 Mussolini formò il nuovo Stato fascista repubblicano (Repubblica sociale italiana, RSI), che considerò nulli gli accordi del governo Badoglio e riprese la guerra a fianco della Germania nazista. La politica antiebraica era un fondamento del nuovo manifesto programmatico del Partito repubblicano fascista, la carta di Verona: al punto 7 si stabilì che “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

Il 30 novembre 1943 il Ministero dell’Interno, con l’ordinanza n. 5, dispose l’arresto degli ebrei, il loro internamento in campi, il sequestro dei loro beni (trasformato in confisca con il decreto del 4 gennaio 1944). L’ordine di polizia fu applicato immediatamente da questori e prefetti (capi delle province), che incaricarono reparti di polizia ordinaria o carabinieri di procedere all’arresto degli ebrei. Fra il 5 e il 6 dicembre, per ordine del questore, a Venezia furono circa 150 gli ebrei arrestati, tra questi anche gli anziani della casa di riposo. Altri arresti singoli o collettivi avvennero in tutto il territorio della RSI.

Nello stesso tempo si ebbe un’intensificazione della propaganda; l’ebreo era indicato come “nemico numero 1” o come “nemico più pericoloso delle forze esterne”.

Con lo scioglimento delle comunità ebraiche, deciso il 28 gennaio 1944, furono sequestrati preziosi arredi sacri e ricche biblioteche.

Dopo l’ordinanza di polizia del 30 novembre 1943, il Ministero dell’Interno della RSI allestì decine di campi di concentramento provinciali. Spesso la prima tappa dopo l’arresto era nelle carceri più vicine da cui sovente sono state inviate le ultime lettere dei deportati. Dal dicembre del 1943 a Fossoli, presso Carpi (Modena), fu approntato un grande campo di concentramento nazionale per ebrei. Dopo un periodo di gestione italiana, il campo passò alla Polizia di Sicurezza tedesca in Italia con sede a Verona. Nel 1944, a metà febbraio, da campo di concentramento per ebrei venne trasformato in campo di polizia e di transito dal quale vennero fatti partire i convogli di deportazione per Auschwitz e altri campi. In marzo a Fossoli venne aggiunto un settore per i prigionieri politici.

Campo di concentramento di Fossoli

Campo di concentramento di Fossoli

Nell’agosto del 1944, di fronte all’avanzata degli Alleati, i tedeschi trasferirono il campo da Fossoli a Bolzano, nella zona di operazione Prealpi. Gli arrestati nella zona di operazione del Litorale Adriatico erano invece condotti dapprima nel carcere del Coroneo e poi nel campo della Risiera di San Sabba a Trieste, in attesa di deportazione. A San Sabba furono internati anche migliaia di prigionieri politici (soprattutto partigiani slavi), poi deportati o uccisi e cremati all’interno del campo stesso.

Ingresso Risiera di San Sabba

Ingresso Risiera di San Sabba

Spesso i biglietti gettati dai treni in corsa verso Auschwitz costituivano l’ultima notizia di coloro che furono deportati. La maggior parte dei viaggi intrapresi dagli ebrei dall’Italia fu senza ritorno: su poco meno di 7.800 deportati solo 837 sopravvissero. Su 733 bambini solo 121 ritornarono dai campi.

I primi convogli partirono da Merano il 16 settembre 1943 e da Roma il 18 ottobre. Nel novembre fu avviato da Borgo San Dalmazzo un convoglio per il campo di Drancy in Francia, prima tappa verso Auschwitz.

Fino al gennaio 1944 altri trasporti partirono da Milano, Firenze, Bologna, Verona. Dal campo di raccolta e transito di Fossoli i convogli si succedettero con varia frequenza fino a fine luglio 1944. I trasporti successivi partirono dal campo di Bolzano. Una ventina furono i convogli da Trieste.

Per quasi tutti gli ebrei italiani la destinazione fu il campo di Auschwitz-Birkenau, in Alta Slesia (Polonia), dove erano in funzione gli impianti di sterminio. Solo qualche centinaio furono i deportati destinati per ragioni particolari ad altri campi (Bergen Belsen, Ravensbrück, Buchenwald, Flossenbürg).

