Somalia- I miliziani islamisti Shebab, battuti sul terreno, iniziano “guerra asimmetrica”

Truppe keniane entrano a Kisimayo nell’ambito della missione dell’Unione africana per costringere alla resa i miliziani islamici Shebab. Questi  si sono ritirati dalla città portuale nel sud della Somalia, ma hanno anche fatto sapere che “la battaglia non è ancora finita, ma solo appena iniziata”.

“La battaglia per Kisimayo non è ancora finita, è solo iniziata. La sola cosa che è cambiata è che ora si passerà dai metodi di guerra convenzionale ad altri asimmetrici – ha detto ad al Jazeera un comandante militare del gruppo, Abu Omar – questa è una battaglia che siamo decisi a combattere, una battaglia che è ancora in corso”. Il portavoce degli Shebab Ali Mohamud Rage ha infatti annunciato questa mattina il ritiro dei miliziani dalla città definendolo “tattico”. Rage ha anche sottolineato che i guerriglieri si sono ritirati “per scongiurare vittime civili”, a fronte dell’assalto lanciato nei giorni scorsi alla città dalle truppe keniane nell’ambito della missione dell’Unione africana.

Gli abitanti della città hanno confermato alla France presse il ritiro dei miliziani: “Non sappiamo dove siano andati, ma l’ultimo mezzo militare ha lasciato questa mattina presto la città”, ha detto Hassan Ali. “Anche la stazione radio (Andalus) non funziona”, ha aggiunto.

“La città non è controllata da nessuno per ora – ha detto un abitante di Chisimaio, Mohamed Hassan – la gente si sente sollevata. Speriamo non ci siano altri scontri”.

Parlando alla Bbc, un portavoce dell’esercito keniano ha giustificato il mancato ingresso nella città con il timore che il ritiro possa rivelarsi una trappola. Da parte sua, il ministro della Difesa di Nairobi, Yusuf Haji, ha sottolineato che i miliziani non hanno ancora lasciato l’area e “non sarebbe difficile a persone che conoscono la zona intrufolarsi senza essere rintracciate”.

Il porto di Kisimayo rappresentava la principale fonte di finanziamento dei miliziani: secondo l’Onu riuscivano infatti a garantirsi fino a 50 milioni di dollari l’anno attraverso i traffici portuali.

Al-Shabaab (dall’arabo al-Shabāb, La Gioventù), anche noto come Ash-Shabaab, Hizbul Shabaab (dall’arabo Ḥizb al-Shabāb, Partito della Gioventù), e Movimento di Resistenza Popolare nella Terra delle Due Migrazioni (MRP), è un gruppo insurrezionale islamista attivo in Somalia. Il gruppo si è sviluppato a seguito alla sconfitta dell’Unione delle Corti Islamiche (UCI) ad opera del Governo Federale di Transizione (GFT) e dei suoi sostenitori, in primo luogo i militari dell’Etiopia, durante la guerra in Somalia.

Si calcola che circa 3000 membri dell’UCI formino questo gruppo attivo all’interno e al di fuori Mogadiscio, e conducano attacchi contro il governo e le forze alleate etiopi. Il termine Shabaab ( “gioventù”) è comune nel mondo islamico per gruppi giovanili.

Uno degli obiettivi primari del gruppo è la istituzione della regola della shari’a come legge delle stato somalo; altri fini sono la cacciata dei soldati stranieri dalla Somalia (compresi i membri della forza internazionale di pace AMISOM) e il rovesciamento del Governo Federale di Transizione (GFT).

Ex-leader sono Aden Hashi Farah “Eyrow” e Saleh Ali Saleh Nabhan entrambi morti tra il 2008 e il 2009, mentre l’attuale guida è Ibrahim “al-Afghani”.

Prima dei danni subiti dall’Unione delle Corti Islamiche (UCI) nel dicembre 2006, le stime della loro forza variava tra 3000 a 7000 membri. La formazione comprende un periodo di sei settimane di corso di base. Alcuni sono stati inviati per la formazione avanzata in Eritrea per le tattiche di guerriglia e di esplosivi.

Kisimayo è l’ultima roccaforte degli shebab. Dal punto di vista politico e simbolico, dunque, la sua caduta è importante. I miliziani shebab da almeno dieci anni occupano il paese applicando la legge coranica e praticando un oscurantismo estraneo culturalmente alla popolazione somala. L’operazione militare è quasi da film, una scenografia di quelle che avrebbero meritato una copertura mediatica molto più impegnativa: da settimane la città è circondata da terra (truppe del Kenya, dell’Etiopia, dell’Onu e del governo di Mogadiscio), dal cielo (gli aerei da guerra keniani e i droni americani con base in Etiopia), dal mare (le navi da guerra e i mezzi anfibi keniani). L’attacco alla città è cominciato dal mare: uno sbarco in grande stile di centinaia di soldati del Kenya con l’appoggio aereo e dell’artiglieria di terra. La caduta di Kisimayo, salvo colpi di scena sempre possibili, apre una nuova era per la Somalia. Anzi, potremmo dire che ne chiude una di venti anni.

Al di là del valore politico-simbolico, per la Somalia Kisimayo ha un importante valenza economica. La città è situata sulla foce del fiume Giuba ed è nella cosiddetta “parte utile” del paese, cioè l’unica fertile di tutto il paese che è semi-desertico. A renderla fertile sono, appunto, il fiume Giuba e lo Shebele. Per questo motivo questa regione si chiama la terra tra i due fiumi. Vi si può praticare l’agricoltura, appunto, e anche l’allevamento. Infine, cosa tutt’altro che trascurabile, Kisimayo è anche un importante porto lungo la costa che va dall’Eritrea fino alla Tanzania.

Ma Kisimayo è ben altro. Anzi, diremmo che è molto di più: la città è quasi più importante per il Kenya che per la Somalia. Proprio sulla frontiera, per la precisione sulla vicinissima isola keniana di Lamu, dovrebbe arrivare l’oleodotto che parte dal Sud Sudan e dovrebbe rendere commercializzabile il greggio sudanese facendo a meno delle infrastrutture del Nord Sudan, cioè del regime di Khartoum, e del terminale di Port Sudan. Una operazione, questa, che renderebbe il Kenya partecipe di un businnes immenso e farebbe entrare nelle sue casse il denaro per l’utilizzo delle sue strutture, dei suoi terminali, e dei servizi portuali. Oltre, naturalmente, a dare a Nairobi un ruolo diplomatico importante nella regione, con un paese, il Sud Sudan, appunto, che sarebbe quasi totalmente dipendente economicamente dal Kenya.

29 settembre 2012

TMNews



Categorie:F09- Storia dell'Africa sub-sahariana - History of Sub-Saharan Africa

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