Luigi Salvia- ‘ndrangheta: una mafia “liquida” (Laboratorio sulla criminalità)

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Liceo Scientifico Galilei- Potenza

Laboratorio sulla corruzione e la criminalità organizzata

Cattedra di Storia e Filosofia

Classe V As (2012-13)

Agenda-rossa

Luigi Salvia- ‘ndrangheta: una mafia “liquida”

Cresciuta nel silenzio, oggi la ‘Ndrangheta è una delle organizzazioni criminali più temute, capace di camaleontiche metamorfosi che, in modo felpato e quasi impercettibile, giganteggia ovunque riuscendo bene ad adeguarsi alle nuove esigenze del mercato, senza mai venire meno alle proprie caratteristiche, alle proprie regole e ai propri valori, come il silenzio e il vincolo di sangue (Gratteri, Nicaso & Borelli, 2008). Essa non ostenta un sistema rigido e ideologico come Cosa Nostra, o ferocemente capitalistico come la Camorra, si mostra piuttosto come un mondo stregonesco, segreto, buio, appassionato sostenitore delle definizioni che la vogliono un’entità trascendente fin quasi al modello fantastico-leggendario. Ed è proprio in virtù di tale copertura mitico-antropologica, che la mafia calabrese si è potuta muovere indisturbata nel panorama internazionale dell’illegalità, cumulando oggi nel suo forziere un volume di denaro che si aggira sui 44 miliardi di dollari.

La mafia calabrese mostra una fenomenologia organizzativa ed un’architettura criminale diversa dalle altre mafie. Il suo profilo, delineato solo di recente, si muove sinuoso da “San Luca a Duisburg: molecole criminali che schizzano, si diffondono e si riproducono nel mondo. Una mafia liquida, che si infiltra dappertutto, riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in cui è nata, il medesimo antico, elementare ed efficace modello organizzativo… Alla maniera di Al Qaeda, con un’analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica, è munita di una ragione sociale di enorme, temibile affidabilità. Il segreto per la ‘Ndrangheta è questo. Tutto nella tensione fra un qui remoto, rurale e arcaico, e un altrove globalizzato, postmoderno e tecnologico” (Forgione, 2008, p.94). Gli ‘ndranghetisti sfruttano la Calabria ma non investono in questa regione i propri soldi. I capitali illeciti, una volta ripuliti, vengono investiti nel resto dell’Italia e all’estero. Si potrebbe ipotizzare che una tale strategia segua un ideale espansionistico, in virtù del quale i mafiosi calabresi tentano di creare solide basi per la costruzione di network economico-criminali in Europa e nel mondo. Congiuntamente sembra scarseggiare un vero interesse per l’investimento nella propria regione. Ciò potrebbe dipendere dalla scarsa fiducia nel territorio come contesto in grado di favorire la crescita di ricchezze o, di converso, potrebbe essere esito di un ideale protezionistico, a carattere psicoantropologico, che prescrive la purezza e la genuinità della produttività calabrese. Oppure ancora, e questa sembra la tesi più accreditabile, i due vettori contrapposti, avendo una forza uguale e contraria, si sostengono vicendevolmente. Da un lato la vocazione colonialista, spinge a guardare oltre i confini del proprio villaggio e a ricercare paradisi lontani, dall’altro il proprio contesto, letteralmente familistico, non viene intaccato e resta ancorato ad un modello bucolico che autoavvera l’impossibilità di speculazioni capitalistico-imprenditoriali.

Evitando d’incorrere in facili generalizzazioni, si può supporre che ci sia una connessione di natura psicoantropologica tra l’organizzazione su base familiare della ‘Ndrangheta, il suo rapporto con il sociale, e i processi psicologici di annullamento e pensiero magico. La mancanza o la debolezza di un legame, riconosciuto dalla consorteria, con il sociale ne ha annebbiato la configurazione, coperto le tracce, producendo un effetto alone che le ha permesso di tessere in silenzio affari internazionali. D’altro canto, ciò potrebbe aver compromesso il riconoscimento territoriale e il prestigio sociale di cui, invece, gode ancora oggi, in alcuni contesti, Cosa Nostra. La mafia siciliana è presente nel territorio, usa scientificamente e strumentalizza spietatamente i sedimenti antropologici della sua cultura, connettendosi consciamente e inconsciamente con i gangli del sociale. La ‘Ndrangheta sembra invisibile tanto nel mondo interno quanto in quello esterno e per questo stesso motivo viene poco osteggiata. In Sicilia si è iniziato a parlare di mafia già da molto tempo. In Calabria no. In Sicilia, è sempre esistita una vocazione antimafiosa, che in molte occasioni si è rivelata decisiva per la lotta all’organizzazione. Nella regione Calabria l’antimafia è un fenomeno recente che sta iniziando a far sentire la sua eco soltanto adesso. Non si vuole fare qui riferimento esclusivamente all’antimafia presidiata delle istituzioni, ma anche ad una ribellione culturale per mano dei cittadini. In Calabria, per l’appunto, sembra diffuso un atteggiamento di convivenza passiva e silenziosa.