Al numero dei deportati dall’Italia vanno aggiunti gli ebrei dei possedimenti italiani del Dodecaneso: in 1.819 furono arrestati dai tedeschi il 19 luglio 1944 e, dopo una sosta ad Atene, deportati ad Auschwitz.

Auschwitz fu il più grande centro di concentramento e di sterminio nazista. Il primo campo, Auschwitz I, fu allestito nel 1940. Il campo Auschwitz II, Birkenau, fu aperto nel 1942 a tre chilometri di distanza da Auschwitz I e venne continuamente ampliato sino a raggiungere un’estensione di quasi 200 ettari. Esso venne suddiviso in vari settori, fra cui quello destinato agli zingari. Auschwitz III, Monowitz, fu costruito per l’industria chimica IG Farben alla fine del 1941, allo scopo di sfruttare il lavoro coatto per la produzione di materie sintetiche.

A Birkenau gli ebrei venivano selezionati sulla banchina di arrivo: coloro che erano ritenuti incapaci di lavorare – la maggioranza, fra cui tutti i bambini e gli anziani – erano mandati a morte nelle camere a gas, gli altri venivano immatricolati e fatti entrare nel campo per essere poi lentamente uccisi da condizioni e ritmi di lavoro disumani.

Nel settembre del 1941 cominciarono ad Auschwitz I le uccisioni sperimentali per gassazione con il Zyklon B. All’inizio del 1942 a Birkenau iniziò la costruzione di nuove e più grandi camere a gas per attuare l’eliminazione sistematica degli ebrei d’Europa. Con l’avvicinarsi delle truppe sovietiche, che entrarono nel campo il 27 gennaio 1945, i nazisti evacuarono gran parte degli internati con trasferimenti a piedi verso ovest, noti come “marce della morte”.

Oltre agli arresti e alle deportazioni, dal 1943 al 1945 oltre 300 ebrei vennero uccisi per motivi di rapina o rappresaglia; vi furono anche vari suicidi.

Le vittime degli eccidi compiuti fra metà settembre e metà ottobre del 1943 nei pressi del lago Maggiore furono 54. Nel settembre 1944 a Forlì 17 ebrei stranieri furono prelevati dalle carceri e fucilati. Numerosi eccidi contro la popolazione civile ebbero fra le loro vittime anche cittadini ebrei (sull’Appennino toscano, a Cuneo, vicino Gubbio, a Ferrara, ad Ascoli Piceno).

Uno degli episodi più gravi fu la strage delle Fosse Ardeatine a Roma, attuato per ritorsione a un attentato contro le forze d’occupazione tedesche. Vi trovarono la morte 335 persone, prelevate fra i reclusi nelle carceri; di questi 75 erano ebrei.

Il 1° agosto 1944, a Pisa, nell’abitazione del presidente della Comunità israelitica Giuseppe Pardo Roques, un gruppo di militari tedeschi uccise 12 persone, tra cui 7 ebrei. Sempre in agosto, nella tenuta del Focardo, vicino Firenze, venne distrutta la famiglia del cugino di Albert Einstein, l’ingegnere Robert. La moglie, non ebrea, e le due figlie furono barbaramente trucidate dai nazisti. Robert Einstein si suicidò l’anno successivo sulla loro tomba.

Durante l’occupazione nazista e la Repubblica sociale italiana circolano notizie sulle persecuzioni e sulla sorte degli ebrei deportati. In una relazione sugli ebrei nella Repubblica sociale italiana indirizzata nel febbraio 1945 a un comitato di soccorso in Svizzera, Giorgina Segre scriveva: “Del deportato in Germania non se ne sa più nulla; muore in qualche oscuro campo di concentramento dopo atroci sofferenze fisiche o morali, ridotto forse ad uno stato di abbrutimento animalesco”.

