Canti degli anarchici

Canti degli anarchici

anarchia

1. I canti di Pietro Gori

Addio a Lugano
di Pietro Gori

Addio a Lugano, la cui musica, di autore anonimo, è sicuramente di origine popolare, toscana, è la più famosa, insieme con Stornelli d’esilio, fra le canzoni di Pietro Gori. Egli la scrisse nel luglio del 1895 in Svizzera, dov’era dovuto riparare dopo l’omicidio del Presidente francese Sadi Carnot, ucciso da Sante Caserio. Era stato infatti fermato dalla polizia crispina, nel corso di una vasta operazione repressiva contro anarchici e socialisti, con l’accusa di essere il mandante “spirituale” del delitto, in quanto amico e difensore del Caserio. Costretto all’emigrazione, si trasferì a Lugano e, sfuggito a un misterioso attentato (gennaio 1895), venne espulso dalla Svizzera stessa insieme con altri dodici esuli. Fu allora che scrisse le parole del suo canto immortale.

Pietro Gori

Pietro Gori

 

Addio Lugano bella
o dolce terra pia
scacciati senza colpa
gli anarchici van via
e partono cantando
con la speranza in cor.
E partono cantando
con la speranza in cor.

Ed è per voi sfruttati
per voi lavoratori
che siamo ammanettati
al par dei malfattori
eppur la nostra idea
è solo idea d’amor.
Eppur la nostra idea
è solo idea d’amor.

Anonimi compagni
amici che restate
le verità sociali
da forti propagate
è questa la vendetta
che noi vi domandiam.
E questa la vendetta
che noi vi domandiam.

Ma tu che ci discacci
con una vil menzogna
repubblica borghese
un dì ne avrai vergogna
noi oggi t’accusiamo
in faccia all’avvenir.
Noi oggi t’accusiamo
in faccia all’avvenir.

Banditi senza tregua
andrem di terra in terra
a predicar la pace
ed a bandir la guerra
la pace per gli oppressi
la guerra agli oppressor.
La pace per gli oppressi
la guerra agli oppressor.

Elvezia il tuo governo
schiavo d’altrui si rende
d’un popolo gagliardo
le tradizioni offende
e insulta la leggenda
del tuo Guglielmo Tell.
E insulta la leggenda
del tuo Guglielmo Tell.

Addio cari compagni
amici luganesi
addio bianche di neve
montagne ticinesi
i cavalieri erranti
son trascinati al nord.
E partono cantando
con la speranza in cor.

Stornelli d’esilio
di Pietro Gori

Stornelli d’esilio è una canzone scritta dall’anarchico italiano Pietro Gori nel 1895.

Composta su una base musicale tratta dal canto popolare toscano Figlia campagnola, fu pubblicata per la prima volta nel 1898 sull’opuscoletto Canti anarchici rivoluzionari, edito dalla rivista degli anarchici italiani profughi in America La Questione sociale, e divenne l’inno dell’internazionalismo libertario.

Pur nel suo anelito di ribellione e di libertà, il testo, di fine Ottocento, tradisce chiaramente i gusti letterari e le passioni ideali dell’epoca. Dal punto di vista del contenuto storico e politico, richiama da vicino la vicenda personale dell’autore e l’altra sua celebre composizione Addio a Lugano. Il ritornello “Nostra patria è il mondo intero” è ripreso dall’introduzione dell’opera buffa Il Turco in Italia (1814) di Gioacchino Rossini e Felice Romani. Impropria appare, almeno formalmente, la definizione di stornello.

O profughi d’Italia, a la ventura
si va senza rimpianti nè paura.

Nostra patria è il mondo intero,
nostra legge è la libertà
ed un pensiero
ed un pensiero
nostra patria è il mondo intero,
nostra legge è la libertà
ed un pensiero
ribelle in cor ci sta.

Dei miseri le turbe sollevando
fummo d’ogni nazione messi al bando.

Nostra patria è il mondo intero…

Dovunque uno sfruttato si ribelli,
noi troveremo schiere di fratelli.

Nostra patria è il mondo intero…

Raminghi per le terre e per i mari,
per un’idea lasciammo i nostri cari.

Nostra patria è il mondo intero…

Passiam di plebi varie tra i dolori,
de la nazione umana precursori.

Nostra patria è il mondo intero…

Ma torneranno, Italia, i tuoi proscritti,
ad agitar la face dei diritti.

Nostra patria è il mondo intero…

Variante

La nostra patria è il mondo intero
la nostra legge è la libertà
e noi viviamo
d’un sol pensiero
liberarla l’umanità

Amore ribelle

All’amore tuo fanciulla
Altro amor io preferìa
E’ un ideal l’amante mia
A cui detti braccio e cor.

Il mio cuore aborre e sfida
I potenti della terra
Il mio braccio muove guerra
Al codardo e all’oppressor.