Molto probabilmente è esattamente a causa dell’estrema pervasività e dell’oscura alleanza che Cosa Nostra ha intessuto con il territorio che in Sicilia esiste un movimento antimafia di lungo corso. La contaminazione del sociale da parte della consorteria siciliana rappresenta, infatti, simultaneamente un elemento di enorme potere e di estrema vulnerabilità, perché l’esposizione implica visibilità che, nel caso siciliano, si è tradotta in connivenza e commistione su certi livelli e in consapevolezza, sdegno, indignazione e azione sociale su altri livelli. Per questo Cosa Nostra è molto potente in Sicilia ma anche molto odiata e combattuta. In Calabria la situazione sembra diversa e la fenomenologia criminale della ‘Ndrangheta può aiutare a comprendere tale differenza: la mafia calabrese è molto potente fuori dall’Italia, invisibile e silenziosa nella sua regione, strutturata su cellule familiari che depredano il sociale pur tenendolo a distanza.

Le basi sociali giovanili della ‘Ndrangheta

Dopo aver analizzato la struttura organizzativa della ‘Ndrangheta risulta interessante discutere di un tema fondamentale qual è il rapporto che intercorre tra quest’organizzazione mafiosa e i giovani. A tal scopo può essere utile la testimonianza di Francesco Fonti, uno dei più importanti collaboratori di giustizia, nonché rari, poiché i pentiti in Calabria si contano sulle punte delle dita, originario di Bovalino (RC) e affiliato alla ‘ndrina di Siderno: “Avevo meno di vent’anni ma nel sud questa è l’età buona per essere affiliato. Studente liceale, iscritto all’università, buona famiglia: l’ideale per i progetti mafiosi degli uomini invisibili”, infatti negli anni ’60 lo Stato affermava che la ‘ndrangheta non esisteva. Fonti racconta ancora: “Frequentavo il liceo ‘Zaleuco’ a Locri e nelle mie amicizie si annoveravano ragazzi più o meno della mia età, ma anche altre persone più grandi di me, (…); tutte avevano la nomea di appartenere alla ‘ndrangheta.(…) Trascorrevo diverso tempo con queste persone ad ascoltare le storie di alcune loro avventure e dei vantaggi che si avevano a far parte di quella organizzazione (…) queste frequentazioni mi influenzavano molto e mi spingevano ad ammirare questo tipo di organizzazione, infatti mi comportavo in modo rispettoso, immaginando che così facendo un giorno qualcuno di questi personaggi mi avrebbe finalmente introdotto nelle loro fila. Mi attirava la segretezza di questa associazione, dal modo di parlare tra il dire e il non dire a come i suoi affiliati erano rispettati nel loro paese e anche al di fuori di esso: quando entravano nel bar erano riveriti da tutti i presenti, dall’operaio all’assessore comunale, senza distinzione. Ero ammaliato dai racconti, certamente romanzati, di come i vecchi capobastone aiutavano chi avesse bisogno e tenevano alla parola data come il primo punto d’onore; prendevano ai ricchi per dare ai poveri. Mi chiedevo come anche senza tanta cultura riuscissero ad attirare il consenso popolare e mi meravigliavo di come fossero tenuti in considerazione dal politico di turno che faceva campagna elettorale ed a loro si rivolgeva per i voti”.

Secondo il regolamento della ‘ndrangheta un giovane può entrare a far parte dell’associazione criminale dall’età di quattordici anni e l’ingresso può avvenire “per diritto” o per “meriti”. Il “diritto” di entrare far parte della ‘ndrangheta avviene già alla nascita in quanto figlio di un capo o di un personaggio di spicco dell’associazione ma lo stesso farà ufficialmente parte dell’organizzazione criminale soltanto dopo l’iniziazione attraverso il “battesimo”. Secondo la gerarchia mafiosa, un giovane non ancora affiliato ma che, secondo il regolamento dell’associazione, contrasta i loro nemici con onore, viene definito “contrasto onorato”, guadagnandosi così, nel tempo, il “merito” di appartenere all’associazione, merito sancito con il “battesimo” che stabilisce il passaggio dalla qualifica di “contrasto onorato” al grado di “picciotto”: primo vero gradino della gerarchia mafiosa. Tale scelta è anche passo senza ritorno: una volta ricevuto il “battesimo” il giovane non potrà più abbandonare l’associazione se non con la morte.