In più occasioni i giornali clandestini, come l’organo del Partito d’azione “L’Italia Libera” e il giornale comunista “L’Unità”, denunciarono gli arresti e informarono che la deportazione degli ebrei nei campi dell’Europa dell’Est significava spesso morte. Gli italiani che portarono soccorso ai perseguitati, così come le autorità fasciste responsabili degli arresti e i singoli autori di delazioni, avevano qualche consapevolezza del destino che incombeva sulle vittime.

Gradualmente gli ebrei si resero conto di quanto gravi fossero i pericoli che stavano correndo. Solo con l’intensificarsi degli arresti aumentarono coloro che si allontanarono dalla propria casa, procurandosi documenti falsi e cercando rifugio in luoghi più sicuri. Furono circa 22.000 le persone considerate di ‘razza ebraica’ che riuscirono a sfuggire agli arresti e alle deportazioni, vivendo in clandestinità fino alla Liberazione; alcuni di loro furono vittime di delazioni. Molti di loro si salvarono grazie all’aiuto di concittadini non ebrei.

Circa 6.000 persone affrontarono un viaggio carico di pericoli e riuscirono a riparare in Svizzera, poco più di 500 fuggirono invece nelle regioni meridionali. Gli ebrei che parteciparono alla lotta partigiana furono un migliaio. Tra questi numerosi furono i caduti e vari partigiani ebrei furono poi insigniti delle più alte onorificenze nazionali.

Numerosi perseguitati, pur essendo essi stessi in pericolo, aiutarono altri ebrei. La Delasem, Delegazione per l’Assistenza agli Emigranti, diretta da Lelio Vittorio Valobra (e, dopo il suo passaggio in Svizzera, da Massimo Teglio e altri) organizzò anche l’afflusso di fondi per il pagamento di documenti falsi, dei generi di prima necessità e il reperimento dei nascondigli.

La Delasem chiese aiuto alla Chiesa cattolica, che aveva a disposizione una rete strutturata di persone disposte al soccorso e di ricoveri sicuri nei conventi e nelle case religiose. Sono da ricordare per il loro intervento gli arcivescovi di Genova, Firenze e Torino che incaricarono uomini di loro fiducia. Tra i tanti impegnati in questa opera di salvezza vi furono don Francesco Repetto, don Vincenzo Barale, l’avvocato Giuseppe Sala, don Leto Casini, il padre cappuccino Benoît Marie, don Raimondo Viale, don Arturo Paoli.

In alcuni casi la Delasem riuscì anche a costruire una rete di soccorso con alcune formazioni partigiane e, nel 1945, con la delegazione in Svizzera del Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia.

Inoltre, molti italiani non ebrei prestarono spontaneamente aiuto ai perseguitati consci che tali azioni comportavano rischi gravi per loro stessi e le proprie famiglie. Essi erano membri della società civile, come medici, impiegati comunali, contadini, ma anche contrabbandieri. Di particolare rilievo l’aiuto prestato ai ragazzi di Villa Emma.

Durante i sette anni segnati dalle leggi antiebraiche sotto il Regno d’Italia e dalle deportazioni sotto l’occupazione nazista e la Repubblica sociale italiana, la comunità ebraica italiana aveva subito profonde trasformazioni; all’indomani della Liberazione, essa risultava dimezzata rispetto al 1938. Molte energie vennero spese per capire quale sorte era toccata a partenti e amici, per comprendere l’entità della catastrofe.

Dal 1944 la legislazione antiebraica venne abrogata nei territori via via liberati, le comunità si riorganizzarono, anche grazie al contributo della Brigata ebraica, ma la piena reintegrazione dei diritti non ebbe rapida attuazione. Di fatto la società italiana non fu sempre capace di riparare i torti subiti da una parte dei suoi cittadini. Episodi di antisemitismo si verificarono ancora.

Gli ebrei italiani parteciparono alla ricostruzione del paese e alla fondazione dello Stato democratico e repubblicano in vari modi. Una parte di essi si impegnò concretamente nel progetto sionista che nel 1948 avrebbe dato vita allo Stato d’Israele.