Perché amiamo l’eguaglianza
Ci chiamaron malfattori
Ma noi siam lavoratori
Che padroni non vogliam.

Dei ribelli sventoliamo
Le bandiere insanguinate
E innalziam le barricate
Per la vera libertà.

Se tu vuoi fanciulla cara
Noi lassù combatteremo
E nel dì che vinceremo
Braccio e cor ti donerò.

Se tu vuoi fanciulla cara
Noi lassù combatteremo
E nel dì che vinceremo
Braccio e cor ti donerò. (2v)

2. Canti anarchici dall’unità all’antifascismo

Inno della Rivolta – (1904)

Questo è l’originale, tratto dalla poesia “Dies irae”  scritta nel 1893 da Luigi Molinari, pubblicata poi  l’anno successivo nell’ “Almanacco della Favilla”  e quindi musicata nel 1904. Solo in seguito dallo stesso brano nacquero altre  versioni, come “Orsù compagni di Civitavecchia”  e il più celebre canto partigiano “Con la guerriglia”  inno di battaglia della brigata garibaldina Cichero
e di formazioni combattenti della Resistenza ligure.
Testo tratto da:

Dies irae (1893) – Luigi Molinari

“Del fosco fin di secolo morente
sull’orizzonte cupo e sconfortato
spunta l’aurora minacciosamente
del dì fatato

Urla d’odio la fame e di dolore
da mille e mille fauci inviperite
e tuona col suo schianto redentore
la dinamite

Guizzan per l’aria i lampi furibondi
del dì dell’ira a scuotere i vigliacchi
e voi tremate o parassiti immondi
brago di ciacchi

Siam pronti e dal selciato d’ogni via
spettri macabri nel momento estremo
sul labbro il nome santo d’Anarchia
irromperemo

E pallidi fantasmi segaligni
dinanzi a voi convulsi ci vedrete
del vostro sangue di vampir maligni
arsi di sete

Sarem spietati e degli infami archici
di ministeri e banche e tribunali
sfavilleran le carte in tutti i trivi
roghi infernali

E per te Pallas salma vendicata
là nel fragor dell’epico rimbombo
compenseremo sulla barricata
piombo col piombo

3. Canti anarchici del dopoguerra

La ballata del Pinelli

Il galeone

Parole di Belgrado Pedrini
Musica di Paola Nicolazzi

Quello che segue è il testo originale della poesia di Belgrado Pedrini,
nella stesura del brano musicale verrano omesse la quarta e l’ultima strofa.

“Siamo la ciurma anemica
d’una galera infame
su cui ratta la morte
miete per lenta fame.

Mai orizzonti limpidi
schiude la nostra aurora
e sulla tolda squallida
urla la scolta ognora.

I nostri dì si involano
fra fetide carene
siam magri smunti schiavi
stretti in ferro catene.

Nessun nocchiero ardito,
sfida dei venti l’ira?
Pur sulla nave muda,
l’etere ognun sospira!

Sorge sul mar la luna
ruotan le stelle in cielo
ma sulle nostre luci
steso è un funereo velo.

Torme di schiavi adusti
chini a gemer sul remo
spezziam queste carene
o chini a remar morremo!

Cos’è gementi schiavi
questo remar remare?
Meglio morir tra’ i flutti
sul biancheggiar del mare.

Remiam finché la nave
si schianti sui frangenti
alte bandier rossonere
fra il sibilar dei venti!

E sia pietosa coltrice
l’onda spumosa e ria
ma sorga un dì sui martiri
il sol dell’anarchia.

Su schiavi allarmi allarmi!
L’onda gorgoglia e sale
tuoni baleni e fulmini
sul galeon fatale.

Su schiavi allarmi allarmi!
Pugnam col braccio forte!
Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!

Falci del messidoro,
spighe ondeggianti al vento!
Voi siate i nostri labari,
nell’epico cimento!

Giuriam giuriam giustizia!
O libertà o morte!”

Bibliografia

Santo Catanuto e Franco Schirone, Il canto anarchico in Italia nell’Ottocento e nel Novecento, Milano, Zero in condotta, 2009.

Emilio Jona, Sergio Liberovici, Franco Castelli e Alberto Lovatto, Le ciminiere non fanno più fumo. Canti e memorie degli operai torinesi, Roma, Donzelli, 2008 (con compact disc).

Giuseppe Vettori (a cura di), Canzoni italiane di protesta (1794-1974), Roma, Newton Compton, 1975.

AA.VV., Canti anarchici rivoluzionari, Paterson (New Jersey), Tipografia della Questione sociale, 1898.

AA.VV., Avanti popolo – Due secoli di popolari e di protesta civile, Roma, Ricordi, 1998.

CRONACA E STORIA

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