Una volta entrati nell’associazione ci sono regole ferree che vanno rispettate e, se si vuol scalare la gerarchia, ci si deve dimostrare all’altezza, quando occorre, di commettere crimini: ciò costituisce un requisito fondamentale insegnato probabilmente già dalla famiglia di origine.

“Non si entra nella ‘ndrangheta per fare i soldi. Quello che attira i giovani (dalle statistiche emerge che il 59% degli affiliati alla fine del 2005 aveva un’età inferiore ai 45 anni) è lo stile di vita che ti consente l’appartenenza a una cosca. In molti entrano come garzoni di mafia, ma finchè sono in vita si sentono un palmo sopra gli altri. E’ il fascino della segretezza, del rito di protezione, della sicurezza di avere sempre qualcuno che ti copre” (Nicola Gratteri, attualmente Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria).

Nelle sub-culture calabresi, dove l’adesione all’organizzazione criminale è quasi del 90%, si cresce con l’idea che lo Stato è il “nemico”, di conseguenza la ‘ndrangheta, che svolge una politica anti-Stato, diventa ciò che è “bene” per le famiglie a lei associate, normalizzando in questo modo il comportamento criminale. Ma se di ‘ndrangheta si vive, di ‘ndrangheta si muore. E sono tanti quelli che pagano con la propria vita l’averne tradito le regole.

La prima e principale agenzia di socializzazione è la famiglia. È attraverso di essa che i figli acquisiscono norme, valori e modelli di identificazione. La prima e principale agenzia di socializzazione è la famiglia. È attraverso di essa che i figli acquisiscono norme, valori e modelli di identificazione. Nella famiglie della ‘ndrangheta un ruolo importante lo svolgono le donne. Sono loro che hanno il dovere di prendersi cura dei figli insegnando loro codici di condotta e “valori” socialmente riconosciuti. Gli uomini, quando non sono latitanti o in carcere, sono comunque troppo impegnati negli affari di ‘ndrangheta.

La struttura sociale dove nasce e matura la criminalità giovanile differisce da regione e regione, lungo tutto lo stivale che compone il nostro paese. Da alcune ricerche effettuate presso alcune scuole della capitale, dove è forte il senso di appartenenza a bande giovanili, è emerso che fra le cause di devianza ci sono la povertà, uno scarso livello di integrazione, un inadeguato attaccamento parentale e basso rendimento scolastico, che probabilmente è una conseguenza delle prime tre istanze non risolte. Analizzando i risultati di questo studio e ponendoli a confronto con la società giovanile calabrese che risiede nei centri più colpiti dalla criminalità organizzata, si possono immediatamente riscontrare differenze rilevanti. La povertà non è un fattore rilevante nelle famiglie appartenenti alla ‘ndrangheta le quali, pur dimostrandosi tali, hanno mezzi di sostentamento ben superiori agli onesti lavoratori; neppure la mancanza di integrazione, al contrario qui i giovani sono ben integrati, “istruiti” e notevolmente rispettosi delle “regole”. Solidi i rapporti parentali.

È infatti la famiglia il nucleo principale dell’associazione criminale e, di conseguenza, si può riscontrare un ragguardevole rispetto tra figli e genitori i quali, spesso, vengono considerati come eroi da imitare. Forte anche il senso di appartenenza all’associazione criminale, tanto che i giovani, in caso di necessità, sono pronti a sacrificarsi pur di proteggere i loro compagni e in rispetto delle regole d’onore. Lo scarso rendimento scolastico sembra restare l’unica cosa che accomuna questi giovani al resto dei loro coetanei che vivono in altre regioni di Italia. Fino a qualche anno fa la maggior parte dei ragazzi provenienti dalle famiglie più radicate all’interno della criminalità organizzata andava a scuola soltanto fino all’età di tredici anni, giusto per frequentare il periodo obbligatorio di scuola; oggigiorno, adattandosi ai tempi, i giovani frequentano anche le università ma il sentimento verso l’istruzione è rimasto lo stesso. Si studia non per imparare ma per avere un titolo di studio. Falcone ebbe a dire: “l’educazione mafiosa come socializzazione a diventare non-persone, si traduce nella individuazione di un soggetto che non ha spazio per le emozioni, che utilizza la violenza come espressione di indifferenza verso l’altro”. E se anche il Giudice si riferiva alla società siciliana, questa frase ben può rappresentare anche la realtà calabrese.