Ferramonti, Fossoli, la Risiera di San Sabba, le Isole Tremiti, Meina, Via Tasso e le Fosse Ardeatine, Agnone: sette Luoghi della Memoria a cui sette autori (Fulvio Abbate, Eraldo Affinati, Marco Rossi Doria, Gianfranco Goretti, Ettore Mo, Elena Stancanelli, Emanuele Trevi) e un fotografo (Luigi Baldelli) hanno dedicato, ognuno per proprio conto, un reportage letterario e fotografico per raccontare la persecuzione e la Shoah: “Parole chiare” (Giuntina, pp. 160, euro 16)

CRONOLOGIA

7 novembre 1921
Trasformazione del movimento dei Fasci italiani di combattimento (costituiti il 23 marzo 1919) in Partito Nazionale Fascista (Pnf).

28 ottobre 1922
I fascisti marciano su Roma. Il giorno dopo il re Vittorio Emanuele III incarica il loro capo Benito Mussolini di formare il nuovo governo.

Febbraio-marzo 1923
L’Associazione nazionalista italiana si fonde col Pnf.

Ottobre-novembre 1923
Riforma clericale-cattolica dell’istruzione elementare pubblica.

6 aprile 1924
Vittoria della lista del Pnf e dei suoi alleati alle elezioni della nuova Camera.

3 gennaio 1925
Mussolini alla Camera si assume la responsabilità dell’assassinio (avvenuto il 10 giugno precedente) del deputato socialista Giacomo Matteotti.

Novembre 1926
Varo delle leggi dette “fascistissime”: scioglimento di tutti i partiti e le associazioni contrari al fascismo, istituzione del confino di polizia per gli oppositori ecc.

Novembre-dicembre 1928
Prima, isolata, polemica pubblica di stampa verso gli ebrei.

11 febbraio 1929
Firma dei Patti lateranensi tra Italia e Santa Sede.

1930-1931
Riforma legislativa dell’ordinamento delle Comunità israelitiche e dell’Unione delle comunità israelitiche italiane, a carattere centralizzatore.

1930-1932
Prime esclusioni non sistematiche di ebrei da alcuni incarichi di rilievo nazionale.

30 gennaio 1933
Adolf Hitler diventa cancelliere del Reich tedesco. Inizio della legislazione antiebraica in Germania.

11 aprile 1934
Il Ministero dell’Interno dispone il censimento della religione professata dai podestà; avvio non sistematico della sostituzione di quelli ebrei.

1 maggio 1934

Pubblicazione del primo fascicolo della rivista degli ebrei fascisti, “La Nostra Bandiera”.

15 settembre 1935
Varo delle leggi antiebraiche naziste dette “di Norimberga”.

3 ottobre 1935
Inizio dell’invasione italiana in Etiopia.

5 maggio 1936

Le truppe italiane occupano Addis Abeba. Quattro giorni dopo viene proclamato l’Impero. Prime disposizioni razzistiche e di apartheid.

Luglio 1936
Intervento italiano e tedesco in aiuto del generale ribelle spagnolo Francisco Franco.

Estate 1936
Inizio di una nuova serie di campagne di stampa antiebraiche, di crescente ampiezza. Nuova diffusione (1937) del pamphlet antisemita “I protocolli dei Savi Anziani di Sion”.

1937
Il governo italiano stabilisce il divieto di relazioni di indole coniugale tra italiani e sudditi di Eritrea, Somalia ed Etiopia.

11 dicembre 1937
L’Italia esce dalla Società delle Nazioni.

14-15 febbraio 1938

Il Ministero dell’interno dispone il censimento della religione professata dai propri dipendenti.

14 luglio 1938
Pubblicazione del documento Il fascismo e i problemi della razza. Il testo (noto anche col titolo “Manifesto degli scienziati razzisti”) enuncia le basi teoriche del razzismo.

22 agosto 1938
Censimento speciale nazionale degli ebrei, ad impostazione razzista.

