Shabiha, i “fantasmi” della morte siriani

Shabiha, i “fantasmi” della morte siriani

Prima interviene l’esercito regolare, poi gli shabiha completano l’opera. Questa sembra la terribile dinamica innestata nella guerra siriana. Gli shabiha sono una setta alawita che gravita nella galassia sciita  di cui fa parte il presidente Bashar Al-Assad. Gli shabiha  – con le teste rasate, i muscoli gonfiati dagli steroidi,  che si definiscono coloro che bevono il sangue – sono gli squadroni della morte del regime. Shabiha è la trascrizione italiana del termine arabo (dalla radice araba che significa cioè “spettri” o “fantasmi”) che in inglese compare sia come “shabeeha” che “shabiya”. Dagli anni ’70 il termine era usato in Siria per identificare i gangster alawuiti della zona costiera di Latakia:  legati soprattutto al clan degli Assad, trafficavano droga e armi attraverso il confine con il Libano. Nel corso del 2011 attraverso i media internazionali il termine ha acquisito diffusione mondiale nel racconto delle vicende legate alla rivoluzione siriana. Shabiha sono stati infatti chiamati coloro che, armati ma spesso vestiti in abiti civili, hanno attaccato i dimostranti nelle manifestazioni contro il governo. Sono stati descritti come una “milizia civile” a base settaria (ossia composta da paramilitari Alawiti) che agisce a sostegno di Assad senza alcun titolo di ufficialità. Si ritiene tuttavia che alcuni shabiha, attivi ad Aleppo, siano sunniti (il che avvalorerebbe anche la tesi che coloro che operano come shabiha lo facciano per soldi, come mercenari). Secondo l’Organizzazione Araba per i Diritti Umani, tra le schiere degli shabiha ci sarebbero non solo piccole bande di criminali locali ma anche “membri delle forze di sicurezza in abiti civili, spie, o anche semplicemente giovani disoccupati”. Il ruolo ricoperto è simile a quello avuto da altri gruppi in altri Paesi Arabi ai quali, durante la primavera araba del 2011, i Governi nazionali hanno “esternalizzato” il compito di reprimere con le armi le proteste di piazza. Ci sono stati i “Balatija” (teppisti) in Yemen, i “Baltagiya” (teppisti) in Egitto e i “Basiji” in Iran.

Secondo l’Organizzazione Araba per i Diritti Umani, gli shabiha si trovavano principalmente concentrati vicino alle coste attorno a Latakia, Baniyas e Tartus, dove si occupavano di contrabbando attraverso i porti presenti. In questa zona erano noti per il contrabbando di capitali di dubbia provenienza e di droga dal Libano. Nel Daily Telegraph si legge che gli Shabiha avevano acquisito notorietà “per le modalità brutali con cui avevano gestito il racket nella zona di Latakia negli anni ’90” ma che erano stati combattuti e dispersi dopo l’ascesa al potere di Assad, nel 2000. A seguito delle proteste di piazza a marzo 2011, il gruppo ha cominciato ad incontrare invece l’approvazione del regime.

L’opposizione siriana e diversi testimoni oculari hanno accusato più volte la milizia di aver attaccato e ucciso i manifestanti nelle proteste che hanno avuto inizio a marzo 2011. In quel primo mese, gli shabiha sono accusati di aver sparato coi mitra da auto in corsa sui manifestanti a Latakia, e successivamente, di aver sparato dai tetti [di condomini] come cecchini uccidendo fino a 21 persone. A Homs invece, tra il 18 e il 19 aprile, le forze di sicurezza e gli shabiha hanno prodotto 21 morti.

In maggio, l’autorevole Foreign Affairs ha scritto che degli shabiha si sono uniti alla Quarta Divisione (dell’esercito regolare siriano), attaccando la popolazione civile a Banias, Jableh, and Latakia.