L’importanza dei giovani per la ‘Ndrangheta

A testimonianza del valore che i giovani hanno per la ‘Ndrangheta (anche e soprattutto nel nuovo settore dei cosiddetti “colletti bianchi”, in cui si è specializzata in maniera così redditizia), è importante citare l’articolo di Giacomo Valtolina comparso sul blog ‘Solferino 28  anni’ che ci lascia con un quesito inquietante:

-“Alla ‘ndrangheta non interessa una ragazza di 26 anni, sfigata come tanti altri della sua generazione, che vive in 60 metri quadrati e paga 800 euro di affitto.”

Sara Giudice, 26 anni, nota anche come l’anti-Minetti, ha scelto forse le parole più sbagliate per difendersi dalle accuse che la vedono coinvolta nel calderone dei voti comprati dai politici. Sara sostiene che alla ‘ndrangheta non interessino i giovani. Sbaglia di grosso. Alla criminalità organizzata, le forze fresche servono. Eccome. Soprattutto in politica.

Per capirlo basta leggere le intercettazioni qui sotto, emerse dagli atti che hanno portato all’arresto, all’alba di mercoledì, dell’assessore regionale lombardo Domenico Zambetti (Pdl). E che, suo malgrado, parlano proprio di lei.

“Troppo tardi, a 50 anni la gente sono già senatori, già consiglieri regionali. Ciro… la politica inizia a 25 anni, non a 50… in politica s’inizia a 25 anni Ciro”

Ciro è Ciro Simonte, affiliato alla ‘ndrangheta; a parlare è Eugenio Costantino, rappresentante della cosca Mancuso di Limbadi (Vv). L’estratto fa parte di una conversazione registrata dalle cimici piazzate nell’automobile dello stesso Costantino. In questo passaggio, si parla dei Giudice. Il padre Vincenzo (ex presidente del consiglio comunale di Milano ed ex presidente di Metro Engineering srl) avrebbe promesso agli emissari delle cosche sotto falso nome appalti e denaro per sostenere la candidatura della figlia Sara alle ultime elezioni del capoluogo lombardo. La giovane, infatti, aveva appena scelto di lasciare il Pdl per approdare a Fli, candidandosi con la lista civica del Nuovo Polo del finiano Manfredi Palmeri. Questo, mentre la “nemica” Nicole Minetti aveva l’elezione garantita dal listino bloccato del governatore Formigoni. Due modi di fare carriera.

“Costantino: E io gli ho detto, allora dammi le spese ed io ti faccio avere tre o quattrocento voti… ma… aspetta, né era come diceva lui, non è con il Pdl sta ragazza che si presenta, è con una lista civica, però la cosa è buona perché essendo con una lista civica, se loro riescono a dargli fare il primo posto, come preferenza, lei si piglia, fa la consigliera di sicuro (…), hai capito l’elettrice?

e… Ciro, una ragazza laureata di 23-27 anni fa una carriera, non ci vuol niente eh… è tutto un business… è normale che, aspetta, e non è finita, guarda che lui ce li ha alle spalle due o tre imprenditori che hanno investito per lui… magari avrenno investito 200 mila euro ma con 200 mila non ci fai niente… è importantissimo, se lei non viene eletta almeno al primo posto nella lista civica come consigliere, come la deve fare la parlamentare?! Adesso se noi avessimo 200 mila euro no… a Teresa (figlia di Eugenio Costantino, ndr), fra cinque anni la facciamo diventare consigliere al Comune di Milano no… senza problemi perché noi li possiamo disporre 3-4 mila voti… (…) ma uno deve cominciare a 25 anni…”

“Uno deve cominciare a 25 anni”. Inevitabile quindi che si ponga l’inquietante quesito: in un Paese che se ne infischia della generazione composta da “25enni sfigati che ogni mese pagano l’affitto”, è possibile che debba essera la ‘ndrangheta l’unica realtà ad aver capito che bisogna investire sui giovani?

 

Fonti:

www.rivistadipsicologiaclinica.it

www.solferino28.corriere.it

http://www.onap-profiling.org/archives/1192

Luigi Salvia

Liceo Scientifico Galilei- Potenza V As

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Categorie:W05- Seminario sulla Criminalità organizzata

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2 replies

  1. Hai voluto, sin dalla scelta del titolo del tuo articolo, puntare l’attenzione sulla consistenza tangibile di un fenomeno così variegato e complesso come quello della ‘ndrangheta: quell’aggettivo “liquida” rende bene, cosa che poi hai confermato nel resto del tuo scritto con altri aggettivi, numerosi altri, ben scelti e ben collocati, la consistenza del problema. Sei molto bravo, ma io questo già lo sapevo. Claudia Romano

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