1-2 settembre 1938

Il Consiglio dei Ministri approva un primo gruppo di provvedimenti legislativi antiebraici. Essi dispongono tra l’altro l’espulsione degli ebrei dalla scuola e l’espulsione della maggior parte degli ebrei stranieri giunti nella penisola dopo il 1918.

6 ottobre 1938
Il Gran Consiglio del Fascismo approva la “Dichiarazione sulla Razza”. Il testo detta le linee generali della legislazione antiebraica in corso di emanazione.

7-10 novembre 1938
Il Consiglio dei Ministri approva un secondo e più organico gruppo di provvedimenti legislativi antiebraici, talora aggravanti quanto preannunciato dal Gran Consiglio. Essi tra l’altro contengono la definizione giuridica di “appartenente alla razza ebraica” e dispongono il divieto di matrimonio tra “italiani ariani” e “semiti” o “camiti”; inoltre contengono provvedimenti di espulsione degli ebrei dagli impieghi pubblici e (in forma più completa) dalla scuola, di limitazione del loro diritto di proprietà, ecc.

9-10 novembre 1938
Pogrom antiebraico in Germania, detto “notte dei cristalli”.

1938-1942
Espulsione totale degli ebrei dall’esercito, dal comparto dello spettacolo, dal mondo culturale; sostanziale espulsione dalle libere professioni; progressiva limitazione delle attività commerciali, degli impieghi presso ditte private, delle iscrizioni nelle liste di collocamento al lavoro, ecc.

1 settembre 1939
La Germania invade la Polonia. Inizio della Seconda guerra mondiale.

9 febbraio 1940
Mussolini fa comunicare ufficialmente all’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane che tutti gli ebrei italiani dovranno lasciare l’Italia entro pochi anni.

10 giugno 1940
Ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale.

Giugno 1940
Internamento degli ebrei italiani classificati maggiormente “pericolosi” e degli ebrei stranieri cittadini di Stati aventi una politica antisemita.

1941
Esaurimento del flusso migratorio di ebrei dalla penisola.

23 ottobre 1941
Divieto di ulteriore emigrazione di ebrei dalla Germania. Avvio della politica nazista di sterminio nei territori controllati.

20 gennaio 1942
Conferenza (detta “di Wannsee”) di autorità naziste a Berlino sulla politica antiebraica.

Maggio 1942
Istituzione del lavoro obbligatorio per alcune categorie di ebrei italiani.

Agosto 1942
Ad autorità governative, e in particolare a Mussolini, iniziano a pervenire notizie, progressivamente sempre più chiare, sull’azione di sterminio di ebrei attuata nei territori controllati dall’alleato tedesco. Accordo italo-tedesco (fine 1942-inizi 1943) per il rimpatrio degli ebrei italiani presenti in detti territori.

Ottobre 1942
Emanazione di una legge antiebraica apposita per la Libia.

13 maggio 1943
Resa delle forze italiane in Tunisia, le ultime ancora presenti in Africa.

Maggio-giugno 1943
Decisione di istituire nella penisola campi di internamento e lavoro obbligatorio per ebrei italiani abili al lavoro.

10 luglio 1943
Sbarco degli Alleati in Sicilia. Cessazione della persecuzione antiebraica nelle zone via via liberate.

15, 25 luglio 1943
Decisione italiana di consegnare alla polizia tedesca gli ebrei tedeschi presenti nella Francia sudorientale occupata dall’Italia; direttiva di trasferimento a Bolzano degli internati (per lo più ebrei stranieri) del campo di Ferramonti di Tarsia in Calabria.

25 luglio 1943
Riunione del Gran consiglio del fascismo; destituzione e successivo arresto di Mussolini. Il re incarica Pietro Badoglio di formare il nuovo governo.

Luglio-settembre 1943
Il governo Badoglio blocca l’attuazione delle disposizioni del maggio-luglio precedente, revoca alcune circolari persecutorie, lascia in vigore tutte le leggi persecutorie.

8 settembre 1943
Annuncio della firma dell’armistizio (avvenuta il giorno 3) tra il Regno d’Italia e gli Alleati. Fuga del re e del governo al sud.