In giugno, testimoni oculari e rifugiati, provenienti dal nord est del Paese, hanno raccontato che gli shabiha sono riapparsi durante la primavera siriana per venire utilizzati dal Governo ufficiale “per fare terra bruciata incendiando i raccolti, saccheggiando le case e sparando praticamente a caso a chiunque”. Il Washington Post ha riportato il caso di uno stupro di gruppo su quattro sorelle, ad opera di alcuni shabiha.

Il 25 maggio 2012, 108 persone, di cui 49 bambini, sono stati uccisi in due villaggi, controllati dai ribelli, nella regione di Houla (insieme di insediamenti a maggioranza sunnita, a nord di Homs). Solo una parte delle uccisioni è risultata da fuoco di artiglieria e carri armati mentre personale ONU ha confermato che la maggioranza delle vittime è stata assassinata, in particolare in due ondate successive, anche con colpi sparati da distanza ravvicinata  e che gli shabiha sono stati i più probabili esecutori. Alcuni residenti hanno raccontato che un centinaio di shabiha, in questo caso sciiti alawiti, era accorso dai villaggi a sud e ovest di Houla (in particolare Kabu e Felleh) al termine di diverse ore di bombardamenti [su Houla]. Altri testimoni oculari sopravvissuti hanno detto che i killer “avevano scritti in fronte slogan inneggianti al gruppo sciita”. L’indagine ONU sul terreno riporta come “intere famiglie siano state sterminate con armi da fuoco all’interno delle loro case” mentre sono emersi video agghiaccianti, girati dai superstiti, in particolare uno, con bambini con i crani aperti da armi da taglio. In alcuni casi alle vittime è stata tagliata la gola, modalità che spiegherebbe la gran quantità si sangue sparso negli ambienti visitati dagli osservatori. In tutto, gli osservatori ONU hanno potuto confermare, vedendone i corpi, la morte di 92 persone.

I 15 Stati membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno espresso condanna unanime alla strage. Per la prima volta dall’inizio della rivoluzione Russia e Cina, da sempre alleate del regime dittatoriale di Assad, hanno espresso un voto allineato a quello degli altri Paesi. Successivamente, undici Paesi (Olanda, Francia, Australia, Spagna, Bulgaria, Canada, Giappone, Turchia, Italia e Germania), oltre a Stati Uniti e Gran Bretagna, hanno espulso i diplomatici e gli ambasciatori del Governo siriano.

Un altro massacro ha avuto luogo nel piccolo villaggio di Al-Qubair il 6 giugno 2012, a sole due settimane dai crimini di Houla. Il villaggio (che contava, prima della strage, circa 150 abitanti) è collocato all’interno della zona di Maarzaf, insediamento di dimensioni relativamente più grandi. Secondo gli attivisti, 78 persone sono state uccise, tra cui molti bambini e donne. Il giorno dopo, gli osservatori ONU della missione presente in Siria, nel tentativo di accedere alla zona e di trovare riscontri di quanto avvenuto, sono stati attaccati con armi da fuoco e costretti a fare marcia indietro. Le vittime sarebbero state pugnalate e uccise a sangue freddo con armi da fuoco. Nei giorni seguenti il giornalista della BBC Paul Danahar ha visitato il villaggio.

 Si ritiene che nell’area costiera il gruppo sia guidato da Fawaz al-Assad e Munzer al-Assad, cugini di primo grado del presidente Assad. Un’altra fonte, Mahmoud Merhi, capo della Organizzazione Araba per i Diritti umani, ha sostenuto che “per la maggior parte siriani gli Shabiha operano senza alcuna organizzazione nota o leadership”. Alcuni uomini d’affari sia sunniti sia alawiti, che stanno proteggendo i propri interessi nel Paese, sono stati accusati di finanziare le bande armate al fine anche di mostrare lealtà al regime.

 Gli shabiha sembrano coinvolti anche nella recente strage di Treimsa. Secondo l’opposizione c’è stato un bombardamento, seguito da scontri tra soldati e ribelli e infine dall’intervento degli shabiha.



Categorie:F02- Storia contemporanea dei paesi musulmani

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