10 settembre 1943
Inizio ufficiale dell’occupazione militare tedesca della penisola; nelle regioni di Trieste e Trento i tedeschi istituiscono le Operationszonen Adriatisches Küstenland e Alpenvorland, assumendovi anche i poteri civili e attivandovi la propria politica antiebraica.

Settembre 1943
Liberazione dell’Italia meridionale e della Sardegna.

Settembre 1943
Nascita delle prime formazioni partigiane nell’Italia centro-settentrionale. Colloqui di Mussolini (fatto evadere da tedeschi) con responsabili nazisti in Germania.

15-16 settembre 1943
Prima deportazione di ebrei arrestati in Italia (da Merano) e primi eccidi di ebrei nella penisola (sulla sponda piemontese del lago Maggiore); entrambi ad opera di nazisti.

23 settembre 1943
Costituzione di un nuovo governo fascista guidato da Mussolini, che assume l’amministrazione dell’Italia centrale e settentrionale (escluse le Operationszonen). Successivamente il nuovo Stato viene denominato Repubblica sociale italiana (Rsi).

23 settembre 1943
Una disposizione interna della polizia tedesca inserisce ufficialmente gli ebrei di cittadinanza italiana tra quelli immediatamente assoggettabili alla deportazione.

16 ottobre 1943
La polizia tedesca attua a Roma una retata di ebrei, la più consistente dell’intero periodo; due giorni dopo vengono deportate ad Auschwitz oltre 1000 persone. Altri convogli vengono fatti partire da varie città del centro-nord.

14 novembre 1943
Approvazione a Verona del “manifesto programmatico” del nuovo Partito fascista repubblicano, il cui punto 7 stabilisce “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”.

30 novembre 1943
Diramazione dell’Ordine di polizia n. 5 del Ministero dell’interno della Rsi, decretante l’arresto degli ebrei di tutte le nazionalità, il loro internamento dapprima in campi provinciali e poi in campi nazionali, il sequestro di tutti i loro beni (alcune settimane dopo verrà disposta la trasformazione dei sequestri in confische definitive).

Dicembre 1943
Allestimento del campo nazionale di Fossoli, in attuazione dell’ordine del 30 novembre (i primi ebrei vi vennero trasferiti dai campi provinciali a fine mese).

4-14 dicembre 1943
Decisione tedesca di riconoscere alla Rsi il ruolo principale nell’organizzazione e nella gestione degli arresti e dei concentramenti provinciali.

5 febbraio 1944
Il capo della polizia della Rsi ordina a un prefetto (quello di Reggio Emilia) di consegnare ai tedeschi gli ebrei arrestati da italiani. Si tratta del primo ordine esplicito di tal genere oggi conosciuto; pochi giorni dopo il prefetto risponde comunicando il trasferimento degli ebrei a Fossoli.

19, 22 febbraio 1944
Partenza dei primi convogli di deportazione da Fossoli (per Bergen Belsen e Auschwitz) organizzati dalla polizia tedesca. Il campo di Fossoli si rivela quindi come il punto operativo di cerniera tra Rsi e Terzo Reich per la deportazione.

23 marzo 1944
Eccidio delle Fosse Ardeatine, a Roma; tra i 335 uccisi vi sono 75 ebrei.

4 giugno 1944
Liberazione di Roma.

Fine luglio-inizi agosto 1944
Chiusura di Fossoli e trasferimento del campo nazionale a Bolzano.

27 gennaio 1945
Liberazione del campo di Auschwitz.

24 febbraio 1945
Ultimo convoglio di deportazione di ebrei dall’Italia (dalla Risiera di San Sabba di Trieste per Bergen Belsen).

15 aprile 1945
Liberazione del campo di Bergen Belsen.

20-30 aprile 1945
Liberazione dell’Italia settentrionale.



Categorie:E03- Storia Contemporanea - Contemporary History, E05- Storia Italiana fino a Tangentopoli, W09- Lo spartiacque di Auschwitz

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